Persecuzioni
Siria, l’agonia di un cristianesimo millenario
È un grido d’allarme, un rintocco funebre. Dopo diciassette anni di missione a Damasco, il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico, lascia una Siria «umiliata e distrutta». Il suo bilancio è inequivocabile: in quindici anni, l’80% dei cristiani è fuggito dal Paese. È la storia di un esodo che rischia di infrangere per sempre il mosaico siriano.
La cifra è impressionante: del milione e mezzo di cristiani che popolavano la Siria prima dello scoppio del conflitto nel 2011, ne rimane solo una piccola frazione. Per il vescovo Zenari, testimone privilegiato di questa discesa agli inferi tra il 2008 e il 2026, questa emorragia non è solo una perdita demografica; è una ferita profonda nell’identità stessa dell’Oriente.
Questi cristiani, che fungevano da «ponte» tra le numerose comunità del Paese, stanno scomparendo, lasciando dietro di sé un vuoto abissale.
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Diciassette anni di oscurità
Al suo arrivo nel 2008, Mario Zenari scoprì una Siria pacifica. Poi arrivarono quattordici anni di furia e spargimento di sangue, seguiti oggi da una fase di transizione incerta. «Sono partito con valigie piene di cose, ma il peso delle emozioni è molto più pesante di quello dei bagagli», confida con tristezza.
Nel cuore porta i volti degli scomparsi: il gesuita Paolo Dall’Oglio, rapito dall’ISIS nel 2013, e i metropoliti di Aleppo, il cui silenzio dura da più di un decennio. Ma al di là delle bombe, è una spietata «guerra economica» a completare la devastazione del Paese.
Sanzioni, inflazione dilagante e una totale mancanza di prospettive stanno costringendo chi è rimasto a fare le valigie. Come si può chiedere speranza a un popolo che ha solo un’ora di elettricità al giorno?
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Una stabilizzazione incerta
Di fronte a un governo di transizione islamista guidato da un jihadista al potere a Damasco – sostenuto di default per evitare il caos assoluto – il cardinale rifiuta il fatalismo: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace», afferma l’alto prelato, che sottolinea che, per stabilizzare la Siria e mantenere i suoi figli, il Paese deve essere ricostruito.
Scuole, fabbriche, ospedali. La Chiesa, nonostante le sue risorse limitate, ha cercato di colmare le lacune. Attraverso il progetto «Ospedali Aperti» e i «Dispensari della Speranza», ha curato quasi 180.000 persone, indipendentemente dalla loro religione. «Una goccia nell’oceano», ammette il cardinale.
Recupera il mosaico rotto
Mentre la piccola minoranza cristiana siriana è divisa tra cinque eserciti stranieri e interessi contrastanti, minacciata dagli islamisti al potere, il vescovo Zenari vuole credere nel «Lavora e vedi» piuttosto che nell’«Aspetta e vedi».
In ogni caso, questa regione, che nel secolo scorso era un protettorato francese, ci mostra cosa accade a una terra dove la fede cede il passo a un Islam conquistatore.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Bernard Gagnone via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, 2.5 Generic, 2.0 Generic e 1.0 Generic
Persecuzioni
La foto del soldato israeliano che distrugge la statua di Nostro Signore è autentica: l’esercito degli ebrei ammette
Lebanon |
An Israeli soldier smashing the head of a Jesus Christ statue during operations in southern Lebanon. pic.twitter.com/Sj1m16tj9q — Younis Tirawi | يونس (@ytirawi) April 19, 2026
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📹 Israeli soldier filmed destroying statue of Jesus in southern Lebanon
🗣️ The Israeli army says the incident in Debel will be investigated ‘thoroughly and comprehensively,’ without giving details on the soldier’s identity or possible disciplinary action https://t.co/WGvGNHCbgg pic.twitter.com/9iDMFmJYZ9 — Anadolu English (@anadoluagency) April 20, 2026
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Persecuzioni
Bangladesh, folla inferocita uccide leader Sufi per blasfemia
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Centinaia di uomini armati di bastoni hanno anche incendiato il suo dabar, nel distretto di Kushtia. Sui social un video di pir Abdur Rahman, 65, con presunte offese al Corano, di tre anni fa. La polizia non ha fermato la violenza. Autorità e ong denunciano il fallimento nella sicurezza e chiedono indagini, mentre non risultano ancora arresti.
Un leader spirituale sufi è stato picchiato e ucciso a colpi di machete. Sabato scorso una folla inferocita ha assaltato, vandalizzato e dato alle fiamme il suo darbar nel Bangladesh occidentale, distretto di Kushtia. Portando alla luce ancora una volta la fragilità dello Stato di diritto e la persistenza della violenza di gruppo legata ad accuse di offesa religiosa.
L’omicidio è avvenuto nell’upazila di Daulatpur, presso lo Shamim Babar Darbar Sharif. La vittima, identificata come pir Abdur Rahman, noto anche come Shamim Reza o Jahangir, aveva 65 anni. Secondo la polizia, la violenza è scoppiata dopo che i residenti locali l’hanno accusato di blasfemia per insulti al Corano, citando un breve video registrato circa tre anni fa e riapparso nei social. Il video, della durata di circa 30 secondi, conterrebbe presunte osservazioni denigratorie contro il Corano; rapidamente è circolato online venerdì, scatenando l’ira di diversi gruppi della zona.
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Il sovrintendente di polizia di Kushtia, Mohammad Jasim Uddin, ha dichiarato che un gruppo di persone ha iniziato a radunarsi intorno a mezzogiorno di sabato. Poi, centinaia di uomini armati di bastoni hanno marciato verso il darbar, intonando slogan. I video che circolano in media locali e social mostrano l’assolto di una grande folla, che danneggia due edifici in cemento a un piano e un capannone di lamiera prima di appiccare il fuoco a parti delle strutture.
Testimoni diretti hanno riferito che durante l’attacco sono rimaste ferite dalle cinque alle sette persone all’interno del darbar, mentre altre sono riuscite a fuggire. I vigili del fuoco sono giunti sul posto e hanno spento l’incendio, ma a quel punto il complesso aveva già subito gravi danni. La polizia ha dichiarato che Shamim Reza e altre due persone sono state soccorse e trasportate al Daulatpur Upazila Health Complex, dove il pir è morto. «Abbiamo cercato di salvarlo, ma il numero di agenti di polizia era di gran lunga inferiore a quello della folla», ha affermato Uddin. «Non è stato possibile controllare la situazione. La folla lo ha picchiato a morte».
I residenti locali, parlando in condizione di anonimato, hanno detto che la violenza è stata preceduta da un raduno di più di un centinaio di persone nella zona di Abeder Ghat, a circa mezzo chilometro dal darbar. Da lì, la folla ha marciato verso il complesso, poco dopo mezzogiorno. Un video di 18 minuti che circola online mostra un gran numero di persone che camminano lungo la strada del villaggio, prima di fare irruzione nel darbar.
La vita di Shamim Reza riflette un percorso che unisce l’istruzione formale al successivo coinvolgimento nella pratica religiosa. Ha completato gli studi alla Scuola Elementare Statale di Islampur e alla Scuola Superiore di Philipnagar, conseguendo il diploma nel 1984. Dopo, ha ottenuto il diploma presso il Kumarkhali Degree College; la laurea in Economia e Commercio (BCom) al Bheramara College e il master presso il Jagannath University College di Dhaka. Dopo aver lavorato per qualche tempo in un’azienda privata a Keraniganj, ha lasciato il lavoro per diventare seguace e assistente di Golam-e-Baba Kalandar Jahangir Sureshwari. Intorno al 2018, è tornato al villaggio d’origine e ha fondato il proprio darbar, con musica devozionale ogni giovedì sera.
Personalità della politica e della società civile hanno condannato l’omicidio. Il deputato del BNP Reza Ahmed Bachchu Molla, che rappresenta il collegio elettorale di Daulatpur, ha ribadito che nessun individuo o gruppo ha il diritto di farsi giustizia da sé: «Se qualcuno crea disordine nella società, è responsabilità dell’amministrazione intervenire. L’omicidio non può essere giustificato». Aggiungendo che il fatto sarà oggetto di un’indagine approfondita.
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Anche le organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazione. L’ONG Ain O Salish Kendra (Ask) ha definito l’omicidio un grave fallimento delle forze dell’ordine. Il coordinatore senior Abu Ahmed Faizul Kabir ha avvertito che i ripetuti attacchi ai santuari sufi e alle figure religiose indicano un pericoloso clima di impunità. Anche i gruppi di difesa legale hanno chiesto un’indagine imparziale, il perseguimento di tutti i responsabili e misure più severe per impedire la diffusione sui social media di contenuti provocatori che possano incitare alla violenza.
Nonostante le visite di alti funzionari della sicurezza e dell’amministrazione, a più di 24 ore dall’accaduto non è stata ancora aperta alcuna indagine né sono stati effettuati arresti. L’episodio si inserisce in un contesto di continue preoccupazioni in Bangladesh riguardo alla giustizia sommaria legata alle accuse di blasfemia e offesa religiosa, chiamando urgenza in materia di responsabilità, ordine pubblico e tutela dei diritti fondamentali.
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Persecuzioni
Un camion si è lanciato contro una processione pasquale in Pakistan: un morto e diecine di feriti
🚨EASTER SUNDAY TERROR ATTACK
Islamic terrorists in Pakistan just drove a truck into a crowd of Christian worshippers during an Easter Sunday vigil. Multiple people are dead, and at least 60 more are critically injured. And once again, the West is silent. This is genocide. pic.twitter.com/NvBaGHVQh1 — Samantha Smith (@SamanthaTaghoy) April 5, 2026
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