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Intervista con il Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X

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Renovatio 21 ripubblica l’intervista al superiore generale della FSSPX don Davide Pagliarani apparsa su FSSPX.News

 

«Suprema lex, salus animarum»

«“La legge suprema è la salvezza delle anime.” È da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato».

 

FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore generale, lei ha appena annunciato pubblicamente la sua intenzione di procedere a consacrazioni episcopali per la Fraternità San Pio X il prossimo 1º luglio. Perché aver fatto questo annuncio oggi, 2 febbraio?

Don Davide Pagliarani: La festa della Purificazione della Beatissima Vergine è molto significativa nella Fraternità. È il giorno in cui i candidati al sacerdozio rivestono la talare. La Presentazione di Nostro Signore al Tempio, che celebriamo oggi, ricorda loro che la chiave della loro formazione e della loro preparazione agli Ordini risiede nel dono di sé, che passa attraverso le mani di Maria. È una festa mariana di estrema importanza, poiché, annunciando alla Madonna una spada di dolore, Simeone mostra chiaramente il suo ruolo di corredentrice accanto al suo divin Figlio. La si vede associata a Nostro Signore fin dall’inizio della sua vita terrena e fino al compimento del suo sacrificio sul Calvario. Allo stesso modo, la Madonna accompagna il futuro sacerdote nella sua formazione e durante tutta la sua vita: è lei che continua a formare Nostro Signore nella sua anima.

 

Questo annuncio è stato preceduto da varie voci negli ultimi mesi, in particolare dopo la morte di mons. Tissier de Mallerais, nell’ottobre 2024. Perché ha atteso fino ad ora?

Come a suo tempo mons. Lefebvre, la Fraternità ha sempre avuto la preoccupazione di non precedere la Provvidenza, ma di seguirla, lasciandosi guidare dalle sue indicazioni. Una decisione di tale importanza non può essere presa con leggerezza né nella precipitazione. Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità che deve essere reale ed essa stessa estrema. La semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondervi, qualunque iniziativa sia di per sé giustificata.

 

In particolare, poiché si tratta di una questione che riguarda evidentemente l’autorità suprema della Chiesa, era necessario intraprendere anzitutto un passo presso la Santa Sede – cosa che abbiamo fatto – e attendere un termine ragionevole per permetterle di rispondere. Non è una decisione che avremmo potuto prendere senza manifestare concretamente il nostro riconoscimento dell’autorità del Santo Padre.

 

Nella sua omelia, lei ha detto di aver scritto al papa. Potrebbe dirci qualcosa di più?

La scorsa estate ho scritto al Santo Padre per chiedergli un’udienza. Non avendo ricevuto risposta, gli ho scritto una nuova lettera alcuni mesi più tardi, in modo semplice e filiale, senza nascondergli nulla delle nostre necessità. Ho menzionato le nostre divergenze dottrinali, ma anche il nostro sincero desiderio di servire incessantemente la Chiesa cattolica, poiché siamo servitori della Chiesa nonostante il nostro statuto canonico non riconosciuto.

 

A questa seconda lettera ci è giunta alcuni giorni fa una risposta da Roma, da parte del cardinal Fernández. Purtroppo, essa non prende in alcuna considerazione la proposta che abbiamo formulato e non propone nulla che risponda alle nostre richieste.

 

Questa proposta, tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. Abbiamo promesso al Papa di spendere tutte le nostre energie per la salvaguardia della Tradizione e per fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa. Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre.

 

Ma allora, se non ha ancora ricevuto questo assenso, perché ritiene di dover comunque procedere a consacrazioni episcopali?

Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità reale e anch’essa estrema. Certamente, la semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondervi, qualsiasi iniziativa sia automaticamente giustificata. Ma nel nostro caso, dopo un lungo periodo di attesa, di osservazione e di preghiera, ci sembra di poter dire oggi che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano le anime, la Fraternità e la Chiesa esige una tale decisione.

 

Con l’eredità che ci ha lasciato papa Francesco, le ragioni di fondo che avevano già giustificato le consacrazioni del 1988 sussistono ancora pienamente e appaiono anzi, sotto molti aspetti, di rinnovata acutezza. Il Concilio Vaticano II rimane più che mai la bussola che guida gli uomini di Chiesa, e verosimilmente essi non prenderanno un’altra direzione in un prossimo futuro. Le grandi linee che già si delineano per il nuovo pontificato, in particolare attraverso l’ultimo concistoro, non fanno che confermarlo: vi si vede una determinazione esplicita a mantenere la linea di Francesco come un cammino irreversibile per tutta la Chiesa.

 

«Abbiamo promesso al papa di spendere tutte le nostre energie per la salvaguardia della Tradizione e per fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa».

 

È triste constatarlo, ma è un fatto: in una parrocchia ordinaria i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza eterna. Ciò riguarda in particolare la predicazione integrale della verità e della morale cattoliche, nonché l’amministrazione dei sacramenti così come la Chiesa li ha sempre amministrati. In questo consiste lo stato di necessità. In questo contesto critico, i nostri vescovi avanzano in età e, con la crescita continua dell’apostolato, non sono più in grado di rispondere alle richieste dei fedeli nel mondo intero.

 

In che modo ritiene che il concistoro del mese scorso confermi la direzione intrapresa da papa Francesco?

Il cardinal Fernández, a nome di papa Leone, ha invitato la Chiesa a ritornare all’intuizione fondamentale di Francesco, espressa in Evangelii gaudium, la sua enciclica chiave: semplificando un po’, si tratta di ridurre l’annuncio del Vangelo alla sua espressione primitiva ed essenziale, in formule molto concise e incisive – il «kerygma» –, in vista di una «esperienza», di un incontro immediato con Cristo, lasciando da parte tutto il resto, per quanto prezioso possa essere – concretamente, l’insieme degli elementi della Tradizione, considerati come accessori e secondari. È questo metodo di nuova evangelizzazione che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di Francesco, fortemente avvertito da un intero settore della Chiesa.

 

Certo, in questa prospettiva occorre sempre preoccuparsi di fornire risposte nuove e adeguate alle questioni che emergono; ma tale compito deve realizzarsi attraverso la riforma sinodale, e non mediante la riscoperta delle risposte classiche e sempre valide offerte dalla Tradizione della Chiesa. È in questo modo, nel «soffio dello Spirito» di questa riforma sinodale, che Francesco è stato capace di imporre all’intera Chiesa decisioni catastrofiche, come quella che autorizza la comunione dei divorziati risposati o la benedizione delle coppie dello stesso sesso.

 

In sintesi: mediante il «kerygma» si isola l’annuncio del Vangelo da tutto il corpus della dottrina e della morale tradizionali; e mediante la sinodalità si sostituiscono le risposte tradizionali con decisioni aleatorie, facilmente assurde e dottrinalmente ingiustificabili. Lo stesso cardinal Zen ritiene che questo metodo sia manipolatorio e che attribuirlo allo Spirito Santo sia blasfemo. Temo, purtroppo, che egli abbia ragione.

 

Lei parla di servizio alla Chiesa, ma nella pratica la Fraternità può dare l’impressione di sfidare la Chiesa, soprattutto se si prendono in considerazione consacrazioni episcopali. Come lo spiega al papa?

Serviamo la Chiesa anzitutto servendo le anime. Questo è un fatto oggettivo, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. La Chiesa, fondamentalmente, esiste per le anime: ha come fine la loro santificazione e la loro salvezza. Tutti i bei discorsi, i dibattiti più diversi, i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere, non hanno alcun senso se non hanno come obiettivo la salvezza delle anime. È importante ricordarlo, perché oggi esiste un pericolo, per la Chiesa, di occuparsi di tutto e di niente. La preoccupazione ecologica, per esempio, o l’attenzione ai diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa. Se la Fraternità San Pio X lotta per conservare la Tradizione, con tutto ciò che essa comporta, è unicamente perché questi tesori sono assolutamente indispensabili per la salvezza delle anime, e perché essa non mira ad altro che a questo: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione.

 

«In una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurare la loro salvezza eterna. In questo consiste lo stato di necessità».

 

Così facendo, mettiamo al servizio della Chiesa stessa ciò che custodiamo. Offriamo alla Chiesa non un museo di cose antiche e polverose, ma la Tradizione nella sua pienezza e nella sua fecondità, la Tradizione che santifica le anime, che le trasforma, che suscita vocazioni e famiglie autenticamente cattoliche. In altre parole, è per il Papa stesso, in quanto tale, che custodiamo questo tesoro, fino al giorno in cui se ne comprenderà nuovamente il valore e in cui un Papa vorrà servirsene per il bene di tutta la Chiesa. Poiché è a quest’ultima che la Tradizione appartiene.

 

Lei parla del bene delle anime, ma la Fraternità non ha una missione sulle anime. Al contrario, essa è stata canonicamente soppressa da più di cinquant’anni. A che titolo si può giustificare una qualsivoglia missione della Fraternità presso le anime?

Si tratta semplicemente di una questione di carità. Non vogliamo attribuirci una missione che non abbiamo. Ma, allo stesso tempo, non possiamo rifiutarci di rispondere alla miseria spirituale delle anime che, sempre più, si trovano perplesse, disorientate, smarrite. Esse chiedono aiuto. E dopo aver cercato a lungo, trovano, con profonda gioia, luce e conforto nelle ricchezze della Tradizione della Chiesa, integralmente vissuta. Su queste anime abbiamo una vera responsabilità, anche se non siamo investiti di una missione ufficiale: se qualcuno vede per strada una persona in pericolo, è tenuto a soccorrerla secondo le proprie possibilità, anche se non è né pompiere né poliziotto.

 

Il numero delle anime che si sono così rivolte a noi è cresciuto senza cessare nel corso degli anni ed è aumentato considerevolmente nell’ultimo decennio. Ignorare i loro bisogni e abbandonarle significherebbe tradirle e, con ciò stesso, tradire la Chiesa, poiché, ancora una volta, la Chiesa esiste per le anime e non per alimentare discorsi vani e futili.

 

Questa carità è un dovere che comanda tutti gli altri. È lo stesso diritto della Chiesa a prevederlo. Nello spirito del diritto ecclesiastico, espressione giuridica di questa carità, il bene delle anime viene prima di tutto. Esso rappresenta la legge delle leggi, alla quale tutte le altre sono subordinate e contro la quale nessuna legge ecclesiastica può prevalere. L’assioma «suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime» è una massima classica della tradizione canonica, ripresa esplicitamente, del resto, dal canone finale del Codice del 1983; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi. Si tratta per noi di un ruolo di supplenza, in nome di questa stessa carità.

 

È consapevole che l’eventualità di consacrazioni episcopali potrebbe porre i fedeli che ricorrono alla Fraternità di fronte a un dilemma: o la scelta della Tradizione integrale con tutto ciò che essa comporta, oppure la «piena» comunione con la gerarchia della Chiesa?

Questo dilemma è in realtà solo apparente. È evidente che un cattolico deve allo stesso tempo custodire la Tradizione integrale e la comunione con la gerarchia. Non può scegliere tra questi beni, che sono entrambi necessari.

 

Ma troppo spesso si dimentica che la comunione si fonda essenzialmente sulla fede cattolica, con tutto ciò che essa implica: a cominciare da una vera vita sacramentale e dall’esercizio di un governo che predichi questa stessa fede e la faccia mettere in pratica, usando della propria autorità non in modo arbitrario, ma realmente in vista del bene spirituale delle anime affidate alle sue cure.

 

È proprio per garantire questi fondamenti, queste condizioni necessarie all’esistenza stessa della comunione nella Chiesa, che la Fraternità non può accettare ciò che si oppone a tale comunione e la snatura, anche quando ciò proviene – paradossalmente – da coloro che esercitano l’autorità nella Chiesa.

 

Potrebbe fare un esempio concreto di ciò che la Fraternità non può accettare?

Il primo esempio che mi viene in mente risale all’anno 2019, quando papa Francesco, in occasione della sua visita nella penisola arabica, firmò con un imam la famosa Dichiarazione di Abu Dhabi. Egli affermava, insieme al capo musulmano, che la pluralità delle religioni sarebbe stata voluta come tale dalla Sapienza divina.

 

È evidente che una comunione che si fondasse sull’accettazione di una tale affermazione, o che la includesse, non potrebbe essere cattolica, poiché includerebbe un peccato contro il primo comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Ritengo che una simile affermazione sia più di un semplice errore: è semplicemente inconcepibile. Essa non può essere il fondamento di una comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Penso che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare una tale affermazione.

 

In tutto il mondo la presa di coscienza degli errori denunciati da lungo tempo dalla Fraternità sta progredendo, in particolare su internet. Non sarebbe opportuno lasciare che questo movimento si sviluppi, facendo fiducia alla Provvidenza, piuttosto che intervenire con un gesto pubblico forte come delle consacrazioni episcopali?
Questo movimento è certamente positivo e incoraggiante. Esso illustra senza dubbio la fondatezza di ciò che la Fraternità difende, e vi è motivo di sostenere questa diffusione della verità con tutti i mezzi esistenti. Detto questo, si tratta di un movimento che ha i suoi limiti, poiché la battaglia della fede non può ridursi né esaurirsi in discussioni e prese di posizione che hanno come teatro il web o i social network.

 

La santificazione di un’anima dipende certamente da una professione di fede autentica, ma questa deve sfociare in una vera vita cristiana. Ora, la domenica le anime non hanno bisogno di consultare una piattaforma internet: hanno bisogno di un sacerdote che le confessi e le istruisca, che celebri per loro la santa Messa, che le santifichi realmente e le conduca a Dio. Le anime hanno bisogno di sacerdoti. Ora, per avere sacerdoti, occorrono dei vescovi. Non degli «influencer». In altre parole, occorre tornare al reale, cioè al reale delle anime e delle loro necessità oggettive e concrete. Le consacrazioni episcopali non hanno altra finalità che garantire, per i fedeli legati alla Tradizione, l’amministrazione del sacramento della Confermazione, dell’Ordine e di tutto ciò che ne consegue.

 

Non pensa che, nonostante le sue buone intenzioni, la Fraternità possa in qualche modo finire per identificarsi essa stessa con la Chiesa, o attribuirsi un ruolo insostituibile?

In nessun modo la Fraternità pretende di sostituirsi alla Chiesa o di assumerne la missione; al contrario, essa conserva una profonda consapevolezza di esistere unicamente per servirla, fondandosi esclusivamente su ciò che la Chiesa stessa ha sempre e universalmente predicato, creduto e praticato.

 

La Fraternità è altresì profondamente consapevole che non è essa a salvare la Chiesa, poiché unicamente Nostro Signore custodisce e salva la sua Sposa, Lui che non cessa mai di vigilare su di lei.

 

La Fraternità è semplicemente, in circostanze che non ha scelto, un mezzo privilegiato per rimanere fedeli alla Chiesa. Attenta alla missione della sua Madre, che per venti secoli ha nutrito i suoi figli con la dottrina e i sacramenti, la Fraternità si consacra filialmente alla conservazione e alla difesa della Tradizione integrale, adottando i mezzi di una libertà senza eguali per restare fedele a tale eredità. Secondo l’espressione di mons. Lefebvre, la Fraternità non è che un’opera «della Chiesa cattolica, che continua a trasmettere la dottrina»; il suo ruolo è quello di un «fattorino che porta una lettera». E non desidera altro che vedere tutti i pastori cattolici unirsi ad essa nel compimento di questo dovere.

 

Torniamo al Papa. Ritiene realistico pensare che il Santo Padre possa accettare, o almeno tollerare, che la Fraternità consacri dei vescovi senza mandato pontificio?

Un Papa è anzitutto un padre. In quanto tale, egli è capace di discernere un’intenzione retta, una volontà sincera di servire la Chiesa e, soprattutto, un vero caso di coscienza in una situazione eccezionale. Questi elementi sono oggettivi e tutti coloro che conoscono la Fraternità possono riconoscerli, anche senza necessariamente condividere le sue posizioni.

 

Questo è comprensibile in teoria. Ma pensa che, concretamente, Roma possa tollerare una tale decisione da parte della Fraternità?
Il futuro resta nelle mani del Santo Padre e, ovviamente, della Provvidenza. Tuttavia, occorre riconoscere che la Santa Sede è talvolta capace di mostrare un certo pragmatismo, e pure una flessibilità sorprendente, quando è convinta di agire per il bene delle anime.

 

Prendiamo il caso, quanto mai attuale, delle relazioni con il governo cinese. Nonostante un vero e proprio scisma della Chiesa patriottica cinese; nonostante una persecuzione ininterrotta della Chiesa del silenzio, fedele a Roma; nonostante accordi regolarmente rinnovati e poi disattesi dal governo cinese: nel 2023 papa Francesco ha approvato a posteriori la nomina del vescovo di Shanghai da parte delle autorità cinesi. Più recentemente, papa Leone XIV ha a sua volta finito per accettare a posteriori la nomina del vescovo di Xinxiang, designato nello stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma, più volte imprigionato, era ancora in carica. In entrambi i casi si tratta, evidentemente, di prelati filogovernativi, imposti unilateralmente da Pechino con l’obiettivo di controllare la Chiesa cattolica cinese. Va sottolineato che non si tratta qui di semplici vescovi ausiliari, bensì di vescovi residenziali, ossia di pastori ordinari delle rispettive diocesi (o prefetture), dotati di giurisdizione sui sacerdoti e sui fedeli locali. A Roma si sa benissimo con quale scopo questi pastori siano stati scelti e imposti unilateralmente.

 

«La Fraternità San Pio X non mira ad altro che a questo: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione».

 

Il caso della Fraternità è ben diverso: per quanto ci riguarda, non si tratta evidentemente di favorire un potere comunista o anticristiano, ma unicamente di salvaguardare i diritti di Cristo Re e della Tradizione della Chiesa, in un momento di crisi e di confusione generale in cui essi risultano gravemente compromessi. Le intenzioni e le finalità non sono ovviamente le stesse. Il Papa lo sa. Inoltre, il Santo Padre sa perfettamente che la Fraternità non intende in alcun modo attribuire ai propri vescovi una qualche giurisdizione, il che equivarrebbe a creare una Chiesa parallela.

 

Francamente, non vedo come il Papa potrebbe temere un pericolo maggiore per le anime dalla parte della Fraternità piuttosto che dalla parte del governo di Pechino.

 

Ritiene che, per quanto riguarda la Messa tradizionale, la necessità delle anime sia oggi grave quanto nel 1988? Dopo le vicissitudini conosciute dal rito di san Pio V, la sua «liberazione» da parte di Benedetto XVI nel 2007, le restrizioni imposte da Francesco nel 2021… in quale direzione ci si avvia con il nuovo Papa?
Per quanto mi è dato sapere, papa Leone XIV ha mantenuto una certa discrezione su questo tema, che suscita una grande attesa nel mondo conservatore. Tuttavia, molto recentemente è stato reso pubblico un testo del cardinal Roche sulla liturgia, inizialmente destinato ai cardinali partecipanti al concistoro del mese scorso. E non vi è motivo di dubitare che esso corrisponda, nelle sue linee essenziali, all’orientamento voluto dal Papa. Si tratta di un testo molto chiaro e, soprattutto, logico e coerente. Purtroppo, esso si fonda su una premessa falsa.

 

Concretamente, questo testo, in perfetta continuità con Traditionis custodes, condanna il progetto liturgico di papa Benedetto XVI. Secondo quest’ultimo, il rito antico e quello nuovo sarebbero due forme sostanzialmente equivalenti, che esprimono comunque la stessa fede e la stessa ecclesiologia e che, di conseguenza, potrebbero arricchirsi reciprocamente. Preoccupato per l’unità della Chiesa, Benedetto XVI ebbe quindi a cuore di promuovere la coesistenza dei due riti e pubblicò nel 2007 il Summorum Pontificum. Provvidenzialmente, ciò permise a molti la riscoperta della Messa di sempre, ma col tempo provocò pure un movimento di messa in discussione del nuovo rito; questo movimento fu percepito come molto problematico e, nel 2021, Traditionis custodes cercò di arginarlo.

 

Fedele a Francesco, il cardinal Roche promuove a sua volta l’unità della Chiesa, ma secondo un’idea e con mezzi diametralmente opposti a quelli di Benedetto XVI: pur mantenendo l’affermazione di una continuità tra i riti attraverso la riforma, egli si oppone fermamente alla loro coesistenza. Vi vede una fonte di divisione, una minaccia per l’unità, che occorre superare tornando a una autentica comunione liturgica: «il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge “congelando” la divisione, ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso». Nella Chiesa «sommamente conviene che uno solo sia il rito» in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione.

 

Principio giusto e coerente, poiché la Chiesa, avendo una sola fede e una sola ecclesiologia, non può avere che una sola liturgia che le esprima adeguatamente… Ma principio applicato in modo errato, poiché, coerentemente con la nuova ecclesiologia postconciliare, il cardinal Roche concepisce la Tradizione come evolutiva e il nuovo rito come sua unica espressione vivente per il nostro tempo; il valore del rito tridentino non può dunque che essere considerato superato, e il suo uso, al massimo, una «concessione», «in alcun modo una sua promozione».

 

Che vi sia dunque una «divisione» e un’incompatibilità attuale tra i due riti: questo appare ormai più chiaro. Ma non ci si inganni: l’unica liturgia che esprime adeguatamente, in modo immutabile e non evolutivo, la concezione tradizionale della Chiesa, della vita cristiana e del sacerdozio cattolico è quella di sempre. Su questo punto, l’opposizione della Santa Sede sembra più che mai irrevocabile.

 

Il cardinal Roche ha comunque l’onestà di riconoscere che sussistono ancora alcuni problemi nell’attuazione della riforma liturgica. Pensa che ciò possa condurre a una presa di coscienza dei limiti di questa riforma?

È interessante constatare che, dopo sessant’anni, si ammette ancora una reale difficoltà nell’applicazione della riforma liturgica, della quale si dovrebbe poter scoprire la ricchezza: è un ritornello che si sente da sempre, ogni volta che si affronta questo argomento, e che il testo del cardinal Roche non elude. Ma invece di interrogarsi sinceramente sulle carenze intrinseche della nuova Messa e, dunque, sul fallimento globale di questa riforma; invece di prendere atto del fatto che le chiese si svuotano e che le vocazioni diminuiscono; invece di chiedersi perché il rito tridentino continui ad attirare tante anime… il cardinal Roche non vede come unica soluzione che una urgente formazione preliminare dei fedeli e dei seminaristi.

 

Senza rendersene conto, egli entra così in un circolo vizioso: infatti è la liturgia stessa che dovrebbe formare le anime. Per quasi duemila anni, le anime, spesso analfabete, sono state edificate e santificate dalla liturgia stessa, senza bisogno di alcuna formazione previa. Non riconoscere l’incapacità intrinseca del Novus Ordo di edificare le anime, esigendo ancora una migliore formazione, mi sembra essere il segno di un accecamento irrimediabile. Si giunge così a paradossi sconcertanti: la riforma è stata voluta proprio per favorire la partecipazione dei fedeli; ora questi hanno abbandonato in massa la Chiesa, perché questa liturgia insipida non ha saputo nutrirli; e tutto ciò non avrebbe nulla a che fare con la riforma stessa!

 

Oggi, in molti Paesi, gruppi esterni alla Fraternità beneficiano ancora dell’uso del Messale del 1962. Tali possibilità non esistevano quasi affatto nel 1988. Non potrebbero costituire, per il momento, un’alternativa sufficiente, rendendo premature nuove consacrazioni episcopali?

La domanda che dobbiamo porci è la seguente: queste possibilità corrispondono davvero a ciò di cui la Chiesa e le anime hanno bisogno? Rispondono in modo sufficiente alla necessità delle anime?

 

È innegabile che, laddove venga celebrata la Messa tradizionale, è il vero rito della Chiesa che risplende, con quel profondo senso del sacro che non si ritrova nel nuovo rito. Tuttavia, non si può fare astrazione dal contesto nel quale tali celebrazioni hanno luogo. Ora, indipendentemente dalla buona volontà degli uni o degli altri, il quadro appare chiaro, soprattutto a partire da Traditionis custodes, come confermato dal cardinal Roche: si tratta di una Chiesa nella quale l’unico rito ufficiale «normale» è quello di Paolo VI. La celebrazione del rito di sempre avviene pertanto sotto un regime che è quello dell’eccezione: gli aderenti a questo rito ricevono, per benevola concessione, delle deroghe che permettono loro di celebrarlo, ma tali concessioni si inseriscono in una logica che è quella della nuova ecclesiologia e presuppongono dunque che la nuova liturgia rimanga il criterio della pietà dei fedeli e l’autentica espressione della vita della Chiesa.

 

Perché considera che non si può fare astrazione da questo quadro di eccezione? Non si compie del bene nonostante tutto? Quali conseguenze concrete sarebbero da deplorare?

Da questa situazione derivano almeno tre conseguenze nocive. La più immediata è quella di una profonda fragilità strutturale. I sacerdoti e i fedeli che godono di determinati privilegi che consentono loro l’uso della liturgia tridentina vivono nell’angoscia del domani: un privilegio non è un diritto. Finché l’autorità li tollera, possono svolgere la loro pratica religiosa senza essere disturbati. Ma non appena l’autorità formula determinate esigenze, impone condizioni o revoca improvvisamente, per una ragione o per un’altra, le autorizzazioni concesse, sacerdoti e fedeli si ritrovano in una situazione di conflitto, senza alcun mezzo per difendersi e garantire efficacemente quegli aiuti tradizionali che le anime hanno diritto di attendersi. Ora, come evitare in modo duraturo tali casi di coscienza, quando tra due concezioni inconciliabili della vita della Chiesa, incarnate in due liturgie incompatibili, una gode di diritto di cittadinanza mentre l’altra è soltanto tollerata?

 

In secondo luogo – ed è probabilmente più grave – non viene più compresa la ragione dell’attaccamento di questi gruppi alla liturgia tridentina, compromettendo gravemente i diritti pubblici della Tradizione della Chiesa e, con ciò, il bene delle anime. Infatti, se la Messa di sempre può accettare che la Messa moderna sia celebrata in tutta la Chiesa e se per sé non rivendica che un privilegio particolare, legato a una preferenza o a un carisma proprio, come comprendere che questa Messa di sempre si opponga in modo irrimediabile alla Messa nuova, rimanga l’unica vera liturgia di tutta la Chiesa e che nessuno possa essere impedito di celebrarla? Come comprendere che la Messa di Paolo VI non possa essere riconosciuta, perché costituisce un notevole allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa, e che nessuno possa essere costretto a celebrarla? E come vengono efficacemente distolte le anime da questa liturgia avvelenata, per abbeverarsi alle fonti pure della liturgia cattolica?

 

Infine, conseguenza più remota che deriva dalle due precedenti, la necessità di non compromettere, con un comportamento che disturba, una stabilità fragile, riduce molti pastori a un silenzio forzato, quando invece sarebbe necessario levarsi contro questo o quell’insegnamento scandaloso che corrompe la fede o la morale. La necessaria denuncia degli errori che demoliscano la Chiesa, richiesta dal bene stesso delle anime minacciate da questo nutrimento avvelenato, ne risulta paralizzata. Si illumina in privato l’uno o l’altro, quando si riesce ancora a discernere la nocività di tale o talaltro errore, ma non è più che un timido sussurro, in cui la verità fatica a esprimersi con la libertà richiesta… soprattutto quando si tratta di combattere principi tacitamente ammessi. Anche in questo caso sono le anime a non essere più illuminate e a essere private del pane della dottrina di cui tuttavia restano affamate: col tempo ciò modifica progressivamente le mentalità e conduce poco a poco all’accettazione generale e inconscia delle diverse riforme che toccano la vita della Chiesa. Anche verso queste anime la Fraternità sente la responsabilità di illuminarle e di non abbandonarle.

 

Non si tratta di muovere rimproveri né di giudicare chicchessia, ma di aprire gli occhi e constatare i fatti. Ora, siamo costretti a riconoscere che, nella misura in cui l’uso della liturgia tradizionale rimane condizionato dall’accettazione almeno implicita delle riforme conciliari, i gruppi che ne beneficiano non possono costituire una risposta adeguata alle necessità profonde che conoscono la Chiesa e le anime. Al contrario, per riprendere un’idea già espressa, occorre poter offrire ai cattolici di oggi una verità senza concessioni, servita senza condizionamenti, con i mezzi per viverla integralmente, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.

 

Detto questo, non pensa che Roma possa mostrarsi più generosa in futuro nei confronti della Messa tradizionale?

Non è impossibile che Roma possa adottare in futuro un atteggiamento più aperto, come è già avvenuto nel 1988, in circostanze analoghe, quando il messale antico fu concesso ad alcuni gruppi nel tentativo di distogliere i fedeli dalla Fraternità. Se ciò dovesse accadere di nuovo, sarebbe una scelta molto politica e ben poco dottrinale: il Messale tridentino è destinato esclusivamente ad adorare la maestà divina e a nutrire la fede; non può essere strumentalizzato come un dispositivo di aggiustamento pastorale o come una variabile di pacificazione.

 

Detto questo, una benevolenza più o meno grande non cambierebbe nulla della nocività del quadro descritto sopra e, pertanto, non modificherebbe sostanzialmente la situazione.

 

D’altra parte, lo scenario è in realtà più complesso: a Roma, papa Francesco e il cardinal Roche hanno ben constatato che, ampliando l’uso del Messale di san Pio V, si innesca inevitabilmente una messa in discussione della riforma liturgica e del Concilio, in proporzioni fastidiose e soprattutto incontrollabili. È dunque difficile prevedere ciò che accadrà, ma il pericolo di un irrigidimento in logiche più politiche che dottrinali è reale.

 

Che cosa vorrebbe dire in modo particolare ai fedeli e ai membri della Fraternità?

Vorrei dire loro che il momento presente è anzitutto un tempo di preghiera, di preparazione dei cuori, delle anime e anche delle intelligenze, al fine di disporsi alla grazia che queste consacrazioni rappresentano per tutta la Chiesa. Il tutto nel raccoglimento, nella pace e nella fiducia nella Provvidenza, che non ha mai abbandonato la Fraternità e che non la abbandonerà neppure ora.

 

Spera ancora di poter incontrare il Papa?

Sì, certamente! Mi sembra estremamente importante poter conferire con il Santo Padre, e vi sono molte cose che sarei lieto di condividere con lui, che non ho potuto scrivergli. Purtroppo, la risposta ricevuta da parte del cardinal Fernández non prevede un’udienza con il Papa. Essa evoca invece la minaccia di nuove sanzioni.

 

Che cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla?

Anzitutto, ricordiamo che, in simili circostanze, eventuali pene canoniche non avrebbero alcun effetto reale.

 

Tuttavia, se dovessero essere pronunciate, è certo che la Fraternità, senza alcuna amarezza, accetterebbe questa nuova sofferenza come ha saputo accettare quelle passate, e la offrirebbe sinceramente per il bene della Chiesa stessa. È per la Chiesa che la Fraternità lavora. E non dubita che, se una tale situazione dovesse verificarsi, non potrebbe che essere temporanea; poiché la Chiesa è divina e Nostro Signore non l’abbandona.

 

La Fraternità continuerà dunque a operare al meglio nella fedeltà alla Tradizione cattolica e a servire umilmente la Chiesa rispondendo alle necessità delle anime. Continuerà anche a pregare filialmente per il Papa, come ha sempre fatto, nell’attesa di poter essere un giorno liberata da eventuali sanzioni ingiuste, come avvenne nel 2009. Siamo certi che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali avranno contribuito in modo provvidenziale a mantenere la fede, per la maggiore gloria di Dio e la salvezza delle anime.

 

Intervista data a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026 nella festa della Purificazione della Beatissima Vergine

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine da FSSPX.News

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Renovatio 21 pubblica una trascrizione della lezione che monsignor Richard Williamson (1940-1925), in quella che sembra un’aula di quello che fu il seminario della FSSPX a Winona, in Minnesota, dedicata all’analisi del Manifesto di Unabomber, al secolo Theodor Kaczynsky (1942-2023), matematico, pensatore e terrorista che disseminò di bombe postali gli Stati Uniti per lustri.  Come raccontato da Renovatio 21, non è irrilevante notare che il giovanissimo Kaczynsky, arrivato all’ateneo di Harvard a 16 anni grazie alle sue doti matematiche straordinarie, fu oggetto di un crudele esperimento psicologico (forse legato al famigerato programma di studio del controllo mentale MK Ultra messo in piedi dalla CIA duranta la guerra fredda) volto a distruggerne la persona. Ad ogni modo, la lezione di monsignor Williamson sull’argomento assume particolarmente valore  perché mostra il contatto tra due visioni totalmente critiche del mondo moderno, quella antitecnologica dell’Unabomberro e quella tradizionista di monsignor Williamson, della FSSX e di tutto il cattolicesimo tradizionalista. Sentire la mezzoretta monsignor Williamson commentare la disamina delle questioni della società presente di Kaczynsky vale di più, a nostro avviso, delle centinaia di pagine di Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola, con le sue fumisterie esoteriche intellettualoidi. Notevole, in questo discorso di Sua Eccellenza registrato trenta anni fa, l’attacco sferrato all’Unione Europea, allora non ancora a pieno regime con l’euro, e a quanti, pur dicendosi sovranisti, non sono in grado di fermarla rinunziando alla sua interdipendenza economica. Ulteriormente impressionante la piena condanna del vescovo Williamson contro la scuola moderna, della psicoterapia e soprattutto l’uso degli psicofarmaci, usati per piegare i bambini e gli adulti ad una società sbagliata.     Il manifesto di Unabomber, che è di circa cento pagine in edizione economica, quindi è piuttosto corposo, e lui dice che è già troppo breve. Quindi lui ritiene di avere un grande argomento, e io credo che ce l’abbia. Non penso che sia infallibile, e non penso che sia un santo, ma penso che sia interessante, e penso che abbia ragione su qualcosa.   Leggiamo il breve, brevissimo sommario. «La società moderna  sta distruggendo la dignità umana e la libertà attraverso la sua tecnologia industriale. Le macchine  stanno disumanizzando».   «Un sintomo di questa distruzione è il moderno uomo di sinistra, o sinistrorso – un tipo d’uomo ricorrente in numerosi movimenti di protesta oggi, spesso lui stesso non appartenente a nessun gruppo di minoranza». In altre parole, non è nero, non è nemmeno una donna, non è lesbica, non è ebreo o altro – è un WASP [White Anglo Saxon Protestant, ossia i bianchi di origine britannica e protestante, ndt] – ma nondimeno, «nel nome di una varietà di questi gruppi, attacca la civiltà occidentale con un’ostilità che tradisce la sua mancanza di reale compassione per le presunte vittime». Il tuo sinistrorso finge di simpatizzare con ebrei e neri o omosessuali o quel che sia, e non è vero. Queste cose sono tutte uno strumento per colpire la civiltà occidentale.   Perché vuole colpire la civiltà occidentale? Unabomber non lo sa, ma io e te lo sappiamo: perché la civiltà occidentale ha tradito Dio molto tempo fa.   Quello che Unabomber, nel primo paragrafo, sta di fatto osservando, senza capirlo è che il mondo si sta rivoltando contro la gente. In altre parole, i cuccioli di foca, lo strato di ozono usato – in realtà sono ancora i neri e gli ebrei a essere usati, o gli handicappati, o tutti questi gruppi minoritari usati come leva per distruggere quello che resta ancora di una civiltà cristiana. Perché il sinistrorso dice «questo strato non va bene», e ha ragione in buona parte, perché questo strato è molto lontano dalla Chiesa cattolica, e lui rappresenta diversi tradimenti già avvenuti.   Quindi il sinistrorso attacca – be’, in nome di cosa attacca? Non può attaccare in nome del re, perché sarebbe tirannia. Non può attaccare in nome dell’aristocrazia, perché sarebbe elitismo. Non può attaccare in nome della classe media, perché sarebbe capitalismo. Quindi deve attaccare in nome degli alberi, dei cuccioli di foca, e dei neri e degli ebrei. Quindi è arrivato fin qui – questo è ciò che il sinistrorso sta di fatto facendo.   Unabomber non può vederlo, perché non appartiene a un gruppo di minoranza, ma iltuo sinistrorso, dice Kaczynski, attraversa questa falsa associazione con i gruppi minoritari come mezzo per colpire la civiltà occidentale, e lo fa con un’ostilità che tradisce il fatto che non è realmente interessato o solidale con neri, ebrei e omosessuali. In realtà vuole distruggere quello che resta della civiltà occidentale.   «Né la sua rivolta può essere così autentica contro la società quando desidera integrarli in essa» – questa è un’altra affermazione che richiede di essere discussa intelligentemente. Vedete? Perché lui vuole i neri – dice che i neri sono disprezzo, sono una trappola — vuole i neri di nuovo nella società. Ehi, pensavo avessi detto che la società non andava bene – ma allora perché vuoi tirarci dentro i neri? Vedete, sta cogliendo la contraddizione che c’è in questi sinistrorsi. Dice che il sinistrismo è una barzelletta, e ha ragione, e dice che è un sintomo.   Il sinistrismo è dunque un – la malattia del sinistrismo è un sintomo della malattia della società moderna, e lui darà la colpa della malattia della società moderna alla tecnologia industriale.  

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Punto due. «Il sistema tecnologico-industriale – TI, in breve – rende talmente facile per gli uomini soddisfare i loro bisogni di base di cibo, vestiario e riparo, che il bisogno altrettanto naturale dell’uomo di raggiungere qualche obiettivo attraverso uno sforzo serio da parte sua rimane ampiamente frustrato».   Ha di nuovo ragione. Ai vecchi tempi non c’erano ragazzi che vagavano per le strade e si frustravano, che facevano sparatorie dall’auto e frequentavano cinema squallidi – be’, non succedeva ai vecchi tempi, perché i ragazzi dovevano lavorare la terra, perché se non lavoravano la terra, la madre sarebbe morta di fame a febbraio o marzo.   La dura disciplina del lavoro agricolo faceva sì che i ragazzi non si mettessero nei guai, e nemmeno le ragazze si mettessero nei guai. Le ragazze non avevano la lavatrice, quindi dovevano restare a casa a mandare avanti la fattoria, lavare i vestiti degli uomini mentre gli uomini lavoravano tutto il giorno nei campi. Quindi c’era un’interazione e una necessità e una dura fatica di vita che impediva loro di perdere le misure.   C’è una cosa molto divertente detta a proposito degli immigrati ebrei – che sbarcavano a Brooklyn, e poi, si trasferivano nell’entroterra, nelle zone più eleganti del New Jersey, dove dice: «Sai, quando siamo sbarcati dal Vecchio Mondo a Brooklyn, eravamo troppo miserabili per pensare al suicidio. Ma ora che siamo ricchi, oziosi e agiati nel New Jersey, e abbiamo bellissime case, pensiamo tutti al suicidio. Finché eravamo miserabili eravamo abbastanza felici; ora che siamo completamente felici, siamo tutti miserabili». Ecco, è questo – è questo che sta dicendo Unabomber.   Sta dicendo che un uomo non ha bisogno solo di cibo e vestiti e così via – ha anche bisogno di fare qualcosa con uno scopo nella sua vita, di sentire di aver dato un contributo, di sentire che quello che fa conta. E quel senso che quello che fa conta tende a essere distrutto dalle enormi mietitrebbie che, con una bocca larga come questa stanza, attraversano un campo in poche ore e sfamano l’intero villaggio per tutto l’inverno.   C’è un compromesso per queste macchine magnifiche, ed è tutto molto bello avere una magnifica mietitrebbia che sfamerà l’intero villaggio per tutto l’inverno in poche ore, ma il compromesso è che i ragazzi diventeranno dei fannulloni assistiti. Se non avessi enormi mietitrebbie, non potresti avere fannulloni assistiti, perché i fannulloni assistiti sarebbero tutti fuori a raccogliere cotone, perché dovrebbero guadagnarsi da vivere e mettere il cibo in tavola.   Quindi il compromesso di queste enormi macchine è un tempo libero che molta gente non sa come usare, e in realtà la distruzione del senso del proprio valore per molte persone, perché «non devo lavorare, mi occupo di bollini e assistenza sociale, è tutto…»   «La famiglia o qualsiasi altra lealtà su piccola scala naturale all’uomo…», e intende allora l’uomo locale, di villaggio. Unabomber si rende conto che l’uomo vive naturalmente in piccole comunità. Vive in una famiglia, poi la famiglia vive in un isolato, e l’isolato fa parte di un villaggio o di una strada. E Unabomber dice che gli uomini ne hanno bisogno, ma dice che «qualsiasi lealtà su piccola scala di questo tipo viene necessariamente distrutta dall’impegno su larga scala richiesto dal funzionamento della tecnologia industriale».   È molto acuto. Fermiamoci un momento a pensarci. Ecco una fabbrica che produce in serie, credo sia questo il suo esempio, che produce in serie, diciamo, scarpe, e poiché ne produco così tante, le produco a prezzi molto bassi. Ma se produco, a Cleveland, Ohio, un’enorme quantità di scarpe, devo farle arrivare in tutte le parti del Paese. In altre parole, ci deve essere una distribuzione perché le scarpe siano prodotte così a buon mercato. I camionisti, gli autotrasportatori, devono portarle fuori; gli autotrasportatori non devono scioperare. Gli autotrasportatori devono essere sincronizzati con la fabbrica, e poi i rivenditori devono essere sincronizzati con gli autotrasportatori, sincronizzati con la fabbrica. La produzione su larga scala richiede il buon funzionamento di una macchina enorme.   Quindi, dice, è questo che intende per «l’impegno su larga scala richiesto dalla tecnologia industriale». La tecnologia industriale richiede un impegno su larga scala per funzionare. Dice che un solo frigorifero richiede acciaio, richiede freon – la fabbrica che produce freon, o qualcosa di simile – richiede qualcuno che lo trasporti attraverso il Paese, richiede un’infinità di cose a cui non pensi quando il frigorifero è semplicemente lì, fermo. Ma dietro un frigorifero c’è tutto un sistema, un intero sistema su vasta scala e grande, tutto necessario perché un frigorifero funzioni – a cui si aggiunge, ovviamente, la necessità di un’intera centrale elettrica locale.   Insomma, la tecnologia industriale distrugge i valori familiari, perché devi mettere la lealtà verso il grande sistema al di sopra della lealtà verso il mio piccolo villaggio, altrimenti il grande sistema semplicemente non funzionerà. E quindi il grande sistema è in guerra con i piccoli sistemi, e se metti tutta la tua fede e il tuo denaro nei grandi sistemi, questo distruggerà necessariamente i piccoli sistemi.   Quindi quando la gente dice «vogliamo la famiglia, vogliamo i valori familiari, vogliamo la famiglia, vogliamo i valori familiari», e poi nel respiro successivo dice «ma vogliamo beni prodotti in serie che siano tutti molto economici, così da avere uno stile di vita comodo e agiato», Unabomber dice che queste persone si contraddicono senza rendersene conto. Vogliono un’infinità di cose che minano quello che, dall’altra parte, pensano anche loro di volere.   E così l’intero sistema della vita americana, per esempio, tende alla distruzione della famiglia, tanto che quando poveri americani si alzano in piedi e dicono «voglio difendere la mia famiglia, credo nei valori familiari, voglio difendere la mia famiglia», quasi sempre quegli stessi americani, due o tre o cinque o dieci o cinquanta minuti dopo, si schiereranno a favore della tecnologia, o a favore dell’industria, o a favore di qualcosa che mina proprio quella famiglia che avevano appena detto di voler difendere. Quindi c’è sempre un compromesso, e il compromesso della tecnologia industriale è costoso.

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Esattamente la stessa cosa sta succedendo in Europa. In Europa, inglesi perbene dicono «vogliamo l’Inghilterra», tedeschi patriottici dicono «vogliamo la sovranità della Germania», un francese perbene dice «vogliamo la Francia cattolica all’antica» – ma un quarto d’ora dopo, quello stesso inglese, quello stesso tedesco e quello stesso francese dicono tutti «ma vogliamo anche la bella vita che è offerta dalla produzione su scala europea». Ma nel momento in cui ti schieri per la produzione su scala europea, in modo che le scarpe vengano dalla Spagna, i pomodori vengano dall’Italia, i rasoi vengano dall’Olanda, il manzo venga dall’Inghilterra, qualsiasi cosa sia — nel momento in cui vuoi la produzione su scala, con le banane che vengono dall’Irlanda, qualsiasi cosa possa essere – devi necessariamente mettere l’Europa al primo posto. E così questi cari europei, che da un lato vogliono difendere il proprio Paese, dall’altro vogliono la vita morbida, economica e facile – si contraddicono senza rendersene conto.   Se vuoi un Paese bello e sovrano, devi pagarne il prezzo, che è avere meno beni manifatturieri comodi ed economici. Se vuoi questi beni prodotti in serie, comodi, economici e facilmente disponibili, devi dire, prima o poi, addio alla sovranità nazionale. Scegli – paghi i tuoi soldi, fai la tua scelta – ma non puoi avere entrambe le cose. Unabomber lo vede, ed è un uomo intelligente, e dice: non puoi avere sia la tecnologia industriale su scala nazionale sia la famiglia – non puoi avere entrambe le cose, dovrai fare una scelta. Quindi, distrugge i valori familiari.   «Allo stesso modo, la moltitudine di regole e regolamenti imposti dal funzionamento della tecnologia industriale soffoca la capacità dell’uomo di agire per conto proprio per raggiungere obiettivi reali» – che è ciò che Unabomber chiama «la sua vera libertà». E quindi, secondo Unabomber, la tecnologia industriale non è solo contro la famiglia, la tecnologia industriale è anche contro la libertà. Ha questo pallino della libertà, ma c’è qualcosa di vero.   Tre: «nessun adattamento o compromesso minore può riconciliare la tecnologia industriale con la libertà, sia perché la tecnologia industriale deve regolare da vicino il comportamento umano per poter funzionare, sia perché tutte le parti della tecnologia industriale sono interdipendenti». È una cosa che dimostra nel dettaglio.   Se prendi, ad esempio, un’acciaieria. Come sapete, un’acciaieria, un forno per rotaie d’acciaio, deve restare caldo tutto il tempo. Ci vuole molto tempo per riscaldare un forno d’acciaio, e una volta che è caldo, devi tenerlo in funzione. In altre parole, dovrai avere operai attivi ventiquattr’ore su ventiquattro – operai per il primo turno, operai per il secondo turno, operai per il terzo turno. E se uno degli operai del turno molla, il forno si raffredda e gli altri operai del turno vanno nei guai. Devi entrare nel sistema e diventare parte del sistema e obbedire al sistema perché il sistema funzioni.   Mentre quando gestisci la tua piccola fattoria, con i tuoi piccoli cavalli, indipendentemente da qualsiasi altra fattoria, non devi preoccuparti di ciò che qualcun altro sta facendo nella sua fattoria – sei tu l’unità, l’unità di lavoro è solo la tua piccola fattoria, l’unità di lavoro al massimo è il tuo piccolo villaggio. Ma la tecnologia industriale fa sì che la tua unità di lavoro sia o l’intero Paese o l’intero continente, e in Europa la cosa sta diventando drammatica, perché la sovranità nazionale di queste famose vecchie nazioni sta andando in rovina, e sta andando in rovina sotto le ruote del colosso inarrestabile della tecnologia industriale.   Tutte le parti sono interdipendenti. Per esempio, i produttori di frigoriferi hanno assolutamente bisogno di elettricità, e l’elettricità ha assolutamente bisogno di qualcuno che produca le macchine che necessitano di elettricità. Tutto il sistema si intreccia su una scala enorme. Tutto il sistema deve intrecciarsi – non puoi negarlo, semplicemente non puoi negarlo. E c’è sempre un compromesso, ma se hai la tecnologia su scala nazionale, c’è una grave perdita per quanto riguarda la famiglia.   Ed egli argomenta che «il desiderio degli uomini per la tecnologia industriale e per i benefici che la tecnologia industriale offre da tempo si è dimostrato più forte del loro desiderio di libertà, per una varietà di ragioni, cosicché l’avanzata della tecnologia industriale sembra a molte persone irreversibile». Sono sicuro che a molti di voi sembra reversibile.   Per esempio, un esempio interessante, l’uso dell’automobile era originariamente facoltativo. Quando le automobili sono apparse per la prima volta, potevi averne una o potevi non averla, non eri obbligato ad averla. Tuttavia poi, dopo un po’, dopo che le automobili erano arrivate – specialmente negli Stati Uniti – le città sono state disegnate in funzione dell’automobile, i sobborghi hanno immediatamente iniziato a estendersi molto più ampiamente, e per andare ai negozi hai bisogno di un’automobile.

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Nelle città e nei paesi all’antica, come nel New England, potevi andare a piedi ai negozi o alle case – ma non più oggi. Il centro commerciale è a cinque o dieci minuti in automobile, e tutti non pensano due volte per saltare in macchina e guidare fino al centro commerciale per fare acquisti – ti serve un’automobile per arrivare al centro commerciale. A volte non hanno nemmeno più marciapiedi o passaggi pedonali per andare dai sobborghi o dalle case ai centri commerciali, e se cammini da casa tua al centro commerciale, passa la volante della polizia a chiederti cosa stai facendo, perché sei una creatura strana se sei ancora sulle tue due gambe.   In altre parole, in origine l’uso dell’automobile era facoltativo, ma l’automobile stessa ha cambiato talmente l’assetto delle città che ora devi avere un’automobile. Quindi, argomenta, la tecnologia industriale non sarà fermata da nessuna riforma su piccola scala, ma solo da una rivoluzione totale. Quindi vuole un’altra rivoluzione per smantellare l’establishment della tecnologia industriale.   Va ammesso: l’uomo ha un po’ di cervello. Quattro: lo scontro tra tecnologia industriale e libertà umana è messo in evidenza dal fatto che la tecnologia industriale persegue attualmente modi per domare il comportamento umano selvaggio; per esempio, il controllo della scuola, il controllo della genitorialità, le droghe – come si chiama quella famosa che danno ai bambini, il Ritalin o qualcosa del genere – la psicoterapia, la neurologia, la genetica, e presto, è dietro l’angolo, l’ingegneria del cervello.   Queste sono tutte forme di manipolazione con cui la tecnologia industriale, se può, re-ingegnerizzerà la natura stessa dell’uomo per adattarla alla tecnologia industriale. Ha ragione! In altre parole, è la coda che scodinzola il cane. L’uomo ha creato la tecnologia industriale per servirlo, ma ora l’uomo sarà cambiato per servire e adattarsi alla tecnologia industriale. Questo è ciò che sta succedendo – sta succedendo proprio attorno a noi.   Sai, diamo ai bambini le medicine perché non si adattano alle nostre meravigliose scuole, o non si adattano al nostro meraviglioso stile di vita. «Mia moglie sta pensando che io sono un figlio di hmh – be’, devo mandarla dallo psicoterapeuta perché ha un problema». No – forse non ce l’ha, forse sei tu il problema. Forse tutti questi ragazzi che non si adattano alla società moderna — forse non sono loro gli inadatti, forse è la società a essere inadatta.   Ascolti questi cantanti rock – ho menzionato i Pink Floyd – ascolti questi cantanti rock, sono in preda al dolore, sono in preda al dolore per la società moderna. «Non abbiamo bisogno di istruzione, non abbiamo bisogno di controllo del pensiero» – si lamentano delle scuole, perché il sistema scolastico processa e fa il lavaggio del cervello, il sistema scolastico nega a questi ragazzi il loro valore e la loro importanza come esseri umani. Vuole trasformarli in macchine, vuole trasformarli in nerd informatici.   E c’è una frase meravigliosa nel libro che dice è che gli insegnanti nelle scuole di oggi sono troppo occupati a togliere coltelli e pistole ai ragazzi per avere il tempo di trasformarli in nerd informatici. Detto bene, molto ben detto, perché i ragazzi non vogliono essere trasformati in nerd informatici.   Cosa vogliono i ragazzi? Non lo sanno, non sanno cosa vogliono – tutto quello che sanno è che non vogliono la società moderna. Non sto dicendo che i ragazzi siano santi o angeli, ma sto dicendo che la società moderna ha molte cose profondamente sbagliate, e Unabomber, anche senza la fede, è abbastanza intelligente da essere sulla traccia di queste cose che la società moderna ha sbagliato.   Quello che sta succedendo è – ed è qui che ci ricolleghiamo alle encicliche – la Chiesa cattolica comprende la natura umana come Dio l’ha fatta, ma i massoni vogliono cambiare la natura umana. Vogliono piegarla, vogliono sostituire la natura data da Dio con una nuova natura tutta loro. Ma la nuova natura, il nuovo mondo, il nuovo mondo tecnologico, il nuovo mondo delle macchine che stanno producendo per cambiare la natura umana, non si adatta alla natura umana, e quindi i poveri ragazzi strillano e urlano, perché sanno che non si adatta.   Poi i ragazzi raggiungono l’età di vent’anni, e cedono. I ragazzi dicono: «Be’, mi offrono un lavoro bello comodo da cinquantamila l’anno, e c’è una bella ragazza qui, quindi mi accontenterò di una casetta scadente, una moglie scadente, un’auto scadente, uno stipendio scadente, e avrò una felicitàscadente, e poi so che i miei figli ascolteranno il rock and roll quando cresceranno, ma so che ne usciranno, proprio come è successo a me». Che razza di mondo è questo?   Quindi, tutte queste sono forme di manipolazione attraverso cui la tecnologia industriale nazionale, se può, re-ingegnerizzerà la natura stessa dell’uomo per adattarla alla tecnologia industriale – la coda sta già scodinzolando il cane. Abbiamo un profondo problema umano, e Unabomber sta uccidendo persone per svegliare la gente su questo problema. Non sto dicendo che abbia ragione  – ma l’uomo è così frustrato nel tentativo di far arrivare un messaggio serio a persone che non vogliono essere raggiunte, che ricorre a uccidere per farsi ascoltare.   «Attualmente, sempre più esseri umani si sollevano in rivolta contro la tecnologia industriale, ma se la tecnologia industriale prevale, nemmeno i governanti, i manipolatori, i tizi al comando della tecnologia industriale, avranno molta libertà di movimento». Okay – è verissimo. Sono seduto in cima a questa macchina, che sta schiacciando tutti gli altri, ma devo restare nella cabina di questa macchina, e devo continuare a controllare tutti questi comandi – altrimenti non sarò più seduto qui a lungo. Qualcun altro prenderà il mio posto, perderò il controllo, loro smetteranno di essere schiacciati, e allora sarò io a essere schiacciato insieme a tutti gli altri.

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Quindi la macchina schiaccia le persone sotto di essa in un modo, e schiaccia le persone che la guidano in un altro. È un trionfo del diavolo – un assoluto trionfo del diavolo. Tutti vengono disumanizzati, tutti vengono schiacciati.   Se vince, allora nemmeno i conducenti della tecnologia industriale avranno molta libertà di movimento, mentre se la tecnologia industriale viene distrutta – questo è il sogno di Unabomber – potrebbe esserci il caos, ma almeno l’umanità avrà un’altra possibilità, e il caos potrebbe causare meno sofferenza rispetto al proseguimento della nostra tecnologia industriale.   E lui argomenta ogni punto lungo il percorso. Cinque: perché se la tecnologia industriale sopravvive, allora il futuro appare cupo, perché ha varie alternative. Se non viene spezzata e distrutta, se non prendiamo mazze per demolire l’intero stile di vita della tecnologia industriale, se la tecnologia industriale continua, ci sono varie alternative.   O, per ragioni di efficienza, le macchine saranno in totale controllo e nessun uomo avrà alcuna libertà, «oppure un’élite resterà al comando, e l’élite gestirà le macchine padrone. E allora ci sono di nuovo due alternative: l’élite gestirà le macchine padrone in modo da eliminare le masse, così che pochi siano al comando mentre il resto sia tutto morto; oppure gestiranno le macchine in modo da domare le masse, addomesticare le masse, così che i pochi siano incatenati alla macchina – devono restare al posto di guida e continuare a premere i pulsanti – mentre il resto non ha libertà o significato nelle proprie vite».   «Se la tecnologia industriale sopravvive, in qualunque modo, l’uomo dovrà essere re-ingegnerizzato oltre ogni riconoscimento». Ora, questo è o tecnologia industriale o uomo – scegli. È questo che sta argomentando. È un forte sei.   Sei: la la tecnologi aindustriale non è inarrestabile. Possiamo inceppare gli ingranaggi. L’alternativa positiva di cui abbiamo bisogno ora – è qui che entra la natura selvaggia, è per questo che è andato a vivere in una capanna nel Montana, libero dagli uomini, o con uomini selvaggi. Quindi torna a distruggere esseri umani – non ha risposta, non ha una vera risposta. Vede il problema, è molto bravo con il problema, ma senza la fede non ha idea di come rimetterlo insieme, o come uscirne.   Quindi la sua risposta è logica: dato che la tecnologia industriale è il problema, allora dobbiamo tornare alla natura selvaggia. E aveva quella piccola capanna nel mezzo del Montana, nel mezzo del nulla.   Qual è il vantaggio della natura selvaggia? È completamente non tecnologica – sai, vipere e felci e cespugli e fiumi e torrenti e montagne e nuvole. Non è tecnologia, è bella, si prende cura di sé stessa, permette la sopravvivenza – la vita. Si può avere il mal di denti, ma meglio il mal di denti che la tecnologia industriale.   «I mezzi per rovesciare la tecnologia industriale sono una rivoluzione che non sarà solo politica, ma economica e tecnologica, mondiale, perché non può essere rovesciata pezzo per pezzo». Quindi sta sognando una massiccia sollevazione mondiale contro la macchina.   Soprattutto – quindi vuole un’altra rivoluzione, ne abbiamo avute una, due, tre, quattro, quindi vuole una quinta rivoluzione, è tutta la stessa cosa.,, « Poiché la tecnologia industriale non può essere rovesciata pezzo per pezzo, soprattutto, che i nostri rivoluzionari abbiano l’unico obiettivo chiaro: la tecnologia industriale deve sparire (…) Tutti i mezzi per raggiungere quell’obiettivo possono poi essere adattati pragmaticamente». E qui parla come Lenin, sai – parla come un comunista, e dice che abbiamo bisogno di una rivoluzione, e i rivoluzionari devono fissarsi sull’obiettivo e poi adattare tutti i mezzi, se prendi quello che diceva Lenin.   Sette, infine: che i nostri rivoluzionari non si mescolino con i sinistrorsi, che sono anti-individualisti quanto la tecnologia industriale stessa, e quindi i sinistrorsi si opporranno alla tecnologia industriale solo per poi usarla contro tutti gli altri. Lui conosce i sinistrorsi a fondo – ha detto che odia la tecnologia industriale, e poi odia i sinistrorsi, e vuole tornare alla natura selvaggia. È solo un’altra soluzione anomala, in effetti, ma ha ragione – come spesso, fino in fondo – ha ragione sui difetti dell’establishment precedente. Enrico VIII aveva torto, perché Enrico stava attaccando la Chiesa cattolica, ma tutti gli altri hanno più o meno ragione in quello che attaccano.   «Inoltre, il sinistrismo è abitualmente incline a collaborare con le rivoluzioni con i non-sinistrorsi solo per poi tradirli in seguito. Il sinistrismo è totalitario per natura – infatti è una religione sostitutiva, il bisogno di credere nella quale farà sì che anche seguaci onesti condonino i crimini più indecenti dei loro leader».   E così ha iniziato con la delinquenza del sinistrismo, e finisce con la delinquenza del sinistrismo, quindi sa che il sinistrismo non è una risposta – sta protestando contro il sinistrismo, sta protestando contro i socialisti di Franklin Delano Roosevelt, i socialisti assistenzialisti di FDR e il loro Stato assistenziale, il loro Stato assistenziale tecnologico-industriale.   È un altro gradino più in basso, poveretto – se solo potessei avesse saputo tornare alla fede.  

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Spirito

Papa Leone XIV celebra il motto massonico e rivoluzionario francese «Libertà, Uguaglianza, Fraternità»

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Papa Leone XIV ha celebrato un motto della Rivoluzione francese usato dai massoni — il famigerato «Libertà, Uguaglianza, Fraternità» — come «imperativi etici universali” durante un discorso all’Eliseo venerdì scorso. Lo riporta LifeSite.

 

«La Francia ha contribuito in modo significativo al progresso del nostro mondo, compreso il riconoscimento dei diritti umani fondati sulla natura stessa della persona umana, in particolare la libertà religiosa», ha affermato Leo alla presenza del controverso presidente Emmanuel Macron e di alti funzionari francesi. Macron, si ricordi, ha da poco avviato l’eutanasia e suicidio assistito in Francia e piazzato l’aborto in costituzione.

 

«Questa costante attenzione alla dignità intrinseca di ogni persona trova eco nel vostro motto nazionale. Libertà, uguaglianza e fraternità non sono semplicemente parole impresse sulla facciata dei vostri edifici pubblici; si riferiscono a imperativi etici universali che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione», ha affermato il romano pontefice.

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Il riferimento di Leone a «Libertà, uguaglianza e fraternità» come «imperativi etici universali» è preoccupante perché, sebbene queste parole siano il motto nazionale della Francia, lo sono anche del Grande Oriente massonico e della Grande Loggia di Francia. Il motto deriva dalla Rivoluzione francese, che si oppose ferocemente alla Chiesa cattolica e che, durante il «Regno del Terrore», causò la morte per ghigliottina di migliaia di vescovi, sacerdoti, religiosi e laici cattolici.

 

Per secoli la vecchia chiesa, partendo dalle rivelazioni dell’abate Augustin Barruel (1741-1820), ha considerato la Rivoluzione francese come una grande operazione massonica per scardinare il cattolicesimo distruggendo al contempo trono (cioè l’autorità monarchica) ed altare (cioè l’autorita religiosa romana).

 

L’elogio di Leone della «libertà religiosa» che, a suo dire, è stata riconosciuta dalla Francia, è in contrasto con la tradizionale concezione cattolica dell’argomento. La Quanta Cura e il Sillabo degli Errori di papa Pio IX condannavano l’idea che «Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che, guidato dalla luce della ragione, riterrà vera».

 

Nel discorso di venerdì il Papa sembra aver al contempo rimproverato il secolarismo francese, che a sua volta affonda le radici nella Rivoluzione francese.

 

«Il cristiano impegnato nella vita pubblica, che agisce alla luce della sua coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista né una minaccia all’unità della patria», ha detto Leone.

 

«Un giusto laicismo, dunque, non consiste nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nell’impegnarsi affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le forze al servizio del bene comune», ha affermato il papa.

 

Sembrava che il suo intento fosse criticare apertamente la politica francese di «laicità», che impone la totale separazione tra Stato e religione. Tale politica fu codificata dalla Legge sulla separazione tra Chiesa e Stato del 1905.

 

L’anno scorso Macron ha pronunciato un discorso alla nazione elogiando la struttura laica del Paese, affermando che la «Repubblica laica» significa che la Francia non rappresenta «un’identità nata da origini culturali, religiose o particolari». Ha elogiato la legge del 1905 come «il compimento della Rivoluzione francese».

 

Papa Leone ha sottolineato venerdì le «profonde radici cristiane» della Francia, che risalgono a Sant’Ireneo di Lione e al battesimo di Clodoveo, re dei Franchi, nel 496, evento che sancì il titolo della Francia di «Figlia maggiore della Chiesa».

 

Leone ha inoltre sottolineato l’importanza del diritto alla vita e ha condannato l’aborto, il suicidio assistito e la maternità surrogata in presenza di funzionari francesi. In questo modo ha criticato le stesse leggi francesi a favore dell’aborto e del suicidio assistito. Il Paese ha recentemente approvato una legge che legalizza l’eutanasia e il suicidio assistito a determinate condizioni.

 

«La tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano», ha affermato il pontefice, sostenendo che è necessario «accogliere la vita incondizionatamente, di sostenere la fragilità con amorevole cura, di accompagnare ogni fase della vita con rispetto e fiducia reciproca e di difendere con coraggio e compassione coloro che non sono in grado di far sentire la propria voce e coloro che si sentono ignorati o trascurati».

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Leone ha inoltre espresso preoccupazione per le «tendenze sociali che rischiano di trasformare la scienza e la tecnologia in imprese a scopo di lucro, promuovendo la manipolazione genetica, la maternità surrogata, il traffico di organi umani o la possibilità di organizzare la propria morte».

 

«Non dimentichiamo che il rispetto reciproco e la protezione di ogni vita umana sono un dovere che incombe su ciascuno di noi», ha continuato Leone, ricordando che la «Dichiarazione universale dei diritti umani» fu proclamata per la prima volta a Parigi.

 

Prima del discorso alle autorità civili e al corpo diplomatico francesi, Leone ha incontrato privatamente Macron al Palazzo dell’Eliseo, nella prima tappa del suo viaggio in Francia. Il viaggio apostolico si svolge dal 25 al 28 settembre e comprende una visita alla sede dell’UNESCO, alla cattedrale di Notre Dame e al santuario di Nostra Signora di Lourdes.

 

Come riportato da Renovatio 21, inquietanti segni di avvicinamento del vaticano alla Rivoluzione francese, che uccise numeri immani di fedeli, suore, sacerdoti, si erano avuti di recente in una pagina del sito web ufficiale del Dicastero delle Cause dei Santi, l’organismo della Curia romana che si occupa di gestire tutti i processi di beatificazione e canonizzazione.

 

Nella scheda di beato Jean-Baptiste Souzy (1732-1794), sacerdote morto consunto dalla fame e dalla malattia in una carcerazione disumana inflitta dalle forze anticristiche della Rivoluzione francese.

 

Eppure, il sito vaticano scrive: «La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna, ma come tutte le rivoluzioni, che in qualche modo presuppongono un capovolgimento violento delle classi al potere con i rivoltosi, lasciò dietro di sé un lago di sangue, morti ingiuste, delitti e violenze» (corsivo nostro).

 

 

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Spirito

Flavigny: 26 nuovi seminaristi e futuri frati FSSPX

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Sotto uno splendido sole borgognone, in questo sabato 19 settembre, le famiglie si accalcano per accompagnare i propri figli all’ingresso del Seminario.   Provenienti da ogni angolo della Francia, ma anche dal Canada, dal Gabon, dal Portogallo e dal Medio Oriente, ventisei giovani prendono possesso dei loro pochi effetti personali nelle celle che circondano il chiostro o si affacciano sulle vie medievali di Flavigny-sur-Ozerain.   Ventitré di loro sono destinati al sacerdozio, mentre tre si preparano alla vita religiosa con i Fratelli della Società di San Pio X. Alcuni arrivano dopo un anno, o pochi mesi, di preseminario: un tempo prezioso che avrà permesso loro di maturare la vocazione e acquisire solide abitudini di vita comunitaria.   Come ogni anno, il background è variegato. La maggior parte ha già vissuto l’esperienza universitaria e alcuni sono in possesso di titoli di studio avanzati: master, laurea in ingegneria, laurea in giurisprudenza… Alcuni, tuttavia, particolarmente maturi nonostante la giovane età, hanno appena conseguito il diploma di maturità.   Storie diverse, età ed esperienze differenti, ma un tratto le accomuna: la generosità. Tutte hanno preso la decisione di dedicare la propria vita al regno di Cristo Salvatore sulle anime e sulle società, e di impegnarsi per la loro salvezza.   Così, oggi entra in Seminario una nuova classe, con i suoi volti ancora sconosciuti, le sue storie uniche e le sue vocazioni nascenti. A Flavigny, per loro inizia un cammino impegnativo, ma anche una splendida avventura al servizio di Dio e della Chiesa.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine da FSSPX.News  
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