Politica
L’ex marito di Jill Biden accusato di aver ucciso la moglie
L’ex marito della ex first lady statunitense Jill Biden è stato arrestato e accusato di aver ucciso la sua attuale moglie nella loro abitazione in Delaware a dicembre, hanno reso noto le autorità locali in un comunicato diffuso lunedì.
William Stevenson, 77 anni, è stato fermato e incriminato per omicidio di primo grado in relazione alla morte di Linda Stevenson. Attualmente si trova detenuto nel penitenziario Howard Young, dopo non aver versato la cauzione fissata in 500.000 dollari in contanti, ha precisato la polizia della contea di New Castle, Delaware.
L’arresto è il culmine di diverse settimane di indagini sulla morte della donna, 64 anni. Le forze dell’ordine non hanno ancora reso pubbliche le cause del decesso, ma una nota iniziale aveva indicato che il 28 dicembre gli agenti erano intervenuti per una lite domestica in una residenza nei pressi di Wilmington. In quell’occasione era stata rinvenuta una donna priva di sensi in soggiorno: nonostante i tentativi di rianimazione da parte dei soccorritori, era deceduta sul posto.
Stevenson, accusato di omicidio di primo grado, rischia l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale in caso di condanna, secondo la normativa del Delaware. Lo Stato ha abolito la pena di morte nel 2024, rendendo quindi l’ergastolo la sanzione più grave prevista per questo reato.
Jill Biden sposò William Stevenson nel febbraio 1970, quando lei aveva 18 anni e lui 23, poco dopo il diploma di scuola superiore. Il matrimonio si concluse con un divorzio nel 1975. Più tardi nello stesso anno Jill incontrò Joe Biden, all’epoca senatore del Delaware, e i due si sposarono nel 1977.
«Ripensandoci, potrebbe sembrare un errore di gioventù», ha scritto Jill Biden nelle sue memorie del 2019. «Ma c’è stato un periodo in cui ero davvero convinta che fossimo fatti l’uno per l’altra».
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L’ufficio post-presidenziale di Joe Biden non ha rilasciato commenti sull’arresto di Stevenson né sulle accuse a suo carico.
Lo Stevenson ha rilasciato diverse interviste negli anni, soprattutto intorno al 2020 e successivamente, in cui ha fatto affermazioni controverse su Jill e su Joe Biden, sostenendo più volte che la versione ufficiale dei Biden (che si sono conosciuti nel 1975 tramite un appuntamento al buio organizzato dal fratello di Joe) sia falsa.
Secondo lui, Joe e Jill si sono incontrati già nel 1972 durante la campagna elettorale di Joe per il Senato (lui e Jill erano amici e supporter di Biden). Ha affermato che la loro relazione è iniziata come affair, cioè una relazione extraconiugale già nel 1974, mentre egli era ancora sposato con Jill, e che questo ha contribuito alla fine del suo matrimonio. Lo Stevenson ha affermato si sentiva «tradito dai Biden», definendo Joe un «home-wrecker» (uno «spaccafamiglie»). Ha anche aggiunto dettagli, come aver sospettato l’infedeltà dopo aver saputo che Joe guidava l’auto di Jill.
Lo Stevensone ha quindi accusato la famiglia Biden di averlo minacciato e «bullizzato» durante il divorzio negli anni Settanta, parlando di un presunto approccio da parte di Frank Biden (fratello di Joe, finito nelle recenti accuse di corruzione che coinvolgevano anche il figlio drogato e depravato Hunter, graziato preventivamente dal padre), che gli avrebbe detto «dalle la casa o avrai seri problemi», e ha collegato questo a successive accuse fiscali contro di lui e suo fratello. L’uomo aveva definito il casato come la «Biden crime family» («famiglia criminale Biden»), sostenendo che lo abbiano perseguitato per anni e che abbiano usato il potere contro di lui (e in parallelo contro Trump).
L’ex marito ha descritto l’ex First Lady in termini negativi in interviste recenti, dicendo che la Jill attuale (soprattutto per il suo sostegno a Joe dopo il dibattito del 2024) «non è la stessa persona che ho sposato», che è diventata «una donna completamente diversa», «amara» e «cattiva» durante il divorzio, dicendo che non la riconosce più e ha criticato il suo ruolo nel spingere Joe a continuare la campagna presidenziale nonostante i problemi evidenti.
Oltre alle accuse di infedeltà e plagio (ha detto che Joe gli ha «rubato» una storia personale subito dopo avergliela raccontata, un’attitudine di latrocinio narrativo per cui Biden divenne tristemente noto nelle campagne elettorali degli anni Ottanta, da cui si ritirò nell’ignominia), ha teorizzato che le gaffes di Biden non dipendano dall’età, ma dalla quantità di «bugie» accumulate. Lo ha definito «pericoloso» e ha espresso supporto a Trump in alcune interviste.
La famiglia Biden non ha mai confermato nessuna di queste dichiarazioni, e la storia ufficiale è che Jill e Joe si sono incontrati nel 1975 dopo il divorzio di lei (finalizzato nel maggio 1975) e dopo la vedovanza di Joe (sua prima moglie Neilia morì in un incidente d’auto nel 1972). Molte di queste accuse sono state smentite o considerate non verificate da varie fonti.
Stevenson ha fatto queste sue dichiarazioni su Jill e Joe risalgono principalmente al periodo 2020-2024.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Politica
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Politica
La Danimarca vieta il muezzino
La Danimarca sta esaminando l’ipotesi di un divieto nazionale della chiamata islamica alla preghiera, detta adhan, proferita dall’incaricato detto, con un termine più conosciuto, muezzin, che gli italianoi potrebbero e dovrebbero chiamare muezzino.
Il ministro dell’Immigrazione di Copenhagen, Morten Bodskov, ha affermato che non ha «posto» nel Paese. La decisione arriva nel quadro di una stretta del governo danese sull’«islamizzazione».
Parlando mercoledì al quotidiano locale Ritzau, Bodskov, esponente di rilievo del partito socialdemocratico al potere, ha dichiarato che le autorità danesi si preparano a riaprire un’indagine per verificare se l’adhan, la chiamata alla preghiera, possa essere vietato legalmente su tutto il territorio nazionale.
«La chiamata alla preghiera non dovrebbe risuonare sui tetti danesi», ha detto a Ritzau. «Non ha posto in Danimarca, e non si dovrebbe avere alcun dubbio di trovarsi in un sobborgo di Islamabad quando si passeggia per il Paese».
L’adhan viene tradizionalmente recitato cinque volte al giorno per invitare i musulmani alla preghiera. In alcuni Paesi viene diffuso tramite altoparlanti collocati sulle moschee o sui minareti.
Alcuni comuni danesi, tra cui Copenaghen, hanno già ristretto le trasmissioni all’aperto mediante norme locali sul rumore. Tuttavia, Bodskov ha sostenuto che l’«islamizzazione» occupa ancora troppo spazio pubblico in Danimarca, nazione di circa sei milioni di abitanti con una popolazione musulmana stimata intorno ai 270.000 individui (circa il 5% del totale) e circa 100 moschee.
La proposta emerge mentre la premier Mette Frederiksen avvia il suo terzo mandato consecutivo, dopo che il suo partito socialdemocratico ha ottenuto a marzo il peggior risultato elettorale da oltre un secolo, a causa del malcontento degli elettori per il costo della vita, la pressione sul sistema di welfare e l’immigrazione.
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Il Partito Popolare Danese, partito della destra locale, ha quasi triplicato i consensi dopo aver condotto una campagna elettorale a sostegno di un saldo migratorio netto pari a zero per i musulmani.
La Frederiksen ha risposto irrigidendo la propria linea sulla visibilità islamica nella vita pubblica, arrivando a proporre l’estensione del divieto del velo integrale anche alle scuole e alle università e la rimozione delle sale di preghiera dai campus universitari.
In passato, i suoi esecutivi avevano sostenuto norme più rigorose in materia di asilo, leggi sui «ghetti» rivolte alle zone con alta concentrazione di migranti e provvedimenti che autorizzavano le autorità a trasferire i residenti dai quartieri considerati insufficientemente integrati.
I favorevoli al divieto proposto sostengono che tutelerebbe lo spazio pubblico laico della Danimarca e impedirebbe alle pratiche islamiche di modificare il paesaggio sonoro del Paese, mentre i critici ritengono che colpisca una sola religione e potrebbe violare le garanzie costituzionali relative al culto pubblico.
In Europa si registra una più ampia reazione contraria all’immigrazione e alle pratiche islamiche pubbliche, con nazioni come Paesi Bassi, Belgio, Austria, Svizzera e Danimarca che hanno di recente introdotto divieti totali o parziali sull’obbligo di coprirsi il volto.
La parola muezzino in italiano esiste, e chiediamo ai lettori di Renovatio 21 di utilizzarla. Leggiamo dal dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani: «muezzino, dall’arab. MUHADIN o MUAZZIN gridatore pubblico, dal tema UDHN o UZN orecchio, onde ADHANA o AZANA ascoltare, avvertire. Imano che dall’alto de’ minareti chiama cinque volte al giorno i musulmani alla preghiera».
Apprendiamo quindi della possibilità di dire anche imano e non più subire Imam. Come sa il lettore, Renovatio 21 spinge pure per la parola ramadano, anche quella perfettamente esistente in lingua e letterature italiana.
I piano ovviamente è quello di imporci l’allofonia araba per sottometterci all’immigrazione massiva islamica dell’Europa calergizzante.
Avvertiamo che il punto di non ritorno, per il quale fazioni islamiche già si spendono, è la dicitura Mohammed (o le varianti Muhammad o Mohammad) invece che il nostro millenario, dantesco Maometto. Quando vedremo circolare su giornali, telegiornali e social il nome del profeta arabo in arabo, allora sapremo di essere ancora più nei guai.
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Immagine di Antoine Taveneaux via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Politica
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