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Difendere il patriarcato contro i princìpi infernali della Rivoluzione: omelia di mons. Viganò sulla famiglia come «cosmo divino»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

 

 

Invenerunt in Templo

Omelia nella Domenica tra l’Ottava dell’Epifania Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria

 

 

Et erat subditus illis.
Lc 2,51

 

Dopo la manifestazione ai pastori nella Notte Santa e la pubblica manifestazione ai Re Magi nel giorno dell’Epifania, la liturgia di questa Domenica ci porta nell’intimità della Sacra Famiglia. L’istituzione di questa festa è relativamente recente: fu Leone XIII nel 1893 a istituirla per la terza Domenica dopo l’Epifania, e Benedetto XV, nel 1921, a fissarla alla Domenica tra l’Ottava.

 

Non dimentichiamo che in quegli anni la Chiesa Cattolica e la società erano reduci dalle persecuzioni dei governi liberali e massonici dell’Ottocento e dagli orrori della Grande Guerra. L’attacco alla società cristiana si stava concretizzando anzitutto contro la famiglia, e in particolare contro la famiglia cattolica. D’altra parte, questo piano dissolutore era stato da tempo teorizzato nelle Logge, trovando realizzazione col passare del tempo. A nostri giorni, l’ideologia woke di matrice satanica, considera la famiglia tradizionale e patriarcale come un ostacolo alla instaurazione del Nuovo Ordine globalista, e per questo impone la cancellazione dell’intera civiltà greca, romana e cristiana.

 

La festa che celebriamo oggi costituisce dunque la provvidenziale risposta con la quale la Santa Chiesa difende senza timore la famiglia naturale, elevata all’ordine soprannaturale con il Sacramento del Matrimonio istituito da Nostro Signore. A questa cellula indispensabile della società – cui nessuna autorità terrena potrà mai sostituire alcun surrogato senza meritare i più severi castighi di Dio – la saggezza dei Romani Pontefici ha additato come modello la Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe: una famiglia che è santa in quanto composta non solo da Santi, ma dal Verbo di Dio fatto carne, dalla Semprevergine Madre di Dio e dal di Lei castissimo Sposo Giuseppe, della stirpe del Re Davide e Padre putativo di Nostro Signore.

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Una famiglia specialissima ma normale: speciale per i suoi membri, normale perché anche per essi vediamo valere quella gerarchia che il mondo moderno tanto aborrisce: una gerarchia che è ontologicamente patriarcale proprio perché fondata sulla divina Paternità dell’Eterno Padre, del Quale ci ha costituiti eredi Nostro Signore Gesù Cristo. Come figli di Dio nell’ordine della Grazia, diventiamo anche figli della Regina Crucis, di Colei che sul Calvario il Signore morente ci ha dato quale Madre di ciascuno di noi e dell’intero corpo ecclesiale, onde La invochiamo Mater Ecclesiæ.

 

La Sacra Famiglia è imago Ecclesiæ: dove vi è un Padre comune che la governa, una Santa Madre provvida che educa i suoi figli, e una innumerevole prole di Cristo che vede la luce nelle acque del Battesimo ed è condotta verso i pascoli eterni. È modello di un ordine, un κόσμος divino perfetto e valevole per tutti i tempi e tutti i luoghi: quello della famiglia naturale fondata sull’unione di un uomo e una donna e avente come scopo precipuo la propagazione dell’umanità e l’educazione dei figli.

 

Una famiglia che alle Nozze di Cana il divin Maestro ha elevato a immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa, e che l’Apostolo Paolo ha mirabilmente delineato nell’Epistola agli Efesini (Ef 5, 22-33). Una famiglia che è per così dire trinitaria, in quanto mistica cooperatrice dell’azione creatrice di Dio Padre, dell’azione redentrice del Figlio e di quella santificatrice dello Spirito Santo. L’amore che unisce lo sposo alla sposa nel comunicare la vita è un tenue raggio di quell’Amore divino che unisce il Padre al Figlio; un Amore così perfetto e infinito da essere Dio Egli stesso, lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, e che è Signore e dà la vita.

 

Una famiglia, infine, che è al proprio interno gerarchica perché essa stessa e i suoi membri sono a loro volta inscritti nell’ordine che pone la Maestà di Dio al di sopra di ogni creatura.

 

In una famiglia in cui gli sposi e i figli amano il Signore e seguono i Suoi Comandamenti, l’amore tra i coniugi e l’amore reciproco tra genitori e figli certamente implica ma in qualche modo supera l’obbedienza, rendendo vive e vissute le parole di San Paolo: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo (Col 3, 14-15).

 

Così, come obbediamo volentieri a Dio perché Lo sappiamo buono e misericordioso, allo stesso modo obbediamo ai genitori o chiediamo obbedienza ai nostri figli perché tra essi regna la carità, vincolo di perfezioneAl di sopra di tutto, dice San Paolo, vi sia la carità: ossia Dio, che è Carità (1Gv 4, 16). Rimanere nella carità è dunque rimanere in Dio: qui manet in caritate in Deo manet, et Deus in eo (ibid.).

 

Vi è anche una famiglia celeste, carissimi fedeli: la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana. Una famiglia in cui abbiamo Dio quale Padre, Nostro Signore quale fratello, la Vergine Immacolata come nostra Madre. In questa famiglia sono raccolti i Cattolici, Corpo Mistico sottomesso a Gesù Cristo Re e Pontefice, suo Capo divino. In questa società perfetta, che ha per scopo la santificazione delle anime nell’interregno tra l’Ascensione di Nostro Signore e la Sua gloriosa Venuta alla fine dei tempi, l’obbedienza al Padre celeste viene prima dell’obbedienza al padre terreno.

 

È per questo che vediamo il dodicenne Gesù, durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, allontanarSi dai Genitori e rimanere nel tempio ad ascoltare e interrogare i dottori della Legge. Egli ricorda alla Madonna e a San Giuseppe di avere una missione da compiere: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2, 49) Il Signore ricorda a noi, tanto come figli quanto come genitori, che lo scopo di una famiglia cattolica non si esaurisce nel propagare la specie ed educarla secondo la legge di natura, ma implica e impone la gravissima responsabilità di battezzare e istruire i figli nell’ unica vera Religione, usando la propria autorità di genitori per consentire loro di vivere virtuosamente e di evitare il peccato.

 

Implica e impone anche la capacità di comprendere quando il Signore chiama un’anima a servirLo nella vita sacerdotale o religiosa, dando ai genitori la possibilità di mutare in Grazie la loro umana sofferenza per il distacco da un proprio figlio che hanno amato e visto crescere, e che come Maria e Giuseppe ritroveranno nel tempio.

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I figli, se vorranno essere davvero obbedienti, dovranno comprendere che il modo più efficace per contrastare i principi infernali della Rivoluzione consiste nella difesa di quel patriarcato che si regge sul vero concetto di obbedienza, e non sulle sue deviazioni per eccesso – il servilismo – o per difetto – l’insubordinazione a qualsiasi autorità. Il Signore li ricompenserà per la loro santa obbedienza a ciò che legittimamente chiedono loro i genitori, e suggerirà loro come comportarsi virtuosamente qualora sia necessario disobbedire all’autorità paterna per non disobbedire a Dio.

 

Poniamoci sotto il patrocinio della Sacra Famiglia, e prendiamoci il tempo di recitare quotidianamente – se già non lo facciamo – quella cara preghiera a San Giuseppe composta da Papa Leone XIII, in cui troviamo compendiate le nostre speranze:

 

Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amantissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo scampasti alla morte la minacciata vita del Pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

Viterbo, 11 Gennaio MMXXVI
Dominica infra Oct. Epiphaniæ
Sanctæ Familiæ Jesu, Mariæ, Joseph

 

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Immagine: Niccolò Frangipane (1555–1600), La Sacra Famiglia con San Giovannino (1585), Collezione privata.

Immagine di pubblico dominio CCo via Wikimedia


 

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Papa Leone XIV condanna l’aborto e la maternità surrogata nel discorso ai diplomatici vaticani

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Papa Leone XIV ha denunciato l’aborto e la maternità surrogata, difendendo al contempo la famiglia in un discorso rivolto venerdì al corpo diplomatico. Lo riporta LifeSite.   In primo luogo ha evidenziato quelle che considera due sfide chiave per la famiglia oggi, vale a dire, «una preoccupante tendenza del sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo ruolo sociale fondamentale, portando alla sua progressiva emarginazione istituzionale», e «la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, distrutte e sofferenti», afflitte da problemi interni come la violenza domestica.   La vocazione «all’amore e alla vita si manifesta in modo significativo nell’unione esclusiva e indissolubile tra una donna e un uomo», ha affermato Papa Leone XIII a proposito del matrimonio, e «implica un imperativo etico fondamentale affinché le famiglie possano accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente». Non ha specificato cosa intendesse con «permettere» alle famiglie di accogliere la vita. Tuttavia, le coppie sposate hanno l’obbligo morale di rimanere sempre aperte alla vita astenendosi dalla contraccezione.

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Una vita del genere è un «dono inestimabile» e «sempre più una priorità, soprattutto in quei paesi che stanno vivendo un drastico calo dei tassi di natalità», ha continuato, senza fare riferimento diretto alla contraccezione come uno dei principali fattori che contribuiscono al calo dei tassi di natalità.   Ha poi condannato la maternità surrogata e l’aborto, definendo quest’ultimo una pratica che «stronca una vita in crescita e rifiuta di accogliere il dono della vita».   «Alla luce di questa profonda visione della vita come dono da custodire e della famiglia come sua custode responsabile, rifiutiamo categoricamente qualsiasi pratica che neghi o sfrutti l’origine della vita e il suo sviluppo», ha affermato Leo.  

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Il romano pontefice criticato il finanziamento pubblico dell’aborto, dicendo ai diplomatici che la Santa Sede «considera deplorevole che le risorse pubbliche siano destinate a sopprimere la vita, anziché essere investite per sostenere le madri e le famiglie».   «L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il sostegno effettivo e concreto di ogni donna affinché possa accogliere la vita», ha affermato Leo, suggerendo che una donna ha bisogno di «un sostegno concreto» per poter accogliere la vita.   Ha inoltre espresso «profonda preoccupazione» per il finanziamento dei viaggi transfrontalieri finalizzati all’aborto.   Il papa ha poi condannato la pratica della maternità surrogata, dichiarando che essa viola «la dignità sia del bambino, ridotto a «prodotto», sia della madre, sfruttandone il corpo e il processo generativo», e che in tal modo «distorce l’originaria vocazione relazionale della famiglia».  

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«Alla luce di queste sfide, ribadiamo con fermezza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredisce veramente solo quando salvaguarda la sacralità della vita umana e si impegna attivamente per promuoverla», ha proseguito Leone.   Il papa ha sottolineato che onorare il diritto alla vita significa anche rifiutare l’eutanasia e ha definito le pratiche di suicidio assistito «forme ingannevoli di compassione».   Sebbene Leone abbia condannato chiaramente e ripetutamente l’aborto, ha anche ripetutamente affermato che il sostegno alla pena di morte, che la Chiesa cattolica ha affermato essere ammissibile fino al pontificato di Francesco, nega la posizione pro-life degli oppositori dell’aborto.   Ciò contraddice l’insegnamento di lunga data della Chiesa espresso, ad esempio, da San Tommaso d’Aquino, il quale ha affermato che «se un uomo è pericoloso e contagioso per la comunità, a causa di qualche peccato, è lodevole e vantaggioso che venga ucciso per salvaguardare il bene comune». Allo stesso modo, Papa Pio XII difese nel 1955 l’autorità dello Stato di usare la pena di morte perché «il potere coercitivo della legittima autorità umana” si basa sulle “fonti della rivelazione e della dottrina tradizionale».   In un discorso del 2023 , l’allora cardinale Robert Prevost dichiarò:   «Un cattolico non può dichiararsi “a favore della vita” solo perché ha una posizione contro l’aborto e affermare allo stesso tempo di essere a favore della pena di morte. […] Chi difende il diritto alla vita dei più vulnerabili deve essere altrettanto visibile nel sostenere la qualità della vita dei più deboli tra noi: gli anziani, i bambini, gli affamati, i senzatetto e i migranti irregolari».   Ancora nel 2025, dopo essersi rifiutato di commentare il fatto che il cardinale Blase Cupich avesse espresso la sua intenzione di conferire un premio al senatore pro-aborto Dick Durbin, affermò di non conoscere molti dettagli del caso e aggiunse che bisogna guardare «al lavoro complessivo che un senatore ha svolto durante… 40 anni di servizio nel Senato degli Stati Uniti».   Il pontefice romano ha poi affermato che «chi dice che sono contro l’aborto ma dice che sono a favore della pena di morte non è veramente pro-life», affermando inoltre che «chi dice che sono contro l’aborto ma sono d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati negli Stati Uniti, non so se questo sia pro-life».

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Il cardinale Zen condanna la sinodalità bergogliana e la «manipolazione» del processo sinodale nel concistoro

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Il cardinale Joseph Zen , vescovo emerito di Hong Kong, durante un intervento davanti al concistoro straordinario dei cardinali di questa settimana, ha criticato il Sinodo sul documento finale della sinodalità e sull’intero processo sinodale per aver aggirato la legittima autorità dei vescovi, consentendo varie interpretazioni e suggerendo che lo Spirito Santo possa fargli cambiare idea. Lo riporta LifeSite.

 

L’intervento del cardinale cinese 93enne, riportato per primo dal College of Cardinals Report, è stato pronunciato davanti a Papa Leone XIV e a 170 suoi confratelli cardinali e si è concentrato sulla nota di accompagnamento al documento finale del Sinodo triennale sulla sinodalità.

 

Il cardinale Zen ha utilizzato tutti i tre minuti a lui concessi per criticare il documento e l’intero processo sinodale definendoli una “manipolazione ferrea” che ha tolto autorità ai vescovi, scavalcandoli a favore dei laici e che ha avuto un esito predeterminato.

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Il porporato ha inoltre sottolineato la contraddizione di papa Francesco nel dichiarare che il documento è «magistero» ma anche «non strettamente normativo», consentendo diverse interpretazioni da parte dei vescovi, il che potrebbe portare a divisioni simili a quelle nella Chiesa anglicana e non riporterà gli anglicani o gli ortodossi alla comunione con Roma. Ha anche sostenuto che la continua invocazione dello Spirito Santo da parte dei prelati vaticani per il Sinodo rasenta la «blasfemia», poiché lo Spirito Santo non può ripudiare ciò che ha ispirato nella tradizione bimillenaria della Chiesa.

 

Di seguito l’intervento completo del cardinale Zen:

 

Sulla Nota di accompagnamento del Santo Padre Francesco

 

Il papa afferma che, con il Documento finale, restituisce alla Chiesa quanto sviluppato in questi anni (2021-2024) attraverso «l’ascolto» (del Popolo di Dio) e il «discernimento» (dell’Episcopato?).

 

Chiedo:

  • Il Papa ha saputo ascoltare tutto il Popolo di Dio?
  • I laici presenti rappresentano il Popolo di Dio?
  • I Vescovi eletti dall’Episcopato hanno saputo compiere un’opera di discernimento, che deve certamente consistere nella “disputa” e nel “giudizio”?
  • La ferrea manipolazione del processo è un insulto alla dignità dei Vescovi, e il continuo riferimento allo Spirito Santo è ridicolo e quasi blasfemo (ci si aspettano sorprese dallo Spirito Santo; quali sorprese? Che ripudi ciò che ha ispirato nella Tradizione bimillenaria della Chiesa?).

 

Il Papa, «scavalcando il Collegio episcopale, ascolta direttamente il Popolo di Dio», e definisce questo «il quadro interpretativo appropriato per comprendere il ministero gerarchico»?

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Il Papa afferma che il Documento è magistero , «impegna le Chiese a fare scelte coerenti con quanto in esso affermato». Ma afferma anche che «non è strettamente normativo… La sua applicazione avrà bisogno di diverse mediazioni»; «le Chiese sono chiamate a recepire, nei loro diversi contesti, le autorevoli proposte contenute nel documento»; «l’unità di insegnamento e di prassi è certamente necessaria nella Chiesa, ma ciò non preclude diversi modi di interpretare alcuni aspetti di tale insegnamento»; «ogni Paese o regione può cercare soluzioni più adatte alla propria cultura e più sensibili alla propria tradizione e alle proprie esigenze».

 

Chiedo:

  • Lo Spirito Santo garantisce che non sorgeranno interpretazioni contraddittorie (soprattutto date le numerose espressioni ambigue e tendenziose presenti nel documento)?
  • I risultati di questa «sperimentazione e verifica», ad esempio (dell’«attivazione creativa di nuove forme di ministerialità»), devono essere sottoposti al giudizio della Segreteria del Sinodo e della Curia Romana? Saranno queste più competenti dei Vescovi nel giudicare i diversi contesti delle loro Chiese?
  • Se i Vescovi si ritengono più competenti, le diverse interpretazioni e scelte non conducono forse la nostra Chiesa alla stessa divisione (frattura) che si riscontra nella

 

Prospettive sull’ecumenismo

  • Data la drammatica rottura della Comunione anglicana, ci uniremo all’arcivescovo di Canterbury (che rappresenta solo circa il 10% della comunità anglicana mondiale) o alla Global Anglican Future Conference (che ne rappresenta circa l’80%)?
  • E con gli ortodossi? I loro vescovi non accetteranno mai la sinodalità bergogliana; per loro, la sinodalità è «l’importanza del Sinodo dei vescovi». Papa Bergoglio ha sfruttato la parola Sinodo, ma ha fatto sparire il Sinodo dei vescovi, un’istituzione fondata da Paolo VI.

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Il cambio di rotta collegiale di Leone XIV

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Al termine del suo primo concistoro straordinario, Papa Leone XIV ha annunciato la convocazione di una nuova riunione del Sacro Collegio per il 27 e 28 giugno, esprimendo il desiderio di stabilire un calendario annuale per questi concistori. Questo radicale cambiamento di approccio segna un distacco dal pontificato precedente.   Si non nova, saltem nove: «Se manca l’argomento, sia almeno nuovo il modo», recita il proverbio romano. Questo si riflette in qualche modo nella riunione dei cardinali tenutasi a porte chiuse il 7 e 8 gennaio 2026 in Vaticano. Secondo Vatican News, papa Leone XIV desidera che i cardinali di tutto il mondo si incontrino nuovamente a Roma il prossimo giugno, e poi annualmente e per un periodo più lungo.   Sebbene la convocazione di un concistoro straordinario non sia una novità, la vera innovazione sta nel rendere queste riunioni un evento regolare. Finora, i concistori venivano convocati sporadicamente.   Stabilendo un calendario annuale, Leone XIV ha trasformato di fatto il Collegio Cardinalizio in un vero e proprio organo di governo permanente o, secondo alcuni analisti, in un «Senato» attivo, anche se, allo stato attuale delle conoscenze, il ruolo di queste riunioni appare limitato a una funzione consultiva.

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Per alcuni, questo sviluppo mirava a rompere il relativo isolamento dei vertici della gerarchia. Convocando regolarmente i cardinali, Leone XIV ha fatto sì che le realtà delle diocesi dei cinque continenti giungano direttamente al Palazzo Apostolico. Questo metodo consentirebbe un approccio più reattivo alle questioni locali, che spesso faticano a trovare una risposta rapida a Roma.   Un altro vantaggio risiede nel fatto che i cardinali si conoscono meglio in previsione di un futuro conclave: data l’internazionalizzazione del Collegio Cardinalizio e il crescente numero di elettori, i principi della Chiesa sono stati piuttosto unanimi durante l’ultimo conclave nell’affermare di conoscere molto poco, se non nulla, gli uni degli altri.   Si percepisce anche il desiderio del nuovo papa di rispondere alle critiche mosse prima del conclave, durante le congregazioni generali, allo stile del suo predecessore, Papa Francesco, che privilegiava le consultazioni individuali o in piccoli gruppi piuttosto che i concistori plenari. Molti cardinali lamentavano la mancanza di opportunità di dibattito collettivo.   Inoltre, lo stesso papa Leone XIV desiderava coltivare un’immagine diversa, quella di un pontefice collaborativo, che ascoltava più di quanto parlasse, prendendo appunti durante gli interventi degli altri cardinali e descrivendo questo concistoro come «un’anticipazione del nostro cammino futuro», rendendo omaggio di sfuggita ai cardinali anziani e a coloro che erano assenti: «La vostra testimonianza è preziosa. (…) Siamo con voi e vi siamo vicini», ha dichiarato.   Ma questo metodo può avere i suoi limiti: istituendo questi concistori annuali, Papa Leone XIV sta delineando un pontificato radicato nella collegialità manifestata durante il Concilio Vaticano II, con gli effetti perversi che ancora si possono lamentare in molte parti della Chiesa universale, come in Germania.   Non c’è il rischio che questa «parlamentarizzazione» della Chiesa rallenti il ​​processo decisionale e diluisca l’autorità del successore di Pietro? La domanda merita certamente di essere posta.   In ogni caso, questo cambiamento collegiale, se si rivelasse duraturo, potrebbe benissimo essere uno dei primi passi più significativi del nuovo pontificato.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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