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Essere genitori

Il nuovo Apartheid: i covidioti contro i nostri figli

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Doveva succedere, è successo.

 

Un uomo, un sabato mattina qualsiasi di una regione «gialla», decide di fare una passeggiata con il figlio. Da tanto tempo, infatti, non metteva piede nel centro storico della sua bellissima, immortale città, mostrarla al piccolo è qualcosa che un padre dovrebbe sentirsi di fare.

 

Padre e figlio camminano per il parchetto, oltrepassano la porta millenaria della città, ammirano il Torrione, respirano l’aria del Corso. Brioche. Succo d’arancia. Il bambino fa tante domande, il padre è felice di rispondere, ma non sa rispondere a tutte.  A cinque anni ci si sente di interrogare gli adulti su questioni futili ma anche impreviste, abissali.

 

«Scusate, ma il bambino non può stare qui senza mascherina»

Padre e figlio entrano in uno, due, tre negozi. Librerie, oggettistica: pare essere resistita, soffrendo, qualche forma di vita nonostante Amazon. Il papà guarda il suo bimbo: è bravo, è buono, è bellissimo. Ha la pelle bianchissima e i capelli fini. Vuole sapere tante cose, ma sa ridere e scherzare sempre. È il compagno ideale, pensa il genitore, con chi altri passare il tempo? Chi altro ti permette di sentirti così completo, così vivo? Chi altri è più importante?

 

Nella mente dell’uomo avanza un’idea. Lì vicino c’è un negozietto che dovrebbe avere dei Lego. Una scatoletta di costruzioni è il minimo che questo miracolo totale che è mio figlio si merita. Il piano di andare a prendersi questo piccolo premio è condiviso con il cinquenne, che approva gioioso.

 

Il negozio è da poco aperto. Dentro solo un commesso ed un cliente. I due entrano come hanno fatto altre volte prima di oggi, prima della pandemia, perfino prima che il bambino esistesse, perché il negozio lo si conosce. Si appropinquano allo scaffale dei Lego.

 

«Quale vuoi? Questo con i Mandalorian… ?» chiede il papà.

 

«Il bambino ha meno di sei anni» ribatte l’uomo stupito. «L’obbligo è per i bambini dai sei anni in su»

«Scusate» interrompe il commesso, che ha mollato il cliente che stava servendo ed è uscito dal bancone per venire a poca distanza dal duo. È mascherato come lo è, per legge, l’uomo.

 

«Scusate, ma il bambino non può stare qui senza mascherina».

 

«Il bambino ha meno di sei anni» ribatte l’uomo stupito. «L’obbligo è per i bambini dai sei anni in su». L’uomo è sbigottito: come si permette questo tizio di andare da un cliente del suo negozio e accusarlo di violare una, per quanto stupida, legge? Quello che stava succedendo non aveva alcuna attinenza né con la legge, con la logica del commercio, né con la creanza.

 

La verità è che l’uomo non aveva capito nulla di quello che stava succedendo. A lui, al figlio, al negozio, alla città, al Paese, alla Terra. N-u-l-l-a.

 

«Lo sappiamo che la legge dice che la mascherina va portata dai sei anni, ma in questo negozio si entra solo con la mascherina. Anche i bambini».

«Lo sappiamo che la legge dice che la mascherina va portata dai sei anni, ma in questo negozio si entra solo con la mascherina. Anche i bambini».

 

Il signore, che tiene stretta la manina di suo figlio, è solitamente uno combattivo, e, a quanto dicono, un tantinello aggressivo. In quel momento, però, non proferisce parola.

 

Il commesso non è cattivo, né malizioso. Esegue degli ordini, non si sa se ne è dispiaciuto, ma non è possibile nemmeno dire che questo lavora gli piaccia.

 

«Se vuole, posso portare i prodotti fuori dalla porta…».

 

L’uomo non dice niente. Non protesta. Non insulta. Non sospira nemmeno. Tira la manina del figlio fuori dal negozio, a passi veloci.

 

«Se vuole, posso portare i prodotti fuori dalla porta…».

E così che è capitato: l’esperienza della discriminazione vissuta sulla propria pelle, e su quella del proprio bambino, che – nell’epoca in cui si fa domande su qualsiasi cosa – ha subito questo spettacolo incredibile.

 

Fuori, l’uomo cammina con il bambino verso la macchina, facendo finta di niente. Si sta chiedendo cosa il bambino possa aver capito. Sta pregando che quello attraverso il quale il piccolo è passato non costituisca un trauma. Di fatto, non ha reagito minimamente proprio per questo: perché sa quanto i momenti di tensione rimangano indelibili nel cuore del bimbo, soprattutto quelli in cui si può sentire minimamente responsabile.

 

Il bambino non chiede mai «Papà cosa è successo»?, ma l’uomo tuttora non sa cosa abbia capito davvero.

 

Perché non lo sa neanche nemmeno lui. Si è trattato di un mitico evento di quelli per i quali gli hanno rotto il cazzo per tutta la vita: la discriminazione. In parte, aveva sempre saputo che era stupida retorica, e agenda politica, del progressismo più rancido: gli immigrati, gli omosessuali,  i «diversi» etc. etc. Non aveva mai visto, in vita sua, qualcuno cacciato da un esercizio commerciale. Con la mente poteva tornare quella volta che, ad una mensa scolastica in Francia, 30 anni prima, una ragazza indicandolo chiese «est-tu italien?» per poi cambiare tavolo. Sciocchezze, ragazzate: una cosa del genere non gli toglieva niente, anzi – meglio mangiare senza una brutta ebete frustrata intorno.

E così che è capitato: l’esperienza della discriminazione vissuta sulla propria pelle, e su quella del proprio bambino, che – nell’epoca in cui si fa domande su qualsiasi cosa – ha subito questo spettacolo incredibile.

 

Stavolta, però era diverso. Qualcosa gli era stato tolto. La libertà di movimento. La libertà di commercio. La quiete della propria vita, e quella del figlio. No, questo non lo aveva mai visto.

 

Non aveva mai visto una cosa del genere, perché tutti sapevano che su chi rifiuta un servizio discriminando il cliente, ci sarebbero delle leggi belle severe, severe al punto che sono ancora quelle del fascismo. Il Regolamento per l’esecuzione del Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931 prevede «gli esercenti non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo». All’esercente potrebbe essere comminata una multa che va  da € 516 e  € 3,098. Tuttavia, sotto emergenza COVID, anche questo – come tutto, come ogni singolo diritto, come ogni libertà, anche quelle più primarie ed animali – diventa discutibile. Potrebbero ribattere che, secondo la Cassazione,  è legittimo allontanare un cliente qualora questi, col proprio atteggiamento, turbi la sicurezza o la quiete degli altri clienti.

 

Tutto questo non rileva. Quello che importa qui è comprendere che si è stabilito un sistema di potere che giustifica i kapò covidioti di ogni angheria. I covidioti ora dettano legge – materialmente. Ognuno può divenire il Giuseppe Conte del proprio spazietto: «non concediamo» ai bambini, anche piccolissimi, di stare senza mascherina. Il potere covidiota si abbatte sui nostri figli,  umiliando noi genitori.

È stato installato, nelle menti delle persone ancora più che con i DCPM anticostituzionali, un nuovo sistema di Apartheid.

 

È stato installato, nelle menti delle persone ancora più che con i DCPM anticostituzionali, un nuovo sistema di Apartheid.

 

Le storie dei neri in Sudafrica, che avevano i loro marciapiedi diversi da quelli dei bianchi, le rammentate?

 

Le storie degli anni Trenta, con i negozi vietati agli ebrei, visti ripetutamente in tutti i film possibili, le ricordate?

 

Le storie degli anni Trenta, con i negozi vietati agli ebrei, visti ripetutamente in tutti i film possibili, le ricordate?

Quanti casi di discriminazione abbiamo visto sui giornali, quando la solita omo-coppia si bacia in una spiaggia o in un bar e si sente «discriminata»?

 

Quanto ci hanno esaurito con le storie dei poveri immigrati che scappano dalla guerra e vengono discriminati perché neri?

 

A essere discriminato qui non è stato un cane, ma un bambino. Notiamo però che la faccenda di fatto assume un aspetto zootecnico: al bambino, va messa la museruola

Quanto ci hanno ripetuto che dovevamo nutrirci solo di involtini primavera e fare a gare per abbracciare un cinese a caso (con predilezione per quelli di Wuhan, magari)?

 

Quanto hanno rotto le palle con gli animali che devono potere entrare dappertutto, pena una discriminazione ingiusta?

 

Bene, ora siamo su ben altro livello. A essere discriminato qui non è stato un cane, ma un bambino. Notiamo però che la faccenda di fatto assume un aspetto zootecnico: al bambino, va messa la museruola.

 

Il bambino, come Fido, andrà prontamente vaccinato, chippato, eutanatizzato in caso di malattia, fornito di pedigree che attesti la bontà della provetta che lo ha prodotto.

Il bambino, come Fido, andrà prontamente vaccinato, e sarà rilasciato pure un documento che lo attesta.

 

Il bambino, come Bobi, potrebbe presto essere chippato: ai bravi cani si fa così, così si sa che vaccini hanno fatto, dove si trovano nel caso che scappino o, il Cielo non voglia, li rubino.

 

Il bambino, come un cane, qualora dovesse soffrire troppo per una malattia ritenuta non curabile, potrà essere soppresso con la punturina. I lettori di Renovatio 21 sanno che in Belgio e Olanda è già legale, e da anni.

 

Un Apartheid che sarà genomico, eutanatico, bioelettronico – l’Apartheid che una società della Necrocultura infliggerà ai nostri figli secondo la mente e la tecnologia del XXI secolo

Il bambino, come un cane, avrà il suo pedigree, perché verrà fatto esclusivamente in provetta, con il meglio che la riprogenetica avrà da offrire.

 

Tutte queste che abbiamo segnato qui sopra sono solo sfumature dei prossimi Apartheid. Un Apartheid che sarà genomico, eutanatico, bioelettronico – l’Apartheid che una società della Necrocultura infliggerà ai nostri figli secondo la mente e la tecnologia del XXI secolo.

 

La storia del pendìo scivoloso la conoscete: iniziano con «io non posso entrare» e si finisce nel lager. Certamente non si rendono conto di essere figli – nell’incubo salutista, genetico e di Stato di sorveglianza razzista e mortifero – del tizio coi baffetti sulle cui fotine sputano ogni giorno come nell’ora di odio di 1984 di Orwell. La realtà è che l’incubo biototalitario che stanno creando è mille volte più pervasivo. Un tempo, sotto la guerra, i coprifuoco erano più laschi. Il tracciamento  geolocalizzante non era di fatto possibile. Anche la libertà di espressione era probabilmente migliore: si veniva puniti per quel che si diceva, ora si è sia puniti che cancellati.

 

La storia del pendìo scivoloso la conoscete: iniziano con «io non posso entrare» e si finisce nel lager

Di tante cose, in realtà, non hanno contezza. Non sanno ad esempio che il fanatismo è la radice di ogni conflitto.

 

Non è la cosa più stupida inerente ai covidioti: è peggio pensare che, quando se ne accorgeranno, i covidioti crederanno pure di poterlo vincere, il conflitto.

 

Non sanno ad esempio che il fanatismo è la radice del conflitto: e penseranno pure di poterlo vincere.

In uno scontro per difendere la prole, chi credete possa essere più pronto, e determinato?

 

I padri devono meditare soprattutto questo: devono stare vicino ai loro figli, e prepararli a questi tempi di turbolenza, ad essere discriminati, derisi, attaccati.

 

I padri  devono iniziare i loro figli, prepararli a questi tempi di turbolenza, ad essere discriminati, derisi, attaccati

I padri devono iniziare i figli. Abbiamo bisogno  di uomini che trasformino i loro bambini in altri uomini. Questa è la prima vera forma di resistenza possibile.

 

Perché quello che ci sta venendo innanzi, lo sapete tutti, non è umano.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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I bambini che libereranno Faccetta nera

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Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.

 

In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.

 

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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)

 

E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».

 

Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.

 

Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.

 

Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…

 

Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.

 

La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.

 

Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.

 

Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.

 

Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.

 

Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?

 

E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?

 

In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.

 

Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.

 

In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…

 

Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?

 

Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.

 

Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.

 

Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.

 

Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.

 

 

Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.

 

Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».

 

 

Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.

C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?

 

Roberto Dal Bosco

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Epidemie

Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID

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Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.   La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.   Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.   I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.   «Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.   «Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».

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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.   Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».   Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».   I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.   «I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.   «Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».   Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.   La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.

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Essere genitori

Nuovo studio rivela la correlazione tra pornografia e abusi sessuali sui minori

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Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Sciences ha confermato, ancora una volta, i legami «tra pornografia e abuso sessuale sui minori». Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro modalità principali attraverso cui l’uso della pornografia si intreccia con l’abuso sui minori. Lo riporta LifeSite.

 

L’articolo tratta della questione del modellamento sociale: i bambini tendono spesso a imitare ciò che vedono nella pornografia, il che può sfociare in comportamenti sessuali dannosi tra coetanei. Ad esempio, una terapista ha raccontato il caso di un bambino di 11 anni che ha replicato sul fratellino di 3 anni alcune scene osservate nella pornografia.

 

Vi è poi il fenomeno della normalizzazione: la pornografia può far percepire come «normali» comportamenti sessuali abusivi e irrealistici agli occhi dei bambini, o di chiunque la consumi. Molti operatori dei servizi sociali hanno riferito che le loro giovani assistiti di sesso femminile hanno subito strangolamenti durante i rapporti sessuali, perché i ragazzi adolescenti sono stati indotti dalla pornografia a considerarlo un comportamento sessuale standard.

 

Vi è inoltre il rischio di adescamento: gli abusatori utilizzano frequentemente materiale pornografico per mostrare ai bambini, come strategia per desensibilizzarli agli abusi sessuali.

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Gli abusatori spesso sfruttano la pornografia per controllare e manipolare le vittime, ad esempio minacciando di rivelare il consumo di materiale pornografico da parte del minore o di diffondere immagini sessualmente esplicite del minore stesso.

 

Lo studio, intitolato «Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell’infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori», è stato realizzato da docenti della New York University, dell’Università dell’Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University.

 

«L’esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo», hanno osservato gli autori. «L’età media della prima esposizione è la prima o la media adolescenza, con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l’84%. Il consumo di pornografia può influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sia negli adolescenti che negli adulti. In questo contesto, rappresenta una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani».

 

In altre parole, la pornografia sta socializzando bambini e minori a un’ideologia sessuale straordinariamente crudele, violenta e degradante che si insinua in ogni aspetto della vita. Lo studio si è basato su dati qualitativi derivanti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore.

 

Gli intervistati hanno identificato negli smartphone dei bambini il problema principale. Claire, direttrice esecutiva di un CAC (Centro per l’infanzia), ha osservato: «I genitori non tolgono il telefonino (…) perché hanno paura di essere dei “cattivi genitori”». Un altro educatore ha affermato che i bambini si imbattono spesso in materiale pornografico su YouTube, anche quando cercano contenuti innocui come i cartoni animati: «Il genitore si alza, i bambini camminano e… il contenuto suggerito è porno hardcore, porno tripla X». Vale la pena citare per intero l’avvertimento degli autori sulla tecnologia con accesso a Internet:

 

Uno dei fattori di rischio più rilevanti emersi dalle nostre interviste riguarda l’accesso illimitato o insufficiente dei bambini a Internet tramite dispositivi come console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all’insaputa dei genitori. Marie, un’intervistatrice forense, ha sottolineato i numerosi dispositivi con accesso a Internet a cui i bambini hanno accesso. Natalie, una psicologa clinica, ha fatto eco ad altri partecipanti, paragonando i moderni cellulari a «mini-computer… che si tengono in mano» dotati di connessione a Internet.

 

Oltre a ciò, diversi partecipanti si sono concentrati in particolare sull’importanza dei social media, come ha evidenziato Nicholas, un altro intervistatore forense: «Quando sono usciti i telefoni con Internet (…) questo ha permesso ai criminali di entrare in contatto con i bambini (…) tramite Snapchat, Facebook e simili». Angela, un’infermiera specializzata in pediatria, ha concordato: «Non saprei dire quanti bambini di cui mi sono presa cura hanno incontrato (un criminale) conosciuto tramite i social media».

 

Lo studio ha inoltre confermato precedenti risultati già trattati più volte in questo spazio. «Ho notato che più precocemente una persona è stata esposta alla pornografia, maggiore è la probabilità che attualmente guardi pornografia violenta», ha affermato Natalie, una psicologa pediatrica. Questo porta a visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso in generale.

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«Non si tratta nemmeno di una semplice decisione cognitiva del tipo “È così che trattiamo le donne adesso” o “È così che dovremmo essere trattate come donne”… ora è “È così che proviamo piacere adesso”», ha detto Natalie. «Quindi, un uomo forse non riesce nemmeno ad avere un rapporto sessuale se non è in qualche modo aggressivo e violento… Stiamo parlando di strangolamento vero e proprio, di colpire qualcuno con qualcosa, di dare pugni, di immobilizzare, di quel genere di comportamento».

 

Carly, un’infermiera specializzata in casi di violenza sessuale, ha riscontrato la stessa dinamica: adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. «Credo che la pornografia influenzi la violenza sessuale e i comportamenti sessuali in moltissimi modi», ha affermato.

 

Gli autori sostengono la necessità di un’educazione sessuale che includa gli aspetti digitali, di approcci basati sulla consapevolezza del trauma e individuano la pornografia come una delle «zone di violenza» che conducono all’abuso sui minori, ma questo non è chiaramente sufficiente.

 

Dinanzi ad evidenze scientifiche come queste la politica dovrebbe senza indugio optare per la censura totale della pornografia in ogni Paese. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione, o forse due, dopo le generazioni devastate dalla cosiddetta «liberazione sessuale».

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