Essere genitori
Il nuovo Apartheid: i covidioti contro i nostri figli
Doveva succedere, è successo.
Un uomo, un sabato mattina qualsiasi di una regione «gialla», decide di fare una passeggiata con il figlio. Da tanto tempo, infatti, non metteva piede nel centro storico della sua bellissima, immortale città, mostrarla al piccolo è qualcosa che un padre dovrebbe sentirsi di fare.
Padre e figlio camminano per il parchetto, oltrepassano la porta millenaria della città, ammirano il Torrione, respirano l’aria del Corso. Brioche. Succo d’arancia. Il bambino fa tante domande, il padre è felice di rispondere, ma non sa rispondere a tutte. A cinque anni ci si sente di interrogare gli adulti su questioni futili ma anche impreviste, abissali.
«Scusate, ma il bambino non può stare qui senza mascherina»
Padre e figlio entrano in uno, due, tre negozi. Librerie, oggettistica: pare essere resistita, soffrendo, qualche forma di vita nonostante Amazon. Il papà guarda il suo bimbo: è bravo, è buono, è bellissimo. Ha la pelle bianchissima e i capelli fini. Vuole sapere tante cose, ma sa ridere e scherzare sempre. È il compagno ideale, pensa il genitore, con chi altri passare il tempo? Chi altro ti permette di sentirti così completo, così vivo? Chi altri è più importante?
Nella mente dell’uomo avanza un’idea. Lì vicino c’è un negozietto che dovrebbe avere dei Lego. Una scatoletta di costruzioni è il minimo che questo miracolo totale che è mio figlio si merita. Il piano di andare a prendersi questo piccolo premio è condiviso con il cinquenne, che approva gioioso.
Il negozio è da poco aperto. Dentro solo un commesso ed un cliente. I due entrano come hanno fatto altre volte prima di oggi, prima della pandemia, perfino prima che il bambino esistesse, perché il negozio lo si conosce. Si appropinquano allo scaffale dei Lego.
«Quale vuoi? Questo con i Mandalorian… ?» chiede il papà.
«Il bambino ha meno di sei anni» ribatte l’uomo stupito. «L’obbligo è per i bambini dai sei anni in su»
«Scusate» interrompe il commesso, che ha mollato il cliente che stava servendo ed è uscito dal bancone per venire a poca distanza dal duo. È mascherato come lo è, per legge, l’uomo.
«Scusate, ma il bambino non può stare qui senza mascherina».
«Il bambino ha meno di sei anni» ribatte l’uomo stupito. «L’obbligo è per i bambini dai sei anni in su». L’uomo è sbigottito: come si permette questo tizio di andare da un cliente del suo negozio e accusarlo di violare una, per quanto stupida, legge? Quello che stava succedendo non aveva alcuna attinenza né con la legge, con la logica del commercio, né con la creanza.
La verità è che l’uomo non aveva capito nulla di quello che stava succedendo. A lui, al figlio, al negozio, alla città, al Paese, alla Terra. N-u-l-l-a.
«Lo sappiamo che la legge dice che la mascherina va portata dai sei anni, ma in questo negozio si entra solo con la mascherina. Anche i bambini».
«Lo sappiamo che la legge dice che la mascherina va portata dai sei anni, ma in questo negozio si entra solo con la mascherina. Anche i bambini».
Il signore, che tiene stretta la manina di suo figlio, è solitamente uno combattivo, e, a quanto dicono, un tantinello aggressivo. In quel momento, però, non proferisce parola.
Il commesso non è cattivo, né malizioso. Esegue degli ordini, non si sa se ne è dispiaciuto, ma non è possibile nemmeno dire che questo lavora gli piaccia.
«Se vuole, posso portare i prodotti fuori dalla porta…».
L’uomo non dice niente. Non protesta. Non insulta. Non sospira nemmeno. Tira la manina del figlio fuori dal negozio, a passi veloci.
«Se vuole, posso portare i prodotti fuori dalla porta…».
E così che è capitato: l’esperienza della discriminazione vissuta sulla propria pelle, e su quella del proprio bambino, che – nell’epoca in cui si fa domande su qualsiasi cosa – ha subito questo spettacolo incredibile.
Fuori, l’uomo cammina con il bambino verso la macchina, facendo finta di niente. Si sta chiedendo cosa il bambino possa aver capito. Sta pregando che quello attraverso il quale il piccolo è passato non costituisca un trauma. Di fatto, non ha reagito minimamente proprio per questo: perché sa quanto i momenti di tensione rimangano indelibili nel cuore del bimbo, soprattutto quelli in cui si può sentire minimamente responsabile.
Il bambino non chiede mai «Papà cosa è successo»?, ma l’uomo tuttora non sa cosa abbia capito davvero.
Perché non lo sa neanche nemmeno lui. Si è trattato di un mitico evento di quelli per i quali gli hanno rotto il cazzo per tutta la vita: la discriminazione. In parte, aveva sempre saputo che era stupida retorica, e agenda politica, del progressismo più rancido: gli immigrati, gli omosessuali, i «diversi» etc. etc. Non aveva mai visto, in vita sua, qualcuno cacciato da un esercizio commerciale. Con la mente poteva tornare quella volta che, ad una mensa scolastica in Francia, 30 anni prima, una ragazza indicandolo chiese «est-tu italien?» per poi cambiare tavolo. Sciocchezze, ragazzate: una cosa del genere non gli toglieva niente, anzi – meglio mangiare senza una brutta ebete frustrata intorno.
E così che è capitato: l’esperienza della discriminazione vissuta sulla propria pelle, e su quella del proprio bambino, che – nell’epoca in cui si fa domande su qualsiasi cosa – ha subito questo spettacolo incredibile.
Stavolta, però era diverso. Qualcosa gli era stato tolto. La libertà di movimento. La libertà di commercio. La quiete della propria vita, e quella del figlio. No, questo non lo aveva mai visto.
Non aveva mai visto una cosa del genere, perché tutti sapevano che su chi rifiuta un servizio discriminando il cliente, ci sarebbero delle leggi belle severe, severe al punto che sono ancora quelle del fascismo. Il Regolamento per l’esecuzione del Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931 prevede «gli esercenti non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo». All’esercente potrebbe essere comminata una multa che va da € 516 e € 3,098. Tuttavia, sotto emergenza COVID, anche questo – come tutto, come ogni singolo diritto, come ogni libertà, anche quelle più primarie ed animali – diventa discutibile. Potrebbero ribattere che, secondo la Cassazione, è legittimo allontanare un cliente qualora questi, col proprio atteggiamento, turbi la sicurezza o la quiete degli altri clienti.
Tutto questo non rileva. Quello che importa qui è comprendere che si è stabilito un sistema di potere che giustifica i kapò covidioti di ogni angheria. I covidioti ora dettano legge – materialmente. Ognuno può divenire il Giuseppe Conte del proprio spazietto: «non concediamo» ai bambini, anche piccolissimi, di stare senza mascherina. Il potere covidiota si abbatte sui nostri figli, umiliando noi genitori.
È stato installato, nelle menti delle persone ancora più che con i DCPM anticostituzionali, un nuovo sistema di Apartheid.
È stato installato, nelle menti delle persone ancora più che con i DCPM anticostituzionali, un nuovo sistema di Apartheid.
Le storie dei neri in Sudafrica, che avevano i loro marciapiedi diversi da quelli dei bianchi, le rammentate?
Le storie degli anni Trenta, con i negozi vietati agli ebrei, visti ripetutamente in tutti i film possibili, le ricordate?
Le storie degli anni Trenta, con i negozi vietati agli ebrei, visti ripetutamente in tutti i film possibili, le ricordate?
Quanti casi di discriminazione abbiamo visto sui giornali, quando la solita omo-coppia si bacia in una spiaggia o in un bar e si sente «discriminata»?
Quanto ci hanno esaurito con le storie dei poveri immigrati che scappano dalla guerra e vengono discriminati perché neri?
A essere discriminato qui non è stato un cane, ma un bambino. Notiamo però che la faccenda di fatto assume un aspetto zootecnico: al bambino, va messa la museruola
Quanto ci hanno ripetuto che dovevamo nutrirci solo di involtini primavera e fare a gare per abbracciare un cinese a caso (con predilezione per quelli di Wuhan, magari)?
Quanto hanno rotto le palle con gli animali che devono potere entrare dappertutto, pena una discriminazione ingiusta?
Bene, ora siamo su ben altro livello. A essere discriminato qui non è stato un cane, ma un bambino. Notiamo però che la faccenda di fatto assume un aspetto zootecnico: al bambino, va messa la museruola.
Il bambino, come Fido, andrà prontamente vaccinato, chippato, eutanatizzato in caso di malattia, fornito di pedigree che attesti la bontà della provetta che lo ha prodotto.
Il bambino, come Fido, andrà prontamente vaccinato, e sarà rilasciato pure un documento che lo attesta.
Il bambino, come Bobi, potrebbe presto essere chippato: ai bravi cani si fa così, così si sa che vaccini hanno fatto, dove si trovano nel caso che scappino o, il Cielo non voglia, li rubino.
Il bambino, come un cane, qualora dovesse soffrire troppo per una malattia ritenuta non curabile, potrà essere soppresso con la punturina. I lettori di Renovatio 21 sanno che in Belgio e Olanda è già legale, e da anni.
Un Apartheid che sarà genomico, eutanatico, bioelettronico – l’Apartheid che una società della Necrocultura infliggerà ai nostri figli secondo la mente e la tecnologia del XXI secolo
Il bambino, come un cane, avrà il suo pedigree, perché verrà fatto esclusivamente in provetta, con il meglio che la riprogenetica avrà da offrire.
Tutte queste che abbiamo segnato qui sopra sono solo sfumature dei prossimi Apartheid. Un Apartheid che sarà genomico, eutanatico, bioelettronico – l’Apartheid che una società della Necrocultura infliggerà ai nostri figli secondo la mente e la tecnologia del XXI secolo.
La storia del pendìo scivoloso la conoscete: iniziano con «io non posso entrare» e si finisce nel lager. Certamente non si rendono conto di essere figli – nell’incubo salutista, genetico e di Stato di sorveglianza razzista e mortifero – del tizio coi baffetti sulle cui fotine sputano ogni giorno come nell’ora di odio di 1984 di Orwell. La realtà è che l’incubo biototalitario che stanno creando è mille volte più pervasivo. Un tempo, sotto la guerra, i coprifuoco erano più laschi. Il tracciamento geolocalizzante non era di fatto possibile. Anche la libertà di espressione era probabilmente migliore: si veniva puniti per quel che si diceva, ora si è sia puniti che cancellati.
La storia del pendìo scivoloso la conoscete: iniziano con «io non posso entrare» e si finisce nel lager
Di tante cose, in realtà, non hanno contezza. Non sanno ad esempio che il fanatismo è la radice di ogni conflitto.
Non è la cosa più stupida inerente ai covidioti: è peggio pensare che, quando se ne accorgeranno, i covidioti crederanno pure di poterlo vincere, il conflitto.
Non sanno ad esempio che il fanatismo è la radice del conflitto: e penseranno pure di poterlo vincere.
In uno scontro per difendere la prole, chi credete possa essere più pronto, e determinato?
I padri devono meditare soprattutto questo: devono stare vicino ai loro figli, e prepararli a questi tempi di turbolenza, ad essere discriminati, derisi, attaccati.
I padri devono iniziare i loro figli, prepararli a questi tempi di turbolenza, ad essere discriminati, derisi, attaccati
I padri devono iniziare i figli. Abbiamo bisogno di uomini che trasformino i loro bambini in altri uomini. Questa è la prima vera forma di resistenza possibile.
Perché quello che ci sta venendo innanzi, lo sapete tutti, non è umano.
Roberto Dal Bosco
Essere genitori
Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni
Il governo canadese ha avanzato una proposta di legge che proibirebbe l’accesso ai social media per i ragazzi sotto i 16 anni, prevedendo possibili deroghe per le piattaforme in grado di dimostrare l’adozione di «adeguate misure di sicurezza».
Mercoledì, Ottawa ha reso nota tramite un comunicato stampa questa iniziativa normativa, denominata Safe Social Media Act (Legge sulla sicurezza dei social media).
Una volta approvata, la norma costringerebbe i gestori delle piattaforme social a introdurre sistemi di verifica dell’età e a limitare l’esposizione dei minori a contenuti pericolosi, tra cui lo sfruttamento sessuale dei minori, immagini intime non consensuali, incitamento all’autolesionismo, bullismo, incitamento all’odio, violenza e materiale terroristico o estremista.
Il provvedimento regolamenterebbe altresì i chatbot basati sull’IA, obbligandoli a «mitigare il rischio» di esiti nocivi, e imporrebbe alle piattaforme un sistema più efficace di segnalazione nelle situazioni di crisi, per esempio quando gli utenti manifestano l’intenzione di fare del male a se stessi o ad altri.
Verrà inoltre creato un nuovo ente di regolamentazione della sicurezza digitale incaricato di vigilare sull’applicazione e sul rispetto delle regole.
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«Abbiamo visto le gravissime conseguenze che i danni online possono avere. Con l’evoluzione delle tecnologie, dobbiamo garantire che le nostre leggi si adeguino, perché i genitori non possono affrontare queste sfide da soli», ha dichiarato il ministro della Cultura canadese Marc Miller nel comunicato stampa del governo.
La proposta giunge in un contesto di crescente impegno internazionale per disciplinare l’attività online dei minori.
Alla fine dello scorso anno, l’Australia è diventata il primo Paese a vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Brasile e Indonesia hanno introdotto limitazioni analoghe a maggio.
Come riportato da Renovatio 21, la Francia ha avviato un iter legislativo per proibire l’uso dei social media ai minori di 15 anni, benché la misura non abbia ancora completato il percorso parlamentare. Anche altri Stati, tra cui Regno Unito, Austria e Danimarca, stanno elaborando restrizioni simili.
Negli ultimi mesi, i giganti dei social media come Meta Platforms, TikTok e YouTube sono stati al centro di critiche sempre più aspre, anche in seguito a una rilevante causa per responsabilità da prodotto intentata a Los Angeles, basata sull’accusa di aver progettato intenzionalmente le proprie piattaforme per generare dipendenza nei bambini.
Nei documenti depositati in tribunale si sostiene inoltre che Facebook non abbia sorvegliato in modo adeguato gli account coinvolti nello sfruttamento sessuale e nel traffico di minori, con alcuni contenuti illeciti che sarebbero rimasti online nonostante fossero state segnalate 16 violazioni.
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Essere genitori
I bambini che libereranno Faccetta nera
Pope Leo does the ‘67’ meme in new video. pic.twitter.com/nnaPtFa36L
— Pop Base (@PopBase) May 17, 2026
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Epidemie
Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID
Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.
La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.
Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.
I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.
«Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.
«Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».
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La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.
Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».
Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».
I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.
«I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.
«Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».
Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.
La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.
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