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Essere genitori

Il nuovo Apartheid: i covidioti contro i nostri figli

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Doveva succedere, è successo.

 

Un uomo, un sabato mattina qualsiasi di una regione «gialla», decide di fare una passeggiata con il figlio. Da tanto tempo, infatti, non metteva piede nel centro storico della sua bellissima, immortale città, mostrarla al piccolo è qualcosa che un padre dovrebbe sentirsi di fare.

 

Padre e figlio camminano per il parchetto, oltrepassano la porta millenaria della città, ammirano il Torrione, respirano l’aria del Corso. Brioche. Succo d’arancia. Il bambino fa tante domande, il padre è felice di rispondere, ma non sa rispondere a tutte.  A cinque anni ci si sente di interrogare gli adulti su questioni futili ma anche impreviste, abissali.

 

«Scusate, ma il bambino non può stare qui senza mascherina»

Padre e figlio entrano in uno, due, tre negozi. Librerie, oggettistica: pare essere resistita, soffrendo, qualche forma di vita nonostante Amazon. Il papà guarda il suo bimbo: è bravo, è buono, è bellissimo. Ha la pelle bianchissima e i capelli fini. Vuole sapere tante cose, ma sa ridere e scherzare sempre. È il compagno ideale, pensa il genitore, con chi altri passare il tempo? Chi altro ti permette di sentirti così completo, così vivo? Chi altri è più importante?

 

Nella mente dell’uomo avanza un’idea. Lì vicino c’è un negozietto che dovrebbe avere dei Lego. Una scatoletta di costruzioni è il minimo che questo miracolo totale che è mio figlio si merita. Il piano di andare a prendersi questo piccolo premio è condiviso con il cinquenne, che approva gioioso.

 

Il negozio è da poco aperto. Dentro solo un commesso ed un cliente. I due entrano come hanno fatto altre volte prima di oggi, prima della pandemia, perfino prima che il bambino esistesse, perché il negozio lo si conosce. Si appropinquano allo scaffale dei Lego.

 

«Quale vuoi? Questo con i Mandalorian… ?» chiede il papà.

 

«Il bambino ha meno di sei anni» ribatte l’uomo stupito. «L’obbligo è per i bambini dai sei anni in su»

«Scusate» interrompe il commesso, che ha mollato il cliente che stava servendo ed è uscito dal bancone per venire a poca distanza dal duo. È mascherato come lo è, per legge, l’uomo.

 

«Scusate, ma il bambino non può stare qui senza mascherina».

 

«Il bambino ha meno di sei anni» ribatte l’uomo stupito. «L’obbligo è per i bambini dai sei anni in su». L’uomo è sbigottito: come si permette questo tizio di andare da un cliente del suo negozio e accusarlo di violare una, per quanto stupida, legge? Quello che stava succedendo non aveva alcuna attinenza né con la legge, con la logica del commercio, né con la creanza.

 

La verità è che l’uomo non aveva capito nulla di quello che stava succedendo. A lui, al figlio, al negozio, alla città, al Paese, alla Terra. N-u-l-l-a.

 

«Lo sappiamo che la legge dice che la mascherina va portata dai sei anni, ma in questo negozio si entra solo con la mascherina. Anche i bambini».

«Lo sappiamo che la legge dice che la mascherina va portata dai sei anni, ma in questo negozio si entra solo con la mascherina. Anche i bambini».

 

Il signore, che tiene stretta la manina di suo figlio, è solitamente uno combattivo, e, a quanto dicono, un tantinello aggressivo. In quel momento, però, non proferisce parola.

 

Il commesso non è cattivo, né malizioso. Esegue degli ordini, non si sa se ne è dispiaciuto, ma non è possibile nemmeno dire che questo lavora gli piaccia.

 

«Se vuole, posso portare i prodotti fuori dalla porta…».

 

L’uomo non dice niente. Non protesta. Non insulta. Non sospira nemmeno. Tira la manina del figlio fuori dal negozio, a passi veloci.

 

«Se vuole, posso portare i prodotti fuori dalla porta…».

E così che è capitato: l’esperienza della discriminazione vissuta sulla propria pelle, e su quella del proprio bambino, che – nell’epoca in cui si fa domande su qualsiasi cosa – ha subito questo spettacolo incredibile.

 

Fuori, l’uomo cammina con il bambino verso la macchina, facendo finta di niente. Si sta chiedendo cosa il bambino possa aver capito. Sta pregando che quello attraverso il quale il piccolo è passato non costituisca un trauma. Di fatto, non ha reagito minimamente proprio per questo: perché sa quanto i momenti di tensione rimangano indelibili nel cuore del bimbo, soprattutto quelli in cui si può sentire minimamente responsabile.

 

Il bambino non chiede mai «Papà cosa è successo»?, ma l’uomo tuttora non sa cosa abbia capito davvero.

 

Perché non lo sa neanche nemmeno lui. Si è trattato di un mitico evento di quelli per i quali gli hanno rotto il cazzo per tutta la vita: la discriminazione. In parte, aveva sempre saputo che era stupida retorica, e agenda politica, del progressismo più rancido: gli immigrati, gli omosessuali,  i «diversi» etc. etc. Non aveva mai visto, in vita sua, qualcuno cacciato da un esercizio commerciale. Con la mente poteva tornare quella volta che, ad una mensa scolastica in Francia, 30 anni prima, una ragazza indicandolo chiese «est-tu italien?» per poi cambiare tavolo. Sciocchezze, ragazzate: una cosa del genere non gli toglieva niente, anzi – meglio mangiare senza una brutta ebete frustrata intorno.

E così che è capitato: l’esperienza della discriminazione vissuta sulla propria pelle, e su quella del proprio bambino, che – nell’epoca in cui si fa domande su qualsiasi cosa – ha subito questo spettacolo incredibile.

 

Stavolta, però era diverso. Qualcosa gli era stato tolto. La libertà di movimento. La libertà di commercio. La quiete della propria vita, e quella del figlio. No, questo non lo aveva mai visto.

 

Non aveva mai visto una cosa del genere, perché tutti sapevano che su chi rifiuta un servizio discriminando il cliente, ci sarebbero delle leggi belle severe, severe al punto che sono ancora quelle del fascismo. Il Regolamento per l’esecuzione del Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931 prevede «gli esercenti non possono, senza un legittimo motivo, rifiutare prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo». All’esercente potrebbe essere comminata una multa che va  da € 516 e  € 3,098. Tuttavia, sotto emergenza COVID, anche questo – come tutto, come ogni singolo diritto, come ogni libertà, anche quelle più primarie ed animali – diventa discutibile. Potrebbero ribattere che, secondo la Cassazione,  è legittimo allontanare un cliente qualora questi, col proprio atteggiamento, turbi la sicurezza o la quiete degli altri clienti.

 

Tutto questo non rileva. Quello che importa qui è comprendere che si è stabilito un sistema di potere che giustifica i kapò covidioti di ogni angheria. I covidioti ora dettano legge – materialmente. Ognuno può divenire il Giuseppe Conte del proprio spazietto: «non concediamo» ai bambini, anche piccolissimi, di stare senza mascherina. Il potere covidiota si abbatte sui nostri figli,  umiliando noi genitori.

È stato installato, nelle menti delle persone ancora più che con i DCPM anticostituzionali, un nuovo sistema di Apartheid.

 

È stato installato, nelle menti delle persone ancora più che con i DCPM anticostituzionali, un nuovo sistema di Apartheid.

 

Le storie dei neri in Sudafrica, che avevano i loro marciapiedi diversi da quelli dei bianchi, le rammentate?

 

Le storie degli anni Trenta, con i negozi vietati agli ebrei, visti ripetutamente in tutti i film possibili, le ricordate?

 

Le storie degli anni Trenta, con i negozi vietati agli ebrei, visti ripetutamente in tutti i film possibili, le ricordate?

Quanti casi di discriminazione abbiamo visto sui giornali, quando la solita omo-coppia si bacia in una spiaggia o in un bar e si sente «discriminata»?

 

Quanto ci hanno esaurito con le storie dei poveri immigrati che scappano dalla guerra e vengono discriminati perché neri?

 

A essere discriminato qui non è stato un cane, ma un bambino. Notiamo però che la faccenda di fatto assume un aspetto zootecnico: al bambino, va messa la museruola

Quanto ci hanno ripetuto che dovevamo nutrirci solo di involtini primavera e fare a gare per abbracciare un cinese a caso (con predilezione per quelli di Wuhan, magari)?

 

Quanto hanno rotto le palle con gli animali che devono potere entrare dappertutto, pena una discriminazione ingiusta?

 

Bene, ora siamo su ben altro livello. A essere discriminato qui non è stato un cane, ma un bambino. Notiamo però che la faccenda di fatto assume un aspetto zootecnico: al bambino, va messa la museruola.

 

Il bambino, come Fido, andrà prontamente vaccinato, chippato, eutanatizzato in caso di malattia, fornito di pedigree che attesti la bontà della provetta che lo ha prodotto.

Il bambino, come Fido, andrà prontamente vaccinato, e sarà rilasciato pure un documento che lo attesta.

 

Il bambino, come Bobi, potrebbe presto essere chippato: ai bravi cani si fa così, così si sa che vaccini hanno fatto, dove si trovano nel caso che scappino o, il Cielo non voglia, li rubino.

 

Il bambino, come un cane, qualora dovesse soffrire troppo per una malattia ritenuta non curabile, potrà essere soppresso con la punturina. I lettori di Renovatio 21 sanno che in Belgio e Olanda è già legale, e da anni.

 

Un Apartheid che sarà genomico, eutanatico, bioelettronico – l’Apartheid che una società della Necrocultura infliggerà ai nostri figli secondo la mente e la tecnologia del XXI secolo

Il bambino, come un cane, avrà il suo pedigree, perché verrà fatto esclusivamente in provetta, con il meglio che la riprogenetica avrà da offrire.

 

Tutte queste che abbiamo segnato qui sopra sono solo sfumature dei prossimi Apartheid. Un Apartheid che sarà genomico, eutanatico, bioelettronico – l’Apartheid che una società della Necrocultura infliggerà ai nostri figli secondo la mente e la tecnologia del XXI secolo.

 

La storia del pendìo scivoloso la conoscete: iniziano con «io non posso entrare» e si finisce nel lager. Certamente non si rendono conto di essere figli – nell’incubo salutista, genetico e di Stato di sorveglianza razzista e mortifero – del tizio coi baffetti sulle cui fotine sputano ogni giorno come nell’ora di odio di 1984 di Orwell. La realtà è che l’incubo biototalitario che stanno creando è mille volte più pervasivo. Un tempo, sotto la guerra, i coprifuoco erano più laschi. Il tracciamento  geolocalizzante non era di fatto possibile. Anche la libertà di espressione era probabilmente migliore: si veniva puniti per quel che si diceva, ora si è sia puniti che cancellati.

 

La storia del pendìo scivoloso la conoscete: iniziano con «io non posso entrare» e si finisce nel lager

Di tante cose, in realtà, non hanno contezza. Non sanno ad esempio che il fanatismo è la radice di ogni conflitto.

 

Non è la cosa più stupida inerente ai covidioti: è peggio pensare che, quando se ne accorgeranno, i covidioti crederanno pure di poterlo vincere, il conflitto.

 

Non sanno ad esempio che il fanatismo è la radice del conflitto: e penseranno pure di poterlo vincere.

In uno scontro per difendere la prole, chi credete possa essere più pronto, e determinato?

 

I padri devono meditare soprattutto questo: devono stare vicino ai loro figli, e prepararli a questi tempi di turbolenza, ad essere discriminati, derisi, attaccati.

 

I padri  devono iniziare i loro figli, prepararli a questi tempi di turbolenza, ad essere discriminati, derisi, attaccati

I padri devono iniziare i figli. Abbiamo bisogno  di uomini che trasformino i loro bambini in altri uomini. Questa è la prima vera forma di resistenza possibile.

 

Perché quello che ci sta venendo innanzi, lo sapete tutti, non è umano.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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Botte da orbi tra adulti alla partita dei «pulcini». Drammatico quanto naturale?

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Nello Stato statunitense della Pennsylvania una violenta rissa tra due allenatori di football giovanile è scoppiata proprio davanti a bambini di terza e quarta elementare. L’intera scena è stata ripresa in video, finendo quindi sui mezzi di informazioni del Paese e tracimando, tramite l’internetto, nell’interomondo.

 

La caotica vicenda si è svolta durante il quarto quarto della partita di sabato tra Carlynton e Keystone Oaks a Carnegie. Il filmato, registrato da Ryan Crux, un genitore mostra la situazione degenerare dopo un’interruzione del gioco, con Keystone Oaks in vantaggio per 7-0.

 

Il 24enne allenatore del Carlynton è stato ripreso mentre urlava aggressivamente prima di scagliarsi contro membri della panchina avversaria. Indossando una maglietta verde, Canton si è diretto verso l’allenatore rivale, il coach dei Keystone Oaks.

 

Da lì è scoppiato il caos, con l’arbitro impegnato a fare tutto il possibile per proteggere i bambini dalla confusione.

 


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Il video ci permette di parlare di un fenomeno misconosciuto ma molto presente anche in Italia: quello delle risse tra genitori alle partite dei figli sportivi. Si tratta di violenze che spesse volte si incentrano sull’arbitro.

 

I dati dell’Associazione Italiana Arbitri sono sconvolgenti: nelle stagioni 2022-2023 e 2023-2024 sono stati registrati complessivamente 870 episodi di violenza ai danni dei direttori di gara, per 978 giorni di prognosi, e nella stagione 2024-2025, al 20 novembre, se ne contavano già 195, 15 dei quali gravi. Un altro dettaglio interessante: nell’85-90% dei casi gli autori sono tesserati — calciatori, dirigenti, allenatori, quindi non sempre «solo» genitori sugli spalti, ma il fenomeno dei genitori resta una fetta consistente e particolarmente odiosa perché colpisce bambini e arbitri giovanissimi.

 

I casi di cronaca si sprecano. A Lodi, nel novembre 2025, durante una partita di Pulcini tra Montanaso e Usom Melegnano, un padre ha reagito a una decisione arbitrale lanciando un sasso in campo e brandendo un pezzo di ferro. È quindi dovuta intervenire la polizia.

 

A Collegno, nel settembre dell’anno passato, durante un torneo giovanile, un genitore avrebbe scavalcato la recinzione colpendo con pugni e calci un portiere avversario tredicenne, causandogli una frattura al malleolo.

 

 

A Desio, in una partita di Pulcini del 2019, una madre ha rivolto insulti razzisti a un bambino avversario.

 

Il capo degli arbitri di Reggio Emilia citava già anni fa il caso di Juventus-Torino, con i genitori dei pulcini che si sono picchiati, come episodio limite noto a livello nazionale.

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Durante una partita di pulcini al campo di Santa Lucia, a Verona nel 2019, un litigio tra due padri è degenerato: uno ha rimproverato il figlio ed è stato colpito al volto (labbra e denti feriti) dall’altro genitore, che poi ha tirato fuori un coltello minacciando di morte. È stato disposto un Daspo per entrambi.

 

A Padova, nel 2015, un banale fallo di gioco tra pulcini di 9 anni è degenerato in insulti, schiaffi e pugni tra genitori, fermati solo dai carabinieri.

 

Nel 2023 a Cremona, ecco la vicenda della nonna 71enne che ha schiaffeggiato un bambino della squadra avversaria; ne è nata una rissa tra i genitori sugli spalti, sedata dai carabinieri. Tre mesi dopo il questore ha emesso sei Daspo.

 

A Dubino, in provincia di Sondrio, nel 2016 vi è stata la tissa sugli spalti tra genitori tifosi durante una partita di Pulcini classe 2006: i bambini in campo, alcuni in lacrime, hanno smesso di giocare da soli e si sono abbracciati con gli avversari, dicendo «basta, noi non giochiamo più» — un episodio diventato quasi simbolico in senso opposto, di reazione dei ragazzini alla violenza degli adulti.

 

A Seregno, in provincia di Monza e della Brianza, si è avuto il caso più grave in assoluto: durante una partita tra pulcini di 8 anni, una rissa tra genitori è scoppiata sugli spalti dopo insulti reciproci rivolti ai bambini avversari. Un dirigente 44enne, intervenuto per calmare gli animi, è stato colpito con un calcio alla schiena: gli si è spappolato un rene, che i medici hanno dovuto asportare, ed è finito in terapia intensiva. L’aggressore, un 47enne, è stato indagato per lesioni personali gravissime con perdita dell’uso di un organo — si è parlato anche di possibile tentato omicidio.

 

Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il calcio: anche in basket e rugby il problema dei genitori aggressivi sta crescendo. Nessuno sport è veramente immune dalla follia sportivo-genitoriale: in un video di commento alle recenti Olimpiadi Milano-Cortina, una pattinatrice russa (proveniente dal Paese purtroppo estromesso dalle competizione) ha raccontato che uno dei suggerimenti che si è sentita dare quando era ancora bambina era tenere i pattini sempre con sé: il rischio è quello che i genitori o gli allenatori delle atlete avversarie allentino furtivamente le viti che tengono le lame, così da inficiare la performanza o generare un vero e proprio incidente traumatico sul ghiaccio.

 

Vi è, purtutavia, una lettura non disforica di questi eventi: i genitori vivono la partita del figlio come fosse la propria, perché vedono nel piccolo la loro stessa continuazione.

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Si tratta quindi della scaturigine di un istinto umano e giustissimo, quello di proteggere la propria discendenza, quello di difendere chi si ama, ciò che si ha di più caro.

 

Un filo comune in molti di questi casi è che spesso non è nemmeno la partita in sé a scatenare la violenza, ma un rimprovero di un genitore al proprio figlio, o un fallo minimo, che innesca reazioni completamente sproporzionate — segno che il vero detonatore è la tensione accumulata dagli adulti, cioè l’energia che il loro animo mette a disposizione per la protezione dei figli.

 

Ciò detto, non è non ci siano tanti che ci marciano, e si sfogano con ancora più voluttà di quanto non sia possibile fare nelle curve degli ultrà, traendone godimento che solo la boria uligana può offrire.

 

Il fenomeno era stato inquadrato stupendamente nel 2005 in un episodio (S09E05) del cartone satirico South Park che raccontava come, in ultima analisi, ai genitori le partite interessavano di più che ai figli, soprattutto per la possibilità di berciare e, sperabilmente, fare a botte.

 

 

 

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Bambina traumatizzata si butta dalla finestra. L’assistente sociale ha tatuaggi sul viso e corna da diavolo

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Una bambina traumatizzata in Austria si è buttata da una finestra dopo essere stata prelevata da un assistente sociale dal look inquietante. Lo riporta LifeSite.   La precedente casa famiglia per bambini con problemi comportamentali, dove viveva la dodicenne, è stata chiusa dall’Agenzia per la tutela dell’infanzia e della gioventù di Vienna (MA 11) a seguito di alcune segnalazioni. I bambini di questa struttura avrebbero dovuto essere trasferiti in una nuova casa famiglia gestita da un organizzazione privata senza scopo di lucro il cui direttore era uno degli assistenti sociali che sono andati a prendere la ragazza.   Il caso si è trasformato in uno scandalo politico quando la ragazza è saltata da una finestra e si è rotta diverse ossa poco dopo aver incontrato l’uomo. La dodicenne tirolese è considerata traumatizzata a causa di sospetti gravi abusi. Secondo Pro Child Vienna, l’organizzazione che gestiva la sua precedente casa famiglia, la ragazza reagisce in modo molto negativo agli uomini e pertanto non dovrebbe essere affidata alle cure di assistenti sociali di sesso maschile.   Tuttavia, le linee guida non sono state rispettate quando la ragazza doveva essere prelevata da lì e portata in una nuova sistemazione condivisa, ha criticato Sabine Keri, portavoce dei giovani del Partito Popolare Austriaco (ÖVP) a Vienna. Alla Keri è stato fornito un resoconto scritto dell’incidente e ha affermato: «Era stato chiarito in modo inequivocabile che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. E poi si presenta un uomo che esercita pressioni».    

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I giornali viennesi sostengono che l’aspetto fisico dell’assistente sociale abbia spaventato la ragazza, poiché ha diversi tatuaggi sul viso, tra cui un pentagramma sulla fronte. L’uomo indosserebbe anche spesso delle piccole corna nere sulla testa che si possono avvitare e svitare, come si può vedere nel suo ritratto sul sito web ufficiale dell’organizzazione.   «Per me, quello è uno sguardo satanico. E non posso certo permettere a una persona con quell’aspetto di lavorare con bambini gravemente traumatizzati», ha detto la Keri.   L’uomo ha risposto alle accuse definendole diffamatorie e insistendo sul fatto di non essere un satanista, affermando di non indossare le piccole corna sulla testa quando è andato a prendere i bambini.   La dodicenne è saltata fuori dalla finestra non chiusa a chiave quando nessuno la guardava. La consigliera comunale Bettina Emmerling ha avviato un’indagine sull’accaduto. Tuttavia, sostiene che finora non ci siano prove che la ragazza si sia buttata per paura dell’assistente sociale. Secondo la Emmerling, l’uomo dall’aspetto satanico e la badante donna avevano già parlato con la bambina il giorno prima dell’incidente. La consigliera ha sostenuto che la paura per il suo aspetto non fosse la ragione del gesto, bensì la riluttanza della bambina a cambiare residenza o la persona a cui era affidata. Inoltre, ha affermato Emmerling in un’intervista, la bambina era stata anche con un badante uomo nell’appartamento condiviso prima dell’incidente.   «Il fatto che questa finestra non fosse chiusa a chiave non è consentito in un alloggio condiviso», ha affermato. «La finestra può essere lasciata leggermente aperta, ma in linea di principio, quando un bambino è solo in una stanza», le finestre devono essere chiuse a chiave.   Secondo Emmerling, la consigliera comunale non ha ancora ben chiaro se – e con quanta chiarezza – sia stato effettivamente comunicato che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. Secondo quanto riferito, la ragazza si è ripresa dalla caduta e ora si trova in una nuova casa famiglia a Vienna. Le notizie non specificano se si tratti di una struttura della precedente organizzazione o di un’altra.

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Un altro elemento di dibattito politico in questo caso è il fatto che il responsabile dell’azienda che ha prelevato la ragazza, sia il figlio di un alto funzionario del MA 11. L’ÖVP e il FPO hanno criticato aspramente la cosa. La consigliera Emmerlinga ha difeso l’accordo: «il fatto che esistesse questo legame familiare è stato reso noto fin dall’inizio», ha dichiarato in un’intervista. Il padre del direttore (…) non aveva alcuna autorità né alcun ruolo nel processo decisionale relativo all’assegnazione degli appalti da parte dell’agenzia, ha aggiunto.   Anche il pubblico italiano ricorda prelievi traumatici eseguiti da assistenti sociali e forze istituzionali ai danni di famiglie, con azioni stile commando che tagliano la luce e ingannano i genitori per procedere al prelievo del minore. Il caso più noto degli ultimi anni, quello di un paesino emiliano, è finito con l’assoluzione dei principali accusati.   Nella dinamica di questi eventi è evidente come entri in giuoco uno scontro – metapolitico, metafisico – tra la sovranità della famiglia e la volontà dello Stato, con immani conseguenze filosofiche ed antropologiche: da una parte chi considera la famiglia come l’unita primigenia ed indivisibile del consorzio umano, dall’altra chi crede che lo Stato rappresenti una forza superiore che possa permettersi di scinderla e riformularla.   Da un punto di vista di filosofia del diritto, si deve parlare della primazia del diritto positivo dello Stato moderno contro la legge naturale che è base dell’esistenza della famiglia: da una parte chi crede che oltre lo Stato non vi sia nulla, e quindi che esso goda di un potere assoluto, dall’altra chi crede che lo Stato sia invece un’entità inferiore che si deve conformare a qualcosa di superiore – appunto, la legge naturale, o Dio… – e che non possa quindi infrangerne i principi.   In teoria, la Costituzione repubblicana italiana considera la famiglia come il nucleo fondamentale della società, definendola espressamente una «società naturale fondata sul matrimonio». I principi costituzionali che regolano la famiglia sono contenuti principalmente negli articoli 29, 30 e 31.   All’articolo 29, che tratta della società naturale, lo Stato riconosce la famiglia come un’istituzione che esiste prima dello Stato stesso, dotata di propri diritti originari che la legge non crea, ma si limita a proteggere.   All’articolo 31 è detto che la La Repubblica deve agevolare la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi con misure economiche, con particolare riguardo alle famiglie numerose, e proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù.   Quanto la Costituzione Italiana che pure non riteniamo proprio essere un documento perfetto, sia presa sul serio dallo Stato repubblicano (con la Corte Costizionale che per allargare le maglie della morte parla di «Costituzione materiale»), lo lasciamo decidere al lettore di Renovatio 21 che ci segue sin da prima della devastazione pandemica.  

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Epidemie

I bambini nati durante il lockdown mostrano una ridotta funzione esecutiva all’età di 4 anni: studio

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Secondo un nuovo studio, i bambini nati durante il primo lockdown dovuto alla pandemia mostrano una ridotta funzione esecutiva, un indicatore chiave del controllo comportamentale, all’età di 4 anni.

 

La funzione esecutiva può essere concettualizzata come una sorta di «sistema di gestione» del cervello che consente all’individuo di svolgere compiti cognitivi di livello superiore come la pianificazione, la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e l’adattamento di piani e comportamenti in risposta al mutare delle circostanze.

 

Le funzioni esecutive sono principalmente associate alla regione della corteccia prefrontale del cervello. Le difficoltà nelle funzioni esecutive sono solitamente associate a condizioni come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), l’invecchiamento e le lesioni cerebrali. Possono verificarsi anche riduzioni transitorie a seguito di stress e privazione del sonno.

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I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 205 bambini nati in Gran Bretagna tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. I bambini sono stati sottoposti a valutazioni standardizzate all’età di quattro anni per una varietà di tratti dello sviluppo, tra cui il linguaggio espressivo e ricettivo, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale. Gli scienziati hanno quindi confrontato le valutazioni con quelle di un altro gruppo nato e valutato prima della pandemia.

 

Lo studio ha dimostrato che, sebbene alcuni parametri relativi alla coorte pandemica fossero nella norma, come la struttura delle frasi, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale, un numero significativamente maggiore di bambini ha mostrato una ridotta funzione esecutiva. Anche i punteggi molto bassi relativi alla struttura delle parole sono risultati più frequenti.

 

Lo studio si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come le restrizioni sociali imposte dalla pandemia abbiano avuto gravi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Uno studio condotto su bambini scozzesi, ad esempio, ha mostrato un aumento del 6,6% nella percentuale di bambini piccoli con almeno un problema di sviluppo durante le 72 settimane di misure di distanziamento sociale.

 

Un altro studio ha dimostrato che i lockdown hanno interrotto lo sviluppo di un’abilità sociale fondamentale nei bambini piccoli: lo sviluppo della teoria della mente, che permette ai bambini di assumere la prospettiva di un’altra persona.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports suggerisce che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare.

 

Anche il maggiore quotidiano del pianeta, il New York Times, già quattro anni fa ammise il danno procurato dai lockdown ai bambini. L’articolo, pubblicato a metà novembre, si intitola «Ecco le prove sorprendenti della perdita di apprendimento».

 

La lista dei danni dei lockdown sui bambini studiati dall’accademia è oramai imponenti. Il danno è autoevidente, a partire dal chiaro ritardo nell’apprendimento di alcuni a certi disegni disturbanti emersi.

 

Uno studio britannico aveva rilevato che molti bambini che iniziano la scuola elementare hanno abilità verbali gravemente sottosviluppate, e molti non sono nemmeno in grado di pronunciare il proprio nome.

 

La canadese York University ha rilevato in uno studio che i bambini ora «hanno difficoltà di riconoscere i volti a causa della mascherina».

 

Come riportato da Renovatio 21, una logopedista statunitense ha asserito di aver osservato un aumento del 364% delle segnalazioni di pazienti neonati e bambini piccoli che abbisognano di aiuto per il linguaggio non sviluppato.

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Un altro studio ha rivelato come i punteggi medi di quoziente intellettivo tra bambini nati durante la pandemia siano crollati di ben 22 punti mentre le prestazioni verbali, motorie e cognitive hanno tutte sofferto a causa del lockdown. La dannosità delle mascherine a livello respiratorio è stata sottolineata anche dall’agenzia tedesca per la protezione dei consumatori.

 

Secondo un rapporto di Ofsted, istituzione governativa britannica, la mascherina ha creato una generazione di bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni.

 

Vi sarebbero poi problemi al sistema immunitario dei piccoli costretti alla clausura. Pochi mesi fa è emerso come bambini venivano colpiti, fuori stagione, da tre virus contemporaneamente – qualcosa di assolutamente raro, prima.

 

Qualcuno così propone una connessione tra l’inusuale aumento delle epatiti fra i bambini e le restrizioni pandemiche.

 

Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, i lockdown hanno portato 60.000 bambini britannici alla depressione clinica. Un’analogo aumento della depressione giovanile è stata rilevata in Italia dall’ISS.

 

In Italia si sta assistendo anche al fluire di un’aneddotica significativa sull’aumento della violenza fra i giovani.

 

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