Politica
Zemmour aggredito al suo primo comizio
Il candidato presidenziale francese Eric Zemmour è stato aggredito al suo primo comizio.
Mentre, come un divo, entrava nell’auditorium strapieno di sostenitori festanti (si parla di 15 mila presenze) stringendo le mani alle persone sporte sulle transenne, un uomo ha cercato di afferrarlo.
Eric Zemmour violenté par un opposant lors de son arrivée dans la salle. Les médecins qui ont examiné Éric Zemmour ce soir lui ont signifié 9 jours d’ITT. Quel courage d’avoir tenu malgré le meeting malgré cette agression!#VillepinteZemmour pic.twitter.com/OP2xDUlHFd
— Antoine Diers (@AntoineDiers) December 5, 2021
#Zemmour ou pas, l’agression contre un candidat est ignoble et l’attaque contre un meeting est une menace pour la démocratie : tous ces perturbateurs organisés, médiatisés, subventionnés doivent rendre des comptes ! #ZemmourVillepinte #Villepinte #SOSRacisme pic.twitter.com/pO9Swt6q2c
— Gilbert Collard (@GilbertCollard) December 6, 2021
L’evento è stato infiltrato da elementi della sinistra «antirazzista» – dicono i giornali: ma potrebbero essere anche semplici bande di balordi immigrati della banlieue, di cui però non si puòparlare – che hanno creato tafferugli, anche piuttosto spettacolari, con sedie che volavano e gente che si picchiava selvaggiamente. Il comizio è iniziato con un’ora e mezzo di ritardo.
Fighting broke out when leftist infiltrators at an Eric Zemmour event north of Paris tried to stage a disruption. Zemmour is a right-wing candidate running to be president of France. pic.twitter.com/BuFSFAUob0
— Andy Ngô ????️???? (@MrAndyNgo) December 6, 2021
WARNING: GRAPHIC CONTENT – Supporters of French far-right presidential candidate Eric Zemmour threw punches and chairs at several protesters wearing anti-racism T-shirts during his first political rally https://t.co/J19m7HELcV pic.twitter.com/pCYeRmZR9Q
— Reuters (@Reuters) December 6, 2021
Zemmour è comunque arrivato sul palco illeso e, come si vede dalle immagini, ha gioiosamente arringato al pubblico.
«I miei avversari vogliono la mia morte politica, i giornalisti la mia morte sociale e i jihadisti la mia morte» ha detto il candidato.
Come riportato da Renovatio 21, il giornalista di origine ebrea tunisina si è candidato ufficialmente la settimana scorsa.
La sua piattaforma è essenzialmente anti-immigrazionista: da qui il nome del suo partito, Reconquête, «Riconquista», un riferimento alla Reconquista, cioè al processo storico di cacciata dei «mori» islamici nella penisola iberica durante il Medio Evo.
Come abbiamo notato, curiosamente il candidato, considerato dirompente, senza peli sulla lingua, non ha detto una parola che sia una riguardo dittatura sanitaria, vaccini, Grande Reset, etc. Un tema che interesserebbe, in Francia, milioni e milioni di elettori che, come in Italia, sono ora senza rappresentazione politica.
Come riportato da Renovatio 21, lo spauracchio Zemmour veniva agitato da mesi sui giornali, con sondaggi che lo davano vicino a Macron, e sempre e comunque nocivo alle ambizioni dell’eterna candidata della destra francese Marine Le Pen.
Secondo molte voci, che provengono sia dai giornali che da politici come l’ex presidente Hollande, dietro a Zemmour vi sarebbe il finanziere Bolloré, già socio di Berlusconi in Mediaset e grande socio di TIM – posizione ora in bilico a causa dell’interesse del mega-fondo americano KKR e forse dal rimescolamento di carte conseguente al Trattato del Quirinale.
La situazione della società in Francia pare sempre più prossima al collasso: gli stessi militari, in uno strano pronunciamento, annunciarono l’imminenza della guerra civile – idea ribadita da altri candidati presidenziali.
Le strade di Francia sono diventate insicure per chiunque, sia per Miss Francia che per un soldato paracadutista che per i commercianti asiatici di Lione: chiunque può essere vittima di violenza delle bande.
La Guadalupa, territorio d’oltre mare francese, è stata data alle fiamme nella protesta contro l’obbligo vaccinale.
Politica
Il Belgio schiera l’esercito per proteggere i siti ebraici
Il Belgio ha schierato l’esercito per proteggere i siti ebraici nelle principali città del paese, ha dichiarato il ministro della Difesa Theo Francken.
La scorsa settimana le autorità belghe hanno annunciato che le forze armate inizieranno a collaborare con la polizia per la sorveglianza dei luoghi di culto ebraici e degli istituti scolastici nella capitale Bruxelles, nonché ad Anversa e Liegi. La decisione è giunta in seguito all’attacco a una sinagoga di Liegi e ad episodi simili nei Paesi Bassi, dopo l’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio.
Lunedì, il Francken ha confermato che i soldati avevano iniziato la loro missione, pubblicando una foto di truppe con giubbotti antiproiettile e fucili in mano ad Anversa.
«La città è di nuovo un po’ più sicura… e anche la comunità ebraica. Diciamo NO all’antisemitismo», ha scritto il ministro.
Il presidente del Comitato di coordinamento delle organizzazioni ebraiche belghe, Yves Oschinsky, ha dichiarato a Reuters che la comunità ebraica del Paese è sempre più preoccupata per la propria sicurezza dopo l’esplosione avvenuta in una sinagoga di Liegi il 9 marzo.
Nessuno è rimasto ferito nell’incidente, poiché l’esplosione è avvenuta nelle prime ore del mattino. L’attacco, che ha mandato in frantumi le finestre e causato altri danni all’edificio storico, è oggetto di indagine come atto terroristico.
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Parlando del dispiegamento di truppe nelle città belghe, Oschinsky ha affermato che «ne abbiamo bisogno», aggiungendo che «in qualche modo ci sentiamo rassicurati, ma non siamo mai senza preoccupazione».
«Abbiamo sempre bisogno di protezione, di sicurezza. Abbiamo bisogno di sicurezza per i nostri figli, per le scuole, per i movimenti giovanili», ha insistito.
Nel mese di marzo, anche nei Paesi Bassi alcune istituzioni ebraiche sono state oggetto di attacchi: esplosioni hanno colpito una scuola ad Amsterdam e una sinagoga a Rotterdam. Nei due episodi non si sono registrati feriti.
Il ministro della Giustizia olandese David van Weel ha dichiarato la scorsa settimana che «la possibilità di un coinvolgimento dell’Iran» nell’attentato di Rotterdam «è oggetto di indagine esplicita».
Come riportato da Renovatio 21, lunedì quattro ambulanze gestite dall’organizzazione di volontariato ebraica Hatzola sono state incendiate a Londra e le autorità stanno indagando sull’attentato come crimine d’odio.
Come riportato da Renovatio 21, nelle scorse settimane il rito ebraico della circoncisione ha segnato un piccolo incidente diplomatico tra il governo belga e l’ambasciatore americano a Brusselle.
Immagine screenshot da YouTube
Politica
AfD vince le elezioni in Renania-Palatinato
The fightback is on.@Alice_Weidel AfD taking 20% of the vote in the state of Rhineland-Palatinate, more than double the 8.3% it received in the last election in 2021.
Only @AfD will save Germany 🇩🇪 The future belongs to patriots. pic.twitter.com/LRf0xXOeeu — Tommy Robinson 🇬🇧 (@TRobinsonNewEra) March 22, 2026
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Pensiero
Mao e il «blocco storico» che ha vinto il referendum
Il referendum per la riforma della magistratura è stato perduto, ma di pochi punti: 54%, un po’ poco per festeggiare con «Bella Ciao» e tric-trac in piazza – come tuttavia i fautori del No hanno fatto.
54%: significa che, grosso modo, il Paese è spaccato a metà. A questo punto, bisogna capire quali sono le metà.
Le variazioni sono non solo leggibili su scala partitica ed ideologica, ma anche territoriale. Tre regioni hanno visto la vittoria del Sì: Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia – in pratica, una grossa fetta del Nord. Da notare come ha prevalso il Sì anche nel voto all’estero, per quanto significante.
Il Sud – come il Piemonte, regione fortemente oggetto di emigrazione meridionale – ha votato compattamente per No, con picchi interessanti nella città di Napoli. Va detto che il No è stato trainato dalle grandi città. A Milano,il distacco è stato di ben 16 punti, un risultato che il sindaco Beppe Sala ha interpretato come il segnale di una «radicata forza progressista» che va oltre il cosiddetto «partito della ZTL». Anche a Torino il centro città ha spinto il risultato verso il No, mentre l’affluenza è crollata nelle zone periferiche.
Parallelamente, in diverse aree, le periferie hanno mostrato una tendenza opposta o un maggiore astensionismo. A L’Aquila, mentre in città ha vinto il No, il Sì è rimasto in vantaggio nelle frazioni e nelle aree più decentrate. In Trentino, il voto è salomonico: il No ha vinto nei centri urbani (50,38%), ma nelle valli e nei territori montani ha prevalso il Sì. In pratica: città contro periferia. Ma non solo.
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La popolazione italiana è quindi fortemente divisa. Da una parte chi, magari pensando ai disastri visti in questi anni, o peggio capitati personalmente, voleva riprogrammare la Giustizia, blindata dalla «Costituzione più bella del mondo», quella che si può buttare nel fosso in caso di epidemia, e sin dall’articolo 1 (che poteva essere riscritto come «L’Italia è un Paese fondato sul green pass»: fateci pure un referendum confermativo).
Dall’altra parte una schiera interessante formata dalla sinistra parlamentare e pure extraparlamentare, ma soprattutto dai dipendenti di quello che chiamiamo lo Stato-partito: l’insieme delle strutture pubbliche infiltrate e comandate dal PD, colosso inscalfabile che gestisce le nostre vite e – soprattutto – distribuisce magnifici salari garantiti ad almeno 4,7 milioni dipendenti della Pubblica Amministrazione e di enti parastatali (INPS, INAIL, ACI, Poste, Ferrovie, Municipalizzate).
Si tratta in realtà di un numero ancora più alto: l’indotto di Stato e para-Stato sono, secondo stime basate su flussi della spesa pubblica, almeno altri 2,5 milioni, ma si tratta di una cifra che riteniamo molto conservativa.
Aggiungiamoci il mondo sommerso delle cooperative, che sono, in larghissima parte, ingenerate dentro il noto mondo politico di riferimento: si tratta di altri 1,2 milioni di cittadini. Anche qui, il numero mi pare per difetto.
Diciamo che abbiamo una diecina di milioni di persone il cui stipendio dipende dallo Stato. Anche considerando che molti fra questi possono aver votato contro lo Stato-partito, abbiamo qui molti più voti in ballo: costoro tengono famiglia, il nonno pensionato, il figlio universitario… insomma la mangiatoia serve ben al di là del singolo.
Capite che l’analisi spannometrica che stiamo facendo è impietosa: com’è possibile che il Paesi cambi qualsiasi cosa per via democratica, se il popolo stesso è narcotizzato dal benessere salariale?
Non si tratta di un impasse casuale: è un effetto preciso, programmatico del sistema. Più stipendi, più voti. Più mangiatoia, più palude. La Nazione diventa immobile, per disegno del potere che lo comanda nel profondo. Ecco che quindi il Paese diviene conservatore: e ricordo ancora come 25 anni fa l’etichetta fu appioppata bonariamente dai giornali al segretario del sindacato CGIL Sergio Cofferati, che più di tanto non sembrava nemmeno dispiacersone.
Il sistema si conserva perché ha costruito pian piano, anche molto sotto la percezione pubblica, microsistemi che lo sostengono e ne impediscono il cambiamento. Di qui un tema completamente sottotraccia che è quello della cooperativizzazione dei servizi, con le cooperativa che stanno entrando di prepotenza – con leggine, regolette, pressioni continue – nel mondo della Sanità: rimpiazzi il lavoratore ospedaliero con uno che viene da una cooperativata, e quello che ottiene è un’omogeneizzazione politica maggiore, un tentacolo sistemico più forte dentro la società.
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Scrivo queste parole memore dell’esperienza delle elezioni regionali in Emilia nel 2020, quelle che si tennero a poche settimane dal disastro di Wuhano, le elezioni che parevano essere quelle della «liberazione» dell’Emilia-Romagna. Possiamo dire che Renovatio 21 aveva un «suo» candidato: una signora stupenda, che ancora oggi ci legge, che aiutammo – tra conferenze, articoli, post – il più possibile in quella campagna elettorale, dove tra i temi, ricordiamo, c’era quello del caso degli affidi.
Negli ultimi giorni prima del voto l’atmosfera era elettrizzante. Circolava un audio interno della Lega, dove la voce di un signore (il classico nerd statistico-politico) parlava di uno scarto di 10 punti del candidato presidente regionale leghista. Era fatta: un altro nostro lettore, al termine di una conferenza a ridosso della domenica fatale, cominciò ad organizzare i festeggiamenti – ci troviamo lunedì mattina davanti al palazzo della regione in via Stalingrado. Confesso che avevo pianificato di portare il bambino all’asilo e poi partire alla volta Bologna, dove programmavo di salire sopra il tetto dell’auto e magari cantare un canto nuovo: «in via Stalingrado passano».
Maddeché. Il risveglio fu brutale. La destra aveva perso di netto. Il PD, che aveva fatto una campagna talmente insulsa che perfino nei bar si vedevano contestazioni del candidato, aveva vinto, come se non fosse accaduto nulla. Qualche giornalista se lo chiese: questa storia dei sondaggi che sbagliano di dieci punti non si era mai vista. Cosa era successo?
Anche lì, potevi capirlo guardando la mappa del voto: in pratica, il PD aveva vinto solo nel continuum urbano tra Bologna-Modena-Reggio nell’Emilia. Tutt’intorno, aveva vinto la Lega. Il rosso era letteralmente circondato dal verde: la costa, le montagna, la pianura erano verdissime. Le città, dove si concentra il lavoro delle PA e soprattutto l’indotto delle cooperative, erano rossissime.
Avevo immaginato che ad un certo punto, vista la possibilità concreta di perdere la regione, doveva essere scattato un ordine di scuderia: andate a votare sennò perdete il lavoro, e portate anche la nonna centenaria. È una mia fantasia: nessun giornalista o sociologo ha fatto un’analisi post-voto.
Quello che importa è notare, tuttavia, la natura della divisione politica: centro contro periferia, città contro campagna – davvero, la dottrina di Mao resa visibile da elezioni locali. Lo Zedongo sosteneva che la Cina con i Paesi della «campagna del mondo» fatta dei lavoratori unificati nel socialismo dovesse combattere il centro, la metropoli occidentale del Grande Capitale mondiale.
La situazione, ora che la sinistra è sposa del megacapitalismo (qualcuno ricorda Soros socio COOP? Io sì) e madre degli apparati di Stato, non è cambiata: il paradigma campagna contro città è ancora validissimo. I mandarini del centro contro i contadini della periferia. i boiardi della ZTL e i loro camerieri contro il popolo delle Partite IVA. Insomma, siamo alle solite: c’è un potere oppressore, e ci sono gli oppressi.
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È a questo punto che vale la pena di ritirare fuori il pensiero di un altro idolo della sinistra mondiale, Antonio Gramsci, in merito a quello che chiamava «blocco storico». Per lo scapigliato pensatore sardo, il blocco storico è l’unità dialettica tra struttura (base economica) e sovrastruttura (ideologia, cultura, politica), attraverso cui una classe dirigente esercita l’egemonia. Non è una semplice alleanza politica, ma un complesso sistema che unifica le masse attraverso il consenso, legittimando il dominio.
Il blocco storico, secondo Gramsci, rappresenta la saldatura tra la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica in una data epoca. Di più: il blocco storico dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come «senso comune».
Ecco, quindi, chi ha vinto davvero il referendum: l’ha vinto il blocco storico dello Stato-partito. L’ha vinto il tappo non solo di ogni possibile rivoluzione gramsciana, ma banalmente di qualsiasi riforma politica importante.
Se c’era bisogno di un’ulteriore prova dello stato terminale della democrazia italiana, l’abbiamo avuta.
Qualsiasi forza politica che intende avanzare senza colpire i gangli del blocco storico non ha nessuna speranza, perde solo il suo tempo, fa perdere il vostro, o ancora peggio cerca di diventare parte del sistema ed arricchirsene.
Il cambiamento del Paese passa attraverso il malcontento di decine di milioni di salariati garantiti, il cui stipendio serve sempre più ad assicurarsi che non muovano un dito anche quando lo Stato – contro la sua stessa Carta, contro i suoi stessi principi – censura, esclude, droga, uccide.
Lo Stato moderno, lo ripetiamo, è una macchina di morte: è un dispositivo della Necrocultura, che non è più solo una sovrastruttura etico-politica, fa parte della struttura stessa. Gli ospedali statali uccidono (con aborti, predazioni degli organi), gli apparati dello Stato finanziano e fomentano guerre contrarie agli interessi e all’esistenza stessa dei suoi cittadini (come avviene armando una guerra contro la maggiore superpotenza atomica planetaria).
Un blocco di milioni di persone è mantenuto per generare il consenso attorno ad sistema sempre più votato alla morte – della loro stessa morte, dello sterminio dei cittadini. Realizzarne una radicale riforma non è cosa facile. Ma diverrà, anno dopo anno, sempre più necessaria.
Roberto Dal Bosco
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