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Vaticano, rimpasto in Curia

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Dopo il concistoro ordinario pubblico che ha visto la creazione di ventuno cardinali, il sovrano pontefice ha appena assegnato ai diversi dicasteri che compongono la Curia romana i nuovi porporati ancora in età di ricoprire l’incarico. Una Curia diventata negli anni sempre più «bergogliana».

 

La Curia Romana riunisce tutti i dicasteri e gli organismi che aiutano il Papa nell’esercizio del suo ufficio. Ogni cardinale, essendo per sua natura collaboratore del romano pontefice, è, fin dalla sua creazione, nominato all’interno di un dicastero, equivalente ad un ministero.

 

Sono esentati da questo ufficio curiale i cardinali che abbiano compiuto gli ottant’anni di età, limite fissato dal diritto canonico. La nuova lista la dice lunga sul rimpasto portato avanti da Papa Francesco all’interno di una Curia verso la quale non ha mai nascosto una certa diffidenza fin dalla sua elezione nel marzo 2013.

 

Dalla riforma del 2022, il Dicastero per l’Evangelizzazione è diventato il primo organismo della Curia, a scapito del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF). Vi si sono aggiunti due nuovi cardinali: Vicente Bokalic Iglic, arcivescovo di Santiago del Estero, è stato vescovo ausiliare del futuro papa a Buenos Aires, e Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, «sacerdote delle strade», sostiene il percorso sinodale tedesco.

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Diversi nuovi cardinali sono stati nominati nel DDF: Pablo Virgilio Siongco David, vescovo di Caloocan; Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre; Ignace Bessi Dogbo, arcivescovo di Abidjan; Roberto Repole, arcivescovo di Torino. I quattro nuovi membri hanno tutti partecipato alle due sessioni dell’ultimo sinodo dedicato alla sinodalità, di cui condividono gli orientamenti principali.

 

Così, il cardinale Spengler sostiene l’ordinazione degli uomini sposati nelle regioni prive di sacerdoti, ed è promotore di un rito «amazzonico» introdotto in via sperimentale dalla fine del 2024. Lo stesso alto prelato è nominato anche al Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti: un bel simbolo.

 

Il Dicastero per le Chiese Orientali (DEO) riceve il cardinale George Jacob Koovakad, attualmente responsabile dei viaggi apostolici presso la Segreteria di Stato. È di rito siro-malabarese, una Chiesa che attraversa una grave crisi liturgica in India e che, finora, non era rappresentata tra i membri del DEO.

 

Il vaticanista dell’ACI Stampa, Andrea Gagliarducci, ritiene che questa sorprendente promozione dell’«agente di viaggio del papa» sarebbe un modo per Francesco di avere le mani più libere e di dipendere meno dalla Segreteria di Stato nei suoi viaggi all’estero.

 

Il cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran – Isfahan dei Latini, è nominato al Dicastero per le Cause dei Santi, e il cardinale Rolandas Makrickas, arciprete, sarà coadiutore della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore al Dicastero per i Vescovi, dove si candidano per l’episcopato vengono scelti nelle diocesi che non dipendono dal Dicastero per l’evangelizzazione.

 

Mons. Makrickas ha spesso dimostrato la sua lealtà all’attuale papa, in particolare come capo dell’amministrazione della prima sezione della Segreteria di Stato, incarico che ha ricoperto tra il 2019 e il 2021, quando il suo servizio era stato inquinato dallo scandalo dell’acquisto fraudolento di un edificio londinese.

 

Al Dicastero per il Clero è assegnato il cardinale Baldassare Reina, vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma. È lui l’uomo di fiducia incaricato dal papa di attuare la riforma volta a rendere il vicariato di Roma più dipendente dal pontefice argentino.

 

Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica vede l’arrivo del cardinale Luis Gerardo Cabrera Herrera, arcivescovo di Guayaquil.

 

Il Dicastero per i Laici e la Famiglia accoglie il cardinale Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (DSDHI): ardente promotore del cammino sinodale, dell’accoglienza dei migranti e dell’ecologia all’interno della Curia Romana, potrebbe diventare prefetto di il DSDHI.

 

Arcivescovo di Belgrado, in un Paese a maggioranza ortodossa, il cardinale Ladislav Nemet è nominato al Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani: un incarico che va letto nel senso di un riavvicinamento all’Ortodossia, in particolare al Patriarcato di Mosca a cui appartiene Belgrado molto vicino. È vicepresidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa e per la linea progressista del Sinodo.

 

Il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, è entrato a far parte del Dicastero per il dialogo interreligioso, probabilmente a causa della maggioranza musulmana all’interno della quale esercita il suo ministero episcopale. L’alto prelato è noto per la sua difesa della promozione della donna nella Chiesa, di cui lamenta il modello «patriarcale» e «anacronistico».

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Ecco, infine, le nomine degli altri cardinali: Mykola Bychok, vescovo dei Santi Pietro e Paolo di Melbourne degli Ucraini, al Dicastero per la Cultura e l’Istruzione; Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio, arcivescovo di Lima, al DSDHI; Frank Leo, arcivescovo di Toronto , presso il Dicastero per i testi legislativi; Tarcisio Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo, presso il Dicastero per la Comunicazione; e Fernando Natalio Chomal i Garib, arcivescovo di Santiago del Cile, alla Pontificia Commissione per l’America Latina.

 

Non c’è bisogno di essere esperti dei misteri del Vaticano per vedere che l’inquilino di Sainte-Marthe ha notevolmente aumentato il suo controllo sui vari organi della Curia che, di concistoro in concistoro, appare sempre più riorganizzata. Con un obiettivo: infondere nel lungo periodo la governance e lo spirito di riforma che governa il destino della Chiesa dal 2013.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Ank Kumar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Effetto Concilio: coloro che hanno abbandonato la Chiesa sono più dei convertiti

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Secondo un’indagine del Pew Research Center, molte più persone hanno abbandonato la fede cattolica dall’infanzia rispetto a quelle che si sono convertite. Lo riporta LifeSite.   Negli ultimi decenni, il cattolicesimo ha perso più fedeli di quanti ne abbia guadagnati in «quasi tutti i paesi» del mondo presi in esame dal Pew Research Center nel 2024, secondo il suo rapporto pubblicato giovedì.   «In Italia, ad esempio, il 22% degli adulti dichiara di essere stato cresciuto cattolico ma di non identificarsi più come tale, mentre l’1% non è stato cresciuto cattolico ma si è convertito alla religione in seguito. Ciò si traduce in una perdita netta di 21 punti percentuali nella popolazione cattolica italiana a causa del passaggio da una religione all’altra», ha spiegato il Pew Research Center.   I dati mostrano che in molte parti del mondo, ma soprattutto nell’Europa occidentale e nell’America Latina, Paesi tradizionalmente cattolici, la Chiesa sta perdendo fedeli a ritmo allarmante. La Spagna ha subito perdite particolarmente ingenti, con il 34% degli adulti che dichiara di essere cresciuto in una famiglia cattolica e di aver poi abbandonato la fede. In Cile e Francia, la percentuale di adulti è del 26%; in Brasile del 25%; in Argentina e Messico del 21%.   Al contrario, la percentuale di adulti che dichiarano di essersi convertiti al cattolicesimo in questi Paesi si aggira per lo più intorno al 2%. L’Ungheria è l’unico Paese esaminato in cui il numero di persone che si sono convertite alla fede cattolica (5%) è superiore a quello di coloro che l’hanno abbandonata (2%).   Negli Stati Uniti, dove una grande percentuale di adulti si identifica come cristiana protestante, il 13% degli adulti intervistati ha affermato di essere cresciuto nella fede cattolica e di averla poi abbandonata.   Va notato che, tra coloro che si identificano ancora come cattolici, la pratica religiosa effettiva non viene presa in considerazione; ciò significa che chi si definisce cattolico potrebbe non essere un cattolico praticante e, in molti casi, non partecipare alla Messa settimanalmente.

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Secondo il Pew Research Center, coloro che abbandonano il cattolicesimo «tendono ad aderire al protestantesimo o ad allontanarsi completamente dalla religione».   Sebbene le indagini abbiano rilevato che il protestantesimo abbia subito una perdita netta a livello globale, ha registrato un aumento netto di conversioni in «quasi altrettanti luoghi quanti sono stati i éaesi in cui si è registrata una perdita netta», secondo quanto riportato dal Pew Research Center.   La maggior parte dei Paesi in cui il protestantesimo ha visto un aumento netto si trova in America Latina. Tra questi, i Paesi con un numero particolarmente elevato di conversioni al protestantesimo sono il Brasile (15% degli adulti intervistati) e il Perù (11%). «Gli adulti che abbandonano il protestantesimo tendono a non avere alcuna affiliazione religiosa», ha osservato Pew. Un numero particolarmente elevato di questi adulti si riscontra in Svezia, nel Regno Unito e in Germania.   Individuare le cause del declino dell’affiliazione cattolica non è del tutto semplice, in parte perché l’autoidentificazione come cattolico e la pratica religiosa sono distinte nei sondaggi del Pew Research Center. Tuttavia, il modello più chiaro emerso a livello mondiale nell’ultimo secolo è un declino della pratica cattolica dopo il Concilio Vaticano II, svoltosi dal 1962 al 1965.   Uno studio laico pubblicato l’anno scorso ha rilevato che il Concilio Vaticano II ha «innescato un calo» nella partecipazione alle messe cattoliche a livello mondiale rispetto alla partecipazione alle funzioni religiose di altre religioni, tra cui il cristianesimo protestante.   Esaminando i tassi di partecipazione alle funzioni religiose in 66 Paesi a partire dal 1920, il National Bureau of Economic Research (NBER) ha scoperto che «rispetto ad altri Paesi, i Paesi cattolici hanno registrato un calo costante del tasso mensile di partecipazione degli adulti alle funzioni religiose a partire immediatamente dopo il Concilio Vaticano II», nel 1965, ultimo anno del Concilio.   I Paesi cattolici sono stati definiti come quelli con una popolazione cattolica pari o superiore al 50% e includevano nazioni come Irlanda, Italia, Austria, Francia, Brasile, Filippine e Messico.   Un grafico che rappresenta i dati dei ricercatori mostra che la partecipazione mensile alle funzioni religiose nei Paesi cattolici è diminuita di almeno 20 punti percentuali rispetto a quella di tutti gli altri Paesi, nonché rispetto ai Paesi «cristiani», con un calo significativo osservato per la prima volta nel periodo dal 1965 al 1974. La partecipazione alla messa nei Paesi cattolici è diminuita in media di quattro punti percentuali per decennio dal 1965 al 2015.   Questi risultati concordano con quelli dello storico francese Guillaume Cuchet, il quale nel 2022 ha pubblicato un’analisi secondo cui il 1965, anno di conclusione del Concilio Vaticano II, segnò l’inizio del «collasso» della pratica del cattolicesimo in Francia.   Fu nel 1965 che iniziarono a verificarsi cambiamenti significativi nella Messa con l’introduzione dell’Inter oecumenici, come la celebrazione della Messa rivolta verso il popolo e la lettura delle letture da parte dei laici. Come osservò Cuchet in riferimento al calo della partecipazione alla Messa, sebbene questi cambiamenti nel rituale possano sembrare «secondari agli intellettuali», in realtà «sono determinanti di natura psicologica e antropologica».   Sebbene la Chiesa cattolica abbia ancora molta strada da fare per recuperare le perdite subite, il recente aumento mondiale delle conversioni al cattolicesimo registrato tra il 2025 e il 2026 è motivo di speranza. Negli Stati Uniti, le conversioni di adulti al cattolicesimo sono aumentate di circa il 38% quest’anno, e un incremento simile è stato registrato anche nel Regno Unito, in Irlanda, Francia, Spagna, Svezia e Norvegia.   Lo scorso anno, la Conferenza Episcopale di Francia (CEF) ha registrato il maggior numero di catecumeni accolti o battezzati nella Chiesa da quando sono iniziate le rilevazioni circa 20 anni fa.  

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Immagine di Stephen Ritchie via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0
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Vescovo cattolico «co-consacra» un vescovo anglicano. Verrà scomunicato?

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Il 18 aprile 2026, nella cattedrale episcopale di St. James a Fresno, in California, si è svolta la presunta «ordinazione e consacrazione» di Gregory Kimura a «vescovo» della Comunione anglicana negli Stati Uniti. Questo evento, di per sé privo di realtà sacramentale per la Chiesa cattolica, ha assunto un significato particolare a causa della partecipazione attiva del vescovo Joseph V. Brennan, vescovo cattolico della diocesi di Fresno.

 

Un video ampiamente diffuso dal sito web Novus Ordo Watch mostra chiaramente il prelato cattolico partecipare attivamente al rito. Non si tratta di una presenza discreta, nella navata, in abito corale, come è consuetudine nel movimento ecumenico promosso dopo il Concilio Vaticano II. Il vescovo Brennan appare al centro dell’azione liturgica, accanto ai ministri anglicani, compiendo i gesti essenziali della cosiddetta consacrazione.

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Una partecipazione innegabile al rituale

Le immagini sono esplicite. Mostrano l’uomo ordinato inginocchiato, mentre i vescovi anglicani tendono le mani su di lui. In quel preciso istante – che qualsiasi osservatore che abbia familiarità con l’ordinazione anglicana riconosce come il momento destinato a conferire l’episcopato – il vescovo Brennan si unisce al gesto e alla preghiera di consacrazione. La formula di ordinazione recitata da tutti i presenti si basa sul testo ufficiale contenuto nel Libro della Preghiera Comune (edizione 2016).

 

Non c’è spazio per interpretazioni: la partecipazione è diretta, formale e pienamente integrata nel rito.

 

Un simile atto è estremamente grave; per comprenderne il significato, è necessario richiamare un punto dottrinale fondamentale. Nella lettera apostolica Apostolicae Curae (1896), Papa Leone XIII dichiarò che gli ordini anglicani sono «assolutamente nulli e del tutto privi di valore» (absolute nullas et omnino irritas). Questa decisione, confermata dal magistero successivo e persino riaffermata come dottrina definitiva dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1998, vincola irrevocabilmente l’insegnamento della Chiesa.

 

La partecipazione a un rito di ordinazione anglicano non può essere interpretata in chiave ecumenica come un mero gesto simbolico o pastorale. La liturgia ha un suo linguaggio specifico e l’imposizione delle mani accompagnata dalla formula consacratoria significa oggettivamente la volontà di trasmettere il potere sacramentale. Compiere questi gesti in un contesto che la Chiesa dichiara invalido equivale a contraddire, con l’atto stesso, la verità professata e a fomentare scismi ed eresie.

 

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L’ecumenismo è superato

Alcuni citeranno il Direttorio Ecumenico del 1993 per minimizzare l’importanza dell’evento. Le disposizioni inaccettabili di questo testo, che promuovono l’eresia, consentono, in determinate circostanze, la presenza di ministri cattolici a celebrazioni non cattoliche, per cortesia o per la preghiera comune. Ma non arrivano ad autorizzare la partecipazione agli elementi costitutivi del rito, cioè al suo presunto contenuto e alla sua forma; la co-attuazione del rito è esclusa.

 

La Chiesa condanna questo tipo di atto come communicatio in sacris . Il Codice di Diritto Canonico del 1917 stabilisce: «Non è lecito ai fedeli, in alcun modo, assistere attivamente o partecipare ai riti sacri dei non cattolici» (Canone 1258 §1).

 

La conseguenza immediata della violazione di questo canone, che è chiaramente un peccato mortale, è che il colpevole incorre automaticamente nel sospetto di eresia: «Chiunque, in qualsiasi modo, volontariamente e consapevolmente, aiuti alla propagazione dell’eresia o comunichi in materia divina con eretici contro la prescrizione del Canone 1258, è sospettato di eresia» (Canone 2316).

 

Anche il nuovo codice promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, che tuttavia apre le porte all’ecumenismo, respinge tale atto nel canone 844 §1: «I ministri cattolici amministrano legittimamente i sacramenti solo ai fedeli cattolici, i quali li ricevono legittimamente solo dai ministri cattolici».

 

A prescindere dalla rigorosa classificazione penale, lo scandalo pubblico e la confusione dottrinale causati ai fedeli da questo atto sono evidenti, ma è solo la logica conseguenza dei presupposti di un ecumenismo abituale che suggerisce costantemente che le differenze dottrinali tra la vera fede e l’eresia sarebbero secondarie, che i veri ministri e quelli di culti non cattolici sarebbero intercambiabili e che l’appartenenza all’unica Chiesa di Gesù Cristo, quella cattolica, non sarebbe più un elemento essenziale per la salvezza delle anime.

 

Ciò che rende la situazione ancora più preoccupante è la palese ingiustizia nell’applicazione della disciplina ecclesiastica. Quando la Fraternità Sacerdotale San Pio X effettua consacrazioni episcopali per evidente necessità, la reazione delle autorità romane è immediata: richiami alle sanzioni esistenti, dichiarazioni pubbliche, minacce di scomunica. Nel 1988, durante le consacrazioni a Écône officiate dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, Roma impose sanzioni immediate.

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Una confusione istituzionalizzata

Qui, al contrario, non si tratta di trasmissione della Tradizione, ma di partecipazione a un rito invalido che veicola eresia. Il caso Fresno, per la sua oggettiva gravità, esige una risposta non solo disciplinare, ma anche dottrinale, commisurata al turbamento che ha provocato: in materia di fede, il silenzio non è mai neutrale. Purtroppo, la realtà concreta osservata da diversi anni ai più alti livelli della Chiesa tende piuttosto a suggerire l’assenza di una reazione significativa, come se questo tipo di scandalo appartenesse ormai a una forma di normalità implicita.

 

I precedenti recenti puntano in questa direzione. Nel 2026, Papa Leone XIV offrì parole di incoraggiamento all’Arcivescovo di Canterbury per il suo «fecondo servizio», una posizione che tuttavia derivava da una rottura storica con la Chiesa. Nel 2024, sotto il pontificato di Francesco, un’Eucaristia anglicana – necessariamente invalida secondo la dottrina cattolica – fu tollerata in una basilica romana. L’anno precedente, nel 2023, una «messa» anglicana fu autorizzata nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la cattedrale del Ppapa stesso.

 

Questi eventi non sono isolati. Già nel 2017, una liturgia anglicana è stata celebrata nella Basilica di San Pietro, il cuore pulsante del cattolicesimo. Nel 2014, Papa Francesco in persona ha ordinato che l’anglicano Tony Palmer fosse sepolto come vescovo cattolico, un gesto carico di significato. Tra queste date, altri episodi hanno confermato una tendenza persistente: prelati che partecipano a riti non cattolici, gesti liturgici ambigui e dichiarazioni che minimizzano le differenze dottrinali. Persino membri della gerarchia che avevano criticato gli ambienti tradizionali definendoli «protestanti» hanno partecipato a celebrazioni anglicane.

 

A tutto ciò si aggiunge ora quella che sembra una vera e propria consacrazione simbolica di questi scandali: la farsa dell’accoglienza ufficiale da parte della Santa Sede, a Roma, da sabato 25 a martedì 28 aprile, dell’«arcivescova» anglicana Sarah Mullally, che è stata addirittura ricevuta da Papa Leone XIV lunedì 27 aprile.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Leone e l’arcivescovessa, mons. Viganò: Roma sta con gli eretici e nega le cresime ai tradizionisti

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha pubblicato su X un breve messaggio che commenta lo stato delle cose nella chiesa conciliare, a partire dall’incredibile visita in Vaticano dell’«arcivescovessa» di Canterbury, il semi-vertice della Comunione anglicana Sarah Mullaly, accolta da Leone con tutti gli onori, un’immagine grottesca e devastante.   Le foto dell’incontro dell’arcivescova anglicana col Prevost sono pubblicate in grande tranquillità da L’Osservatore Romano.    

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«Mentre la chiesa conciliare e sinodale continua a tradire il mandato di Nostro Signore accompagnandosi con eretici e scismatici di ogni specie e addirittura ospitando in Vaticano un’eretica che si spaccia per arcivescovessa, a Treviso il vescovo Tomasi nega un luogo di culto dignitoso per il conferimento della Cresima a dei fedeli della FSSPX, in aperta contraddizione con il dialogo e l’accoglienza che propaganda da sessant’anni» scrive il prelato lombardo.   Renovatio 21 conferma che, all’ultimo momento, le Cresime del Priorato di Silea della Fraternità San Pio X, che saranno impartite questo sabato da monsignor Bernard Fellay, sono state spostate dal luogo dove originalmente erano state programmate, una chiesa di Padernello, una frazione del comune di Paese, nella diocesi di Treviso.   Secondo la voce circolante, il diniego dell’uso della chiesa trevigiana – utilizzata per le Cresime anche l’anno scorso – è arrivato pochi giorni fa per ordine diretto delle alte sfere della diocesi, spiazzando i programmi delle famiglie e dei cari di almeno una quarantina di cresimandi, oltre che venendo meno alla parola data ai sacerdoti della FSSPX.   Si tratta inoltre di un brutto affronto nei confronti di un vescovo, mons. Fellay, che viene in visita in Veneto per la Confermazione di ragazze e ragazzi che sono rimasti esemplarmente cattolici.   Va ricordato come all’altezza del 2009 in Vaticano l’aria era assai diversa: Benedetto XVI aveva rimesso la scomunica proprio ai vescovi FSSPX, mentre l’anglicanesimo, dopo quattro secoli di orrore, sembrava avere esaurito definitivamente il carburante, al punto che era possibile leggere sui giornali britannici dichiarazioni di religiosi anglicani che passavano al cattolicesimo dicendo «the anglican experiment is over» («l’esperimento anglicano è finito»).   Di fatto con la Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus del 2009, Ratzinger istituiva gli Ordinariati Personali per accogliere gruppi di anglicani desiderosi di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica: in pratica era la porta aperta ai tantissimi che volevano lasciare per sempre la chiesa d’Inghilterra e le sue follie dilaganti.   Con il golpe bergogliano le cose paiono essere cambiate drammaticamente. Prevost, anche qui, continua sulla medesima linea.   Monsignor Viganò aveva già attaccato l’atteggiamento di Leone verso la Mullally al momento dell’intronizzazione dell’arcivescovessa poche settimane fa.   «Leone abbraccia l’eresia ecumenista solennemente condannata da Pio XI nella Mortalium Animos, trattando la Comunione Anglicana – i cui “ordini sacri” furono dichiarati assolutamente nulli da Leone XIII nell’Apostolicæ Curæ – come “Chiesa sorella” con cui “camminare insieme” in virtù di un battesimo comune, senza esigere la conversione all’unica vera Chiesa Cattolica Apostolica Romana» aveva scritto Sua Eccellenza.

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«Il saluto a una “arcivescovessa” aggrava infine lo scandalo, violando il Magistero immutabile che esclude la possibilità di un sacerdozio femminile e conferma la totale invalidità di ogni pretesa ordinazione anglicana» continua l’arcivescovo, che si chiede: “ma se ‘san’ Paolo VI è in paradiso, dove si trova il Martire San Thomas Becket?”».   Come riportato da Renovatio 21,ad aprile 2023 era giunta notizia di una «messa» anglicana sarebbe stata celebrata a San Giovanni Laterano, una basilica papale, sotto la conduzione di un vescovo anglicano iniziato alla framassoneria e sposato due volte. Celebrazioni anglicane a inizio 2025 si sono avute anche dentro la Basilica di San Bortolomeo a Roma: Viganò allora protestò dicendo che essa «dovrà essere riconsacrata».   Come riportato da Renovatio 21, l’elezione di una donna ai vertici della Chiesa d’Inghilterra ha portato a tensioni al limite dello scisma del ramo africano degli anglicani, che si sono riuniti poche settimane fa per eleggere un leader «rivale» dell’«arcivescova». Il clero della Global Fellowship of Confessing Anglicans (GAFCON), che da subito aveva dato segni di insofferenza se non di insubordinazione patente, si è riunito ad Abuja, in Nigeria.   L’elezione della Mullally, che ha espresso posizioni pro-aborto e pro-omotransessualismo, ha aggravato la frattura tra l’ala conservatrice e quella progressista della Chiesa anglicana. Tuttavia, la GAFCON aveva già respinto la guida del precedente arcivescovo di Canterbury, Giustino Welby, nel 2023 a causa della sua proposta di benedire le coppie dello stesso sesso.   Come riportato da Renovatio 21la comunione anglicana ha già visto a causa dell’elezione di una donna ad arcivescovo del Galles una rottura nelle sue pendici africane. In una conferenza a Kigali di mesi fa, a seguito della nomina della «vescova» Cherry Wann ad arcivescovo del Galles, è stato concluso che «Poiché il Signore non benedice le unioni tra persone dello stesso sesso, è pastoralmente fuorviante e blasfemo formulare preghiere che invocano la benedizione nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».   Mons. Viganò aveva ancora attaccato mesi fa i rapporti tra Roma e la Chiesa d’Inghilterra a seguito dell’incontro dei loro sommi vertici, cioè papa Leone e re Carlo. «Le due autorità supreme delle proprie rispettive “chiese” si riconoscono entrambe nell’ideologia ambientalista e neomalthusiana del World Economic Forum e dell’Agenda 2030, ed è su questa nuova religione che è impostato il dialogo tra sinodali e anglicani» aveva detto monsignore.   I video scandalosi che arrivano in queste ore da Roma mostrano l’arcivescovessa cantuariense che guida in preghiera pubblica il romano pontefige.    

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Il bollettino in lingua inglese del sito del Vaticano riguardo l’udienza di oggi scrive della presenza di «Her Grace Sarah Mullally». «Sua grazia» (al femminile).   La vaticanista americana Diane Montagna ha riportato che durante la sua visita alla Basilica di San Pietro domenica scorsa, un funzionario vaticano (l’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani) si è inchinato davanti a lei nella Cappella Clementina – uno dei luoghi più sacri delle grotte vaticane, situata proprio accanto alla tomba di San Pietro – e si è fatto il segno della croce come se stesse ricevendo una vera benedizione da lei.     La vaticanista indica il problema di «una donna vestita con abiti liturgici venga ora spacciata – e persino celebrata dal Vaticano e dal Papa – come se avesse degli ordini validi, quando in realtà non li ha, in primo luogo perché è una donna e in secondo luogo perché è anglicana». «Assolutamente assurdo» conclude la Montagna.   Nell’Enciclica di Leone XIII Apostolicae Cura (13 settembre 1896) è scritto: «Noi dichiariamo e proclamiamo che le ordinazioni compiute con il rito anglicano sono state del tutto invalide e sono assolutamente nulle».

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