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Vaticano, considerazioni sulla nuova legge fondamentale

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Il 13 maggio scorso, proprio mentre il presidente Zelens’kyj visitava il Vaticano, Papa Francesco emanava una nuova «legge fondamentale» per lo Stato della Città del Vaticano. Alcuni analisti sono rimasti stupiti da una frase dell’introduzione al testo, che dice: «Chiamato ad esercitare in forza del munus petrino poteri sovrani anche sullo Stato della Città del Vaticano…». Questo sarebbe un tentativo audace di far derivare direttamente il potere temporale da quello spirituale, che nemmeno i Papi medievali avrebbero tentato in questi termini, tanto più stupefacente sulla bocca del Papa della «sinodalità». Ma è proprio così?

 

 

La Stato della Chiesa strumento di indipendenza del Pontefice

Per alcuni commentatori, Papa Francesco sembra dire che dal «munus petrino» derivi direttamente il diritto a esercitare la sovranità su uno Stato, il che sarebbe effettivamente inedito se inteso in questo senso preciso.

 

Iniziamo col far notare che «munus petrino» è espressione moderna, spesso usata insieme a «ministero» o «ufficio» petrino, per indicare quello che prima si definiva semplicemente come Papato, o Supremo Pontificato. Per il linguaggio canonico e teologico post-conciliare, i nuovi termini sono da preferire perché meno magniloquenti, e più adatti a indicare il potere come servizio.

 

A parte questa nota terminologica, in realtà il testo ribadisce la dottrina classica, come esplicitato meglio anche nel seguito della «legge fondamentale». Il Papa gode, per diritto divino, di totale indipendenza da qualsiasi potere terreno; ugualmente gode della libertà di scegliersi i mezzi appropriati a mantenere tale indipendenza; storicamente il mezzo fornito dalla Provvidenza è stata la sovranità sullo Stato Romano. Perduto lo Stato nel 1870, Pio XI ritenne nel 1929 sufficiente o accettabile la sovranità sulla Città del Vaticano, per gli stessi scopi.

 

Quello che si dovrebbe far notare, è che Papa Francesco, ancora cardinale, aveva espresso concetti molti diversi. Nel suo libro «Il cielo e la terra» (1), scritto con il rabbino Skorka quando era ancora a Buenos Aires, nel capitolo Sul futuro delle religioni, si legge quanto segue: «se osserviamo la storia, vediamo che le forme religiose del cattolicesimo sono palesemente mutate. Pensiamo, per esempio agli Stati pontifici, dove il potere temporale era indissolubilmente legato al potere spirituale. Fu una deformazione del cristianesimo, che non corrispondeva né a ciò che voleva Gesù né a ciò che vuole Dio».

 

Qui si sembra apertamente negare esattamente il principio che fa da prologo alla «legge fondamentale».

 

Alcuni dati magisteriali a riguardo

Il Concilio Vaticano I, nella IV sessione (DS 3062), afferma che la pienezza del potere consente al Papa di esercitare in piena libertà la sua autorità, corrispondendo con tutti i pastori e i fedeli della Chiesa senza interferenze di alcuna autorità temporale. Potremmo dire che tale passaggio sia la definizione dogmatica dell’indipendenza spirituale del Papa, tante volte rivendicata dai Pontefici di ogni epoca.

 

Quando questo diritto si realizza concretamente, avremo l’indipendenza temporale di fatto, che concretamente viene a coincidere con la sovranità temporale sullo Stato romano quale la storia ce l’ha fatta conoscere fino a centocinquant’anni fa. Tale identificazione non si basa su una connessione necessaria, ma su una scelta fondata sull’esperienza e su dei diritti legittimi e inviolabili.

 

Leone XIII, nell’enciclica Immortale Dei del 1° novembre 1885, affermava: «Pertanto tutto ciò che nelle cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi la salvezza delle anime o il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che tale appaia per il fine a cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l’autorità e il giudizio della Chiesa».

 

Secondo Pio IX, nella lettera apostolica Cum catholica del 26 marzo 1860, il principato civile del Romano Pontefice rientra in questa categoria, per il carattere spirituale che gli deriva dalla sua destinazione sacra e per il suo legame strettissimo con i massimi interessi della religione cristiana. Ecco perché l’usurpazione di questi diritti era punita con la scomunica e con le massime pene canoniche.

 

Se dunque è rivelato da Dio che la Chiesa e il Papa possiedano una totale indipendenza spirituale di diritto, è ugualmente un dovere derivante dalla Rivelazione che tale indipendenza sia di fatto procurata dai Pastori e riconosciuta dalle società civili. È pure rivelato che i mezzi concreti per far valere di fatto tale indipendenza debbano essere stabiliti dalla Chiesa stessa in modo autonomo.

 

Le affermazioni di Papa Bergoglio nell’introduzione alla sua «legge fondamentale» non vanno né contro né oltre questi elementi dottrinali: è proprio in forza del «munus petrino» che il Papa si sceglie, o sceglie di accettare, come strumento di indipendenza, la sovranità su uno Stato.

 

Egli ha il diritto ed il dovere, proprio come Successore di Pietro, di procurarsi tale indipendenza inerente alla sua missione, con i mezzi che la prudenza e la Provvidenza gli mettono a disposizione.

 

Il potere del Papa sui regni e sulle nazioni

Non si deve quindi confondere il potere temporale del Papa su uno Stato, per quanto piccolo, inteso come strumento di indipendenza, con il potere che il Papa come Successore di Pietro e Vicario di Cristo esercita sui regni e sulle nazioni.

 

Questo secondo potere è sostanzialmente negato dai Papi conciliari, sostenitori della laicità dello Stato e della libertà religiosa, e di questo potere ovviamente non parla la «legge fondamentale» dello Stato Vaticano, testé promulgata da Papa Bergoglio.

 

Benché la società temporale e quella spirituale rimangano distinte quanto a origine e fini, ciò non significa che esse siano uguali o non siano ordinate l’una all’altra: la Chiesa insegna che la società terrena deve essere sottomessa a quella ecclesiastica, in virtù dell’unico vero fine dell’uomo, quello soprannaturale.

 

Non solo le due società non devono essere separate (vedi l’enciclica Vehementer di san Pio X), ma sono l’una soggetta all’altra, al punto che il potere della Chiesa sugli Stati non è meramente direttivo, ma è una vera giurisdizione (vedi la condanna del gallicanesimo, con il breve del beato Innocenzo XI dell’11 aprile 1682 e la Costituzione Inter multiplices di Alessandro VIII del 4 agosto 1690, DzS. 2281-2285; condanna ripresa da Pio VI in Auctorem fidei, DzS. 2699), che si può estendere fino alla deposizione dei sovrani malvagi (vedi per esempio il Dictatus Papae di san Gregorio VII, o la bolla Regnans in excelsis di san Pio V).

 

Tale dottrina è chiaramente espressa da Bonifacio VIII nell’infallibile bolla Unam Sanctam, che dice:

 

«L’una e l’altra spada sono in potestà della Chiesa, cioè la spada spirituale e quella materiale. Ma questa deve essere usata in favore della Chiesa, questa dalla Chiesa. Quella è nella mano del Sacerdote, questa dei Re e dei soldati, ma secondo il cenno e il volere del Sacerdote. Occorre infatti che un gladio sia sottomesso all’altro, e che l’autorità temporale sia sottomessa a quella spirituale».

 

Questa sottomissione indiretta, la cui esistenza è innegabile, deriva dall’autorità che la Chiesa ha su tutti i battezzati, Principi compresi, e dal suo dovere di provvedere al bene dei medesimi. Così, in tutto ciò che tocca la fede o la morale, la Chiesa ha diritto di intervenire, ratione peccati, secondo l’espressione usata da Innocenzo III (2).

 

Oltre a san Roberto Bellarmino, che largamente spiegò l’esistenza e la natura di tale potere, citiamo qui le parole di san Tommaso:

 

«La potestà secolare è sottomessa alla spirituale, come il corpo all’anima, e perciò non si usurpa il potere se il Prelato spirituale si intromette nel temporale quanto alle cose nelle quali gli è sottomessa la potestà secolare». (3)

 

Nessun Pontefice si era dunque spinto a far derivare il potere temporale dal Pontificato? In realtà, se abbiamo visto che Papa Bergoglio parla di tutt’altro (e crede all’errore dell’indipendenza delle realtà temporali, come già il Vaticano II o Ratzinger facevano), troviamo nei Papi medievali espressioni molto esplicite.

 

Innocenzo III, nella lettera di risposta al Re d’Inghilterra Giovanni Senza Terra, che gli offriva in feudo il regno, diceva:

 

«Il Re dei re e Signore dei signori Gesù Cristo, Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech, stabilì il regno e il sacerdozio nella Chiesa di modo che sacerdotale sia il regno e regale il sacerdozio, come attestano Pietro nell’Epistola e Mosè nella Legge, mettendo a capo di tutti colui che ha ordinato come suo Vicario in terra…».

 

Senza andar oltre con le innumerevoli citazioni a riguardo, riportiamo l’attenzione sugli errori effettivi di Papa Francesco (e dei suoi predecessori), anche in materia di rapporti con il potere temporale.

 

Quanto alla nuova «legge fondamentale» della Città del Vaticano, essa riprende brevemente un principio corretto sull’indipendenza del Pontefice ed i mezzi per ottenerla: espressione però in netto contrasto con i convincimenti espressi in altri momenti dall’allora Cardinal Bergoglio.

 

 

NOTE

1) J. M. Bergoglio – A. Skorka, Il cielo e la terra, A. Mondadori 2013.

2) Cfr. in particolare la lettera ai Vescovi di Francia Novit ille del 1204, in Corpus iuris canonici, Decretales Gregorii IX, lib. II, tit. I, cap. 13; e la lettera all’Imperatore Alessio di Costantinopoli, ibidem lib. I, tit. 33, cap VI.

3) Summa Theologiae II II, q. 60, art. 6, ad 3um.

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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La preghiera della Marcia per la Vita di Tokyo 2026

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Si è svolta, come ogni anno la Marcia per la Vita di Tokyo. Come d’abitudineRenovatio 21 – che, grazie al nostro corrispondente Taro Negishi, è praticamente l’unico organo di stampa al mondo che meticolosamente dà notizia di ciò che accade nel mondo cattolico tradizionalista giapponeselo riporta con immagini e parole degli stessi partecipanti.

 

L’evento, arrivato alla 13ª edizione, si è svolto lo scorso 20 luglio.

 

L’iniziativa è portata avanti dalla comunità del priorato edochiano (cioè, di Tokyo) della Fraternità Sacerdotale San Pio X guidati dall’inossidabile don Tommaso Onoda, il primo, e al momento unico, sacerdote giapponese ordinato giapponese FSSPX, la cui figura e il cui lavoro sono visibili anche nel secondo capitolo del recente documentario Traditio.

 

 

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«La Marcia per la Vita di Tokyo 2026 porta preghiere, riparazione e testimonianza pro-vita in Giappone» scrive una nota fatta avere a Renovatio 21 da padre Onoda. «Nostro Signore disse a Suor Lucia di Fatima di aver affidato la grazia della pace a Sua Madre. La Madonna di Fatima affermò di poter fermare la guerra e donarci la pace. I partecipanti alla marcia di Tokyo si sono rivolti alla Madre di Dio e molti passanti hanno osservato la marcia con curiosità ma rispetto».

 

«La tredicesima edizione della marcia annuale pro-vita si è svolta lunedì 20 luglio, Giornata del Mare (una festività nazionale giapponese). Alle 16:00, 40 cattolici, tra cui tre sacerdoti, hanno dato inizio alla marcia per le trafficate strade di Tokyo, pregando per una cultura della vita, con lo spirito di riparazione dei peccati di aborto in Giappone e nel mondo» racconta il sacedote tradizionita nipponico.

 

«La Chiesa Cattolica ha il dovere di testimoniare con fermezza la verità sull’origine della vita umana, sul suo inizio e sulla sua dignità, e sul crimine dell’aborto. Il Giappone ha una triste storia di depenalizzazione dell’aborto», ricorda don Onoda. «La Legge sulla Protezione Eugenetica fu approvata il 13 luglio 1948 ed entrò in vigore il 13 settembre dello stesso anno. Da allora, 78 anni di pratica dell’aborto hanno visto oltre 40 milioni di storie strazianti di bambini e madri. Questo numero rappresenta dodici volte il numero di vittime giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale».

 

«Medici e infermieri, incaricati di proteggere la vita di innocenti, hanno distrutto esseri umani indifesi nel loro luogo più sicuro. È stata intrapresa una guerra contro il futuro e la speranza della nazione» tuona il sacerdote edochiano.

 

«Ispirati dalla Marcia per la Vita statunitense, un protestante e un cattolico hanno organizzato la prima Marcia per la Vita con trenta persone il 13 luglio 2014. Il primo passo della Marcia per la Vita è stato segnato. Da allora, ogni anno, sotto il sole splendente di luglio, i partecipanti alla Marcia per la Vita sfilano a Tokyo. Dal 2017, ogni anno, la statua della Madonna di Fatima ha accompagnato la marcia».

 

Viene ricordato anche l’eroismo della dissidenza nipponica, di cui Renovatio 21 ha parlato molto. Infatti, ci dice padre Onoda, «la marcia si è svolta anche nei giorni del COVID, persino durante il rinvio delle Olimpiadi di Tokyo per motivi sanitari».

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«La Madre di Dio era sempre lì, camminando, a rappresentare centinaia di migliaia di madri che hanno sofferto e continuano a soffrire» continua don Onoda. Di fatto la Marcia vede portata in strada una statua della Vergine Maria, rendendo la marcia simile ad una processione.

 

 

«Quest’anno è stata la decima volta che ha marciato, dispensando benedizioni. I cattolici nascosti hanno cercato la loro madre, Santa Maria-sama [massimo suffisso onorifico della lingua giapponese, ndr], sottoposta a pesanti persecuzioni per 250 anni e sette generazioni» dice il sacerdote, ricordando la mostruosa e mai del tutto divulgata storia di persecuzione dei cristiani nel Sol Levante.

 

«La cercano sempre, la madre che ci ha donato il vero Salvatore, la madre che dona speranza, amore, pace e coraggio a tutte le madri e ai bambini che verranno. La madre che ha promesso la fine della guerra e il trionfo del suo Cuore Immacolato».

 

La nota si chiude con una preghiera alle Vergini delle apparizioni, compresa l’ultima, terrificante apparizione mariana approvata da Roma, quella avuta dalla suora giapponese Agnese Sasegawa, morta due anni fa nel giorno dell’Assunta.

 

«Nostra Signora di Fatima, prega per noi! Nostra Signora di Akita, prega per noi!»

 

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 Immagini fornite da padre Onoda

 

 

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Vescovo tedesco prende di mira la FSSPX limitando i sacramenti tradizionali nella diocesi

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Il vescovo Heiner Wilmer ha esortato i fedeli a non partecipare ad alcun evento organizzato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), affermando che i matrimoni celebrati dalla FSSPX sono considerati «invalidi».   Nell’ultimo numero del bollettino diocesano, il vescovo di Monaco di Vestfalia (che per qualche ragione ora anche gli italiani chiamano Münster) e presidente della Conferenza episcopale tedesca ha dichiarato che «il clero della Fraternità Sacerdotale San Pio X non esercita alcun ministero ufficiale nella diocesi di Monaco di Vestfalia».   I sacramenti da loro amministrati sono «amministrati senza autorizzazione», ha continuato il prelato germanico, aggiungendo che le confessioni ascoltate e i matrimoni celebrati dal clero della Fraternità Sacerdotale San Pio X sarebbero «invalidi». Inoltre, il Wilmerro ha proibito alla Fraternità l’uso di «edifici ecclesiastici, chiese, cappelle, sale parrocchiali o altri locali ecclesiastici» diocesani.   Il vescovo ha osservato che per i fedeli della sua diocesi che desiderano partecipare alla Santa Messa «secondo la liturgia del Vetus Ordo», le uniche opzioni disponibili sono la chiesa di Sant’Egidio nel centro di Monaco di Vestfalia, la Cappella delle Candele della parrocchia di Santa Maria a Kevelaer e la chiesa e la cappella della Fraternità di San Pietro (FSSP) a Recklinghausen. Al di fuori di questi luoghi, il parroco e il vicario generale competenti devono approvare una «Messa tradizionale».

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Resta consentito per un sacerdote celebrare una Messa tradizionale in latino ( in privato. Tuttavia, ciò non deve essere annunciato pubblicamente o ai fedeli, in modo che non «assuma il carattere di una celebrazione pubblica o comunitaria, né nella realtà né nell’apparenza esteriore».   Riguardo al Sacramento del Matrimonio secondo il rito tradizionale, monsignor Wilmer ha annunciato le seguenti regole per la Diocesi di Monaco di Vestfalia: le celebrazioni possono avvenire solo nei luoghi designati e devono essere approvate dal vicario generale episcopale. Il vescovo ha sottolineato che «non esiste un diritto automatico» all’approvazione per il sacramento del matrimonio secondo il rito antico e che le decisioni vengono prese «caso per caso». Almeno uno dei coniugi deve essere registrato come residente principale o secondario nella Diocesi di Monaco di Vestfalia. Il sacerdote officiante deve essere autorizzato a celebrare la Messa secondo il rito tradizionale e deve essere incardinato nella Diocesi di Monaco di Vestfalia.   Wilmer è noto come prelato eterodosso e sostenitore del Cammino sinodale tedesco, considerato eretico. Votava regolarmente con la maggioranza dei vescovi e dell’Assemblea sinodale a favore di documenti che miravano a modificare la dottrina della Chiesa.   Nello specifico, monsignor Wilmer ha votato a favore di una proposta del Cammino Sinodale che prevede la «benedizione» delle unioni omosessuali, approvando un documento intitolato «Rivalutazione magisteriale dell’omosessualità» che auspicava una modifica della dottrina perenne della Chiesa e ha votato «sì» a un testo che prevede l’ordinazione sacramentale delle «diaconesse».   Renovatio 21 ha contezza che simili iniziative di sabotaggio della comunità dei fedeli lefebvriani, accompagnati talvolta da lettere ai proprietari delle cappelle dove si svolgono le messe FSSPX, si sono avuti anche in Italia. In particolare, sappiamo di omelie domenicali, nelle parrocchie, in cui si minaccia di scomunica i fedeli che assistono alle celebrazioni della Fraternità, del tipo «se andate lì siete scomunicati».   Un caso esploso subito è quello di Corato, nel barese, dove la Fraternità è proprietaria di una piccola chiesa antica, quella della Madonna di San Giovanni. L’arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, monsignor Leonardo D’Ascenzo ha lanciato un monito ai fedeli dicendo che «chi aderisca alla Fraternità sacerdotale San Pio X rischia la scomunica e i sacramenti celebrati dai suoi sacerdoti sono, in alcuni casi, invalidi».   La chiesa, che per anni era rimasta in abbandono, è stata recuperata,con lavori di restauro che hanno confermato che l’edificio risale a fine Seicento e che, nel corso del tempo, è stato utilizzato anche come ricovero per i malati durante l’epidemia di colera del 1908-1909. Ora è luogo della celebrazione della Santa Messa tradizionale due volte al mese: ciò non è tollerabile per l’autorità ecclesiastica della neochiesa che forse, come abbiamo visto in altri situazioni, sembra preferire l’abbandono degli edifizi sacri invece che l’uso per dire delle messe anche novus ordo, agendo come vero liquidatore immobiliare del tesoro urbanistico, architettonico, artistico accumulato da millenni di fede cattolica.   Come riportato da Renovatio 21, don Giovanni Caruso Spinelli, del priorato di Albano Laziale, ha pubblicato una densa lettera al vescovo di Velletri-Segni e Frascati riguardo una nota da lui disposta per tutte le chiesi della diocesi, notando inoltre che la persecuzione ora si starebbe allargando perfino alle suore vicine alla FSSPX.  

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Mons. Schneider: «nulla è più pericoloso per la religione» dell’«interferenza» liturgica

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Il vescovo Athanasius Schneider ha avvertito in un sermone di questo fine settimana che «nulla è più pericoloso per una religione» dell’«interferenza con la liturgia». Lo riporta LifeSite.

 

Il vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha difeso l’importanza di preservare la sacra tradizione della Chiesa, inclusa la sua liturgia tradizionale, durante una visita all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote a Limerick, in Irlanda.

 

Ha sottolineato che è un precetto perpetuo della Chiesa cattolica rimanere fedele alla propria tradizione, sia «dottrinalmente che liturgicamente», come riportato dal Catholic Herald.

 

«La vera pietà non ammette altra regola se non quella che solo ciò che è stato (fedelmente) ricevuto dai nostri padri, quello stesso deve essere (fedelmente) trasmesso ai nostri figli», ha dichiarato mons. Schneider. «È nostro dovere non imporre la religione ovunque vogliamo, ma piuttosto seguirla dove essa ci conduce, ed è la via della modestia cristiana non tramandare le nostre credenze o pratiche», ha continuato. Dobbiamo «conservare e custodire ciò che abbiamo ricevuto da coloro che ci hanno preceduto».

 

Apparentemente commentando le attuali «guerre liturgiche», Schneider ha affermato che «il culto pubblico è intrinsecamente tradizionale», sottolineando che ciò implica la preghiera della liturgia così come esiste «secondo le norme già stabilite dall’autorità divina e tramandate dagli antenati».

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Il prelato kazako ha citato il liturgista Dom Prosper Guéranger, il quale affermò che «ogni eretico o settario che desideri introdurre una nuova dottrina si trova inevitabilmente di fronte alla liturgia tradizionale, perché la liturgia è tradizione, e la tradizione più forte e migliore è quella che esiste».

 

Il vescovo ha contestato coloro che sostengono che l’adesione alla Messa tradizionale sia in realtà una questione di preferenza per profumi e campane «superficiali».

 

Al contrario, afferma monsignore, coloro che «sostengono che la Chiesa non sia un museo e che l’uomo veramente pio sia indifferente a questi elementi accidentali della liturgia tradizionale dimostrano soltanto di essere ciechi al grande ruolo svolto dalla bella espressione».

 

In un ulteriore commento sulla continua soppressione della Santa Messa Tridentina, resa possibile dalla Traditionis Custodes di papa Francesco e proseguita ora con l’avallo di Papa Leone XIV, il vescovo centrasiatico ha affermato: «la storia ha dimostrato mille volte che non c’è nulla di più pericoloso per una religione, nulla che abbia maggiori probabilità di generare malcontento, incertezza, divisione e apostasia, dell’interferenza con la liturgia e, di conseguenza, con la sensibilità religiosa».

 

«Preservare il prezioso tesoro della liturgia tradizionale significa preservare il depositum fidei», ha proseguito, aggiungendo che la Chiesa per secoli si è adoperata affinché «l’antichità fosse conservata e la novità respinta – questa è la regola apostolica».

 

Schneider aveva precedentemente denunciato Traditionis Custodes come «una persecuzione di una parte dei fedeli e anche un rifiuto dell’intera tradizione della liturgia della Chiesa».

 

Il vescovo ha dichiarato a Limerick che «la liturgia è la Tradizione nella sua forma più potente e solenne. Solo la Chiesa cattolica può dire: “Vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto dal Signore”».

 

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