Spirito
Vaticano, considerazioni sulla nuova legge fondamentale
Il 13 maggio scorso, proprio mentre il presidente Zelens’kyj visitava il Vaticano, Papa Francesco emanava una nuova «legge fondamentale» per lo Stato della Città del Vaticano. Alcuni analisti sono rimasti stupiti da una frase dell’introduzione al testo, che dice: «Chiamato ad esercitare in forza del munus petrino poteri sovrani anche sullo Stato della Città del Vaticano…». Questo sarebbe un tentativo audace di far derivare direttamente il potere temporale da quello spirituale, che nemmeno i Papi medievali avrebbero tentato in questi termini, tanto più stupefacente sulla bocca del Papa della «sinodalità». Ma è proprio così?
La Stato della Chiesa strumento di indipendenza del Pontefice
Per alcuni commentatori, Papa Francesco sembra dire che dal «munus petrino» derivi direttamente il diritto a esercitare la sovranità su uno Stato, il che sarebbe effettivamente inedito se inteso in questo senso preciso.
Iniziamo col far notare che «munus petrino» è espressione moderna, spesso usata insieme a «ministero» o «ufficio» petrino, per indicare quello che prima si definiva semplicemente come Papato, o Supremo Pontificato. Per il linguaggio canonico e teologico post-conciliare, i nuovi termini sono da preferire perché meno magniloquenti, e più adatti a indicare il potere come servizio.
A parte questa nota terminologica, in realtà il testo ribadisce la dottrina classica, come esplicitato meglio anche nel seguito della «legge fondamentale». Il Papa gode, per diritto divino, di totale indipendenza da qualsiasi potere terreno; ugualmente gode della libertà di scegliersi i mezzi appropriati a mantenere tale indipendenza; storicamente il mezzo fornito dalla Provvidenza è stata la sovranità sullo Stato Romano. Perduto lo Stato nel 1870, Pio XI ritenne nel 1929 sufficiente o accettabile la sovranità sulla Città del Vaticano, per gli stessi scopi.
Quello che si dovrebbe far notare, è che Papa Francesco, ancora cardinale, aveva espresso concetti molti diversi. Nel suo libro «Il cielo e la terra» (1), scritto con il rabbino Skorka quando era ancora a Buenos Aires, nel capitolo Sul futuro delle religioni, si legge quanto segue: «se osserviamo la storia, vediamo che le forme religiose del cattolicesimo sono palesemente mutate. Pensiamo, per esempio agli Stati pontifici, dove il potere temporale era indissolubilmente legato al potere spirituale. Fu una deformazione del cristianesimo, che non corrispondeva né a ciò che voleva Gesù né a ciò che vuole Dio».
Qui si sembra apertamente negare esattamente il principio che fa da prologo alla «legge fondamentale».
Alcuni dati magisteriali a riguardo
Il Concilio Vaticano I, nella IV sessione (DS 3062), afferma che la pienezza del potere consente al Papa di esercitare in piena libertà la sua autorità, corrispondendo con tutti i pastori e i fedeli della Chiesa senza interferenze di alcuna autorità temporale. Potremmo dire che tale passaggio sia la definizione dogmatica dell’indipendenza spirituale del Papa, tante volte rivendicata dai Pontefici di ogni epoca.
Quando questo diritto si realizza concretamente, avremo l’indipendenza temporale di fatto, che concretamente viene a coincidere con la sovranità temporale sullo Stato romano quale la storia ce l’ha fatta conoscere fino a centocinquant’anni fa. Tale identificazione non si basa su una connessione necessaria, ma su una scelta fondata sull’esperienza e su dei diritti legittimi e inviolabili.
Leone XIII, nell’enciclica Immortale Dei del 1° novembre 1885, affermava: «Pertanto tutto ciò che nelle cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi la salvezza delle anime o il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che tale appaia per il fine a cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l’autorità e il giudizio della Chiesa».
Secondo Pio IX, nella lettera apostolica Cum catholica del 26 marzo 1860, il principato civile del Romano Pontefice rientra in questa categoria, per il carattere spirituale che gli deriva dalla sua destinazione sacra e per il suo legame strettissimo con i massimi interessi della religione cristiana. Ecco perché l’usurpazione di questi diritti era punita con la scomunica e con le massime pene canoniche.
Se dunque è rivelato da Dio che la Chiesa e il Papa possiedano una totale indipendenza spirituale di diritto, è ugualmente un dovere derivante dalla Rivelazione che tale indipendenza sia di fatto procurata dai Pastori e riconosciuta dalle società civili. È pure rivelato che i mezzi concreti per far valere di fatto tale indipendenza debbano essere stabiliti dalla Chiesa stessa in modo autonomo.
Le affermazioni di Papa Bergoglio nell’introduzione alla sua «legge fondamentale» non vanno né contro né oltre questi elementi dottrinali: è proprio in forza del «munus petrino» che il Papa si sceglie, o sceglie di accettare, come strumento di indipendenza, la sovranità su uno Stato.
Egli ha il diritto ed il dovere, proprio come Successore di Pietro, di procurarsi tale indipendenza inerente alla sua missione, con i mezzi che la prudenza e la Provvidenza gli mettono a disposizione.
Il potere del Papa sui regni e sulle nazioni
Non si deve quindi confondere il potere temporale del Papa su uno Stato, per quanto piccolo, inteso come strumento di indipendenza, con il potere che il Papa come Successore di Pietro e Vicario di Cristo esercita sui regni e sulle nazioni.
Questo secondo potere è sostanzialmente negato dai Papi conciliari, sostenitori della laicità dello Stato e della libertà religiosa, e di questo potere ovviamente non parla la «legge fondamentale» dello Stato Vaticano, testé promulgata da Papa Bergoglio.
Benché la società temporale e quella spirituale rimangano distinte quanto a origine e fini, ciò non significa che esse siano uguali o non siano ordinate l’una all’altra: la Chiesa insegna che la società terrena deve essere sottomessa a quella ecclesiastica, in virtù dell’unico vero fine dell’uomo, quello soprannaturale.
Non solo le due società non devono essere separate (vedi l’enciclica Vehementer di san Pio X), ma sono l’una soggetta all’altra, al punto che il potere della Chiesa sugli Stati non è meramente direttivo, ma è una vera giurisdizione (vedi la condanna del gallicanesimo, con il breve del beato Innocenzo XI dell’11 aprile 1682 e la Costituzione Inter multiplices di Alessandro VIII del 4 agosto 1690, DzS. 2281-2285; condanna ripresa da Pio VI in Auctorem fidei, DzS. 2699), che si può estendere fino alla deposizione dei sovrani malvagi (vedi per esempio il Dictatus Papae di san Gregorio VII, o la bolla Regnans in excelsis di san Pio V).
Tale dottrina è chiaramente espressa da Bonifacio VIII nell’infallibile bolla Unam Sanctam, che dice:
«L’una e l’altra spada sono in potestà della Chiesa, cioè la spada spirituale e quella materiale. Ma questa deve essere usata in favore della Chiesa, questa dalla Chiesa. Quella è nella mano del Sacerdote, questa dei Re e dei soldati, ma secondo il cenno e il volere del Sacerdote. Occorre infatti che un gladio sia sottomesso all’altro, e che l’autorità temporale sia sottomessa a quella spirituale».
Questa sottomissione indiretta, la cui esistenza è innegabile, deriva dall’autorità che la Chiesa ha su tutti i battezzati, Principi compresi, e dal suo dovere di provvedere al bene dei medesimi. Così, in tutto ciò che tocca la fede o la morale, la Chiesa ha diritto di intervenire, ratione peccati, secondo l’espressione usata da Innocenzo III (2).
Oltre a san Roberto Bellarmino, che largamente spiegò l’esistenza e la natura di tale potere, citiamo qui le parole di san Tommaso:
«La potestà secolare è sottomessa alla spirituale, come il corpo all’anima, e perciò non si usurpa il potere se il Prelato spirituale si intromette nel temporale quanto alle cose nelle quali gli è sottomessa la potestà secolare». (3)
Nessun Pontefice si era dunque spinto a far derivare il potere temporale dal Pontificato? In realtà, se abbiamo visto che Papa Bergoglio parla di tutt’altro (e crede all’errore dell’indipendenza delle realtà temporali, come già il Vaticano II o Ratzinger facevano), troviamo nei Papi medievali espressioni molto esplicite.
Innocenzo III, nella lettera di risposta al Re d’Inghilterra Giovanni Senza Terra, che gli offriva in feudo il regno, diceva:
«Il Re dei re e Signore dei signori Gesù Cristo, Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech, stabilì il regno e il sacerdozio nella Chiesa di modo che sacerdotale sia il regno e regale il sacerdozio, come attestano Pietro nell’Epistola e Mosè nella Legge, mettendo a capo di tutti colui che ha ordinato come suo Vicario in terra…».
Senza andar oltre con le innumerevoli citazioni a riguardo, riportiamo l’attenzione sugli errori effettivi di Papa Francesco (e dei suoi predecessori), anche in materia di rapporti con il potere temporale.
Quanto alla nuova «legge fondamentale» della Città del Vaticano, essa riprende brevemente un principio corretto sull’indipendenza del Pontefice ed i mezzi per ottenerla: espressione però in netto contrasto con i convincimenti espressi in altri momenti dall’allora Cardinal Bergoglio.
NOTE
1) J. M. Bergoglio – A. Skorka, Il cielo e la terra, A. Mondadori 2013.
2) Cfr. in particolare la lettera ai Vescovi di Francia Novit ille del 1204, in Corpus iuris canonici, Decretales Gregorii IX, lib. II, tit. I, cap. 13; e la lettera all’Imperatore Alessio di Costantinopoli, ibidem lib. I, tit. 33, cap VI.
3) Summa Theologiae II II, q. 60, art. 6, ad 3um.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
San Giuseppe terrore dei diavoli: omelia di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella desta di San Giuseppe.

Mira sorte beatior
Omelia nella festa di San Giuseppe, Sposo della B.V.M.
In un mondo che cancella la figura del padre e criminalizza la società «patriarcale» per scardinare con essa il riferimento alla Paternità di Dio nella fratellanza in Cristo, la Santa Chiesa celebra oggi lo Sposo castissimo della Beata Semprevergine Maria, Padre putativo di Nostro Signore e discendente della stirpe regale di Davide, proles David inclyta.
La corona di Santità che splende sul capo di San Giuseppe rifulge di tre gemme preziose: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste virtù proprie alla perfezione cristiana costituiscono i Voti di molti Ordini religiosi, e sono il modello di vita per chiunque voglia santificarsi nella sequela Christi.
Si quis vult venire post me, abneget semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (Lc 9, 23). Queste parole della Sapienza Incarnata ci mostrano come San Giuseppe abbia saputo conformarsi alla volontà di Dio, nella povertà, ossia nel distacco dai beni materiali e nel disprezzo del mondo; nella castità, ossia nel rinnegamento di sé e delle proprie concupiscenze; nell’obbedienza, ossia nel rinnegamento del proprio orgoglio e delle seduzioni del Maligno.
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Povertà: San Giuseppe ha saputo abbandonare tutto – anche l’attività di carpentiere che aveva a Nazareth – per mettere in salvo il Signore durante la persecuzione di Erode. Castità: egli ha accettato di vivere nella perfetta continenza come castissimo Sposo della Vergine delle vergini, l’Immacolata Madre di Dio. Obbedienza: San Giuseppe ha saputo conformare la propria volontà alla santa Volontà di Dio in ogni istante della sua vita.
Queste virtù sono state infine premiate in terra dall’unicità della Sacra Famiglia, modello di perfezione e di santità per tutti gli sposi cristiani; e in cielo, dalla gloria eterna di cui è coronato e che gli merita il titolo di Patrono della Chiesa universale, che è la famiglia spirituale in cui ogni anima battezzata ha Dio come Padre, Nostro Signore come fratello e la Vergine Santissima come Madre.
Se vogliamo seguire Nostro Signore rinnegando noi stessi e prendendo la nostra croce ogni giorno – quotidie – non possiamo non conformarci al modello di San Giuseppe. Nell’umiltà e nel silenzio egli ha veramente rinnegato se stesso, contrastando e vincendo sul mondo, con la santa Povertà, che non è miseria ma distacco dai beni terreni; sulla carne, con la santa Castità, che è immolazione quotidiana e preparazione alla condizione celeste che attende ciascuno di noi; sul diavolo, con la santa Obbedienza, che non è servilismo ma virile riconoscimento di un ordine gerarchico che pone Nostro Signore al centro di tutto, e che tutto a Lui riconduce, anche l’autorità temporale e spirituale vicarie dell’autorità di Cristo Re.
Gli esempi dell’odierna società ribelle sono l’esatto contrario. La ricchezza e il potere sono oggi l’aspirazione comune: per ottenerli si è disposti a qualsiasi compromesso, a qualsiasi tradimento – tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai (Mt 4, 9). Il mondo intero si prosterna agli idoli del denaro e dei beni materiali. La lussuria e le più innominabili abominazioni sono diventate normalità e vengono inculcate anche nei bambini, imposte dallo Stato nelle scuole con l’indottrinamento alla perversione, introdotte nella vita quotidiana dei giovani per corromperli e farne schiavi dei piaceri più distruttivi e sterili. L’orgoglio – il maledetto orgoglio di Lucifero – si è sostituito all’umiltà e all’obbedienza, traducendosi ora in folle anarchia, ora in sciagurato servilismo.
Anche il corpo ecclesiale, nel quale è stato fatto penetrare lo spirito della Rivoluzione, ha perso il senso di queste sante virtù. Molti sono i sacerdoti e i vescovi che preferiscono gli onori mondani e le ricchezze agli immensi tesori celesti di cui non vogliono più essere amministratori. La lussuria tiene molti di loro legati dalle catene del vizio e della fornicazione, rendendoli ciechi alla Luce della Verità cattolica, sordi alla voce della coscienza e della Grazia. Per essi l’obbedienza non è eroica testimonianza di sottomissione alla Maestà di Dio, ma servile prova di cortigianeria verso i potenti della terra, vile cooperazione con i mercenari e i traditori penetrati nel sacro recinto.
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Se vogliamo salvarci e salvare le anime che ci sono affidate, non possiamo non comprendere l’importanza dell’esempio di San Giuseppe. Egli è invocato come terror dæmonum – terrore dei diavoli – perché è proprio nella povertà, nella castità e nell’obbedienza che ogni anima trova i mezzi per sfuggire ai lacci che il Maligno ci tende per corromperci e dannarci. Satana odia e teme la povertà, la castità e l’obbedienza, perché sono difesa inviolabile contro le seduzioni del mondo, della carne e del diavolo. E ciò vale eminentemente per le nostre famiglie, che possono trovare nella Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe l’esempio perfetto di vita semplice, pura e fedele a Dio.
Poniamoci sotto la protezione di San Giuseppe: Tu vivens, Superis par, frueris Deo, mira sorte beatior. Tu, da vivo, fosti simile ai Santi, perché godesti della presenza di Dio, che ti fece beato in terra per sorte mirabile.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
19 marzo 2026
S.cti Joseph, Sponsi B.M.V.
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Occulto
Emergono ulteriori foto del futuro papa Leone al rito idolatrico della Pachamama
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Spirito
«Machismo» sistemico nella Chiesa: la nuova illusione del Sinodo
Il compianto Cardinale George Pell descrisse il documento «Allarga lo spazio della tua tenda», prodotto da Roma durante una delle fasi del Sinodo sulla Sinodalità, come «un incubo tossico». Cosa direbbe del documento prodotto dal «Gruppo 5» per la fase di «attuazione» di questo stesso Sinodo? Un documento che denuncia il «machismo» sistemico nella Chiesa.
Contesto di questo Gruppo di Studio
Con una lettera del 17 febbraio 2024, papa Francesco aveva deciso di affidare alcuni temi evidenziati durante la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo a gruppi di studio assegnati ai dicasteri della Curia Romana. Il coordinamento sarebbe stato garantito dalla Segreteria del Sinodo dei Vescovi.
Il 22 febbraio, Francesco delineava dieci temi: 1) Rapporti con le Chiese Orientali; 2) Il grido dei poveri e degli emarginati; 3) La missione nell’era digitale; 4) Sacerdoti, formazione e relazioni; 5) Ministeri e ruolo delle donne; 6) Vita consacrata e movimenti ecclesiali; 7) Vescovi, figura e funzioni; 8) Il ruolo dei nunzi; 9) Temi «controversi»; 10) Dialogo ecumenico.
Nel documento intitolato «Percorsi per la fase di attuazione del Sinodo 2025-2028», pubblicato lunedì 7 luglio, con l’obiettivo di avviare una nuova fase sinodale, si afferma che papa Leone XIV ha istituito due nuovi gruppi di studio su «La liturgia in prospettiva sinodale» e su «Lo status delle Conferenze episcopali, delle Assemblee ecclesiali e dei Concili particolari».
A inizio marzo, la Segreteria del Sinodo ha pubblicato la relazione finale del Gruppo 3, sulla missione nell’ambiente digitale, e quella del Gruppo 4, sulla revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis da una prospettiva missionaria sinodale. Il 10 marzo è stata pubblicata la relazione finale del Gruppo 5.
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Valore di queste relazioni
La Segreteria Generale del Sinodo ha sottolineato in una nota che questi documenti «devono essere considerati documenti di lavoro» e non costituiscono legislazione né orientamenti magisteriali definitivi. Papa Leone XIV ne ha ordinato la pubblicazione e ha chiesto ai dicasteri competenti di presentargli proposte operative da valutare sulla base di tali documenti.
In altre parole, questi documenti sono di natura provvisoria, ma aprono un ampio dibattito teologico e canonico senza risolvere le questioni fondamentali, lasciando ai dicasteri competenti il compito di tradurre i propri orientamenti in proposte concrete per papa Leone XIV. Ciononostante, la relazione del Gruppo 5 rimane sorprendente.
Struttura della relazione
La relazione finale del Gruppo 5 è strutturata in tre parti. La prima parte illustra il metodo di lavoro: «Il Dicastero si è basato principalmente sul contributo continuo dei suoi consulenti. (…) L’obiettivo era quello di attuare un processo di ascolto vivace e dinamico, di adottare un approccio ‘dal basso verso l’alto’ piuttosto che ‘dall’alto verso il basso’ (…) e di ricercare il consenso tra posizioni spesso in contrasto».
La seconda parte offre una sintesi dei temi emersi durante lo studio sinodale. Il rapporto evidenzia l’esistenza di strutture clericali che limitano la partecipazione delle donne alla vita della Chiesa e propone che la Chiesa evolva verso una concezione di tale partecipazione fondata sulla dignità del battesimo.
La terza parte comprende sei appendici: figure femminili nell’Antico e nel Nuovo Testamento, figure di spicco nella storia della Chiesa, testimonianze contemporanee di donne nel governo della Chiesa, i principi mariano e petrino, il potere ecclesiastico e i contributi dei papi Francesco e Leone XIV sul ruolo delle donne nella leadership della Chiesa.
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La società atea come quadro teologico attraverso i «segni dei tempi»
Ciò che colpisce dalla lettura è la considerazione data all’evoluzione della società – una società decristianizzata – come fonte di ispirazione dottrinale o disciplinare, anche se il testo lo nega esplicitamente: «È altresì necessario assicurarsi che la questione della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa non sia ridotta a una prospettiva puramente sociologica, culturale, filosofica o storica, avulsa da un quadro teologico complessivo» (n. 12).
Così, il testo osserva che «l’ingresso delle donne nella vita pubblica (…) è un fenomeno che continua a interessare sia la società civile che la Chiesa. Più di sessant’anni fa, san Giovanni XXIII poteva già descrivere questo fatto come un “segno dei tempi”» (n. 1).
Questo fenomeno sociale ha generato una «consapevolezza» che «ha creato un disagio specifico in molte donne riguardo alla loro partecipazione alla vita delle comunità a cui appartengono, soprattutto se confrontat la realtà ecclesiastic con relazioni sociali con la società civile in molti dei paesi in cui vivono» (n. 3).
Il testo invita quindi a «riflettere sul fatto che un numero crescente di donne, di tutte le età e provenienti da diverse parti del mondo, non si sentono più ‘a casa’ nella casa del Signore, fino al punto di abbandonarla completamente». E chiede alla Chiesa di non «subire le trasformazioni sociali», ma di «diventare un agente proattivo del proprio cambiamento» (n. 10).
La Chiesa «non può quindi rimanere indifferente alle preoccupazioni – che provengono anche dalla società civile – che esprimono un’autentica ricerca di significato alla quale la Chiesa è chiamata a rispondere» (n. 9), e cita la questione dell’accesso al sacramento dell’Ordine sacro, la possibilità di istituire nuovi ministeri, la possibilità di pronunciare l’omelia nelle celebrazioni comunitarie e il governo di una comunità o di alcuni uffici diocesani (n. 3).
La parte centrale del documento presenta considerazioni «frutto del processo di ascolto» che favoriscono «un approccio dal basso verso l’alto». Si ispirano «al principio che “la realtà è più importante delle idee”» (n. 7).
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Clericalismo e maschilismo «sistemici»
Una delle caratteristiche più evidenti di questo rapporto del Gruppo 5 è l’affermazione secondo cui «nella mentalità ecclesiale contemporanea» si è riscontrato un modello di pensiero e di comportamento identificabile come «clericalismo» o «machismo» (n. 4). Queste due accuse provengono direttamente da papa Francesco.
Il clericalismo è definito dal testo come «la tendenza a trasferire automaticamente l’autorità e il ruolo peculiare che spettano propriamente al sacerdote nella celebrazione dell’Eucaristia a tutti gli altri ambiti della vita comunitaria» (ibid.). Il maschilismo è discriminazione di genere.
Queste deviazioni sono descritte come «sistemiche» nell’Allegato VI: «Alcuni hanno riferito di esperienze di esclusione dalle opportunità e di sottovalutazione sistemica, sia per il genere, nel caso del maschilismo, sia per la non appartenenza allo stato clericale, nel caso del clericalismo» (n. 32).
Il potere dell’Ordine sacro e il potere di governo
In questo contesto, il documento cerca di ripensare il sacramento dell’Ordine sacro andando oltre «una logica puramente funzionale o sostitutiva, riconoscendo invece che le donne hanno diritto [al governo della Chiesa] in quanto battezzate e portatrici di carismi» (n. 14). È proprio da qui che emerge la questione del potere di governo e della partecipazione delle donne ad esso.
Il ruolo di papa Francesco
Il ruolo svolto dal defunto papa è considerevole in questa evoluzione. In primo luogo, i termini clericalismo e machismo sono apparsi nel discorso papale solo negli scritti del papa argentino. Tutti i riferimenti magisteriani su cui si basa il documento risalgono a lui, a parte qualche accenno ai suoi immediati predecessori.
La possibilità «che una donna possa ricoprire la carica di capo di un dicastero o di altro ufficio vaticano» si fonda sulla costituzione Praedicate evangelium e sulla particolare dottrina che essa sviluppa in materia di potere giurisdizionale, la quale, a dir poco, non trova le sue radici nella Tradizione.
Inoltre, a parte alcuni paragrafi riguardanti papa Leone XIV, l’unica fonte si trova negli insegnamenti e negli atti amministrativi riguardanti le donne – in particolare le nomine alla Curia – del papa proveniente dal Sud America.
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Conclusione
Questa relazione finale del Gruppo 5 è un vero e proprio manifesto femminista che, utilizzando un metodo rivoluzionario – come fa la teologia della liberazione – svela le tendenze di una società che ha rifiutato Dio per due secoli, nel tentativo di introdurle nella dottrina cattolica.
Come sottolinea InfoCatolica, il documento «eleva il “disagio” sociologico di alcune donne occidentali al rango di segno dei tempi in senso fortemente teologico (n. 10: “è anche lo Spirito Santo che parla attraverso di lui”)». Il discernimento tra verità ed errore è del tutto assente. In questo senso, il documento si limita a seguire il percorso tracciato dal Cammino sinodale tedesco.
La questione del potere di governo, fondata sul sacramento del battesimo, ignora la dottrina bimillenaria della tradizione ecclesiale, che rende coloro che detengono il potere dell’ordine soggetti ordinari di tale potere di governo. In altre parole, il documento opera una dissezione, basata su una particolare idea di papa Francesco, il quale, per inciso, si oppone al Concilio Vaticano II.
E per citare InfoCatholica: «espressioni come “la realtà è superiore all’idea” (n. 7, citando Evangelii Gaudium 233) o il costante ricorso alle “esperienze concrete” come punto di partenza teologico, evidenziano un capovolgimento metodologico».
Mentre la teologia e il Magistero tradizionale interpretano i dati dell’esperienza alla luce della dottrina rivelata, il metodo che «parte dal basso», secondo la dottrina modernista, richiede che tale esperienza venga incorporata nella dottrina rivelata. Ciò porta ad un attacco al sacramento dell’Ordine sacro, istituito da Gesù Cristo, affibbiandogli prima epiteti infamanti.
Cosa farà papa Leone XIV con questo manifesto femminista prodotto dal Dicastero per la Dottrina della Fede? Questo è un punto che dovrà essere esaminato attentamente.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Yakov Fedorov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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