Politica
USA, il 6 gennaio 12 senatori obbietteranno al conteggio dei voti elettorali
Sembra che la battaglia del Collegio elettorale programmata per il 6 gennaio stia prendendo slancio.
Una nuova ondata di senatori statunitensi, apparentemente guidata dal senatore Ted Cruz, si unirà al senatore Josh Hawley e oltre 140 membri repubblicani della Camera nella loro obiezione al Collegio elettorale, con grande dispiacere della leadership repubblicana, scrive il sito National File.
Una nuova ondata di senatori statunitensi, apparentemente guidata dal senatore Ted Cruz, si unirà al senatore Josh Hawley e oltre 140 membri repubblicani della Camera nella loro obiezione al Collegio elettorale
A differenza di Hawley, Cruz e questa nuova coalizione di senatori chiedono un audit di 10 giorni negli Stati campo di battaglia per esaminare le numerose accuse credibili di frodi elettorali diffuse che affliggono almeno sei stati.
Lo sviluppo è stato segnalato per la prima volta da Burgess Everett del sito Politico, il quale osserva che Cruz ha guidato i senatori in una dichiarazione congiunta: «Abbiamo intenzione di votare il 6 gennaio per respingere gli elettori degli stati contesi come non ‘”regolarmente dati” e “legalmente certificati”, a meno che e fino al completamento dell’audit di emergenza di 10 giorni».
I firmatari includono i senatori Ted Cruz, Ron Johnson, James Lankford, Steve Daines, John Kennedy, Marsha Blackburn, Mike Braun, Cynthia Lummis, Bill Haggerty e il senatore eletto Tommy Tuberville.
In una dichiarazione, i senatori hanno affermato che «la frode degli elettori ha rappresentato una sfida persistente nelle nostre elezioni, sebbene la sua ampiezza e portata siano contestate».
«In qualsiasi misura, le accuse di frode e irregolarità nelle elezioni del 2020 superano qualsiasi altra nella nostra vita»
I senatori aggiungono inoltre che «in qualsiasi misura, le accuse di frode e irregolarità nelle elezioni del 2020 superano qualsiasi altra nella nostra vita».
Come osserva il canale TV Fox News, «i senatori e senatori eletti chiedono al Congresso di nominare una commissione per condurre un controllo di emergenza di 10 giorni sui risultati delle elezioni negli Stati in cui i risultati sono controversi. Citano come precedente la gara del 1877 tra Samuel Tilden e Rutherford Hayes in cui c’erano accuse di frode in più Stati».
Ciò accade settimane dopo che il deputato Mo Brooks ha annunciato il suo tentativo di opporsi al conteggio del Collegio elettorale. Fino a questa settimana, Brooks non aveva alleati al Senato, ma tutto è cambiato quando il senatore Hawley ha annunciato che si sarebbe unito alla chiamata, nonostante il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell gli avesse fatto pressioni per non farlo.
I senatori «citano come precedente la gara del 1877 tra Samuel Tilden e Rutherford Hayes in cui c’erano accuse di frode in più Stati»
Ciò avviene dopo che dozzine di legislatori statali in Tennessee, Alabama, Carolina del Sud e Mississippi hanno inviato lettere ai senatori statunitensi, esortandoli ad agire il 6 gennaio. Anche i legislatori della Carolina del Nord hanno inviato una lettera, così come il rappresentante della Florida Anthony Sabitini, e Jarome Bell e Amanda Chase di Virignia.
Quando McConnell ha tentato di condannare Hawley in una teleconferenza di senatori, McConnell si sarebbe prodotto in una sfuriata di diversi minuti senza rendersi conto che Hawley non era in linea e non si è mai unito alla chiamata.
Allo stesso modo, fonti vicine al presidente Donald Trump hanno detto al National File che il senatore Tuberville si unirà alla lotta, ma non lo annuncerà pubblicamente. Poi, secondo quanto riferito sempre dal National File, McConnell avrebbe contattato Tuberville e gli avrebbe detto di «accoltellare Trump alle spalle» il 6 gennaio.
Si potrebbe così arrivare ad annullare i voti degli Stati con frodi acclarate privando così Biden dei 270 voti necessari a divenire presidente
Si potrebbe così arrivare ad annullare i voti degli Stati con frodi acclarate privando così Biden dei 270 voti necessari a divenire presidente. Qualora si riuscisse , si dovrebbe passare al processo di contingent election, «elezione per contingenza», in cui il Presidente è deciso dalla Camera dei Rappresentanti: in questo caso, essendo la Camera in mano repubblicana, Trump avrebbe piena possibilità di rimanere alla Casa Bianca.
Non ci resta che aspettare la data di questa Epifania 2021. Un giorno che potrebbe cambiare il mondo.
Immagine di Brian Copeland via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Politica
L’Iran sceglie il successore di Khamenei: chi erano i candidati?
La Guida Suprema Mullah Ali Khamenei, che ha governato l’Iran per 37 anni, è stata uccisa in un attacco israelo-americano su Teheran il 28 febbraio, all’inizio di una guerra che ha ormai coinvolto gran parte del Medio Oriente. Israele ha avvertito che avrebbe preso di mira qualsiasi figura scelta per sostituirlo.
«Ė stato individuato il candidato più idoneo, approvato dalla maggioranza dell’Assemblea degli esperti», ha dichiarato domenica il membro Mohsen Heydari, secondo quanto riportato dall’Agenzia di stampa degli studenti iraniani (ISNA).
Poco dopo, l’Assemblea degli esperti iraniana, incaricata di esaminare e selezionare la guida suprema, ha annunciato che Mojtaba Khamenei era stato scelto dopo «deliberazioni precise e approfondite».
Secondo quanto riportato dai media iraniani, il gruppo di studiosi ha avuto un piccolo disaccordo sulla questione se la decisione finale dovesse essere presa a seguito di un incontro di persona o se dovesse essere emessa senza rispettare questa formalità.
La Guida Suprema iraniana si trova ad affrontare minacce dirette di assassinio da parte di Israele, poiché il governo dello Stato ebraico ha chiaramente dichiarato che diventerà il suo obiettivo principale. A ciò si aggiunge la questione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che all’inizio di questa settimana ha affermato che Washington deve essere coinvolta nella scelta del prossimo leader dell’Iran e che sarebbe «meraviglioso» se le forze curde iraniane di stanza in Iraq attraversassero il confine con l’Iran per lanciare attacchi contro le forze di sicurezza locali.
A seconda della valutazione di Trump, potrebbe continuare a mantenere un atteggiamento conflittuale nei confronti dell’Iran o tentare di negoziare un accordo.
Si ritiene che la selezione abbia incluso i seguenti candidati.
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Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0
Mojtaba Khamenei
Il principale candidato e secondogenito del defunto leader, Mojtaba, è stato ora ufficialmente dichiarato nuovo leader supremo del Paese. Ha studiato teologia a Qom e ha combattuto come giovane volontario durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta.
Si ritiene che Mojtaba abbia stretti legami con figure di spicco della Guardia Rivoluzionaria. Tuttavia, esperti russi hanno sottolineato che il defunto aiatollà era contrario alla nomina del suo secondo figlio come successore, sottolineando che ciò contraddiceva i principi fondamentali della Repubblica Islamica.
Inoltre, Mojtaba non possiede un rango teologico sufficientemente elevato, requisito obbligatorio per diventare il nuovo leader.

Immagine di Mostafameraji via Wikimedia CC BY-SA 4.0
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Alireza Arafi
Al di fuori degli ambienti clericali iraniani, l’ayatollah Alireza Arafi non è un nome molto noto, ma, in quanto alto esponente del clero profondamente radicato nelle istituzioni religiose iraniane, merita maggiore attenzione, come sottolineano gli esperti.
Nato nel 1959, Arafi proviene da una famiglia ecclesiastica della provincia centrale iraniana di Yazd. Si dice che gli Arafi fossero zoroastriani convertiti all’Islam solo nel XIX secolo.
Alireza Arafi è stato nominato membro giurista del Consiglio direttivo dell’Iran, l’organismo incaricato di svolgere il ruolo di guida suprema dopo la morte di Khamenei, ruolo che ricoprirà finché l’Assemblea degli esperti non eleggerà un nuovo leader.
Membro religioso del Consiglio dei Guardiani, Arafi è entrato a far parte del Consiglio direttivo temporaneo insieme al presidente Masoud Pezeshkian e al giudice capo Gholamhossein Mohseni Ejei.

Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0
Sadeq Larijani
Un altro potenziale candidato era il fratello di Ali Larijani, Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. L’ayatollah Sadeq Larijani, ex capo della magistratura, non è un personaggio di spicco come altri religiosi, ma ha ricoperto la carica di presidente della Corte Suprema e ha fatto parte di organi chiave come il Consiglio dei Guardiani (che esamina la legislazione e approva i candidati) e il Consiglio per il Discernimento delle Opportunità (che risolve le controversie tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani e fornisce consulenza alla Guida Suprema in materia di politiche).
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Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0
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Hassan Khomeini
Un candidato degno di nota per la sua discendenza era Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini.
Il cinquantatreenne ricopre un ruolo simbolicamente importante in quanto custode del mausoleo del nonno nel sud di Teheran. Non ha mai ricoperto incarichi governativi.
Era percepito come un moderato per la sua associazione con i riformisti, sempre più emarginati dal potere sotto Khamenei. Khomeini ha stretti legami con i riformisti, tra cui gli ex presidenti Mohammed Khatami e Hassan Rouhani, che hanno entrambi perseguito politiche di dialogo con l’Occidente durante il loro mandato.

Immagine Tasnim News Agency via Wikimedia CC BY-SA 4.0
Mehdi Mirbagheri
Anche il religioso estremista Mohammad Mehdi Mirbagheri, figura di spicco dell’Assemblea degli esperti composta da 88 membri, sarebbe stato un possibile candidato, a causa del suo allineamento ideologico con le fazioni più conservatrici del sistema politico iraniano.
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Immagine di Tasnim News Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Politica
Mojtaba Khamenei nominato prossimo leader supremo dell’Iran
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Politica
Trump caccia Tucker Carlson dal MAGA
Giovedì il presidente Donald Trump ha espulso il conduttore televisivo Tucker Carlson dal movimento MAGA. Pur trattandosi di una mossa meramente simbolica, essa pone un interrogativo filosofico su ciò che rappresenta davvero il MAGA: un piano per «rendere di nuovo grande l’America» o soltanto Trump e i suoi sentimenti personali.
«Tucker ha perso la strada. Lo sapevo da tempo, e lui non è MAGA», ha dichiarato Trump durante un’intervista ad ABC News giovedì. «MAGA sta salvando il nostro Paese. MAGA sta rendendo il nostro Paese di nuovo grande. MAGA è America First, e Tucker non è niente di tutto questo».
La rottura si verifica mentre il «presidente della pace», che ha affermato al mondo «Io sono la pace», sta trascinando il pianeta in un conflitto mondiale come elemento del piano di Israele per invocare il loro Messia (forse l’Anticristo cristiano, benché non sia verificato).
In precedenza, Trump ha allontanato dal MAGA altri esponenti politici favorevoli all’America First. La deputata Marjorie Taylor Greene, il senatore Rand Paul e il deputato Thomas Massie erano stati scomunicati in passato.
Carlson, nel frattempo si sta facendo un accusatore sempre più accanito di Israele e del suo controllo sulla politica americana, arrivando a sottolineare le basi religiose di questa guerra voluta dai giudei sionisti e dai loro alleati protestanti dispensazionalisti.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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