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Geopolitica

USA e britannici attaccano gli Houthi in Yemen

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Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno iniziato a effettuare attacchi sullo Yemen nelle prime ore di oggi.

 

Aerei americani e britannici hanno preso di mira la base aerea di Al-Dailami, a nord di Sanaa, ha detto la stazione televisiva locale Al-Masirah. L’agenzia di stampa yemenita SABA ha riferito che gli attacchi sono avvenuti nella capitale Sanaa, così come nelle province di Saada, Hodeidah, Taiz e Dhamar.

 

Su internet circolano già video non verificati degli effetti a terra dei raid angloamericani sullo Yemen.

 


Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha affermato che la coalizione occidentale ha «condotto con successo attacchi contro una serie di obiettivi nello Yemen utilizzati dai ribelli Houthi per mettere in pericolo la libertà di navigazione in una delle vie navigabili più vitali del mondo». «L’azione difensiva di oggi fa seguito a questa vasta campagna diplomatica e ai crescenti attacchi dei ribelli Houthi contro le navi commerciali», ha affermato Biden in una dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca. Il presidente statunitense aggiunto che l’azione militare invia «un chiaro messaggio che gli Stati Uniti e i nostri partner non tollereranno attacchi al nostro personale né permetteranno ad attori ostili di mettere in pericolo la libertà di navigazione» nella regione.

 

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha pubblicato un video dei suoi jet che decollano da una portaerei nel cuore della notte. Il comandante del CENTCOM, generale Michael Kurilla, ha affermato che gli Houthi «saranno ritenuti responsabili» delle loro «azioni illegali e pericolose».

 

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Gli attacchi hanno preso di mira «siti associati ai veicoli aerei senza pilota degli Houthi, ai missili balistici e da crociera, ai radar costieri e alle capacità di sorveglianza aerea», ha detto il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin, aggiungendo che gli Stati Uniti si riservano il diritto di «intraprendere azioni successive» per proteggere le proprie forze.

 

 

Il segretario alla Difesa britannico Grant Shapps ha annunciato che quattro jet Eurofighter Typhoon «hanno condotto attacchi di precisione su due siti militari Houthi».

 

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Il canale di notizie libanese Al Mayadden ha citato il suo giornalista sul posto affermando che anche l’aeroporto di Hodeidah è stato preso di mira. Fadel Abu Taleb, un alto funzionario Houthi, ha scritto su Twitter che il bombardamento «non otterrà alcun risultato e non sarà in grado di scoraggiare il popolo yemenita dal continuare a sostenere i palestinesi».

 


Un altro alto funzionario Houthi, Mohammed al-Bukhaiti, ha descritto l’attacco della coalizione come «la più grande follia della loro storia», secondo Al Jazeera.

 

Il portavoce Houthi Abdulsalam Jahaf ha affermato che «un certo numero di navi da guerra americane e britanniche sono state colpite” durante “una grande battaglia nel Mar Rosso». «Chiunque sia coinvolto, pagherà il prezzo», ha scritto su Twitter. «Non fermeremo il nostro attacco finché non lascerete la zona».

 

 

Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Bahrein e Corea del Sud hanno espresso il loro sostegno al bombardamento statunitense-britannico. Riyadh ha chiesto «moderazione» e ha esortato a «evitare un’escalation»: «Il Regno dell’Arabia Saudita segue con grande preoccupazione le operazioni militari che si svolgono nel Mar Rosso e i raid in una serie di siti nella Repubblica dello Yemen», ha dichiarato in un comunicato il ministero degli Esteri del Regno, citato da Al Jazeera. La Russia ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite venerdì per discutere dell’escalation in corso nello Yemen.

 

Gli Houthi sono una milizia islamista sciita salita al potere sulla scia dell’ondata di proteste conosciuta come Primavera Araba, che ha travolto il Medio Oriente all’inizio degli anni 2010.

 


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Uno dei Paesi più poveri della regione, lo Yemen è afflitto da una guerra civile intermittente da quasi un decennio. È stato ulteriormente devastato da un intervento guidato dall’Arabia Saudita, iniziato nel 2015 con l’obiettivo di espellere gli Houthi.

 

L’azione arriva dopo che Washington e Londra hanno promesso di reagire contro gli attacchi alle navi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. Gli Houthi hanno promesso sostegno a Gaza durante i combattimenti in corso tra Israele e il gruppo militante palestinese Hamas. Hanno lanciato droni e missili contro navi mercantili, così come navi da guerra che pattugliano il tratto di mare vitale per il commercio globale.

 

Nel frattempo, a New York e Washington è partita la protesta contro gli attacchi allo Yemen.

 

 

Tre giorni fa gli Houthi avevano lanciato quello che era stato definito un «complesso» attacco missilistico.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Pentagono aveva fatto pressioni sulla Casa Bianca perché gli fosse dato semaforo verde per attaccare gli Houthi, che in più occasione avevano lanciato missili contro navi militari americane e pure francesi, oltre aver dirottato o minacciato con armi quantità di navi mercantili, che ora sono costrette a raggiungere l’Europa dall’Asia senza passare per il Canale di Suez e quindi facendo il periplo dell’Africa attraverso Capo di Buona Speranza.

 

La banca d’affari La Goldman Sachs aveva calcolato che i prezzi del petrolio potrebbero raddoppiare a causa degli attacchi Houthi.

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Geopolitica

Trump minaccia il leader groenlandese: «vi sarà un grosso problema per lui»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sminuito il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen definendolo una persona che «non conosce nemmeno», minacciandolo di un «grosso problema» dopo che Nielsen ha riaffermato con fermezza l’impegno dell’isola verso la Danimarca piuttosto che verso gli Stati Uniti.   Come riportato da Renovatio 21, mesi fa il Nielsen aveva criticato la «retorica da superpotenza» di Trump definendola «inaccettabile» e «offensiva». «Basta con le fantasie di annessione», aveva scritto su Facebook.
Lo scontro sulle ambizioni di Trump di acquisire l’isola artica strategica ha raggiunto un nuovo livello di tensione durante una conferenza stampa congiunta tenutasi martedì a Copenaghen, in cui il primo ministro danese Mette Frederiksen e Nielsen hanno presentato un fronte compatto.   «Se dovessimo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, qui e ora, sceglieremmo la Danimarca. Sceglieremmo la NATO. Sceglieremmo il Regno di Danimarca. Sceglieremmo l’UE», ha dichiarato Nielsen, che probabilmente ignora il fatto che la NATO è sostenuta primariamente dagli USA.   Queste affermazioni, pronunciate alla vigilia di colloqui di alto livello a Washington tra funzionari danesi e groenlandesi, il vicepresidente statunitense JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, hanno provocato una reazione veemente da parte di Trump.

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«Questo è un loro problema», ha risposto Trump ai giornalisti alla Joint Base Andrews. «Non sono d’accordo con loro. Non so chi sia, non so nulla di lui, ma questo sarà un grosso problema per lui».   Trump ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti debbano controllare la Groenlandia per impedire il predominio cinese o russo, un’affermazione contestata non solo da Mosca e Pechino, ma anche da funzionari locali. «In un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia», ha ribadito domenica.   La minaccia si inserisce nel contesto di un’iniziativa legislativa promossa dal deputato della Florida Randy Fine, che ha presentato il Greenland Annexation and Statehood Act, un disegno di legge che autorizzerebbe il presidente a intraprendere «qualsiasi misura necessaria» per acquisire il territorio. I funzionari danesi hanno respinto categoricamente tale premessa, con l’ambasciatore Jesper Moller Sorensen che ha chiarito «in modo esaustivo» a Fine come la Groenlandia faccia parte integrante della Danimarca.   Sebbene Copenaghen abbia manifestato apertura a un approfondimento della cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti nell’ambito della NATO, insiste sul principio che il futuro dell’isola spetti alla sua popolazione, la quale nel 2008 ha votato per preservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.   Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha evitato di commentare direttamente la controversia, limitandosi a sottolineare che il suo ruolo è garantire la sicurezza nella regione artica.

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Gli Stati Uniti avvertono gli americani di «lasciare l’Iran ora»

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Il dipartimento di Stato statunitense ha diramato un’allerta di sicurezza urgente, ordinando a tutti i cittadini americani presenti in Iran di lasciare immediatamente il Paese, senza attendersi alcun supporto da parte di Washington.

 

La Repubblica Islamica è scossa da disordini su scala nazionale dalla fine di dicembre, con violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine che hanno causato numerose vittime. Teheran ha reagito imponendo drastiche restrizioni, tra cui il blocco delle reti mobili e di internet, per contrastare quella che definisce una violenza orchestrata e alimentata da potenze straniere.

 

«Lasciate l’Iran ora», ha intimato lunedì l’Ambasciata Virtuale degli Stati Uniti a Teheran. L’avviso esorta i cittadini a valutare personalmente i rischi e a organizzare autonomamente la partenza, poiché «il governo degli Stati Uniti non può garantire la vostra sicurezza se decidete di lasciare il Paese».

 

«I cittadini statunitensi corrono un rischio significativo di essere interrogati, arrestati e detenuti in Iran», si legge nell’allerta, che sottolinea come il mero possesso di un passaporto americano possa rappresentare un motivo sufficiente per la detenzione. Viene inoltre raccomandato ai cittadini con doppia cittadinanza di uscire dall’Iran utilizzando esclusivamente il passaporto iraniano.

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L’avviso consiglia inoltre a chi non sia in grado di partire di «trovare un luogo sicuro all’interno della propria abitazione o di un altro edificio protetto» e di fare scorte di cibo, acqua, medicinali e altri beni di prima necessità.

 

Le tensioni tra Teheran, Washington e Gerusalemme restano altissime dall’estate del 2025, quando Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi congiunti contro siti nucleari iraniani chiave. Il presidente americano Donald Trump ha sostenuto che tali operazioni abbiano impedito lo sviluppo di un’arma nucleare, accusa che Teheran ha sempre respinto con forza.

 

La scorsa settimana Trump ha dichiarato che la sua amministrazione sta esaminando «alcune opzioni molto forti», includendo possibili attacchi aerei tra le «tante opzioni sul tavolo».

 

In risposta, funzionari iraniani hanno ribadito che, in caso di nuovo intervento statunitense, basi militari e personale americano e israeliano diventerebbero «obiettivi legittimi».

 

Teheran afferma inoltre di possedere prove dell’infiltrazione di agenti stranieri, tra cui presunti elementi del Mossad, operanti per seminare caos e fornire a Washington un pretesto per un’ulteriore escalation militare.

 

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Trump: le difese della Groenlandia sono «due slitte trainate da cani»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato domenica che le difese della Groenlandia da parte della Danimarca consistono in «due slitte trainate da cani», rilanciando la sua pressione affinché il paese europeo membro della NATO ceda la sovranità sull’isola artica.   Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha sostenuto che Russia o Cina potrebbero impossessarsi in qualsiasi momento del territorio danese.   «La Groenlandia, in pratica, ha una difesa a due slitte trainate da cani», ha detto. «Nel frattempo, ci sono cacciatorpediniere e sottomarini russi, e cacciatorpediniere e sottomarini cinesi ovunque. Non permetteremo che ciò accada».   Fin dal XIX secolo, vari esponenti statunitensi hanno sostenuto che l’isola artica – già sede di una base militare americana – dovesse passare sotto controllo statunitense, sotto gli auspici della Dottrina Monroe e di quello che è chiamato il «Destino manifesto» degli Stati Uniti d’America.

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Dopo che Trump ha rinnovato, all’inizio del suo secondo mandato, l’interesse ad acquisire la Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale, Copenaghen ha annunciato il rafforzamento delle proprie difese, con l’aggiunta di pattuglie con slitte trainate da cani e l’acquisto di altre due navi di ispezione artica per integrare la flotta groenlandese, composta finora da quattro unità.   I media dell’epoca riferivano di 12 unità di cani da slitta. Il territorio autonomo danese è in gran parte coperto da ghiaccio, con insediamenti e infrastrutture concentrati prevalentemente lungo le coste.   Le nazioni nordiche hanno smentito le affermazioni di Trump sulle presunte minacce russe e cinesi alla Groenlandia, sottolineando che negli ultimi anni non è stata rilevata alcuna attività militare significativa nella regione, come riportato domenica dal Financial Times.   «Non è vero che cinesi e russi siano lì. Ho visto i servizi segreti. Non ci sono navi, né sottomarini», ha dichiarato al giornale un alto diplomatico europeo.   All’inizio di questo mese, l’esercito statunitense ha condotto un raid in Venezuela per catturare il presidente Nicolas Maduro. Secondo funzionari dell’amministrazione Trump, l’operazione mirava in parte a consolidare l’egemonia di Washington nell’emisfero occidentale e a contrastare l’influenza russa e cinese in Sud America.  

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