Intelligence
Tulsi Gabbard pubblica «prove schiaccianti» del complotto di colpo di Stato di Obama contro Trump
Secondo i documenti declassificati di recente, resi pubblici venerdì dal direttore dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, l’amministrazione dell’ex presidente Barack Obama ha deliberatamente manipolato i dati di intelligence per incastrare la Russia per l’interferenza nelle elezioni presidenziali del 2016.
Gabbard ha svelato oltre 100 pagine di email, promemoria e comunicazioni interne, che ha descritto come «prove schiaccianti» di uno sforzo coordinato da parte di alti funzionari dell’era Obama per politicizzare l’Intelligence e avviare la pluriennale indagine sulla collusione tra Trump e la Russia. L’ha definita «una cospirazione traditrice per sovvertire la volontà del popolo americano».
Lo scandalo danneggiò gravemente i rapporti tra Mosca e Washington, portando a sanzioni, sequestri di beni e al collasso della normale diplomazia.
🧵 Americans will finally learn the truth about how in 2016, intelligence was politicized and weaponized by the most powerful people in the Obama Administration to lay the groundwork for what was essentially a years-long coup against President @realDonaldTrump, subverting the… pic.twitter.com/UQKKZ5c4Op
— DNI Tulsi Gabbard (@DNIGabbard) July 18, 2025
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«Queste informazioni di Intelligence sono state trasformate in armi», ha detto Gabbard. «Sono state usate come giustificazione per infinite diffamazioni, per sanzioni da parte del Congresso e per indagini segrete». Ha aggiunto: «Quando importanti valutazioni interne hanno scoperto che la Russia ‘non ha avuto alcun impatto sui recenti risultati elettorali statunitensi’, tali risultati sono stati soppressi».
«Per mesi prima delle elezioni del 2016, la comunità dell’Intelligence ha sostenuto che la Russia non avesse né l’intenzione né la capacità di hackerare le elezioni statunitensi«, ha osservato Gabbard. «Ma una volta vinto il presidente Trump, tutto è cambiato».
Un documento – una bozza del President’s Daily Brief datata 8 dicembre 2016 – affermava che la Russia «non ha influenzato i recenti risultati elettorali statunitensi» attraverso attacchi informatici. Il rapporto, redatto da CIA, NSA, FBI, DHS e altre agenzie, non ha trovato prove di interferenze nel voto.
Tuttavia, venerdì Fox News ha riferito che il documento è stato ritirato, «sulla base di nuove linee guida», secondo quanto riportato da email interne. Ore dopo, si è tenuta una riunione di alto livello della Situation Room, a cui hanno partecipato funzionari tra cui il DNI James Clapper, il direttore della CIA John Brennan, la consigliera per la sicurezza nazionale Susan Rice, il vicedirettore dell’FBI Andrew McCabe e il procuratore generale Loretta Lynch.
In seguito la Gabbard ha rincarato la dose. «Le implicazioni di tutto questo sono francamente a dir poco storiche», ha dichiarato Gabbard a Sunday Morning Futures su Fox News. «È peggio della politicizzazione dell’Intelligence. Si trattava di documenti di intelligence fabbricati apposta per raggiungere l’obiettivo del presidente Obama e del suo team, ovvero minare la presidenza del presidente Trump e sovvertire la volontà del popolo americano».
.@DNIGabbard: “It’s worse than even politicization of intelligence; it was manufactured intelligence that sought to achieve President Obama’s and his team’s objective, which was undermining President Trump.” pic.twitter.com/koO5IK1eDx
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) July 20, 2025
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La Gabbard ha promesso ulteriori rivelazioni, affermando: «La prossima settimana pubblicheremo informazioni più dettagliate su come esattamente ciò è avvenuto e fino a che punto si è cercato di nascondere queste informazioni al popolo americano».
«Ora, dopo la pubblicazione di questi documenti, ci sono dei whistleblower [«gole profonde», ndr] che si sono fatti avanti, perché c’erano persone presenti, che lavoravano all’interno della comunità dell’Intelligence in quel periodo, che erano molto disgustate da quanto accaduto».
Tulsi ha confermato l’intenzione di presentare i risultati al Dipartimento di Giustizia e all’FBI per un’azione penale, promettendo di fare tutto il possibile per garantire l’accertamento delle responsabilità.
«I responsabili, non importa quanto potenti siano o fossero in quel momento, non importa chi sia stato coinvolto nell’ideazione di questa cospirazione traditrice contro il popolo americano, tutti devono essere ritenuti responsabili», ha affermato.
Trump ha elogiato il direttore dell’intelligence nazionale Gabbard per aver «smascherato» il complotto di colpo di Stato ai suoi danni da parte dell’amministrazione dell’ex presidente Barack Obama.
In un post su Truth Social di sabato, Trump ha elogiato Gabbard e il suo team definendoli «fantastici nel perseguire Obama e i “criminali” che sono appena stati inequivocabilmente smascherati per frode elettorale di altissimo livello». Trump, che da tempo respinge le accuse di legami con la Russia come false e non provate, si è congratulato con Gabbard e l’ha esortata a «continuare così!!!».
Il vice addetto stampa della Casa Bianca e assistente presidenziale Harrison Fields ha dichiarato a Fox News che i documenti erano la «predicazione» di un decennio di attacchi a Trump, definendo la presidenza Obama «la più corrotta che abbiamo mai visto» e ha criticato i media mainstream per aver dato risalto alla storia del Russiagate. Il Fields ha sottolineato che l’annuncio di Gabbard coincide con l’indagine in corso sulla bufala del Russiagate, ma ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Intelligence
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Geopolitica
«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia
Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.
Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.
Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.
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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.
L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.
Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.
La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.
Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.
L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.
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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».
Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.
Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.
Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.
Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.
Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.
Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.
Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.
Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.
Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.
Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.
Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.
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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.
Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.
Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).
Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.
Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.
Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.
Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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