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Tucker Carlson, due mesi dopo Renovatio 21, scopre che i libri di Dugin son spariti da Amazon

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Nel suo show TV serale su Fox News, Tucker Carlson – la personalità giornalistica televisiva più influente degli USA – fa una scoperta di cui Renovatio 21 aveva informato i suoi lettori due mesi fa: i libri del filosofo russo Alexander Dugin sono spariti.

 

Non è che non si trovano, non è che risultano fuori catalogo, non disponibili, etc.: manca proprio la voce che li riguarda, e che fino a qualche mese fa c’era.

 

Come riportato da Renovatio 21 ciò è vero per vari siti Amazon di molteplici nazioni europee che abbiamo testato, compreso il sito italiano.

 

«Quindi, se andate su Amazon per leggere libri scritti da un uomo che ora è sui giornali, e le cui idee sono direttamente connesse ad eventi presenti, cercate un tizio che si chiama Aleksandr Dugin» dice Tucker. «Dugin è uno dei più famosi scrittori russi ed è un filosofo politico che non lavorare per il governo, non lavora per Vladimir Putin, è solo un filosofo».

 

«Quindi se foste interessati a sapere cosa stanno pensando laggiù, cerchereste la pagina dell’autore Dugin su Amazon, ma non trovereste alcun risultato. Sul serio? Un autore importante per essere lasciato fuori da Amazon…»

 

Carlson dice quindi di aver domandato ad Amazon il perché di questa strana mancanza. «Poi abbiamo realizzato che è perché è stato bannato. Allora abbiamo chiesto ad Amazon una lista di tutti i libri degli scrittori bannati dalla loro piattaforma».

 

«E non ce l’hanno data». Il giornalista racconta che dopo alcuni scambi, Amazon avrebbe fornito «una risposta in se parole»:

 

«Amazon complies with all applicable laws». Amazon rispetta tutte le leggi applicabili.

 

 

Carlson comincia quindi a parlare del Primo Emendamento della Costituzione americana, grazie al quale non vi sono leggi per la pubblicazione dei libri. «Il governo non può, in nessuna circostanza, censurare qualsiasi libro. Punto».

 

«Poi abbiamo appreso che Amazon e il Dipartimento di Giustizia starebbero ignorando la nostra Carta dei diritti. Amazon, apparentemente, avrebbe basato la sua decisione su una designazione del Dipartimento del Tesoro riguardo la “disinformazione”» dice Carlson, non rivelando la sua fonte, né il modo in cui ha ottenuto tale informazione.

 

«Tale designazione non si applica solo a Dugin ma anche alla sua famiglia, anche se non a sua figlia, che è stata recentemente assassinata dal governo ucraino … non ci è permesso dirlo… cos’aveva fatto di sbagliato? Beh, immagino che abbia detto una cosa sbagliata, ma va bene, perché stanno lottando per la libertà» dice Carlson con pesante ironia. Per il lettore che non lo ha capito, sta parlando proprio di Darja Platonova, al secolo Darja Dugina, la figlia del filosofo, brutalmente ammazzata con un’autobomba poche settimane fa.

 

«Il punto è che nel nostro Paese, che è molto diverso dall’Ucraina, ci è permesso di leggere qualsiasi cosa vogliamo… ma non possiamo ora, perché l’amministrazione Biden sta domandando che il più grande rivenditore di libri del mondo censuri libri con i quali non essa non è d’accordo» prosegue il conduttore statunitense.

 

«Questa è la più chiara violazione del Primo Emendamento che puoi inventare ad una lezione di giurisprudenza».

 

Quindi, la trasmissione ha sentito il Dipartimento del Tesoro per vedere se confermavano questa storia.

 

La risposta ottenuta fa ritenere a Carlson di aver ottenuto una conferma: «non commentiamo riguardo a questioni di possibile esecuzione, ma il Dipartimento del Tesoro continua a applicare vigorosamente sanzioni relative alla Russia» ha dichiarato un portavoce del Treasury Department.

 

Tucker diviene furioso: «non c’è nessuna base legale per censurare alcun libro se sei il governo americano. Non è permesso. È la cosa principale non-permessa in questo Paese. Punto. Non ci interessa chi ha scritto il libro: ti è permesso leggerlo, puoi leggere qualsiasi libro tu voglia, sei un americano».

 

«E se smetti di essere in grado di leggere qualsiasi libro tu voglia, non ha importanza se sei americano, perché sei solo un servo».

 

La sintesi finale è amara ma realistica.

 

Infine, il conduttore californiano dice che Amazon ha rifiutato di fornirgli una lista di altri libri che stanno bannando, e che gli piacerebbe sapere quali siano.

 

Su questo può  aiutare Renovatio 21.

 

Come già riportato quando ci accorgemmo del caso Dugin su Amazon, mancano all’appello, da anni, il libri dello psicologo Joseph Nicolosi, psicanalista pioniere della cosiddetta «teoria riparativa dell’omosessualità», considerata controversa dall’era Obama e fonte di acceso dibattito tra istituzioni psicologiche anche in Italia.

 

Un altro caso che conosciamo bene, da vari anni, è quello dello studioso cattolico dell’Indiana E. Michael Jones, che conosciamo di persona. Su Amazon aveva 40 o 50 testi in forma sia di brevi ebook che di tomi da più di mille pagine. Di colpo poi è sparito tutto.

 

«La censura su Amazon è arrivata senza preavviso o spiegazione» ci disse nel 2020 fa lo stesso Jones, riflettendo sulla gravità della situazione. «Amazon e Google sono ora più potenti dei governi nazionali di Paesi come l’Irlanda e certamente più potenti dei governi statali degli Stati Uniti».

 

«Questo deve cambiare perché hanno il potere di governo ma nessuna responsabilità. Non possiamo mandare a casa Jeff Bezos con il voto anche se gestisce l’equivalente in Internet di un servizio pubblico».

 

Possiamo solo fare illazioni su chi compila le liste di prescrizioni, che poi potrebbero essere fatte arrivare alle grandi piattaforme. Ci sono enti specifici che lo fanno: c’è n’è una, ad esempio, che difende gli interessi di una data etnia, che da sempre segnala il lavoro di E. Michael Jones, e ultimamente è emerso che ce l’ha anche con Tucker Carlson.

 

Anche Renovatio 21, come sapete, è finita da molto prima della pandemia, da prima che divenisse un giornale online da migliaia di articoli all’anno – in un lista nera internazionale, nel cui board ci sono un po’ di direttori della CIA e NSA, e i cui rapporti con Bill Gates non solo facili da comprendere. Ban, shadow ban, disintegrazione degli account sul social sono venuti dopo.

 

Le conseguenze di essere entrati in una di queste liste, spessissimo senza nemmeno saperlo, vi espone a conseguenze future che ora non potete immaginare. Vi potranno cancellare dalle librerie, dai social, anche dalla banca – PayPal dice di aver cambiato idea, ma era uscita la storia per cui avrebbe prelevato 2500 dollari dai conti di utenti accusati di fake news, e vi sono casi in USA di banche vere e proprie che chiudono il conto corrente a persone considerate inopportune (come il generale Flynn e la sua famiglia).

 

«La lista è vita», diceva Schindler’s list. Ora essere in una lista può invece cagionare la vostra morte civile, e magari, un domani, la vostra morte biologica vera e propria.

 

Ribadiamo un concetto che ci è chiaro: la damnatio memoriae dell’antica Roma almeno veniva comminata dal Senato, non da un’azienda, e per crimini noti. Non ti privava del sostentamento, non ti impediva di vivere.

 

Ora è diverso: siamo lontani dalla Roma dei latini, siamo nel mondo del post-diritto, dove comanda un potere opaco che realizza al 100% l’incubo che Kafka descrisse ne Il processo – non sai di cosa sei accusato, non sai perché, non capisci nemmeno cosa ti sta succedendo.

 

Nel frattempo, vi bruciano i libri. Aspetta un attimo, chi è che faceva queste cose qualche tempo fa?

 

 

 

 

Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

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Dipendenza da Facebook e Instagram, Meta accetta di pagare 18 miliardi di dollari per chiudere la causa

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Meta ha raggiunto un accordo in una storica causa intentata da diversi stati americani che l’accusavano di aver progettato deliberatamente Facebook e Instagram per creare dipendenza in bambini e adolescenti.

 

Il colosso dei social media è stato accusato di aver incoraggiato l’uso compulsivo tra i giovani, di aver fornito informazioni fuorvianti ai consumatori sulla sicurezza delle sue piattaforme e di aver raccolto impropriamente dati personali di minori di 13 anni.

 

Meta aveva precedentemente stimato che le accuse avrebbero potuto esporla a sanzioni fino a 1.400 miliardi di dollari, mentre gli stati chiedevano anche modifiche radicali al funzionamento di Facebook e Instagram.

 

Mercoledì, il gigante dei social media ha annunciato di aver raggiunto un accordo di circa 18 miliardi di dollari con 52 procuratori generali di stati, territori e del Distretto di Columbia degli Stati Uniti, ponendo di fatto fine al caso senza un verdetto della giuria sulle accuse e senza che il CEO di Meta, Mark Zuckerberg, dovesse testimoniare.

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Meta ha affermato che il denaro verrà erogato nei prossimi dieci anni e destinato a finanziare iniziative per la sicurezza online dei giovani, tra le altre priorità statali. L’accordo, che necessita ancora dell’approvazione giudiziaria, imporrà inoltre modifiche significative a Facebook e Instagram per gli utenti di età inferiore ai 18 anni.

 

Gli adolescenti dovranno rispettare un limite di due ore al giorno per entrambe le app, a meno che un genitore non conceda loro più tempo, mentre l’accesso sarà bloccato da mezzanotte alle 6 del mattino e la maggior parte delle notifiche saranno disattivate durante l’orario scolastico.

 

Meta ha dichiarato che offrirà inoltre agli adolescenti la possibilità di un feed non algoritmico, consentirà di disabilitare la riproduzione automatica, nasconderà per impostazione predefinita il conteggio dei «mi piace» e rafforzerà i controlli sull’età e i controlli parentali. La maggior parte di queste misure rimarrà in vigore per dieci anni.

 

Il colosso tecnologico ha inoltre richiesto che anche i giganti tecnologici rivali TikTok e YouTube siano soggetti a determinate restrizioni. Meta ha dichiarato che verserà il 30% dell’accordo, ovvero 5,3 miliardi di dollari, solo se le due società adotteranno misure di sicurezza simili ed effettueranno pagamenti equivalenti.

 

L’accordo è stato raggiunto durante la seconda settimana di un processo federale a Oakland, in California, che vedeva coinvolte 29 stati che avevano presentato accuse basate su ricerche e comunicazioni interne della stessa Meta.

 

I documenti presentati in tribunale citavano dati aziendali che dimostravano come gli adolescenti fossero esposti in modo sproporzionato a materiale dannoso, inclusi contenuti riguardanti suicidio, autolesionismo, disturbi alimentari, bullismo e violenza.

 

Alcuni messaggi interni hanno rivelato che alcune cifre sono state deliberatamente rimosse da una presentazione destinata ai vertici aziendali, su consiglio degli avvocati di Meta, per evitare di lasciare tracce documentali che potessero ricondurre ai vertici di Meta. Francesco Fogu, direttore del design di prodotto di Instagram, ha ammesso di aver acconsentito a eliminare le statistiche dalla presentazione perché «alla fine, non mi importava».

 

Meta ha negato ogni addebito nel corso del processo, insistendo sul fatto di aver lavorato per proteggere bambini e adolescenti online. Ha inoltre respinto l’idea che Facebook e Instagram siano stati volutamente resi dipendenti, sostenendo che la «dipendenza dai social media» non è nemmeno una condizione psichiatrica riconosciuta.

 

Nonostante l’accordo raggiunto, Meta, insieme ad altre società di social media, continua ad affrontare migliaia di cause legali separate intentate da individui, famiglie e distretti scolastici per presunti danni arrecati ai giovani utenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, a marzo Meta , è stata condannata nello Stato del Nuovo Messico a pagare 375 milioni di dollari per aver consapevolmente danneggiato la salute mentale dei bambini e per aver occultato prove di sfruttamento sessuale minorile sulle proprie piattaforme di social media.

 

Un altro processo di grande risonanza è quello di Los Angeles, dove famiglie e istituti scolastici hanno intentato causa contro i principali giganti dei social media – Meta, TikTok e YouTube – nel primo caso di responsabilità da prodotto: le piattaforme sarebbero state progettate consapevolmente per indurre dipendenza nei bambini e compromettere la loro salute mentale.

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Come riportato da Renovatio 21, negli anni si sono accumulate varie accuse e rivelazioni su Facebook, tra cui accuse di uso della piattaforma da parte del traffico sessuale, fatte sui giornali ma anche nelle audizioni della Camera USA.

 

Due anni fa durante un’audizione al Senato americano era stato denunciato da senatori e testimoni come i social media ignorano le reti pedofile che operano sulle loro piattaforme.

 

Secondo il Wall Street Journal, che già in passato aveva trattato l’argomento, Meta avrebbe un problema con i suoi algoritmi che consentono ai molestatori di bambini sulle sue piattaforme. La cosa stupefacente è il fatto che ai pedofili potrebbe essere stato concesso di connettersi sui social, mentre agli utenti conservatori no,

 

Le accuse sono finite in una storia udienza a Washington di Mark Zuckerberg, che è stato indotto dal senatore USA Josh Holloway a chiedere scusa di persona alle famiglie di bambini danneggiati dal social. Lo Stato del Nuovo Messico ha fatto causa a Meta allo Zuckerberg per aver facilitato il traffico sessuale minorile.

 

L’ultima tornata di documenti del tribunale aveva mostrato anche che Meta avrebbe insabbiato le ricerche sulla salute mentale degli utenti Facebook.

 

Sulla caduta del colosso social per mano dei tribunali starebbe per uscire un film hollywoodiano, The Social Reckoning.

 

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YouTube censura Emir Kusturica

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Il regista serbo Emir Kusturica ha accusato YouTube di aver intrapreso una «guerra» contro le persone che pensano in modo indipendente e «dicono la verità», dopo che la piattaforma di proprietà di Google ha eliminato il suo canale senza alcun preavviso.   Secondo diverse fonti giornalistiche, YouTube ha rimosso mercoledì il canale «My Life» di Kusturica, senza fornire spiegazioni pubbliche sulla decisione. Il progetto, realizzato in collaborazione con il servizio serbo della testata governativa russa Sputnik (proibita anche quella sul sito video di Google), conteneva oltre 200 video e contava circa 30.000 iscritti. Alcuni video erano dedicati al destino della Jugoslavia, allo scontro di civiltà e alla contrapposizione tra valori cristiani e occidentali.   Commentando il blocco, Kusturica ha dichiarato all’agenzia di stato TASS che dietro la decisione c’è «una società totalitaria», aggiungendo che «per loro è normale che abbiano chiuso il canale su YouTube. Sono in guerra con noi, con le persone che pensano, che dicono la verità e la portano alle masse».   Inoltre, ha affermato che «non vogliono in quel coro nessuno che non canti una canzone in cui gli algoritmi riflettano ciò che vogliono i vertici, le persone più ricche del mondo, più i servizi segreti».

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Nato a Sarajevo nel 1954, Kusturica è uno dei cineasti più premiati d’Europa. Ha vinto la Palma d’Oro a Cannes per Papà… è in viaggio d’affari (1985) e di nuovo per il capolavoro Underground nel 1995, mentre il film hollywoodiano (con Johnny Depp e Jerry Lewis) Il valzer del pesce freccia (1993) e Gatto nero, gatto bianco (1998) hanno consolidato la sua reputazione di regista di cinema balcanico surreale e politicamente impegnato.   Segnaliamo al pubblico di Renovatio 21 il film Tempo di gitani, che racconta lucidamente la filiera dei campi nomadi dai balcani all’Italia, con scene che descrivono il racket dei bambini elemosinanti, i furti nelle case degli italiani, gli stupri delle ragazzine da avviare.   Consigliamo altresì di evitare il documentario Maradona di Kusturica (2008), realizzato in piena boria non global, se non per vedere il campione argentino che canta riguarda se stesso e tratta Kusturica malissimo.   Kusturica ha appoggiato la posizione di Mosca sulla crisi ucraina, sostenendo che il conflitto era stato «preparato da tempo con l’assistenza del Pentagono» e che si trattava di «una guerra contro l’ortodossia», definendo al contempo il governo ucraino «filo-nazista».   Come riportato da Renovatio 21, il regista serbo due anni fa ha presentato un documentario sui crimini di Kiev contro la Chiesa Ortodossa Ucraina (UOC).   Nel 2022 il Kusturica dichiarò di stare con i serbi del Kosovo, una posizione che non sorprende chi ricorda come si schierò con il presidente Slobodan Milosevic durante le manifestazioni di protesta di fine anni Novanta, ora riconosciute come il terreno di prova delle rivoluzione colorate sorosiane (in particolare, il segno del pugno, «otpor», poi veduto in molte altre rivolte fomentate dallo Stato profondo USA e dai suoi soci.   Va ricordato che altresì Kusturica è responsabile – assieme all’establishment culturale goscista che, allora, lo venerava – dell’iniezione nel nostro sistema della musica balcanica, che come giustamente detto in una canzone di denuncia di Elio e le Storie Tese, «ha rotto i coglioni».   Il suo partner musicale balcanizzante, Goran Bregovic, ha avuto anche lui i suoi problemi, venendo bandito dalla Moldavia per via delle sue posizioni filorusse.  

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 Immagine di Medija centar Beograd via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported   
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La figlia di Bill Gates accusata di frode: rischierebbe 20 anni in galera

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Phoebe Gates, 23 anni e figlia di Bill Gates, è stata accusata di «cookie stuffing», cioè manipolazione informatica, nella sua startup multimiliardaria Phia. Si tratta di una pratica illecita che, secondo quanto riportato, può comportare una pena massima di 20 anni di reclusione in una prigione federale. Lo riporta il New York Post.

 

Phia, un assistente personale digitale per lo shopping co-fondato da Gates insieme a Sophia Kianni, anche lei ex studentessa di Stanford, ha espresso sconcerto a luglio dopo le segnalazioni secondo cui utilizzava un numero eccessivo di «cookie» web, attribuendosi indebitamente il merito delle vendite online presso i partner commerciali.

 

Un cookie è un piccolo file di testo che un sito web invia al tuo browser e salva sul tuo computer o telefono quando navighi online. Serve a ricordare chi sei, le tue scelte e le pagine che hai visitato, così il sito funziona meglio.

 

L’azienda ha dichiarato di aver scoperto il problema solo «nelle ultime 24 ore» e di essere intenzionata a risolverlo. Un reportage di Bloomberg sostiene però che i giovani imprenditori fossero a conoscenza da almeno sette mesi del fatto che la startup sovrastimava le commissioni di vendita.

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Ariel Givner, fondatore e avvocato principale dello studio legale Givner Law, ha avvertito martedì in un post su X che il «cookie stuffing» – l’inserimento non autorizzato di cookie – può avere gravi conseguenze. «Nei tribunali statunitensi viene generalmente trattato come frode telematica federale. La pena massima prevista è di 20 anni di reclusione, oltre a multe e risarcimenti», ha scritto l’avvocato Givner.

 

Il cookie stuffing (chiamato anche cookie dropping) è una tecnica fraudolenta utilizzata nel digital marketing. Consiste nell’inserire di nascosto uno o più cookie di tracciamento nel browser di un utente, senza che questo abbia compiuto alcuna azione o espresso il proprio consenso.

 

«Qualsiasi elemento che causasse attribuzioni errate è stato immediatamente rimosso più di un mese fa, il 7 luglio» ha dichiarato al quotidiano neoeboraceno un rappresentante della startup. «Stiamo esaminando ogni transazione, ci impegniamo a fondo e abbiamo già iniziato a emettere tutti gli storni delle transazioni ai partner del marchio a seguito di qualsiasi attribuzione errata, e stiamo assumendo un responsabile della conformità per garantire che una cosa del genere non accada mai più» .

 

«Continuiamo a mettere in contatto i nostri utenti con articoli e offerte di migliaia di marchi partner», ha aggiunto il portavoce. «Impareremo da questa esperienza e vogliamo garantire ai nostri utenti la migliore esperienza di acquisto possibile, con funzionalità come il nostro nuovo guardaroba digitale e altre ancora in arrivo»-

 

La startup, che nel 2025 ha raccolto la cifra di 30 milioni di dollari da grandi e storici fondi del venture capital in Silicon Valley (Khosla Ventures, Kleiner Perkins e pure il fono corporate eBay Ventures) e investitori celebrità come Hailey Bieber (moglie di Justin), Khloé Kardashian, Kris Jenner (sempre della celeberrima famiglia Kardashian), Sydney Sweeney, Priyanka Chopra, Paris Hilton e pure Sheryl Sandberg (ex potente COO di Meta), funziona come un’estensione per browser: individua codici sconto per i clienti presso i rivenditori online quando questi cliccano su Phia al momento del pagamento.

 

Quando un acquirente usa Phia selezionando uno dei suoi codici sconto, il software rilascia un «cookie» – che traccia l’attività sul web – per dimostrare al rivenditore di aver contribuito alla vendita e ottenere così una commissione.

 

Tuttavia Kianni e Gates – la principessa di Microsoft il cui padre ha un patrimonio di 108,4 miliardi di dollari secondo Forbes – erano a conoscenza di funzionalità che inserivano cookie nel processo di pagamento anche quando i clienti non utilizzavano Phia. Lo rivelano persone informate sui fatti e messaggi interni di Slack esaminati da Bloomberg.

 

In uno scambio di messaggi avvenuto a dicembre, la Gates avrebbe chiesto agli sviluppatori di assicurarsi che l’inserimento automatico dei cookie funzionasse correttamente presso tutti i rivenditori, in modo che Phia potesse monetizzare «ogni transazione». Kianni in seguito disse agli ingegneri che «qualsiasi cosa possiamo fare per far sì che questi cookie continuino a essere inseriti sarà fantastica».

 

Secondo la testata, le vendite illecite legate a queste pratiche risalgono almeno a dicembre e riguardavano diversi importanti rivenditori, tra cui Nike, Gap e Nordstrom, costituendo apparentemente la maggior parte del fatturato di Phia.

 

Dopo che Phia ha disattivato le funzionalità a luglio, il fatturato medio giornaliero dell’azienda è crollato da circa 80.000 dollari a una cifra compresa tra 10.000 e 28.000 dollari, secondo Bloomberg, il cui articolo indica che a giugno le pratiche di «cookie stuffing» rappresentavano circa il 51% del valore della merce che Phia dichiarava di aver venduto.

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Secondo un pannello di controllo interno visionato da Bloomberg, quello che Phia aveva inizialmente definito un bug del software a luglio era in realtà una funzionalità chiamata «abilita l’invio automatico dei coupon», che l’azienda poteva attivare e disattivare a piacimento.

 

A un certo punto la Gates – che insisteva sul fatto di voler avere successo senza l’aiuto dei suoi genitori miliardari, affermando di avere «un forte desiderio di dimostrare il proprio valore» e non essere quella che in America chiamano una «nepo-baby» – si è preoccupata perché Phia non stava generando da Etsy le commissioni attese.

 

Secondo quanto riportato, ha contattato gli sviluppatori per assicurarsi che Phia installasse un cookie ogni volta che la sua estensione per browser compariva, anche se l’acquirente non cliccava su un coupon, in modo da poter guadagnare una commissione sul valore totale lordo della merce.

 

In un canale Slack del 18 dicembre ha scritto: «Temo che questo sia un problema generalizzato… potete confermare che l’auto pop per il drop dei cookie è attivo su TUTTI i siti wa coupon per confermare che stiamo monetizzando su tutti i gmv?»

 

In un altro episodio la Kianni ha proposto una funzionalità che avrebbe inserito un cookie ogni volta che un utente tentava semplicemente di chiudere un pop-up di Phia, secondo Bloomberg.

 

Un collega le ha fatto notare che Google Chrome impedisce alle estensioni di inserire cookie di affiliazione in caso di «chiusura di una notifica», cioè quando un utente tenta semplicemente di chiuderla, e Kianni ha ammesso la cosa. «Suppongo che potremmo dire che l’utente sta cercando di aprirci e di annullare l’operazione se si lamenta», ha aggiunto secondo quanto riportato.

 

Un portavoce di Phia ha dichiarato a Bloomberg che questa funzionalità non è mai stata implementata. Stando a quanto emerso sulla stampa americana, Impact.com, una delle società affiliate a Phia, aveva già sospeso la rete e riallocato le commissioni che aveva accantonato per pagare la società della Gates.

 

Sebbene Phia abbia dichiarato di aver già avviato le procedure per l’annullamento dei trasferimenti, potrebbe dover emettere ulteriori rimborsi poiché la politica è rimasta in vigore da dicembre a luglio, un periodo molto più lungo di quanto inizialmente indicato.

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Tuttavia, nota Renovatio 21, l’uso manipolatorio di estensioni del browser poterebbe interessare anche il padre Bill.

 

Un’organizzazione chiamata Newsguard, con nel board ex direttori della CIA e altre figure di altissimo gruppo, si occupa da anni di censire internet accusando, da ben prima della pandemia, siti e testate di diffondere fake news. Quando Newsguard chiamò da Nuova York Renovatio 21 nel lontano 2019 per sottoporre il direttore ad una sorta di interrogatorio (in particolare, ci sembrava di capire, interessava loro la pubblicazione autorizzata su Renovatio 21 di materiale dal circuito dell’attuale segretario alla Salute USA, e il tema autismo e vaccini), l’operatore dell’ente di censura non riuscì a spiegare bene come esso si finanziasse, tuttavia dicendo che cooperavano con Microsoft.

 

Di fatto Newsguard produceva un’estensione del browser, in particolare per Microsoft Edge che lo offriva gratuitamente, che accanto ai link di siti di notizie faceva comparire l’icona di uno scudo colorato: verde per quelli ritenuti affidabili, rosso per quelli che, dicevano, presentavano problemi di credibilità.

 

A partire da gennaio 2019, Microsoft ha incorporato direttamente NewsGuard all’interno dell’app Edge per Android e iOS. Non si trattava più di un’estensione da scaricare separatamente: la funzionalità era già inclusa nel browser.

 

L’integrazione di Microsoft con questo servizio di censura non si limitava all’estensione: le valutazioni di NewsGuard erano integrate anche in Bing (da maggio 2020, l’apice del lockdown), MSN e pure in alcuni programmi educativi.

 

L’ulteriore controversia della figlia nasce nel contesto del continuo esame critico di Bill Gates per la sua relazione con il criminale sessuale Jeffrey Epstein. Il co-fondatore di Microsoft figura in modo prominente nei documenti di Epstein recentemente desecretati, che contengono accuse riguardanti incontri extraconiugali, richieste di farmaci per curare una presunta infezione a trasmissione sessuale e discussioni con Epstein su iniziative di salute globale e una proposta di simulazione di una pandemia.

 

Gates ha negato qualsiasi coinvolgimento nei crimini di Epstein e quest’anno ha dichiarato al Congresso degli Stati Uniti che il misterioso finanziere aveva tentato di ricattarlo a causa delle sue relazioni extraconiugali. Ha definito la sua frequentazione con Epstein un grave errore.

 

Documenti emersi in questi anni hanno dimostrato l’interesse di Gates e Epstein in programmi legati a possibili pandemie e conseguenti vaccinazioni globali.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad unire i due, donne a parte, potrebbe essere stata un’altra passione di cui sono aficionados anche altri membri dell’oligarcato blogale: l’eugenetica. Chi sostiene che, pure nel grottesco, i padroni del vapore finiscano per somigliare ai cattivi dei romanzi di James Bondo, non erra affatto.

 

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 Immagine di TechCrunch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

 

 

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