Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Suor Nabila: «inimmaginabile» il piano di Trump su Gaza

Pubblicato

il

Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

La religiosa delle Rosary Sisters che ha condiviso con i gazawi la vita sotto Hamas e le sofferenze della guerra commenta ad AsiaNews le parole dell’inquilino della Casa Bianca che prospetta la cacciata dei palestinesi dalla Striscia per trasformarla nella «riviera del Medio oriente». «Devono poter vivere nella loro terra. È come dire alla popolazione americana di andarsene dagli Stati Uniti».

 

«Non è nemmeno immaginabile pensare che gli abitanti di Gaza possano lasciare la loro terra, il loro Paese». È quanto racconta ad AsiaNews suor Nabila Saleh, religiosa di origine egiziana delle Rosary Sisters, commentando le parole del presidente statunitense Donald Trump nell’incontro a Washington con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

 

L’inquilino della Casa Bianca, con il sostegno soddisfatto del leader dello Stato Ebraico, ha prospettato lo svuotamento di Gaza dei suoi abitanti per l’opera di ricostruzione trasferendoli in modo permanente Paesi terzi arabi, fra cui Egitto e Giordania. Al contempo intende trasformare la Striscia nella «Riviera del Medio oriente».

 

«Non si può – afferma la suora, che ha vissuto in prima persona per molti mesi il conflitto fra Israele e Hamas, riuscendo a lasciare la Striscia solo ai primi di aprile dello scorso anno con un gruppo di parrocchiani – sostenere la posizione del presidente Trump. È come dire alla popolazione americana di abbandonare la loro terra… è lo stesso!».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Le parole di Trump, che intende ridisegnare la mappa di un futuro Medio oriente, hanno sollevato critiche e indignazione in gran parte del mondo arabo e in seno alla comunità internazionale. Un piano che prevede il «trasferimento» in massa dei palestinesi di Gaza, in modo «permanente», in luoghi non meglio specificati che saranno «così belli» che «non vorranno tornare», mentre gli Stati Uniti assumeranno il controllo a lungo termine per trasformarla in un mega «resort» lungo il mare.

 

Accanto a lui un raggiante Netanyahu, primo leader straniero accolto alla Casa Bianca nel secondo mandato del Tycoon, che lo definisce «il più grande amico che Israele abbia mai avuto» alla presidenza. Il leader USA ha infine aperto alla presenza anche dei palestinesi in una futura Gaza ricostruita, ma senza specificare – anche qui – chi avrà possibilità di tornare e secondo quali criteri.

 

Il leader statunitense non ha fatto alcun riferimento alla soluzione a due Stati e non ha voluto dire se sia favorevole, o contrario. Se, da un lato, le parole e i piani di Trump godono del sostegno incondizionato di Israele, dall’altro vi è la ferma opposizione di gran parte del mondo arabo e musulmano, a partire da Riyadh che secondo i piani della Casa Bianca dovrebbe sottoscrivere la normalizzazione con lo Stato ebraico.

 

Immediata la replica saudita attraverso il ministero degli Esteri, che conferma la posizione «ferma, costante e incrollabile» nella soluzione a due Stati fra Israele e Palestina come condizione per ogni accordo. La dichiarazione riporta anche le parole del principe ereditario Mohammed bin Salman secondo cui «l’Arabia Saudita non fermerà il suo instancabile lavoro per la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale». Fra le reazioni vi è anche quella di Hamas, che attraverso il portavoce Sami Abu Zuhri parla di idee «ridicole e assurde», perché possono «incendiare la regione».

 

Suor Nabila Saleh ha vissuto 13 anni a Gaza e ha sperimentato sulla propria pelle le violenze del conflitto israelo-palestinese, sebbene l’intensità della guerra innescata dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 non abbia eguali rispetto al passato. La religiosa ha trascorso oltre sei mesi come rifugiata nella chiesa della Sacra Famiglia assieme a oltre 650 sfollati cristiani, sotto le bombe e in condizioni umanitarie disperate, prendendosi cura dei più fragili. Nel giugno scorso ha raccontato la propria esperienza al Centro PIME di Milano assieme ad alcune consorelle fra le quali suor Bertilla Murj e suor Martina Bader, giordane, che hanno operato a lungo in passato nella Striscia.

 

Iscriviti al canale Telegram

In precedenza aveva anche ricevuto dall’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, in un incontro privato, il premio «Fuoco dentro» promosso dalla Chiesa ambrosiana per «Donne e uomini che cambiano il mondo».

 

«Un popolo – prosegue suor Nabila Saleh, attualmente in Giordania – ha diritto a vivere nel suo Paese, nella sua terra, sono i principi fissati anche nei diritti umani di base delle organizzazioni internazionali». Nei mesi di conflitto nella Striscia, la religiosa ha vissuto momenti terribili come l’attacco alla chiesa greco-ortodossa di san Porfirio o quando l’esercito israeliano ha ucciso a sangue freddo due donne della comunità cristiana davanti ai suoi occhi.

 

«La maggioranza di quelli che sono fuggiti a sud – racconta la suora, rimasta in contatto con la parrocchia della Sacra Famiglia – stanno ritornando a Nord, anche se vi sono molte difficoltà perché non è rimasto più niente e la situazione è molto difficile. Resta – conclude – la fiducia in Dio», anche se permane la sensazione di essere vittime di una profonda «ingiustizia» e che per una vera pace serva «un miracolo dal cielo».

 

Una sonora bocciatura al piano di Trump viene infine espressa anche da mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme e vicario patriarcale per la Palestina. Intervistato dal SIR il prelato definisce «inconcepibile» lo spostamento di un popolo «contro la sua volontà», così come «non è pensabile» costringere un altro ad accogliere. Quella di Egitto e Giordania deve, al limite, essere «una scelta libera e consapevole».

 

E anche nel caso di un trasferimento temporaneo degli abitanti per l’opera di bonifica dei terreni, va garantito «il diritto al ritorno».

 

«Io penso – afferma – che a Gaza Trump e Netanyahu vogliano edificare insediamenti lasciando solo a una piccola parte di palestinesi la possibilità di ritornare» e le sue sono dichiarazioni che «ci hanno scioccato perché ci fanno capire le loro intenzioni sul futuro di Gaza».

 

Infine, il vicario sottolinea come «Trump e Netanyahu non parlano mai delle risoluzioni ONU e della soluzione Due Popoli Due Stati» e nessuno dei due leader «può prendere il posto delle Nazioni Unite».

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine da AsiaNews.

 

Continua a leggere

Cina

La Cina sta mediando tra Pakistan e Afghanistan

Pubblicato

il

Da

Pechino sta mediando direttamente un cessate il fuoco tra Pakistan e Afghanistan, Paesi confinanti coinvolti in intensi combattimenti da febbraio, ha dichiarato il Ministero degli Esteri cinese.   Il ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto colloqui telefonici con i suoi omologhi afghano e pakistano nel corso dell’ultima settimana, ha affermato lunedì il portavoce del ministero, Lin Jian, in un post su X.   «L’inviato speciale del Ministero degli Affari Esteri per gli affari afghani ha fatto la spola tra l’Afghanistan e il Pakistan», ha dichiarato Jian, aggiungendo: «Anche le ambasciate cinesi sono state in stretto contatto con entrambe le parti».   Il portavoce ha precisato che la Cina continuerà a facilitare la riconciliazione e a ridurre le tensioni tra i due paesi confinanti, affermando: «La Cina auspica che l’Afghanistan e il Pakistan mantengano la calma e la moderazione, si confrontino faccia a faccia al più presto, raggiungano un cessate il fuoco appena possibile e risolvano le divergenze e le controversie attraverso il dialogo».

Sostieni Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, Pakistan e Afghanistan si affrontano da settimane dopo che Islamabad ha dichiarato «guerra aperta» a febbraio. Il Pakistan ha condotto attacchi contro installazioni militari e altre infrastrutture in profondità nel territorio del vicino occidentale, inclusa la capitale Kabullo.   La tensione nei rapporti tra i due Paesi vicini, da tempo in crisi, è attribuita anche al crescente coinvolgimento di Kabul con l’India, storica rivale del Pakistan.   All’inizio di questo mese, la Cina ha inviato un inviato speciale in Afghanistan, dopo il fallimento della tregua mediata da Qatar e Turchia lo scorso ottobre.   Il Pakistan accusa Kabul di offrire rifugio ai combattenti del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), accuse che i talebani respingono. Per la Cina, la guerra rappresenta non solo una crisi di sicurezza, ma una sfida diretta alla sua più ampia visione strategica di integrazione regionale.   Islamabad ha affermato che le forze afghane hanno subito quasi 1.000 perdite nell’ultima escalation transfrontaliera.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Anthonymaw via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata
Continua a leggere

Geopolitica

Oleodotto russo, Zelens’kyj accusa l’UE di «ricatto»

Pubblicato

il

Da

Volodymyr Zelens’kyj, presidente dell’Ucraina, ha deriso un’iniziativa promossa dai sostenitori europei di Kiev per riavviare i flussi di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, definendola un «ricatto».

 

Le accuse sono arrivate dopo che la Commissione Europea, la scorsa settimana, ha proposto una missione d’inchiesta per valutare i danni al gasdotto, nel tentativo di risolvere la controversia. L’Ucraina ha chiuso il gasdotto, risalente all’epoca sovietica, alla fine di gennaio, sostenendo che l’interruzione fosse dovuta ai danni provocati da un attacco di un drone russo.

 

Mosca, tuttavia, ha negato di averlo preso di mira, mentre Slovacchia e Ungheria hanno respinto la versione di Kiev, insistendo sul fatto che si trattasse di una parte di una campagna di pressione ucraina.

Iscriviti al canale Telegram

In dichiarazioni rese pubbliche domenica, Zelens’kyj ha affermato di opporsi alla ripresa delle forniture di petrolio russo, sostenendo che sarebbe «impotente» se l’Europa subordinasse l’approvazione alla ricezione di armi da parte dell’Ucraina, e definendo tale pressione da parte dei suoi «amici in Europa» un «ricatto», secondo quanto riportato dai media ucraini.

 

In risposta all’interruzione delle forniture attraverso l’oleodotto da parte di Kiev, arteria principale per il trasporto del petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria, Budapest ha posto il veto a un prestito di emergenza dell’UE di 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina.

 

Sabato, l’agenzia ucraina Naftogaz ha informato gli ambasciatori europei e del G7 sui «danni significativi» subiti dalla Druzhba, affermando che il ripristino di questa importante arteria «richiede tempo, attrezzature specializzate e un lavoro continuo».

 

Ungheria e Slovacchia hanno accusato Kiev di aver mentito sui danni al gasdotto Druzhba, sostenendo che il loro vicino orientale abbia inventato problemi tecnici per renderli indipendenti dall’energia russa. Entrambi i governi affermano che i dati satellitari mostravano che il gasdotto era operativo mentre l’Ucraina bloccava le ispezioni indipendenti. Bratislava lo scorso mese ha interrotto la fornitura di energia elettrica all’Ucraina.

 

Sabato il primo ministro slovacco Robert Fico ha rimproverato l’UE per la sua incapacità di inviare una missione d’inchiesta sul gasdotto. «È lecito chiedersi quali interessi siano più importanti per l’UE: quelli dell’Ucraina o quelli degli Stati membri dell’UE», ha affermato.

 

La controversia si inserisce in un contesto in cui i prezzi del petrolio hanno superato i 100 dollari al barile negli ultimi giorni, a causa delle interruzioni delle forniture globali legate alla guerra tra Stati Uniti e Israele con l’Iran.

 

Come riportato da Renovatio 21, la crisi ha spinto Washington ad allentare temporaneamente alcune sanzioni sul petrolio russo per contribuire a placare le pressioni sul mercato. Dal canto suo, Putin negli scorsi giorni ha dichiarato che la produzione di petrolio nel Golfo potrebbe fermarsi tra poche settimane.

Aiuta Renovatio 21

Nel 2023 uno scoop del Washington Post faceva emergere che il presidente ucraino aveva proposto durante un incontro con il vice primo ministro Yulia Svridenko a febbraio di «far saltare in aria» il Druzhba («amicizia», in russo), che trasporta il petrolio russo in Ungheria.

 

Secondo i documenti citati dal quotidiano di Washington, lo Zelens’kyj avrebbe detto che «l’Ucraina dovrebbe semplicemente far saltare in aria l’oleodotto e distruggere… l’industria ungherese [del primo ministro] Viktor Orban, che si basa pesantemente sul petrolio russo».

 

La guerra di insulti e accuse tra Zelens’kyj e Orban nelle ultime settimane è completamente deflagrata con l’aggiunta di minacce militari da parte dell’ucraino e dichiarazioni di prontezza militare del magiaro.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Saeima via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

Continua a leggere

Geopolitica

Lo «zar» AI di Trump mette in guardia dal rischio nucleare e chiede una via d’uscita

Pubblicato

il

Da

David Sacks, «zar» responsabile per l’Intelligenza Artificiale e le criptovalute del presidente Donald Trump e figura di spicco nella Silicon Valley e nel mondo del Venture Capital, ha usato il suo podcast «All In» per esortare pubblicamente l’amministrazione a cercare un ritiro dalla guerra israelo-americana contro l’Iran. Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.   «Questo è il momento giusto per dichiarare vittoria e ritirarsi», ha affermato Sacks, riprendendo le parole usate dallo stesso Presidente nel definire l’operazione una «spedizione» che ha già raggiunto i suoi obiettivi.   Il Sacks si è discostato dalle posizioni dei falchi come il senatore Lindsey Graham, che premono per estendere gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, e ha lanciato un duro avvertimento sulla traiettoria della guerra: «Se questa guerra continua per settimane o mesi, Israele potrebbe essere semplicemente distrutto».

Sostieni Renovatio 21

L’investitore di origini ebraico-sudafricane, già nel team che con Elone Musk e Peter Thiel creò, sviluppò e vendette PayPal, ha anche paventato la possibilità che Israele «intensifichi il conflitto prendendo in considerazione l’uso di un’arma nucleare, il che sarebbe davvero catastrofico».   Sacks sostiene che un cessate il fuoco o una soluzione negoziata con l’Iran sia l’unica alternativa responsabile.   Le autorità israeliane non hanno lasciato intendere che sia in considerazione un dispiegamento di armi nucleari, in linea con la politica di lunga data del Paese di ambiguità strategica.   Sacks ha inoltre delineato le specifiche vulnerabilità che, a suo avviso, alimentano gli scenari peggiori. Attacchi alle infrastrutture di desalinizzazione del Golfo, ha avvertito, potrebbero rivelarsi catastrofici: «Credo che circa 100 milioni di persone nella penisola arabica ricevano l’acqua tramite desalinizzazione. Voglio dire, è praticamente un deserto, no? E questi impianti di desalinizzazione sono obiettivi facili».   È stato altrettanto incisivo riguardo alla fazione neoconservatrice che spinge per l’escalation: «Queste sono persone che non hanno mai voluto ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghanistan: saremmo rimasti lì per oltre 20 anni se avessero potuto scegliere… È il momento di ignorare queste voci».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Continua a leggere

Più popolari