Spirito
«Quell’infernale fornace che è l’Occidente apostata del Nuovo Ordine Mondiale»: omelia di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica questa omelia di monsignor Carlo Maria Viganò.
OMELIA
nella Domenica XX dopo Pentecoste
15 Ottobre 2023
Omnia quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti,
quia peccávimus tibi, et mandátis tuis non obedívimus:
sed da glóriam nómini tuo,
et fac nobíscum secúndum multitúdinem
misericórdiæ tuæ.
Dan 3, 31, 29 et 35
In tutto ciò che hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai Tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al Tuo nome e agisci nei nostri riguardi secondo l’immensità della Tua misericordia.
Le parole dello splendido Introito di questa santa Messa, nella Domenica vigesima dopo Pentecoste, sono tratte dal Profeta Daniele. Esse si riferiscono ad un fatto storico: quando cioè il re Nabucodonosor convocò satrapi, prefetti, governatori, consiglieri, tesorieri, giudici, questori e tutte le alte autorità delle province per annunciare la costruzione di una statua d’oro a Babilonia.
Un banditore di Nabucodonosor annuncia: Popoli, nazioni e lingue, a voi è rivolto questo proclama: Quando voi udirete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpicordo, del salterio, della zampogna, e d’ogni specie di strumenti musicali, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro, che il re Nabucodonosor ha fatto innalzare. Chiunque non si prostrerà alla statua, in quel medesimo istante sarà gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente (Dan 3, 4-6).
Dinanzi all’obbedienza di tutti i popoli, nazioni e lingue, c’è però chi si conserva fedele al vero Dio, e viene denunciato al re: Ora, ci sono alcuni Giudei, ai quali hai affidato gli affari della provincia di Babilonia, cioè Sadràch, Mesàch e Abdènego, che non ti obbediscono, re: non servono i tuoi dèi e non adorano la statua d’oro che tu hai fatto innalzare (Dan 3, 12).
Nabucodonosor convoca i tre funzionari Ebrei e ordina loro, sotto pena di morte, di adorare l’idolo. Ed essi gli rispondono: Re, noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto (Dan 3, 16-18).
Adirato per la loro risposta, il re li fa gettare in una fornace ardente, che però uccide con le sue fiamme i soldati che ve li avevano buttati. Sadràch, Mesàch e Abdènego, incolumi, passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore (Dan 3, 24).
Ritroviamo quasi le medesime parole nell’Epistola: Implemini Spiritu Sancto, loquentes vobismetipsis in psalmis, et hymnis, et canticis spiritualibus, cantantes, et psallentes in cordibus vestris Domino (Ef 5, 18-19). Siate ricolmi dello Spirito Santo, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore.
È a questo punto che Azaria intona la meravigliosa preghiera cui allude l’Introito. Vi esorto a rileggerla nel terzo capitolo del Libro di Daniele, dal verso 26 al verso 45. Dovrebbe essere la preghiera di ciascuno di noi, in questi giorni di ribellione e di tenebre.
Anania inizia con atto di fede e di adorazione.
Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri;
degno di lode e glorioso è il tuo nome per sempre.
Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto;
tutte le tue opere sono vere,
rette le tue vie e giusti tutti i tuoi giudizi.
Poi passa alla confessione delle proprie colpe e la consapevolezza della giusta punizione:
Giusto è stato il tuo giudizio
per quanto hai fatto ricadere su di noi
e sulla città santa dei nostri padri, Gerusalemme.
Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo a causa dei nostri peccati,
poiché noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui,
allontanandoci da te, abbiamo mancato in ogni modo.
Non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti,
non li abbiamo osservati, non abbiamo fatto
quanto ci avevi ordinato per il nostro bene.
Non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene, riconosce Anania. E lo riconosciamo anche noi, popolo eletto della Nuova ed Eterna Alleanza, nuovo Israele, nuova Nazione santa. Contempliamo quanto è stato fatto ricadere su di noi e sulla città santa dei nostri padri, Roma.
Ora quanto hai fatto ricadere su di noi,
tutto ciò che ci hai fatto, l’hai fatto con retto giudizio:
ci hai dato in potere dei nostri nemici, ingiusti, i peggiori fra gli empi,
e di un re iniquo, il più malvagio su tutta la terra.
Il leviatano globalista che ci tiene oggi schiavi è ben peggiore della schiavitù di Babilonia e del re Nabucodonosor, ma obbedisce al medesimo Principe di questo mondo che allora ispirava la costruzione di una statua d’oro da far adorare ai popoli, e che oggi erige gli idoli del Nuovo Ordine Mondiale, dell’ideologia woke, della follia gender, della Pachamama, della sinodalità e di tutti i feticci che il Salmista compendia in quattro icastiche parole: omnes dii gentium demonia, tutti gli dei pagani sono demoni (Sal 95, 5).
Perché adorando la natura o adorando se stessi, si adora sempre e comunque Satana, e chi adora Satana non può adorare Dio.
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Azaria sembra quasi appellarsi alla divina Maestà, al Dominus Deus Sabaoth, al Signore degli eserciti schierati in ordine di battaglia, perché assecondi le sue preghiere non guardando ai meriti inesistenti di chi le formula né alla moltitudine delle sue colpe, ma alla parola data ad Abramo e a Isacco, e tramite essi all’intero popolo eletto:
Ora non osiamo aprire la bocca:
disonore e disprezzo sono toccati ai tuoi servi, ai tuoi adoratori.
Non ci abbandonare fino in fondo,
per amore del tuo nome, non rompere la tua alleanza;
non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico,
di Isacco tuo servo, d’Israele tuo santo,
ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare
la loro stirpe come le stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare.
E quanto si era moltiplicata la nostra stirpe, la stirpe di Cristo, nei secoli in cui Egli ha regnato sulle Nazioni e nella Chiesa! Quante conversioni, quante vocazioni, quanti figli nati alla Grazia e cresciuti nel timor di Dio e nell’osservanza dei Suoi Comandamenti!
E poi anche noi non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene (Dan 3, 30). Ricordiamo anche noi con nostalgia la nostra Sion, seduti in lacrime lungo le rive del Tevere: Super flumina Babylonis illic sedimus, et flevimus: dum recordaremur tui, Sion (Ps 136, 1), come canteremo tra poco nell’Offertorio.
Viene poi la richiesta di aiuto, con un elenco di disgrazie e sciagure che sembra parlare della situazione in cui versa oggi la Santa Chiesa:
Ora invece, Signore,
noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione,
ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.
Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto,
né sacrificio, né oblazione, né incenso,
né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.
Azaria parla di principe, capo e profeta: denuncia insomma la latitanza di un’autorità che dovrebbe esserci ma è come sospesa, tenuta in ostaggio o venduta ai nemici. Non menziona una totale assenza di fede nel popolo, ma la evidenzia nei capi: anche questo dovrebbe farci riflettere, perché è proprio nel tradimento dell’autorità che si consuma il peccato pubblico che tanto offende la divina Maestà.
E qui arriviamo al cuore dell’orazione, all’offerta di sé, in cui sono prefigurati il Sacrificio redentore di Cristo e la necessità che le membra del Suo Corpo Mistico, la Chiesa, Lo seguano sulla via della Croce:
Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,
come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli!
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,
perché non c’è confusione per coloro che confidano in te.
Ma noi, a differenza del popolo ebraico, abbiamo Chi viene accolto dal Padre: et sic fiat sacrificium nostrum in conspectu tuo, ut placeat tibi, Domine Deus. Sono le parole che il sacerdote recita all’Offertorio, prima di invocare la discesa dello Spirito Santo sul sacrificium tuo sancto nomini præparatum.
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Nella Santa Messa, che ripete in forma incruenta il Sacrificio della Croce, noi abbiamo la certezza di essere ascoltati, perché a nostro nome è l’Uomo-Dio, il Sommo ed Eterno Sacerdote, il Mediatore tra Dio e gli uomini, Nostro Signore Gesù Cristo che si rivolge all’Eterno Padre.
E proprio mentre Azaria si dice disposto a immolarsi, torna potente la professione di Fede:
Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto.
Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza,
secondo la grandezza della tua misericordia.
Eco di questa preghiera è anche il Communio: Memento verbi tui servo tuo, Domine, in quo mihi spem dedisti: hæc me consolata est in humilitate mea (Ps 118, 49-50). Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.
Troppo spesso dimentichiamo che il Signore Dio è Padre Onnipotente. Eppure lo recitiamo nel primo articolo del Credo. È Padre: ci ama e vuole il nostro bene. È Onnipotente: questo Amore è infinito, al punto di dare la vita del proprio Figlio Unigenito per noi; questo Amore è così infinito da essere Dio Egli stesso, la Terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo Paraclito.
Questo Amore che procede dal Padre e dal Figlio dispiega la potenza del suo braccio, disperde i superbi nei pensieri del loro cuore; rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili. L’esultazione della Vergine nel cantico del Magnificat riprende la gioia incontenibile per una Giustizia che è veramente giusta perché divina; una Giustizia che ripristina l’ordine eterno e perfetto del κόσμος divino, infranto dal χάος di Satana. Una Giustizia che sa essere prodigiosa e miracolosa proprio perché sia inequivocabile che viene da Dio.
Ascoltiamo Azaria:
Salvaci con i tuoi prodigi, da’ gloria, Signore, al tuo nome.
Siano invece confusi quanti fanno il male ai tuoi servi,
siano coperti di vergogna con tutta la loro potenza;
e sia infranta la loro forza!
Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra.
Come ci fa notare San Gregorio Magno nelle lezioni del Mattutino di oggi, nel Vangelo di San Giovanni, il funzionario reale crede imperfettamente nella potenza taumaturgica di Cristo, a differenza del centurione (Mt 8, 5-13), la cui fede nella divinità di Cristo non chiede che Egli sia presente di persona per guarire il servo. Per questo il Signore lo rimprovera – Se non vedete segni e prodigi, voi non credete (Gv 4, 48) – pur concedendo al funzionario quel che chiede, perché creda davvero. Credono invece i tre fanciulli nella fornace, e crede addirittura il re babilonese, dinanzi ai segni e ai prodigi.
E mentre i mantici degli aguzzini aumentavano le fiamme, l’angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l’interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia (Dan 3, 49-50).
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A questo punto Anania, Azaria e Misaele intonano il loro canto di lode, il Cantico dei Tre Fanciulli, che fa parte dell’Ufficio delle Lodi della Domenica. Quando recitiamo il Breviario – per chi vi è tenuto o lo fa per devozione – dovremmo pensare che quelle parole sulla bocca dei tre ragazzi – tres pueri – sono pronunciate tra le fiamme, dove essi rimangono illesi grazie alla loro Fede e – diciamolo, una buona volta – alla loro indisponibilità al dialogo, alla loro «rigidità», al loro «costruire muri».
Perché non è amare il prossimo lasciare che perda la sua anima per l’eternità; né è amare Dio sottrarGli quelle anime per le quali Egli ha versato il proprio Preziosissimo Sangue.
Dovremmo anche noi ripetere più spesso la preghiera di Azaria, mentre un mondo ostile e una Gerarchia non meno nemica soffiano sulle braci di questa infernale fornace che è l’Occidente apostata del Nuovo Ordine Mondiale, perché la nostra sorte sia di monito per gli altri.
Videte quomodo caute ambuletis: non quasi insipientes, sed ut sapientes, redimentes tempus, quoniam dies mali sunt, ci ammonisce San Paolo nell’Epistola (Ef 5, 15-16): vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. Profittando del tempo presente, ossia comprendendo che tutto ciò che avviene è permesso da Dio, e che quanto hai fatto ricadere su di noi, tutto ciò che ci hai fatto, l’hai fatto con retto giudizio – come recitano le parole dell’Introito – perché già da due secoli l’Autorità temporale e da sessant’anni quella spirituale si sono rese meritevoli dei castighi che vanno moltiplicandosi in questa fase cruciale per le sorti del mondo.
E noi con esse, dal momento che come cittadini e come Cattolici abbiamo tollerato, accettato e addirittura incoraggiato il progressivo tradimento di Dio e della Sua Legge da parte dei nostri governanti civili e religiosi. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia (Dan 3, 37-38).
Dinanzi alla prepotenza dell’idolatra Nabucodonosor, l’umile fermezza di Sadràch, Mesàch e Abdènego ci mostra la risposta di Dio: Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra (Dan 3, 45). Possiamo dunque sperare, per virtù di Speranza, che anche noi passeremo indenni attraverso questa fornace di vizi e di orrori in cui i nemici di Dio ci hanno gettato, se solo comprenderemo quali sono le nostre colpe – e le conosciamo bene – e quale la potenza, anzi: l’onnipotenza di Dio.
Ce lo ricorda il Postcommunio: Ut sacris, Domine, reddamur digni muneribus: fac nos, quæsumus, tuis semper obedire mandatis. O Signore, per renderci degni dei Tuoi sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
15 Ottobre 2023
Dominica XX post Pentecosten
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Pensiero
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Spirito
Sul velo indossato dalle donne durante la messa
Il velo delle donne cristiane è l’antitesi del velo islamico, al quale alcuni critici lo paragonano.
Discutere del velo femminile non è solo una questione che riguarda le donne. Anche gli uomini possono leggere queste righe, poiché questa domanda li riguarda personalmente.
Qui vogliamo ripercorrere la storia del velo femminile, una tradizione fortissima nella Chiesa da quasi duemila anni, e mostrare come sia stata abbandonata con sorprendente facilità. Molti probabilmente lo sanno già, ma la prima traccia dell’uso del velo femminile nelle comunità cristiane si trova nel Nuovo Testamento.
Su questo argomento, san Paolo scrive (1Cor 11,1-16): «Seguite il mio esempio, come io seguo quello di Cristo. Vi lodo perché vi ricordate di me in ogni cosa e perché mantenete le tradizioni come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, il capo della donna è l’uomo e il capo di Cristo è Dio».
Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto disonora il suo capo. Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto disonora il suo capo, come se avesse la testa rasata. Se una donna non vuole coprirsi il capo, si tagli i capelli. Ma poiché è una vergogna per una donna tagliarsi i capelli o rasarsi la testa, si copra il capo.
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L’uomo non deve coprirsi il capo, perché è immagine e gloria di Dio; ma la donna è gloria dell’uomo. Infatti l’uomo non proviene dalla donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo non è stato creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo motivo, e per amore degli angeli, la donna deve portare sul capo un velo di autorità.
Tuttavia, nel Signore, la donna non è indipendente dall’uomo, né l’uomo è indipendente dalla donna. Poiché come la donna proviene dall’uomo, così l’uomo nasce dalla donna; e ogni cosa proviene da Dio.
Giudicate voi stessi: è conveniente per una donna pregare Dio a capo scoperto? Non vi insegna forse la natura stessa che è vergognoso per un uomo avere i capelli lunghi, ma per una donna sì? Infatti i capelli lunghi le sono stati dati come velo. Se qualcuno vuole essere polemico su questo, noi non abbiamo questa pratica, né l’hanno le chiese di Dio.
In queste poche righe si cela il nocciolo della questione. Il tono di San Paolo è chiaro: questo è un comandamento.
Qual è il significato delle sue parole? Come Cristo, secondo la sua natura umana, ha Dio al di sopra di sé, così l’uomo ha Cristo come capo e riceve da lui l’autorità che esercita sulla donna. Tuttavia, questa subordinazione della donna non riguarda l’ordine soprannaturale della grazia, poiché in questo ambito «non c’è né maschio né femmina» (Gal 3,28), né i diritti e i doveri del matrimonio, dove regna la vera uguaglianza, né tantomeno il valore intrinseco della persona umana, poiché uomo e donna si completano a vicenda (1Cor 11,11). Riguarda solo l’ordine sociale e familiare.
Per questo motivo San Tommaso d’Aquino insegna che «la donna dovrebbe coprirsi il capo quando prega Dio in pubblico, per significare che non è direttamente soggetta a Dio, ma che è anche soggetta all’uomo, nella misura in cui egli è soggetto a Dio». Sant’Agostino, dal canto suo, precisa: «L’uomo è il capo della donna nel modo più ordinato quando il capo dell’uomo è Cristo, che è la Sapienza di Dio».
Si possono citare anche altre ragioni. In innumerevoli culture e civiltà, le donne adornano i capelli, segno di cura, prosperità e bellezza. È quindi naturale coprire questo dono ricevuto da Dio per esaltare ulteriormente la gloria di Dio stesso, al quale dobbiamo la vita e, di conseguenza, la bellezza.
Un esempio di ciò si trova nell’episodio evangelico di Maria di Betania (Gv 12,1-8), la quale, in un atto di suprema adorazione, asciuga i piedi di Nostro Signore con i suoi capelli dopo averli unti con un prezioso unguento. Gesù loda il suo gesto.
Perché, al contrario, gli uomini dovrebbero scoprirsi il capo? Alla ragione addotta da San Tommaso, possiamo aggiungerne un’altra. In molte culture, il copricapo maschile spesso identifica rango, funzione o dignità: uniforme militare, cappello ecclesiastico, corona, abbigliamento professionale, ecc. Scoprirsi davanti a Dio è quindi un atto di umiltà con cui un uomo depone esteriormente i segni della sua importanza. Allo stesso modo, per una donna, coprirsi i capelli è un atto di umiltà.
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Una tradizione costante della Chiesa
Tertulliano, già nel II secolo, descriveva il velo come «il giogo della sua [di donna] umiltà». Da questa prospettiva, i due gesti, sebbene opposti, esprimono lo stesso atteggiamento interiore.
San Giovanni Crisostomo riassume mirabilmente l’equilibrio cristiano: «Dopo aver esaltato la gloria dell’uomo, Paolo ristabilisce l’equilibrio in modo da non esaltare l’uomo più di quanto meriti e non sminuire la donna. Nel Signore, la donna non è indipendente dall’uomo, ma l’uomo non è indipendente dalla donna. Ognuno è causa dell’altro, e Dio è causa di entrambi».
Secondo il Liber Pontificalis, papa San Lino, successore immediato di San Pietro, riaffermò l’obbligo del velo per tutte le donne «per autorità del beato Pietro».
Nel IV secolo, San Giovanni Crisostomo definì il velo «l’emblema della sottomissione», mentre il Concilio di Gangres (intorno al 340 d.C.) lo descrisse come un «memoriale» di questa sottomissione.
È inoltre opportuno ricordare che, nella tradizione ebraica come in molte altre civiltà, gli oggetti preziosi e sacri vengono coperti. Il Santo dei Santi era velato. Nella Messa tradizionale in latino, il calice rimane coperto fino all’offertorio. Anche il tabernacolo è spesso velato, poiché contiene il Corpo di Cristo.
Da questa prospettiva, il velo cristiano è l’antitesi del velo islamico, al quale alcuni critici lo paragonano. Per contrastare il divieto di desiderare la moglie di un altro uomo, l’Islam tende a coprire la donna stessa, addossandole la responsabilità dello sguardo maschile. Il velo cattolico, d’altra parte, non ha mai avuto questo significato. Limitato alla chiesa, non coprendo completamente i capelli e non prescrivendo alcun tessuto particolare, esprime principalmente una realtà spirituale e liturgica. Onora le donne, conferisce loro una dignità speciale e le integra nell’ordine stabilito da Dio.
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Abbandono graduale dopo il Concilio Vaticano II
L’ultima menzione esplicita del velo femminile nel diritto canonico si trova nel Codice del 1917, canone 1262: «quando i fedeli partecipano alle sacre celebrazioni, sia in chiesa che fuori, gli uomini devono avere il capo scoperto […] le donne, invece, devono vestirsi con modestia e avere il capo coperto, specialmente quando si avvicinano all’altare eucaristico».
Poi arrivò il Concilio Vaticano II che, pur non avendo intenti dogmatici, ebbe conseguenze considerevoli. Durante il Concilio, i giornalisti chiesero all’arcivescovo Bugnini se le donne dovessero continuare a coprirsi il capo. Lui rispose semplicemente che la questione non era stata affrontata. Questa risposta fu interpretata come un abbandono della pratica e fu quindi riportata dalla stampa internazionale. Da quel momento in poi, la maggior parte delle donne cattoliche smise di indossare il velo in chiesa.
Il Codice di Diritto Canonico del 1983 non menziona più quest’obbligo. Non si tratta di un’abrogazione esplicita, ma in pratica la consuetudine è quasi del tutto scomparsa. In caso di dubbio sulla legge applicabile, non è più possibile imporre un obbligo rigoroso.
In altre parole, non indossare il velo non è più considerato un peccato in sé (salvo in specifiche circostanze di scandalo), ma rimane una pratica fortemente raccomandata, proprio come altre consuetudini tradizionali che hanno cessato di essere obbligatorie senza mai essere formalmente proibite. È inoltre sorprendente osservare come certe pratiche della tradizione cattolica, pur non essendo mai state ufficialmente abolite, siano gradualmente scomparse semplicemente per inutilizzo.
Nessuna norma ecclesiastica ha mai specificato la forma esatta del velo. L’essenziale era entrare in chiesa con il capo coperto. Per questo motivo la maggior parte delle popolazioni cristiane utilizzava semplicemente scialli, foulard, mantiglie, cappelli o altri copricapi. Solo alcuni Paesi, in particolare Spagna e Italia, svilupparono veli specifici e più eleganti, riservati a questo scopo, come ulteriore segno di rispetto verso la casa di Dio. In Italia si diffuse persino una consuetudine sociale: bianco per le ragazze nubili, nero per le donne sposate o vedove.
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Perché riscoprire il velo femminile oggi?
Molte donne testimoniano i benefici spirituali associati a questa pratica:
- Il velo favorisce la contemplazione e aiuta a ricordare che ci si trova in un luogo sacro;
- Costituisce una forma discreta di apostolato, che richiama la continuità della Tradizione della Chiesa;
- incoraggia il progresso nella modestia cristiana e nella coerenza nell’abbigliamento;
- Contribuisce alla dignità e alla sacralità delle cerimonie religiose, in particolare nelle chiese frequentate dai turisti.
Concludiamo con colei che rimane il modello per ogni donna cristiana: la Beata Vergine Maria. Nell’iconografia cristiana, è quasi sempre raffigurata velata. È l’Arca della Nuova Alleanza, il vaso spirituale, la Madre del Verbo Incarnato. Indossando il velo, la donna cristiana imita Maria e afferma con discrezione la propria vocazione, quella di custode e trasmettitrice di vita, sotto lo sguardo di Dio.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
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