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«Quell’infernale fornace che è l’Occidente apostata del Nuovo Ordine Mondiale»: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica questa omelia di monsignor Carlo Maria Viganò.

 

OMELIA

nella Domenica XX dopo Pentecoste

15 Ottobre 2023

 

Omnia quæ fecísti nobis, Dómine, in vero judício fecísti, 

quia peccávimus tibi, et mandátis tuis non obedívimus: 

sed da glóriam nómini tuo, 

et fac nobíscum secúndum multitúdinem 

misericórdiæ tuæ.

Dan 3, 31, 29 et 35

 

In tutto ciò che hai fatto, o Signore, hai agito con vera giustizia, perché noi peccammo contro di Te e non obbedimmo ai Tuoi comandamenti: ma Tu dà gloria al Tuo nome e agisci nei nostri riguardi secondo l’immensità della Tua misericordia.

 

Le parole dello splendido Introito di questa santa Messa, nella Domenica vigesima dopo Pentecoste, sono tratte dal Profeta Daniele. Esse si riferiscono ad un fatto storico: quando cioè il re Nabucodonosor convocò satrapi, prefetti, governatori, consiglieri, tesorieri, giudici, questori e tutte le alte autorità delle province per annunciare la costruzione di una statua d’oro a Babilonia.

 

Un banditore di Nabucodonosor annuncia: Popoli, nazioni e lingue, a voi è rivolto questo proclama: Quando voi udirete il suono del corno, del flauto, della cetra, dell’arpicordo, del salterio, della zampogna, e d’ogni specie di strumenti musicali, vi prostrerete e adorerete la statua d’oro, che il re Nabucodonosor ha fatto innalzare. Chiunque non si prostrerà alla statua, in quel medesimo istante sarà gettato in mezzo ad una fornace di fuoco ardente (Dan 3, 4-6).

 

Dinanzi all’obbedienza di tutti i popoli, nazioni e lingue, c’è però chi si conserva fedele al vero Dio, e viene denunciato al re: Ora, ci sono alcuni Giudei, ai quali hai affidato gli affari della provincia di Babilonia, cioè Sadràch, Mesàch e Abdènego, che non ti obbediscono, re: non servono i tuoi dèi e non adorano la statua d’oro che tu hai fatto innalzare (Dan 3, 12).

 

Nabucodonosor convoca i tre funzionari Ebrei e ordina loro, sotto pena di morte, di adorare l’idolo. Ed essi gli rispondono: Re, noi non abbiamo bisogno di darti alcuna risposta in proposito; sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace con il fuoco acceso e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto (Dan 3, 16-18).

 

Adirato per la loro risposta, il re li fa gettare in una fornace ardente, che però uccide con le sue fiamme i soldati che ve li avevano buttati. Sadràch, Mesàch e Abdènego, incolumi, passeggiavano in mezzo alle fiamme, lodavano Dio e benedicevano il Signore (Dan 3, 24).

 

Ritroviamo quasi le medesime parole nell’Epistola: Implemini Spiritu Sancto, loquentes vobismetipsis in psalmis, et hymnis, et canticis spiritualibus, cantantes, et psallentes in cordibus vestris Domino (Ef 5, 18-19). Siate ricolmi dello Spirito Santo, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore.

 

È a questo punto che Azaria intona la meravigliosa preghiera cui allude l’Introito. Vi esorto a rileggerla nel terzo capitolo del Libro di Daniele, dal verso 26 al verso 45. Dovrebbe essere la preghiera di ciascuno di noi, in questi giorni di ribellione e di tenebre. 

 

Anania inizia con atto di fede e di adorazione. 

 

Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri;

degno di lode e glorioso è il tuo nome per sempre.

Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto;

tutte le tue opere sono vere,

rette le tue vie e giusti tutti i tuoi giudizi.

 

Poi passa alla confessione delle proprie colpe e la consapevolezza della giusta punizione: 

 

Giusto è stato il tuo giudizio

per quanto hai fatto ricadere su di noi

e sulla città santa dei nostri padri, Gerusalemme.

Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo a causa dei nostri peccati,

poiché noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui,

allontanandoci da te, abbiamo mancato in ogni modo.

Non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti,

non li abbiamo osservati, non abbiamo fatto

quanto ci avevi ordinato per il nostro bene.

 

Non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene, riconosce Anania. E lo riconosciamo anche noi, popolo eletto della Nuova ed Eterna Alleanza, nuovo Israele, nuova Nazione santa. Contempliamo quanto è stato fatto ricadere su di noi e sulla città santa dei nostri padri, Roma. 

 

Ora quanto hai fatto ricadere su di noi,

tutto ciò che ci hai fatto, l’hai fatto con retto giudizio:

ci hai dato in potere dei nostri nemici, ingiusti, i peggiori fra gli empi,

e di un re iniquo, il più malvagio su tutta la terra.

 

Il leviatano globalista che ci tiene oggi schiavi è ben peggiore della schiavitù di Babilonia e del re Nabucodonosor, ma obbedisce al medesimo Principe di questo mondo che allora ispirava la costruzione di una statua d’oro da far adorare ai popoli, e che oggi erige gli idoli del Nuovo Ordine Mondiale, dell’ideologia woke, della follia gender, della Pachamama, della sinodalità e di tutti i feticci che il Salmista compendia in quattro icastiche parole: omnes dii gentium demonia, tutti gli dei pagani sono demoni (Sal 95, 5).

 

Perché adorando la natura o adorando se stessi, si adora sempre e comunque Satana, e chi adora Satana non può adorare Dio.

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Azaria sembra quasi appellarsi alla divina Maestà, al Dominus Deus Sabaoth, al Signore degli eserciti schierati in ordine di battaglia, perché assecondi le sue preghiere non guardando ai meriti inesistenti di chi le formula né alla moltitudine delle sue colpe, ma alla parola data ad Abramo e a Isacco, e tramite essi all’intero popolo eletto: 

 

Ora non osiamo aprire la bocca: 

disonore e disprezzo sono toccati ai tuoi servi, ai tuoi adoratori.

Non ci abbandonare fino in fondo,

per amore del tuo nome, non rompere la tua alleanza;

non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo tuo amico,

di Isacco tuo servo, d’Israele tuo santo,

ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare 

la loro stirpe come le stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare.

 

E quanto si era moltiplicata la nostra stirpe, la stirpe di Cristo, nei secoli in cui Egli ha regnato sulle Nazioni e nella Chiesa! Quante conversioni, quante vocazioni, quanti figli nati alla Grazia e cresciuti nel timor di Dio e nell’osservanza dei Suoi Comandamenti!

 

E poi anche noi non abbiamo fatto quanto ci avevi ordinato per il nostro bene (Dan 3, 30). Ricordiamo anche noi con nostalgia la nostra Sion, seduti in lacrime lungo le rive del Tevere: Super flumina Babylonis illic sedimus, et flevimus: dum recordaremur tui, Sion (Ps 136, 1), come canteremo tra poco nell’Offertorio.

 

Viene poi la richiesta di aiuto, con un elenco di disgrazie e sciagure che sembra parlare della situazione in cui versa oggi la Santa Chiesa: 

 

Ora invece, Signore,

noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione,

ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.

Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto,

né sacrificio, né oblazione, né incenso, 

né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.

 

Azaria parla di principe, capo e profeta: denuncia insomma la latitanza di un’autorità che dovrebbe esserci ma è come sospesa, tenuta in ostaggio o venduta ai nemici. Non menziona una totale assenza di fede nel popolo, ma la evidenzia nei capi: anche questo dovrebbe farci riflettere, perché è proprio nel tradimento dell’autorità che si consuma il peccato pubblico che tanto offende la divina Maestà.

 

E qui arriviamo al cuore dell’orazione, all’offerta di sé, in cui sono prefigurati il Sacrificio redentore di Cristo e la necessità che le membra del Suo Corpo Mistico, la Chiesa, Lo seguano sulla via della Croce:

 

Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,

come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli!

Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,

perché non c’è confusione per coloro che confidano in te.

 

Ma noi, a differenza del popolo ebraico, abbiamo Chi viene accolto dal Padre: et sic fiat sacrificium nostrum in conspectu tuo, ut placeat tibi, Domine Deus. Sono le parole che il sacerdote recita all’Offertorio, prima di invocare la discesa dello Spirito Santo sul sacrificium tuo sancto nomini præparatum.

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Nella Santa Messa, che ripete in forma incruenta il Sacrificio della Croce, noi abbiamo la certezza di essere ascoltati, perché a nostro nome è l’Uomo-Dio, il Sommo ed Eterno Sacerdote, il Mediatore tra Dio e gli uomini, Nostro Signore Gesù Cristo che si rivolge all’Eterno Padre. 

 

E proprio mentre Azaria si dice disposto a immolarsi, torna potente la professione di Fede: 

 

Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto.

Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza,

secondo la grandezza della tua misericordia.

 

Eco di questa preghiera è anche il Communio: Memento verbi tui servo tuo, Domine, in quo mihi spem dedisti: hæc me consolata est in humilitate mea (Ps 118, 49-50). Ricordati della tua parola detta al servo tuo, o Signore, nella quale mi hai dato speranza: essa è stata il mio conforto nella umiliazione.

 

Troppo spesso dimentichiamo che il Signore Dio è Padre Onnipotente. Eppure lo recitiamo nel primo articolo del Credo. È Padre: ci ama e vuole il nostro bene. È Onnipotente: questo Amore è infinito, al punto di dare la vita del proprio Figlio Unigenito per noi; questo Amore è così infinito da essere Dio Egli stesso, la Terza Persona della Santissima Trinità, lo Spirito Santo Paraclito.

 

Questo Amore che procede dal Padre e dal Figlio dispiega la potenza del suo braccio, disperde i superbi nei pensieri del loro cuore; rovescia i potenti dai troni, innalza gli umili. L’esultazione della Vergine nel cantico del Magnificat riprende la gioia incontenibile per una Giustizia che è veramente giusta perché divina; una Giustizia che ripristina l’ordine eterno e perfetto del κόσμος divino, infranto dal χάος di Satana. Una Giustizia che sa essere prodigiosa e miracolosa proprio perché sia inequivocabile che viene da Dio.

 

Ascoltiamo Azaria: 

 

Salvaci con i tuoi prodigi, da’ gloria, Signore, al tuo nome.

Siano invece confusi quanti fanno il male ai tuoi servi,

siano coperti di vergogna con tutta la loro potenza; 

e sia infranta la loro forza!

Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra.

 

Come ci fa notare San Gregorio Magno nelle lezioni del Mattutino di oggi, nel Vangelo di San Giovanni, il funzionario reale crede imperfettamente nella potenza taumaturgica di Cristo, a differenza del centurione (Mt 8, 5-13), la cui fede nella divinità di Cristo non chiede che Egli sia presente di persona per guarire il servo. Per questo il Signore lo rimprovera – Se non vedete segni e prodigi, voi non credete (Gv 4, 48) – pur concedendo al funzionario quel che chiede, perché creda davvero. Credono invece i tre fanciulli nella fornace, e crede addirittura il re babilonese, dinanzi ai segni e ai prodigi. 

 

E mentre i mantici degli aguzzini aumentavano le fiamme, l’angelo del Signore, che era sceso con Azaria e con i suoi compagni nella fornace, allontanò da loro la fiamma del fuoco e rese l’interno della fornace come un luogo dove soffiasse un vento pieno di rugiada. Così il fuoco non li toccò affatto, non fece loro alcun male, non diede loro alcuna molestia (Dan 3, 49-50). 

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A questo punto Anania, Azaria e Misaele intonano il loro canto di lode, il Cantico dei Tre Fanciulli, che fa parte dell’Ufficio delle Lodi della Domenica. Quando recitiamo il Breviario – per chi vi è tenuto o lo fa per devozione – dovremmo pensare che quelle parole sulla bocca dei tre ragazzi – tres pueri – sono pronunciate tra le fiamme, dove essi rimangono illesi grazie alla loro Fede e – diciamolo, una buona volta – alla loro indisponibilità al dialogo, alla loro «rigidità», al loro «costruire muri».

 

Perché non è amare il prossimo lasciare che perda la sua anima per l’eternità; né è amare Dio sottrarGli quelle anime per le quali Egli ha versato il proprio Preziosissimo Sangue. 

 

Dovremmo anche noi ripetere più spesso la preghiera di Azaria, mentre un mondo ostile e una Gerarchia non meno nemica soffiano sulle braci di questa infernale fornace che è l’Occidente apostata del Nuovo Ordine Mondiale, perché la nostra sorte sia di monito per gli altri.

 

Videte quomodo caute ambuletis: non quasi insipientes, sed ut sapientes, redimentes tempus, quoniam dies mali sunt, ci ammonisce San Paolo nell’Epistola (Ef 5, 15-16): vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. Profittando del tempo presente, ossia comprendendo che tutto ciò che avviene è permesso da Dio, e che quanto hai fatto ricadere su di noi, tutto ciò che ci hai fatto, l’hai fatto con retto giudizio – come recitano le parole dell’Introito – perché già da due secoli l’Autorità temporale e da sessant’anni quella spirituale si sono rese meritevoli dei castighi che vanno moltiplicandosi in questa fase cruciale per le sorti del mondo.

 

E noi con esse, dal momento che come cittadini e come Cattolici abbiamo tollerato, accettato e addirittura incoraggiato il progressivo tradimento di Dio e della Sua Legge da parte dei nostri governanti civili e religiosi. Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia (Dan 3, 37-38).

 

Dinanzi alla prepotenza dell’idolatra Nabucodonosor, l’umile fermezza di Sadràch, Mesàch e Abdènego ci mostra la risposta di Dio: Sappiano che tu sei il Signore, il Dio unico e glorioso su tutta la terra (Dan 3, 45). Possiamo dunque sperare, per virtù di Speranza, che anche noi passeremo indenni attraverso questa fornace di vizi e di orrori in cui i nemici di Dio ci hanno gettato, se solo comprenderemo quali sono le nostre colpe – e le conosciamo bene – e quale la potenza, anzi: l’onnipotenza di Dio.

 

Ce lo ricorda il Postcommunio: Ut sacris, Domine, reddamur digni muneribus: fac nos, quæsumus, tuis semper obedire mandatis. O Signore, per renderci degni dei Tuoi sacri doni, fa’, Te ne preghiamo, che obbediamo sempre ai tuoi precetti.

 

E così sia. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

15 Ottobre 2023

Dominica XX post Pentecosten

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Pensiero

Il cardinale Ruini muore. La devastazione neodemocristiana resta

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È morto il cardinale Camillo Ruini, il grande architetto dell’evanescente presenza cattolica in politica dopo Tangentopoli. Parce sepulto: noi però non faremo il coccodrillo. Perché la catastrofe provocata dai suoi disegni è qui dinanzi a noi, e colpisce che siano così pochi a vederla.   Ruini era piena espressione del potere wojtylano: è il papa polacco che nel 1986 lo nomina segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; mentre la politica italiana è in subbuglio a causa di un’operazione giudiziaria (probabilmente diretta dall’estero…) contro i maggiori partiti, in primis quella Democrazia Cristiana sponda del Vaticano almeno da Paolo VI, don Camillo viene creato cardinale: era evidente che il vertice del Sacro Palazzo aveva una missione precisa.   Di fatto, il cardinale sembra investito del compito di riformulare la presenza cattolica (cioè, legata alla Conferenza Episcopale Italiana) in politica dopo la morte della Balena Bianca; nasce così quella che si può chiamare la «dottrina Ruini». L’ex presidente della CEI reagì alla dissoluzione della DC immaginando di orchestrare la diaspora dei superstiti come un’operazione di infiltrazione capillare in tutti i partiti. Ex democristiani si ritrovarono così nel PPI, CCD, UDR, UDEUR, CDU, e poi in Forza Italia, in AN, Margherita, PDS, DS, PD, PDL, Scelta Civica, insomma in tutte le metamorfosi dell’italico teatrino politico.

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Dobbiamo alla dottrina Ruini la meteorica visione di figure non sempre memorabilissime della diaspora DC come Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Sergio Mattarella, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Roberto Formigoni, Bruno Tabacci, Angelino Alfano Clemente Mastella, Romano Prodi. I «cattolici» sono ovunque, ma c’è da chiedersi, viste le scelte su aborto, omotransessualismo e provetta, se siano ancora cattolici.   Poco importa: il progetto politico ruiniano dà ben presto segni di fallimento: i profughi democristiani che avevano rifiutato berlusconi, anche solo in un secondo tempo, finiscono accorpati sempre più nel partito-contenitore della sinistra, con addentellati profondi nello Stato permanente, il PD. Sarebbe ingiusto dire che il PD è sempre stato a trazione dei figli del PCI: perché nel frattempo esso era divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «Partito Radicale di Massa», una formazione che, privata della sua ideologia socialista, in apparenza sembra interessarsi solo della perversione dei costumi: ecco l’omotransessualizzazione legalizzata, ecco l’immigrazionismo calergista più sfacciato, ecco l’aborto come grande sacramento della repubblica. Il partito, ricordiamo, nasce con Togliatti e finisce ora con Elly Schlein.   In pratica, la dottrina Ruini ha preso una parte dei politici cristiani e l’ha omotransessualizzata, calergizzata, abortificata. Ma anche a destra le cose, per la grande architettura del cardinale, si mettevano maluccio.   Con l’irreversibile tramonto di Berlusconi, Ruini corre ai ripari. Nel 2012 attraverso l’operazione denominata «Convegno di Todi,» la CEI suggellò un patto con i banchieri e certi potentati industriali, oltre che con il demi-monde catto-umanitario di Riccardi (poi ministro della cooperazione) e di Sant’Egidio. Ne emerse il partito di Monti – dove il più cattolico era Lorenzo Dellai che importò la pillola abortiva RU486 nel Trentino – che però alle elezioni nessuno votò. Scelta Civica è un partito di plastica biodegradabile – Sciolta Civica, dicevan i maligni:  i suoi membri, alcuni più «laici» (cioè, avete capito) che cattolici, finiscono riassorbiti altrove, a partire dal PD. Bel lavoro.   È stato a questo punto che Ruini deve aver compreso che la reversione della sua dottrina (i cattolici annacquati in tutti i partiti) doveva essere totale: tutti i «cattolici» (parimenti annacquati, «adulti») in un solo partito. Per questa nuova realtà politica di agglutinazione neodemocristiana serviva una base di partenza: fu preparata facendo scindere il PDL e ottenendo il NCD, che già dalla sigla pareva una delle tante sigle citate sopra. Era la grande ammucchiata di centro risucchia tutto, tanto che rispuntò persino il Pierferdi Casini (torna la vecchia satira di Neri Marcorè: «vieni anche tu nel grande centro. La politica è una cosa sporca, facciamola insieme»). Insomma, sono le prove generali per il ritorno di un unico «partito dei cattolici». Il ritorno della DC, con tutta la serqua di compromessi assassini del caso.

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Anche il NCD non sopravvive al voto popolare: con la tornata 2018 gli elettori spazzano via l’ennesimo disegno neodemocristiano, al punto che, per poco, abbiamo esultato pensando che non avremmo mai più rivisto in politica figure come quella di Eugenia Roccella. E invece: nel 2022, come niente fosse, ritorna dalla porta principale con il partito della Meloni, e viene fatta subito ministro della famiglia. Perché?   Per anni abbiamo avuto la chiara impressione che nell’invenzione del fenomeno Roccella abbia avuto un suo ruolo il Ruini. Dopo la fase giovanile di attivista del Partito Radicale in cui scriveva manuali per l’aborto domestico (Aborto facciamolo da noi, Napoleone editore, 1975), l’unico picco di carriera degno di nota fu il referendum del 2005 sulla legge 40, per il quale scrisse vari articoli in linea col cardinale Ruini e dei vescovi italiani, che era quello di disertare il referendum, che infatti non raggiunse il quorum: vinse l’astensione. Con un certo contorto paternalismo, il cardinale si lasciò scappare «sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano».   Pochi anni dopo, ci ritroviamo la Roccella portavoce del Family Day con il catto-sindacalista Savino Pezzotta, per poi essere eletta per la prima volta tra le fila berlusconiane nel 2008. È facile chiedersi quali poteri potesse portare la Roccella all’interno del partito del Cavaliere, non ancora caduto in disgrazia.   A livello popolare seguì, negli anni 2010, un periodo in cui la massa cattolica venne addomesticata da una serqua di sigle ed eventoni che all’ingenuo potevano pure apparire come «organiche». La Manif pour Tous (versione italiana, ma che per qualche ragione mantiene la lingua francese dell’originale copincollato), le Sentinelle in Piedi (anche queste roba francese, qui però con il nome tradotto, ma non bene), la bozza di ulteriori Family Day ci parvero tutte trappole sottese dal Grande Gioco ruiniano. I vescovi, allora più che oggi, volevano addomesticare il dissenso cattolico, perché, in effetti, loro un’Ecclesia Militans non sanno né come funzioni né cosa sia.   Infine, eccoci agli anni 2020, e il piano Ruini sembra ancora vivo: l’inclusione della Roccella e di spezzoni del mondo del dissenso apparente cooptato dai vescovi nella compagine meloniana lo può testimoniare: lo abbiamo chiamato, in un articolo di quattro anni fa di Renovatio 21, il «network democristiano», dove l’impronta ruiniana era ancora visibilissima. E che c’è di male, dice il cattolico benpensante e sincero-democratico (democristiano), in una parola papaboys: Ruini è l’uomo di Wojtyla, GP2 santo subito!   Il  problema è che non è chiaro a tutti quanto il papato di Giovanni Paolo II rappresenti con evidenza il cedimento spirituale e politico della chiesa del Concilio. Quando Wojtyla nel 1981 appoggiò il referendum sul cosiddetto «aborto minimale» già faceva capire l’attitudine al compromesso del suo papato (per inciso: compromessi con tutti, tranne che con monsignor Lefebvre). E non parliamo solo di bioetica: i disastri sulle coperture dei preti pedofili sono cominciati proprio col papa polacco.

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È frustrante vedere come goscisti, abortisti, omosessualisti praticanti ed attivisti abbiano fatto del cardinale un bersaglio per le loro proteste (come quando nel 2005, un collettivo studentesco irruppe ad una cerimonia privata con parlamentari di Forza Italia dove veniva premiato Ruini gridando ed esponendo striscioni: «Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»). Per la stampa di sinistra (cioè quella che allora era miliardario giudeo De Benedetti) era il mostro catto-retrogrado, il diabolico Richelieu che impediva il progresso sociale in Italia. Il popolo della sinistra, con i suoi giornali, era sufficientemente sciocco da abboccare al giochetto, e credere che Ruini fosse un avversario.   Cari comunisti, feticidi ed omofili: dovete sapere che è vero il contrario, Ruini era un vostro alleato, come lo sono stati i democristiani ieri, e soprattutto i neodemocristiani, di cui monsignore fu pigmalione, oggi. Il cardinale, lungo decenni, ha difeso la legge simbolo della dissoluzione radicale del Paese, la legge assassina ed autogenocida 194/1978. È la linea che Ruini ha ribadito sempre la 194 non si tocca: lo diceva apertis verbis già  nel 2008 quando chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.   È la posizione tenuta anche dalle new entry del Grande Gioco ruinico, come Maria Rachele Ruju, personaggio vicino alla drammatica organizzazione newsletterista Pro-vita&Famiglia, già candidata ed eletta con Fratelli d’Italia nel 2022 (avrebbe poi ceduto il seggio).  La Ruju, per una bizzarra coincidenza, è, come la Roccella un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita). La ragazza  aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».   Certo si può dire, a questo punto, che sull’aborto i politici parlano all’unisono con le gerarchie. Ecco che, a poche ore dall’ultimo voto politico, monsignor Vincenzo Paglia, capo del Pontificia Accademia per la Vita,  parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. In quell’occasione rispuntò fuori lo stesso cardinale Ruini, che il sincero-democraticocristiano che benpensa potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: maddeché, anche lui, sul Corriere della Sera, si mette an cantare nel coro a difesa della 194.   «Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» dichiara il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».   Vogliamo infine ricordare ai baldanzosi la realtà sulla «vittoria» di Ruini nel referendum 2005 fallito: il quesito voleva abrogare la legge40/2004, che il cardinale voleva difendere a tutti i costi: peccato che si tratti di una legge che al momento uccide più embrioni della 194. Infatti la 40 – che ad alcuni è sembrata da subito scritta per essere smontata pezzo per pezzo dai giudici, ed infatti è stato così – consentendo la produzione di embrioni e la loro crioconservazione ha aperto quell’abisso di micromorte che ora è ben più vasto di quello degli aborti chirurgici o chimici. Il computo è, da anni, calcolabile nell’ordine sei cifre in Italia, mentre negli USA si parla di almeno 4 milioni di morti, più un milione di bambini nel limbo dell’azoto liquido.

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La neochiesa, cioè, aveva già piegato il capo davanti alla riproduzione artificiale con i suoi esseri creati in provetta. Ruini aveva semplicemente condotto l’opposizione sintetica affinché lo sdoganamento dell’umanoide avvenisse per gradi. Ora, pochi lustri dopo, abbiamo visto la Pontificia Accademia per la Vita di Paglia parlarne tranquillamente, e il papa farsi fotografare con la progenie in provetta di Elonio Musk.   Il compromesso, il fallimento, il cedimento costante (un paletto dopo l’altro… ): eccoci serviti. La legge che permette l’aborto va difesa, le unioni civili pure, basta che sia scritto da qualche parte che non sono matrimoni – siamo al nominalismo cattopolitico, dove i porporati si immolano per un’etichetta. Pensiamo che sapesse che l’unione civile tra omosessuali, fuor del nome, garantisce libertà maggiorate rispetto al matrimonio concordatario: ad esempio nella possibilità agghiacciante (dove è ben cisibile la manina di legislatori maschi omosessuali) di tradire il consorte.   Per quanto ci riguarda non si tratta solo di quisquilie politiche. Nell’inettitudine conclamata dei progetti ruiniani abbiamo veduto qualcosa di ben più oscuro del teatrino romano: un disegno, anche antico, per il disarmo spirituale degli italiani dinanzi al ritorno del sacrificio umano. Con il contorno degli esseri fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali. Non sono concetti: sono cose che stanno accadendo oggi stesso, cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.   Ecco, la «dottrina Ruini» non ha fallito solo politicamente. Ha prodotto una devastazione biologica i cui confini non possiamo intravedere nemmeno ora.   Roberto Dal Bosco

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Spirito

Sul velo indossato dalle donne durante la messa

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Il velo delle donne cristiane è l’antitesi del velo islamico, al quale alcuni critici lo paragonano.

 

Discutere del velo femminile non è solo una questione che riguarda le donne. Anche gli uomini possono leggere queste righe, poiché questa domanda li riguarda personalmente.

 

Qui vogliamo ripercorrere la storia del velo femminile, una tradizione fortissima nella Chiesa da quasi duemila anni, e mostrare come sia stata abbandonata con sorprendente facilità. Molti probabilmente lo sanno già, ma la prima traccia dell’uso del velo femminile nelle comunità cristiane si trova nel Nuovo Testamento.

 

Su questo argomento, san Paolo scrive (1Cor 11,1-16): «Seguite il mio esempio, come io seguo quello di Cristo. Vi lodo perché vi ricordate di me in ogni cosa e perché mantenete le tradizioni come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, il capo della donna è l’uomo e il capo di Cristo è Dio».

 

Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto disonora il suo capo. Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto disonora il suo capo, come se avesse la testa rasata. Se una donna non vuole coprirsi il capo, si tagli i capelli. Ma poiché è una vergogna per una donna tagliarsi i capelli o rasarsi la testa, si copra il capo.

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L’uomo non deve coprirsi il capo, perché è immagine e gloria di Dio; ma la donna è gloria dell’uomo. Infatti l’uomo non proviene dalla donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo non è stato creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo motivo, e per amore degli angeli, la donna deve portare sul capo un velo di autorità.

 

Tuttavia, nel Signore, la donna non è indipendente dall’uomo, né l’uomo è indipendente dalla donna. Poiché come la donna proviene dall’uomo, così l’uomo nasce dalla donna; e ogni cosa proviene da Dio.

 

Giudicate voi stessi: è conveniente per una donna pregare Dio a capo scoperto? Non vi insegna forse la natura stessa che è vergognoso per un uomo avere i capelli lunghi, ma per una donna sì? Infatti i capelli lunghi le sono stati dati come velo. Se qualcuno vuole essere polemico su questo, noi non abbiamo questa pratica, né l’hanno le chiese di Dio.

 

In queste poche righe si cela il nocciolo della questione. Il tono di San Paolo è chiaro: questo è un comandamento.

 

Qual è il significato delle sue parole? Come Cristo, secondo la sua natura umana, ha Dio al di sopra di sé, così l’uomo ha Cristo come capo e riceve da lui l’autorità che esercita sulla donna. Tuttavia, questa subordinazione della donna non riguarda l’ordine soprannaturale della grazia, poiché in questo ambito «non c’è né maschio né femmina» (Gal 3,28), né i diritti e i doveri del matrimonio, dove regna la vera uguaglianza, né tantomeno il valore intrinseco della persona umana, poiché uomo e donna si completano a vicenda (1Cor 11,11). Riguarda solo l’ordine sociale e familiare.

 

Per questo motivo San Tommaso d’Aquino insegna che «la donna dovrebbe coprirsi il capo quando prega Dio in pubblico, per significare che non è direttamente soggetta a Dio, ma che è anche soggetta all’uomo, nella misura in cui egli è soggetto a Dio». Sant’Agostino, dal canto suo, precisa: «L’uomo è il capo della donna nel modo più ordinato quando il capo dell’uomo è Cristo, che è la Sapienza di Dio».

 

Si possono citare anche altre ragioni. In innumerevoli culture e civiltà, le donne adornano i capelli, segno di cura, prosperità e bellezza. È quindi naturale coprire questo dono ricevuto da Dio per esaltare ulteriormente la gloria di Dio stesso, al quale dobbiamo la vita e, di conseguenza, la bellezza.

 

Un esempio di ciò si trova nell’episodio evangelico di Maria di Betania (Gv 12,1-8), la quale, in un atto di suprema adorazione, asciuga i piedi di Nostro Signore con i suoi capelli dopo averli unti con un prezioso unguento. Gesù loda il suo gesto.

 

Perché, al contrario, gli uomini dovrebbero scoprirsi il capo? Alla ragione addotta da San Tommaso, possiamo aggiungerne un’altra. In molte culture, il copricapo maschile spesso identifica rango, funzione o dignità: uniforme militare, cappello ecclesiastico, corona, abbigliamento professionale, ecc. Scoprirsi davanti a Dio è quindi un atto di umiltà con cui un uomo depone esteriormente i segni della sua importanza. Allo stesso modo, per una donna, coprirsi i capelli è un atto di umiltà.

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Una tradizione costante della Chiesa

Tertulliano, già nel II secolo, descriveva il velo come «il giogo della sua [di donna] umiltà». Da questa prospettiva, i due gesti, sebbene opposti, esprimono lo stesso atteggiamento interiore.

 

San Giovanni Crisostomo riassume mirabilmente l’equilibrio cristiano: «Dopo aver esaltato la gloria dell’uomo, Paolo ristabilisce l’equilibrio in modo da non esaltare l’uomo più di quanto meriti e non sminuire la donna. Nel Signore, la donna non è indipendente dall’uomo, ma l’uomo non è indipendente dalla donna. Ognuno è causa dell’altro, e Dio è causa di entrambi».

 

Secondo il Liber Pontificalis, papa San Lino, successore immediato di San Pietro, riaffermò l’obbligo del velo per tutte le donne «per autorità del beato Pietro».

 

Nel IV secolo, San Giovanni Crisostomo definì il velo «l’emblema della sottomissione», mentre il Concilio di Gangres (intorno al 340 d.C.) lo descrisse come un «memoriale» di questa sottomissione.

 

È inoltre opportuno ricordare che, nella tradizione ebraica come in molte altre civiltà, gli oggetti preziosi e sacri vengono coperti. Il Santo dei Santi era velato. Nella Messa tradizionale in latino, il calice rimane coperto fino all’offertorio. Anche il tabernacolo è spesso velato, poiché contiene il Corpo di Cristo.

 

Da questa prospettiva, il velo cristiano è l’antitesi del velo islamico, al quale alcuni critici lo paragonano. Per contrastare il divieto di desiderare la moglie di un altro uomo, l’Islam tende a coprire la donna stessa, addossandole la responsabilità dello sguardo maschile. Il velo cattolico, d’altra parte, non ha mai avuto questo significato. Limitato alla chiesa, non coprendo completamente i capelli e non prescrivendo alcun tessuto particolare, esprime principalmente una realtà spirituale e liturgica. Onora le donne, conferisce loro una dignità speciale e le integra nell’ordine stabilito da Dio.

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Abbandono graduale dopo il Concilio Vaticano II

L’ultima menzione esplicita del velo femminile nel diritto canonico si trova nel Codice del 1917, canone 1262: «quando i fedeli partecipano alle sacre celebrazioni, sia in chiesa che fuori, gli uomini devono avere il capo scoperto […] le donne, invece, devono vestirsi con modestia e avere il capo coperto, specialmente quando si avvicinano all’altare eucaristico».

 

Poi arrivò il Concilio Vaticano II che, pur non avendo intenti dogmatici, ebbe conseguenze considerevoli. Durante il Concilio, i giornalisti chiesero all’arcivescovo Bugnini se le donne dovessero continuare a coprirsi il capo. Lui rispose semplicemente che la questione non era stata affrontata. Questa risposta fu interpretata come un abbandono della pratica e fu quindi riportata dalla stampa internazionale. Da quel momento in poi, la maggior parte delle donne cattoliche smise di indossare il velo in chiesa.

 

Il Codice di Diritto Canonico del 1983 non menziona più quest’obbligo. Non si tratta di un’abrogazione esplicita, ma in pratica la consuetudine è quasi del tutto scomparsa. In caso di dubbio sulla legge applicabile, non è più possibile imporre un obbligo rigoroso.

 

In altre parole, non indossare il velo non è più considerato un peccato in sé (salvo in specifiche circostanze di scandalo), ma rimane una pratica fortemente raccomandata, proprio come altre consuetudini tradizionali che hanno cessato di essere obbligatorie senza mai essere formalmente proibite. È inoltre sorprendente osservare come certe pratiche della tradizione cattolica, pur non essendo mai state ufficialmente abolite, siano gradualmente scomparse semplicemente per inutilizzo.

 

Nessuna norma ecclesiastica ha mai specificato la forma esatta del velo. L’essenziale era entrare in chiesa con il capo coperto. Per questo motivo la maggior parte delle popolazioni cristiane utilizzava semplicemente scialli, foulard, mantiglie, cappelli o altri copricapi. Solo alcuni Paesi, in particolare Spagna e Italia, svilupparono veli specifici e più eleganti, riservati a questo scopo, come ulteriore segno di rispetto verso la casa di Dio. In Italia si diffuse persino una consuetudine sociale: bianco per le ragazze nubili, nero per le donne sposate o vedove.

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Perché riscoprire il velo femminile oggi?

Molte donne testimoniano i benefici spirituali associati a questa pratica:

 

  • Il velo favorisce la contemplazione e aiuta a ricordare che ci si trova in un luogo sacro;
  • Costituisce una forma discreta di apostolato, che richiama la continuità della Tradizione della Chiesa;
  • incoraggia il progresso nella modestia cristiana e nella coerenza nell’abbigliamento;
  • Contribuisce alla dignità e alla sacralità delle cerimonie religiose, in particolare nelle chiese frequentate dai turisti.

 

Concludiamo con colei che rimane il modello per ogni donna cristiana: la Beata Vergine Maria. Nell’iconografia cristiana, è quasi sempre raffigurata velata. È l’Arca della Nuova Alleanza, il vaso spirituale, la Madre del Verbo Incarnato. Indossando il velo, la donna cristiana imita Maria e afferma con discrezione la propria vocazione, quella di custode e trasmettitrice di vita, sotto lo sguardo di Dio.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine da FSSPX.News

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Spirito

Leone minaccia la FSSPX per l’ordinazione dei vescovi

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Papa Leone XIV, parlando martedì fuori dalla sua residenza estiva a Castel Gandolfo ha affermato che il Vaticano potrebbe presentare un’ultima richiesta alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) per riconsiderare le sue consacrazioni episcopali.   Le ordinazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X sono previste per il 1° luglio presso il seminario di Écone, in Svizzera, dove quattro sacerdoti appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) saranno consacrati vescovi.   «Noi abbiamo invitato… Sto considerando ancora fare un altro appello, a dire non fate questo, cerchiamo di vivere la comunione della Chiesa. Ma è la loro scelta» ha detto Leone circondato da giornalisti e guardie del corpo. «Bisogna rendersi conto di cosa significa… per loro. Per la Chiesa, certamente, la divisione fra i cristiani è sempre molto dolorosa».   «Però… loro rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II» ha precisato papa Prevost. «Eh…. questo… se fanno quelle scelte non dobbiamo andare avanti».  

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Ancora una volta il principio non negoziabile della neochiesa sembra essere il Concilio Vaticano II – a dimostrazione di quanto monsignor Marcel Lefebvre ci avesse visto giusto nel considerarlo l’evento catastrofico per la cristianità, che andava combattuto e cancellato ad ogni costo.   Come riportato da Renovatio 21, la dogmatica del Vaticano II era emera con Prevost già nei primissimi discorsi – la sua sua prima catechesi – di quando era stato eletto al Soglio, e perfino in sintomatici auguri agli ebrei.   Il Vaticano aveva avvertito la Fraternità Sacerdotale San Pio X in diverse occasioni che le consacrazioni senza l’approvazione papale potrebbero comportare la scomunica in quanto «atto scismatico».   Martedì scorso il pontefice sembra aver fatto riferimento al rifiuto da parte della FSSPX di alcune riforme e insegnamenti del Concilio Vaticano II, affermando: «Certamente, la divisione tra i cristiani è sempre una questione dolorosa. Ma essi si rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, a cominciare da diversi punti del Concilio Vaticano II. E se fanno queste scelte, mi dispiace. Ma dobbiamo andare avanti».   A febbraio la FSSPX aveva annunciato l’intenzione di consacrare nuovi vescovi senza l’approvazione papale, a causa di una «situazione oggettiva di grave necessità» per la prosecuzione del suo ministero sacramentale.   In un comunicato stampa del 2 febbraio, il Superiore Generale Padre Davide Pagliarani ha dichiarato che i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) sono stati incaricati di officiare le consacrazioni il 1° luglio. L’annuncio è stato dato presso il Seminario Internazionale di Saint-Curé-d’Ars a Flavigny-sur-Ozerain, in Francia, durante la cerimonia di consegna della talare ai nuovi seminaristi.   Dopo un incontro avvenuto a febbraio a Roma tra cardinale prefetto del Discastero per la Dottrina della Fede Victor Manuel Fernandez e padre Pagliarani, un comunicato ha rivelato che il cardinal Fernandez aveva minacciato Pagliarani e la Fraternità Sacerdotale San Pio X del crimine di «scisma» qualora le consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità fossero state accolte. Il superiore generale della FSSPX ha quindi esplicitato le sue posizioni in una lettera in cui spiegava perché la proposta di Roma non è accettabile.   Il cardinale argentino, noto per i suoi libri catto-erotici, ha spiegato al superiore FSSPX che i documenti del Vaticano II «non possono essere corretti» e avrebbe già preparato l’ordine di scomunica. Don Pagliarani ha in seguito pubblicato una dichiarazione di Fede cattolica rivolta a Leone XIV.

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È evidente che contro la FSSPX è in corso una persecuzione che poco ha a che fare con il diritto canonico o la teologia: Roma si trova de facto dinanzi a due scismi veri, quello dei vescovi della chiesa germanica e del loro «Cammino Sinodale» (verso di essi il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha affermato che le sanzioni sarebbero «premature») e quello dei vescovi cinesi scelti dal Partito Comunista di Pechino senza consultare il Sacro Palazzo, che si limita – in virtù del devastante e oscuro accordo sino-vaticano – a certificare ex post le consacrazioni totalmente scelte dai dirigenti del PCC.

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Rileva quindi nel caso della FSSPX ben altro: cioè quello che la FSSPX è (una versione della Chiesa di Roma rimasta intonsa, non adulterata, non gravata di abusi e scandali e perdita abissale di fede e fedeli) e quello che la FSSPX fa, e cioè la Messa antica, che la neochiesa vede per ragioni mai totalmente spiegate – ma comprensibili al fedele non sciocco – come un male da estirpare ad ogni costo.   La difesa del Vaticano II segui la stessa linea di odio sterminatore modernista: tutto ciò che la chiesa era prima di esso va dimenticato, cancellato… nonostante i numeri parlino di una chiesa in crisi totale di fedeli, praticanti e vocazioni.   C’è da chiedersi se non vi sia, da qualche parte, un padrone che ha dato ai servi dei compiti precisi: avversare con ogni mezzo la Santa Messa di tradizione millenaria e mantenere l’alterazione del codice sorgente del cattolicesimo – e quindi, di larga parte dell’umanità – ottenutasi con il Concilio Vaticano II.   Da questo comprendiamo perché le consacrazioni del 1° luglio sono così importanti: perché la paura che ne hanno a Roma dimostrano quanto siano fondamentali per riportare l’ordine nella Chiesa di Cristo, infiltrata e rovinata dal nemico in ogni modo possibile.   La loro rilevanza si spande sul piano storico e metastorico, metafisico: perché proprio da una Chiesa rimasta pura sarà possibile ricostruire la Chiesa tutta.   Roberto Dal Bosco  

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