Connettiti con Renovato 21

Pensiero

Quando il giornalismo è divenuto conformismo. Intervista a Giorgio Terruzzi

Pubblicato

il

Giorgio Terruzzi è l’iconico giornalista che da decenni si occupa di motori, in ispecie di Formula Uno. Cresciuto nella «Milano da bere» degli anni Ottanta, ne ha assimilato lo spirito, la sagacia, la sottile e pungente elitaria ironia che si respirava in quel decennio così edonistico, ma allo stesso tempo così guascone e sincero.

 

La sua preparazione, la sua cultura, il suo essere una persona vera, rendono il suo modo di fare giornalismo un esempio che andrebbe preservato per le generazioni a venire. Persona disponibile, garbata e preparata, ci ha rilasciato questa interessante intervista a margine di una sua conferenza tenuta qualche giorno fa a Borgo a Buggiano, paese nell’entroterra toscano.

 

Tu hai studiato al DAMS di Bologna. Quegli anni universitari bolognesi, prima di entrare nel mondo del giornalismo, immagino siano stati particolarmente vivaci, essendo un decennio, quello degli anni Settanta, abbastanza turbolento.

Mi sono iscritto nel 1977 e ho terminato il mio percorso di studi nel 1980. Erano anni durissimi perché c’era Lotta Armata e la situazione era di grande tensione. Io sono stato salvato da un pool di professori strepitosi. Scelsi questa facoltà già con l’idea di scrivere e di occuparmi di comunicazione.

 

Ho avuto docenti quali Umberto Eco, Gianni Celati che insegnava inglese, Paolo Fabbri comunicazione di massa, Piero Camporesi italiano, Luciano Nanni estetica, Luigi Squarzina regia… un pool di professori di grande qualità. Questo mi ha salvato, perché non potevo star lì a cazzeggiare, dovevo studiare e finire. Mi ha salvato anche da certe derive di violenza, che erano vicinissime, e oltretutto non ho mai pensato che sia possibile offendere fisicamente una persona che la pensa diversamente da me

 

Era una situazione di grandissima tensione che cambiò dopo il sequestro e la morte di Aldo Moro con un giro di vite intellettualistico fin troppo rilevante. Sono stati anni importanti, perché molti di questi professori avevano una visione laterale. Erano veramente anni di formazione dentro un periodo che a sua volta è cambiato moltissimo. Conoscevo molte persone, anche amici miei, che pensavano che ci potesse essere una concreta possibilità eversiva. Anche se era un’utopia, loro ci pensavano seriamente.

 

Dopodiché c’è stata una virata sull’eroina che ha falcidiano molti giovani. Erano anni difficili. Io per fortuna avevo una bussola, avevo bisogno di finire e ero molto interessato alle cose che studiavo, per cui ho trovato una corrispondenza in un sacco di validi insegnanti, e ciò è stato profondamente formativo. Poi ho cominciato subito a lavorare col Beppe Viola, per cui ancora prima di discutere la tesi, avevo già iniziato a lavorare.

 

Ho avuto molta fortuna, in un tempo in cui fare questo mestiere era molto più semplice. Avevi la possibilità di farlo molto di più rispetto ad oggi. Adesso il giornalista è un mestiere quasi finito. Lo dico pensando ai ragazzi che mi scrivono dicendomi che vogliono fare i giornalisti; devi avere alle spalle una famiglia che ti sostiene per molto tempo, perché sennò fai fatica a guadagnare uno stipendio. È molto diverso da allora.

Sostieni Renovatio 21

La Milano di inizio anni Ottanta, per un giovane come te che muoveva i primi passi nel mondo del giornalismo, che ambiente era?

Milano è la città dei giornali. Io sono stato fortunato perché avevo Beppe Viola che è stato come un babbo per me.

 

Prematuramente scomparso poco più che quarantenne.

Aveva solo quarantadue anni. É morto troppo presto. Lui aveva quattro figlie femmine e a me, di fatto, mi ha adottato. Io avevo vent’anni. Lui era molto serio e severo sul lavoro, ma poi la sera mi portava in giro con lui e girare la Milano con lui era come andare in un parco giochi. C’era dentro il cabaret, le scommesse all’ippodromo, San Siro, il bar Gattullo e in più una fauna di personaggi incredibili. Era veramente una goduria. È stato un tempo formativo anche quello.

 

Milano poi è cambiata e quelli erano gli ultimi fuochi. C’era un’energia in quegli anni lì ancora molto forte, una sorta di trasversalità per cui potevi incontrare grandi intellettuali, grandi designer e malavitosi o gente che non si capiva bene cosa facesse, o saltimbanchi [ride]. C’era una situazione molto promiscua, ma promiscua nell’energia, nella vivacità. È stato un bel tempo quello, nonostante la morte di Beppe che fu un dolore e un dispiacere fortissimo.

 

Il bar, all’epoca, era vissuto come fosse una seconda casa.

Molti bar erano seconde case. C’erano i tavoli da biliardo dove si giocava spesso, c’era un’abitudine a trovarsi lì senza appuntamento. C’era la consuetudine a trattare questo luogo di condivisione come una zona di conforto, dove parlavi di politica o di cazzi tuoi. Non è come adesso. Adesso è un tempo di solitudine.

 

Sostengo che il bancone del bar è il posto più democratico del mondo. Al bancone non si fa distinzione di censo, classe sociale o posizione lavorativa. Si è tutti uguali al cospetto del barista.

Certo! C’è una cosa in più: io ho avuto sempre rapporti col mondo del rugby, col mio club, che a sua volta è un posto dove condividi tutto. Non era soltanto il bar, ma c’era un’abitudine a condividere la tua vita, gli affetti, le gioie e i dolori con gli altri. Era molto più facile condividere le cose rispetto all’oggi. E c’era molto meno fuffa. C’era più individualità, più sé, più interiorità trasferita agli altri. Più chi sono, chi sei, mia moglie, i problemi, i figli… parlavi delle cose che erano veramente rilevanti. Adesso mi pare più difficile che succeda.

 

Il mestiere del giornalista è cambiato profondamente. Quali sono stati, per sommi capi, i cambiamenti più significativi di questo lavoro?

Ho tre figlie e vedo che è cambiato tutto. Le generazioni dei giovani di oggi sono generazioni che hanno una cultura sul vedere, non sul leggere. È un po’ diverso. Io non vedo nessun ragazzo con in mano un giornale. Con in più un incremento di velocità e di mordi e fuggi. Dai uno sguardo a un titolo o a due righe al massimo e non leggi l’articolo. Questo ha determinato una serie di cambiamenti, una serie di complicanze economiche.

 

Io lavoro per il Corriere della Sera da molti anni e tu lo trovi tutti i giorni in ogni paese d’Italia. È uno sforzo logistico enorme, nonostante si stampi in più posti. In ogni piccola località trovi il Corriere portato lì ogni notte. Una volta ne portavi cinquanta copie e ne vendevi quarantotto, adesso ne porti una decina e ne vendi due. È cambiato tutto. È cambiata la fruizione, il modo di guardare il mondo, il modo di sapere le cose del mondo, perché vedi tutto. Hai notizie in circolo ovunque.

 

La narrazione è il fascino di questo mestiere, ma è il fascino anche del lettore che scopre, attraverso una narrazione, un luogo, una storia. Adesso hai tutto e subito. Io che ho fatto tanti anni di Formula Uno, una volta si parlava con i piloti, andavi a cena con loro. Adesso questi postano sui social e non è uguale. Io non sono uno che dice che ai miei tempi era meglio, però era diverso. Se faccio un post dove dico che sono a Bangkok, invece sono a casa, per tutti sono a Bangkok e non parlo con te, ma ti comunico che. È tutto diverso.

 

Il fatto poi di non leggere non migliora il linguaggio di chi scrive, non c’è niente da fare. Non c’entra un cazzo essere boomer e non è un problema generazionale, ma per migliorare il proprio linguaggio, e quindi la propria qualità di scrittura, si deve leggere.

 

Probabilmente è una tematica che riguarda noi che siamo più grandi, mentre forse ai giovani non gliene frega niente di questo argomento, perché è diversa la fruizione. È inutile star qui a menarla, i cambiamenti sono sotto gli occhi di tutti.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Gli ultimi anni, in particolare dal 2020 in avanti, abbiamo visto che il mondo del giornalismo e della comunicazione ha attraversato un momento delicato. L’informazione è stata, a volte, non aperta a un dibattito ampio su macro tematiche che, giocoforza, hanno coinvolto tutta la popolazione. Penso alla pandemia, alla guerra in Ucraina e via discorrendo. Il tutto è sempre avvolto da una cappa di politicamente corretto.

Questo è un altro tema importante. C’è un conformismo che non ho mai visto.

 

Il cosiddetto politically correct ha pervaso ogni aspetto del giornalismo.

È una questione culturale. È una cifra di questo tempo. Ripeto, mai visto un conformismo così. Io ho una malattia che si chiama morbo di Crohn, di cui nessuno sa un cazzo. Ho un medico che non è affatto un no vax, ma che durante la pandemia mi ha detto: «Giorgio, aspetta un attimo, perché abbiamo avuto dei riscontri un po’ complessi sul vaccino». Non potevo parlarne. Se tu parlavi con i tuoi amici di questa cosa qua e gli dicevi: «No, io ancora non mi sono vaccinato», ti etichettavano come un no vax che spaccava le vetrine. E non è così.

 

Oppure se tu dicevi all’inizio del conflitto russo-ucraino: «Ma certo che anche Zelens’kyj però…», eri immediatamente un putiniano convinto. Per non parlare del tema maschilismo-donne. Io ho tre figlie femmine, se sbagli un verbo – e sanno benissimo come sono io e che non me ne frega niente – sei una merda. Poi alla sera guardiamo tutti le veline e nessuno dice niente.

 

Questo politically correct ha rotto i coglioni, è una sorta di convenzione che non è mai messa in discussione, non ha mai dentro un momento di verità. Tu puoi discutere su certi aspetti di un tema, senza per forza diventare immediatamente l’opposto di chi sostiene il contrario. C’è sempre una zona grigia. Questo c’è anche nel giornalismo. Se io dico: «Quel personaggio lì non mi convince per questa cosa», non sto dicendo che è un disgraziato, un bandito. No. Sto discutendo su un tema. Poi il web rilancia quello.

 

Ho molte esperienze di interviste a persone che conosco, che proteggo io, perché se io faccio un’intervista a te e mi dici che sei fidanzato con la figlia del tuo vicino di casa, è la figlia del tuo vicino di casa che determina il titolo del rilancio sul web. Cosa che non c’entra niente con l’intervista che faccio a te. Questa cosa determina tutta una serie di diffidenze, anche giustificate, perché c’è una sorta di speculazione continua sul clamore. È così.

 

Bisogna per forza adattarsi a questi cambiamenti?

Tu ti adatti, io ho sessantasette anni e posso anche fregarmene.

Iscriviti al canale Telegram

Faccio fatica anche io a concepire questa situazione. Detto questo, il mondo dei motori è stato il tuo pane quotidiano per anni e tutt’ora lo è. Prima di passare alla Formula Uno, ci sono due manifestazioni molto affascinanti quali la Parigi – Dakar e il campionato del mondo Rally. Due tipologie di corse molto impegnative e altamente spettacolari.

Ho fatto una Dakar, un Rally dei Faroni e un po’ di rally. Il mondo dei rally è un mondo bellissimo, anche perché è più lontano dai media. È più difficile da seguire, perché non è un circuito e ha tutta una serie di complicanze, ma conserva di più un’atmosfera e una sua genuinità. La Parigi – Dakar, che adesso è un’altra cosa, era una vera follia. Io ho avuto sempre un grande affetto per Fabrizio Meoni [motociclista italiano, ndr], morto vent’anni fa oramai.

 

Ho dato una mano al documentario [Nel nome del padre, ndr] che ha fatto recentemente suo figlio. Tante tragedie alla Dakar. Era una roba inumana, molto faticosa e molto pericolosa. Sono andato in macchina con Ari Vatanen, lui guidava una Peugeot, e anche se non hai la paura che hai quando vai in strada – perché in mezzo al deserto non hai riferimenti come le case o i lampioni – però ti accorgi che quando vedi un sasso lungo in tuo percorso sulla sabbia, te lo ritrovi già sotto la vettura. È molto pericoloso.

 

Gli anni d’oro della Dakar erano un tempo in cui l’esplorazione del mondo era ancora in parte da scoprire se vogliamo. Quando scoppiò la guerra del Golfo pensai che fosse la fine per la Parigi – Dakar perché il deserto adesso lo vedevi con la guerra e la questione cambia. Non più macchine, camion e moto che sfrecciano tra le dune desertiche per una gara, ma ora avevi l’idea che il circo fosse finito. È cambiato moltissimo il rapporto con l’ignoto, con l’esplorazione, con l’estremo. È stata una stagione, la Dakar, piena di morti, troppi secondo me.

 

Le gare motoristiche spesso sono scosse dalla morte improvvisa dei piloti, perché sono sport dove si va sempre al limite e oltre. Per un giornalista sportivo, che di fatto segue degli eventi che fanno parte dell’intrattenimento e del divertimento, quando ci si scontra improvvisamente con una morte in pista, come ci si sente?

Questo è stato il tema fondamentale del mio lavoro. Le gare automobilistiche non sono come il tennis o come il calcio. Hai a che fare con gente che può morire e qualche volta muore. Non ci pensi, perché vivi con questi qua, sei in giro sempre con loro e ti dimentichi. Invece ogni tanto ti arriva questo schiaffone qua. È un mondo molto interessante per me, lo è sempre stato.

 

A me interessano le persone, non mi interessa la tecnica. E questa scelta di mettere in gioco la propria vita mi ha sempre incuriosito ed è un mistero, perché i piloti non ne parlano mai, perché sennò vanno a casa [ride]. È il tema dell’esistenza, del senso dell’esistenza, che è una tematica che ci riguarda tutti. Mi interessa moltissimo star dentro quella linea di confine che è fatta di coraggio, ma non solo, di talento, ma non solo, di avventatezza, ma non solo, di scelleratezza, ma non solo. È una zona di straordinario interesse, se sei interessato alle persone e a come funzionano le persone.

 

Per intenderci è come avere a che fare con uno spettacolo di acrobati che non hanno la rete di protezione. Questo aspetto mi ha sempre colpito e mi ha anche ferito. È tutto ad alta intensità e anche se fai il giornalista, questa sensazione, questa esperienza ti prende e ti tira dentro.

 

Hai parlato di persone e allora ti chiedo se ci sono stati piloti che oltre ad essere grandi campioni in pista, sono stati anche un esempio, un modello di vita fuori dalle competizioni?

Gli esempi sono quelli che, pur sapendo fare tanto, pur avendo un grande talento, si alzano al mattino con la voglia sempre di migliorarsi. Mettono da parte quello che sanno fare bene, che è tanta roba, e s’impegnano a migliorare dove non sono bravi abbastanza. Se lo fa uno così lo posso fare anch’io, o no? È veramente un buon esempio. Tu, nel tuo lavoro, nelle tue giornate, dai il massimo o no? Tutto ciò è interessante, perché ti suggerisce di fare un po’ meglio. Ti mette un po’ di umiltà, cosa che tra giornalisti è difficile, perché è una categoria di montati. Prova a migliorare, prova a perseguire degli obiettivi. È molto bello tutto ciò e questo è quello che insegna lo sport.

 

Permettimi un paragone: visto che il calcio è diventato lo sport mainstream per eccellenza con i tanti cambiamenti di questi ultimi lustri, secondo te i calciatori hanno lo stesso valore etico e morale di atleti di altre discipline?

Io non mi occupo di sport minori, quindi del calcio non me ne frega niente. Non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo.

 

È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade, siamo sempre lì con la gente che parla, che protesta… che palle!

 

È una bellissima risposta, che peraltro condivido in pieno. Torniamo in ambito motoristico. Donne e motori sono stati sempre un binomio imprescindibile. È così a tutt’oggi credo.

I piloti hanno il fascino dell’eroe, cazzo! Il fascino di uno che fa cose eccezionali, ma non solo i piloti. Tutti i grandi atleti, e non solo, hanno delle gran belle ragazze di fianco. A differenza dei giornalisti che non le hanno, perché non possono, in quanto hanno delle facce da somari e lavorano mentre gli altri broccolano le ragazze [ride]!

 

Spesso in Formula Uno gli ordini di scuderia sono imprescindibili. Se un pilota lotta per il titolo il compagno di squadra a volte è costretto a lasciarlo passare avanti. Lo ricorda anche Riccardo Patrese nel suo libro F1 backstage. Storie di uomini in corsa, dove tu sei co-autore.

Quando c’è in ballo un titolo le scuderie dettano gli ordini. È un po’ una regola. Non ci sono quasi mai delle ingiustizie a priori. A Patrese andò storta un po’ di volte, è vero, però gli andò storta con Nelson Piquet e Nigel Mansell, due fenomeni che in quel momento lì erano messi meglio di lui. Capita.

 

La famosa ruota di Eddie Irvine ai box nel 1999? Di fatto, per quell’errore, il ferrarista perse il titolo mondiale.

Questa storia è un libro. È una storia molto lunga e molto complessa. Però insomma, non possiamo discutere Michael Schumacher.

 

Le pagelle di Giorgio Terruzzi sono sempre un appuntamento immancabile per gli appassionati.

Le pagelline! Il diminutivo è importante, perché è una presa per il culo di quelli che le fanno sul serio. La Formula Uno è uno sport dove è difficile comprendere certe dinamiche. Non sai se un pilota che arriva sesto, con una macchina di quint’ordine, fa una prestazione di guida migliore di uno che vince con una macchina perfetta.

 

Non lo sai, per cui non ha senso fare le pagelle e quindi faccio le pagelline. È un gioco ironico rispetto a uno sport dove è difficile capire certe questioni. Nel calcio se uno sbaglia uno stop lo vedi, è palese. Nel nuoto uno che arriva quarto è visibilmente andato più piano di quelli che hanno vinto. Nelle corse è più complicato.

Aiuta Renovatio 21

Ci sono sport che godono di visibilità nelle reti mainstream televisive a corrente alternata. Ogni tanto spariscono. Penso ad esempio alla boxe. Oggi è difficile trovare un incontro in tv. Vista la tua carriera in Mediaset, come mai avvengono questi cambi di palinsesti?

È come il discorso che abbiamo fatto sul giornalismo. Non c’è più la boxe, ma ci sono un sacco di quei combattimenti dove si menano selvaggiamente. È stato scollinato un mondo. è come l’estremo; una volta c’era soltanto qualcosa, gli alpinisti per esempio, i piloti… adesso ci sono ragazzi che si buttano giù con la tuta alare da ogni montagna. Tutto è molto cambiato e appare quasi normale che il pugilato, come arte ottocentesca, sia soppiantato da altro, da un combattimento dove succede di tutto.

 

Ti ho fatto questo esempio, perché a volte i cosiddetti sport minori, fanno veramente fatica a ottenere visibilità e attenzione in televisione.

Ci sono alcuni sport che hanno una vita perenne. La scherma, ad esempio, è uno di quelli e non è cambiata tanto. L’atletica, grazie a Dio, non è cambiata tanto. Alcuni sport invece sono cambiati tanto.

 

Va da sé che in una disciplina sportiva quando emerge un campione come Alberto Tomba per lo sci o Valentino Rossi per le moto, ecco che i riflettori si accendono su quello sport.

Oggi c’è Sinner e se vai in un bar tutti parlano di tennis, come se facessero tre volée al giorno. Come quando ci fu Luna Rossa, l’imbarcazione che ci ha fatto sognare nell’America’s Cup. Ci sono dei cicli che sono legati ai campioni e il campione del tuo paese trascina il suo sport.

 

C’è un nuovo Giorgio Terruzzi oggi?

Spero di sì, ma pure meglio! Non mi considero niente di speciale. Ho avuto la fortuna di fare il mestiere che desideravo fare. Penso che ogni opportunità vada onorata, per cui mi faccio il culo ancora adesso, perché credo sia doveroso per fare in modo che le cose siano fatte bene. Credo che il successo nella vita sia quello di andare a letto sereni, come sostiene sempre un mio caro amico.

 

Io mi sento in imbarazzo quando mi viene fatto un complimento, perché penso che faccio semplicemente il mio lavoro, che fanno in tanti, in campi diversi. Non c’è nulla di eccezionale. Spero che ci siano tanti ragazzi che abbiano l’opportunità di fare i giornalisti e che si facciamo il culo per farlo bene.

 

Grazie!

Grazie a te

 

Francesco Rondolini

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot Da YouTube

 

Continua a leggere

Pensiero

Il fascismo evergreen

Pubblicato

il

Da

Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».   Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.   Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.   Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.   Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.   Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?   Sei un fascista di merda.   Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
Continua a leggere

Arte

Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

Pubblicato

il

Da

Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.

 

Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.

 

Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.

 

Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…

 

Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?

 

Andate a vedere.

 

Shalom.

 

Prof. Luca Marini

 

Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

 

Continua a leggere

Arte

Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

Pubblicato

il

Da

Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.   Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.   In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?   Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.   Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.   Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.   San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché sì gran pianto nel concavo cielo sfavilla

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).   Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).   Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.   Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra i spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini   Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.   Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.   Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.   Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.   Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.   E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del Male!

Sostieni Renovatio 21

Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.   Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.   E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.   Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.   La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).   L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.   Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.   Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.   E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.   Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.   E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.   Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

Iscriviti al canale Telegram

In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.   Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.   Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).   Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.   Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».   È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.   Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)   Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

Aiuta Renovatio 21

A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?   La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.   Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.   Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.   Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.   Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?   Roberto Dal Bosco  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 
   
Continua a leggere

Più popolari