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Netanyahu saluta l’acquisizione di TikTok come la nuova «arma» di Israele nella guerra dell’informazione

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha descritto l’imminente acquisizione della piattaforma social TikTok da parte di alleati di Israele come l’ottenimento di un’«arma» «importantissima» per «combattere la battaglia», sottolineando che questo sviluppo «potrebbe avere conseguenze estremamente importanti».

 

Parlando a un gruppo di «influencer pro-Israele» dopo il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di venerdì scorso, durante il quale molte delegazioni hanno abbandonato la sala in protesta per quella che è ampiamente considerata una guerra genocida condotta da Israele contro i palestinesi di Gaza, Netanyahu ha discusso delle «sfide nella nuova era» e dell’influenza dei social media nel dibattito su Israele.

 

Rispondendo a una domanda su come contrastare la perdita di sostegno negli Stati Uniti, influenzata da critici di Israele come Candace Owens e Tucker Carlson, Netanyahu ha esortato a considerare i social media come «strumenti di battaglia» e ha definito l’acquisizione di TikTok «di fondamentale importanza» per gli interessi di Israele.

 

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«Quello che dobbiamo fare è assicurarci quella parte della nostra base di sostegno negli Stati Uniti, che viene sistematicamente messa in discussione… Come possiamo reagire? I nostri influencer, credo che dovreste parlare anche con loro, se ne avete la possibilità», ha detto il premier dello Stato degli ebrei. «E in secondo luogo, dovremo usare gli strumenti della battaglia. Le armi cambiano nel tempo… dobbiamo combattere con le armi adatte ai campi di battaglia in cui siamo impegnati. E le più importanti sono sui social media».

 

Netanyahu ha poi celebrato «l’acquisto più importante in corso in questo momento», identificandolo come TikTok. «E spero che vada a buon fine perché può avere conseguenze».

 

Nel novembre 2023, una registrazione trapelata mostrava Jonathan Greenblatt dell’Anti-Defamation League esprimere preoccupazione: Israele aveva «un grave, grave, grave problema generazionale», con i sondaggi che indicavano che il calo di sostegno negli Stati Uniti non riguardava sinistra contro destra, ma giovani contro anziani.

 

«Abbiamo davvero un problema con TikTok, un problema della Generazione Z, e la nostra comunità deve… concentrare le nostre energie… e in fretta», aveva dichiarato il direttore dell’ADL.

 

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I dati mostrano un calo del sostegno a Israele tra la Generazione Z americana (età fino a 30 anni). Un sondaggio Pew del 2022 ha rilevato che solo il 41% dei giovani tra 18 e 29 anni aveva un’opinione positiva di Israele, rispetto al 69% degli over 65. Nel 2024, il Pew Research Center ha riportato che solo il 14% della Generazione Z simpatizzava per Israele, contro il 33% per i palestinesi.

 

Un articolo del 2023 della testata di Washingyon The Hill ha evidenziato che la Generazione Z è più scettica verso Israele, con l’hashtag #freepalestine su TikTok che conta 31 miliardi di post contro i 590 milioni di #standwithisrael.

 

Per affrontare questo, l’ADL e altri gruppi della lobby israeliana hanno sostenuto il Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act (PAFACA), ufficialmente per limitare app come TikTokko a causa dei legami con la Cina, ma anche per contrastare il «sentimento anti-israeliano» sulla piattaforma, come denunciato dalle Federazioni ebraiche del Nord America e da Hadassah.

 

Politici come Ted Cruz hanno criticato TikTok per «propaganda anti-israeliana», mentre Nikki Haley ha sostenuto che l’uso della piattaforma rende le persone «più antisemite».

 

Secondo la testata Nebraska Examiner, i 55 co-sponsor del disegno di legge alla Camera hanno ricevuto 3,35 milioni di dollari dall’AIPAC (la principale lobby politica per gli interessi di Israele negli USA) per le campagne del 2024. Nell’aprile 2024, il Congresso ha approvato il PAFACA con supporto bipartisan, e Joe Biden lo ha firmato.

 

Il senatore Mitt Romney ha ammesso che la legge è stata approvata per il volume di post pro-palestinesi su TikTokko.

 

Come riportato da Renovatio 21, giovedì scorso, Trump ha firmato un ordine esecutivo che approva un accordo per trasferire il controllo di TikTok a società prevalentemente americane, tra cui Oracle, di proprietà del miliardario filo-israeliano Larry Ellison, che avrà l’autorità di gestirne l’algoritmo.

 

Ellison, grande donatore dell’esercito israeliano, è stato collegato da alcuni a Netanyahu, incriminato con Yoav Gallant dalla Corte Penale Internazionale per «crimini contro l’umanità e crimini di guerra». «Larry Ellison e una costellazione di miliardari otterranno finalmente ciò che vogliono, acquistando proprio l’app che volevano eliminare un anno fa perché troppo “filo-palestinese”» ha scritto Kelley Vlahos su Responsible Statecraft

 

Anche Rupert Murdoch, magnate dei media e proprietario di testate come Wall Street Journal e Fox News, è tra gli investitori, con stretti legami con Netanyahu.

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Candace Owens ha commentato su X: «Mi piace che a Bibi Netanyahu sia stato chiesto come combattere Candace Owens e Tucker Carlson e la sua risposta sia stata in pratica “dobbiamo comprare TikTok” (….) Come se a queste persone non fosse mai venuto in mente di smettere semplicemente di uccidere e magari iniziare a dire la verità. Nemmeno un’opzione».

 

Durante l’incontro con i content creator filosionisti il Netanyahu ha poi rivolto l’attenzione su X/Twitter, sottolineando l’importanza di coinvolgere anche questa piattaforma. «Dobbiamo parlare con Elon, non è un nemico. È un amico», ha detto Netanyahu. «Se riusciamo a ottenere queste due cose (TikTok e X), otteniamo molto», ha concluso il primo ministro dello Stato Giudaico.

 

L’incontro si è tenuto a latere del discorso di Netanyahu alle Nazioni Unite, dove i rappresentanti di tanti Paesi sono usciti quando sul podio è salito l’israeliano.

 


Come riportato da Renovatio 21, nel discorso all’Assemblea Generale ONU Netanyahu ha assicurato che non vi sarà uno Stato palestinese, riconosciuto però dallo stesso scranno dai rappresentanti di molti Paesi.

 

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Immagine screenshot da YouTube

 

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Gli USA difendono le sanzioni contro gli europei occidentali accusati di censura digitale

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Il sottosegretario di Stato americano Sarah Rogers ha difeso la scelta di Washington di sanzionare diversi cittadini europei, sostenendo che la «censura extraterritoriale degli americani» compromette la libertà di espressione e l’innovazione.   La settimana scorsa, il dipartimento di Stato ha applicato sanzioni a cinque persone, tra cui i britannici Imran Ahmed e Clare Melford, le tedesche Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon, nonché l’ex commissario europeo per il Mercato interno Thierry Breton. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha motivato la misura affermando che gli individui colpiti avevano «guidato sforzi organizzati per costringere le piattaforme americane a punire i punti di vista americani a cui si oppongono».   In un’intervista al Sunday Times, la Rogers ha spiegato che le sanzioni sono volte a salvaguardare la libertà di parola e la competitività del comparto tecnologico statunitense. «Si tratta di persone che, in molti casi, hanno preso soldi dal governo per distruggere le aziende americane allo scopo di sopprimere la libertà di parola americana», ha dichiarato.

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«Si tratta, in definitiva, di decisioni serie che spettano al Segretario di Stato e tengono conto di tutte le nostre priorità di politica estera. Ma la libertà di parola è una di queste priorità, così come la capacità del settore tecnologico americano di continuare a guidare e innovare», ha aggiunto.   Le sanzioni si collocano all’interno di un contrasto sempre più marcato tra Stati Uniti e Unione Europea sulla regolamentazione della libertà di espressione online, sulla governance delle piattaforme digitali e sull’applicazione extraterritoriale delle normative nazionali. Elon Musk, la cui piattaforma X è stata multata per circa 120 milioni di eurodalle autorità UE per presunte violazioni delle regole di trasparenza previste dal Digital Services Act (DSA), ha accolto positivamente la decisione, definendola «fantastica».   In precedenza, Musk aveva attaccato con veemenza la sanzione, descrivendo l’UE come un «mostro burocratico» da abolire (il «Quarto Reich», dixit) e accusando Bruxelles di aver tentato di fare pressione su X per censurare la libertà di parola.   ome riportato da Renovatio 21 il tema delle euromulte contro Musk è risalente.   Brusselle aveva valutato l’ipotesi di multe contro X da quando Breton, aveva accusato la piattaforma di non aver controllato adeguatamente i contenuti illegali e di aver violato il Digital Services Act (DSA) dell’UE del 2022. La decisione se penalizzare X spetta ora alla commissaria UE per la concorrenza, Margrethe Vestager.

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Come noto al lettore di Renovatio 21, Elone per qualche ragione è assai inviso all’oligarchia europea e a tanta politica continentale, come hanno dimostrato i discorsi del presidente italiano Sergio Mattarella, che pareva attaccare proprio Musk e le sue ambizioni sui social e nello spazio.   Il presidente francese Emmanuel Macron, che aveva nominato lo stesso Breton, ha accusato Washington di «coercizione e intimidazione». La deputata laburista britannica Chi Onwurah ha sostenuto che impedire l’accesso a individui per divergenze sulla libertà di parola contraddice proprio la libertà di espressione che l’amministrazione statunitense dichiara di voler tutelare.   La spaccatura emerge anche nell’ultima Strategia per la sicurezza nazionale di Washington, che mette in guardia contro il rischio che l’UE provochi una potenziale «cancellazione della civiltà» a causa delle restrizioni alla libertà di parola, della repressione dell’opposizione politica e della pressione normativa sull’innovazione.  

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La Commissione Europea banna la testata Euractiv

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Secondo il caporedattore Matthew Karnitschnig, la Commissione europea ha estromesso la testata Euractiv, con sede a Bruxelles, dai suoi briefing informativi in seguito a un reportage critico sulla «bolla dell’UE».

 

Quasi tutti i media con una presenza significativa a Bruxelles dipendono dalla benevolenza di potenti funzionari dell’Unione, governi stranieri e lobbisti per accedere alle informazioni, in quello che viene definito il giornalismo dell’«accesso».

 

Tuttavia, il giornalismo indipendente nella capitale europea è ora «sulla lista dei nemici», ha scritto Karnitschnig venerdì. «In effetti, è diventato una specie in via di estinzione», ha aggiunto.

 

«All’inizio di quest’anno, abbiamo iniziato a infondere nella “bolla UE” una forte dose di giornalismo critico», ha dichiarato Karnitschnig. «Non tutti i destinatari hanno reagito bene, men che meno la Commissione, che di recente ci ha escluso dai suoi briefing informali, le sessioni informali durante le quali i consiglieri della Presidente Ursula von der Leyen cercano di orientare il messaggio che cercano di trasmettere alla stampa su una determinata questione».

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Il direttore ha indicato quali coperture mediatiche, a suo parere, abbiano contribuito alla sanzione imposta dall’UE alla sua testata.

 

«Forse è stata la nostra smentita della leggenda diffusa dalla Commissione secondo cui i piloti di von der Leyen furono costretti a ricorrere a “mappe cartacee” per far atterrare il suo aereo in Bulgaria durante un presunto attacco russo… O forse abbiamo criticato aspramente il suo piano assurdo per un servizio di intelligence europeo?»

 

Fondata nel 1999 dall’editore francese Christophe Leclercq, la nota testata con sede a Bruxelles si concentra sulla politica dell’UE e si propone di «analizzare le complessità della politica, delle politiche e della legislazione dell’UE».

 

Bruxelles è da tempo nel mirino delle critiche per le limitazioni alla libertà di espressione e per l’emarginazione delle voci indipendenti, tra cui quella del vicepresidente statunitense J.D. Vance, che ha avvertito che la libertà di parola in Europa è «in ritirata».

 

Nel suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera a febbraio, Vance ha accusato i governi dell’UE di «fuggire per paura» dei propri cittadini, sostenendo che la principale minaccia alla democrazia non proviene da Russia e Cina, ma dall’abbandono dei valori democratici fondamentali.

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Immagine di Cancilleria Ecuador via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Gli hacker minacciano di rivelare oltre 200 milioni di utenti «premium» di Pornhub

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Un gruppo di hacker che sostiene di aver rubato i dati di ricerca online di 200 milioni di clienti «premium» del famigerato sito pornografico globale Pornhub minaccia di utilizzare le informazioni per rivelare le abitudini di visione dei clienti paganti del sito. Lo riporta LifeSite.   «Abbiamo appreso di recente che una parte non autorizzata ha ottenuto l’accesso non autorizzato ai dati analitici archiviati presso Mixpanel, un fornitore di servizi di analisi dati di terze parti», ha affermato Pornhub in una dichiarazione del 12 dicembre, successivamente aggiornata.   Sebbene l’annuncio abbia cercato di rassicurare gli utenti premium di Pornhub che «nessuna password, credenziale, dettaglio di pagamento o documento d’identità governativo è stato compromesso o esposto”, gli utenti hanno comunque molti motivi per temere.   Un gruppo di hacker avrebbe confermato al sito web indipendente di notizie tecnologiche BleepingComputer «di essere dietro le e-mail di estorsione, sostenendo che i dati consistono in 201.211.943 record di attività storiche di ricerca, visualizzazione e download per gli utenti Premium della piattaforma».   I dati hackerati contengono «informazioni sensibili che un membro [di Pornhub] difficilmente vorrebbe fossero divulgate pubblicamente», ha affermato BleepingComputer. «Se paghi per Pornhub Premium, hai più problemi di qualcuno che vede quell’addebito apparire sulla tua carta di credito», ha avvertito il blog di notizie tecnologiche Gizmodo.

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Negli ultimi anni, Pornhub, tormentato dagli scandali, e la sua oscura società madre, MindGeek, che ha recentemente cambiato nome in «Aylo» ​​per sfuggire alla sua reputazione di «impero osceno e scandaloso», è stata criticata per aver pubblicato materiale di sfruttamento sessuale di minori, traffico sessuale e video di aggressioni, ignorando poi le richieste delle vittime di rimuovere i video dal loro sito web.   «Nel 2018, la parola “adolescente” è stata il settimo termine più cercato su Pornhub», si legge in una denuncia legale presentata nel 2024 da un uomo che, a 12 anni, è stato ripreso mentre veniva stuprato in quasi due dozzine di video caricati su Pornhub.   «Altri termini di ricerca omonimi, tra cui “stupro”, “preadolescente”, “pedofilia”, “stupro di minorenne” e “adolescenti molto piccole” avrebbero portato a video che raffiguravano le stesse cose», si legge nella denuncia.   Il New York Times ha riportato che a dicembre 2020, una ricerca per «ragazza sotto i 18 anni» ha portato a oltre 100.000 video. Una ricerca per «14 anni» ha portato a oltre 100.000 video e “13 anni” a circa 155.000 video. MindGeek ha cercato di capitalizzare su tale traffico consentendo termini di ricerca illegali, creando termini di ricerca suggeriti, parole chiave e tag.   La portata della portata di Pornhub nelle vite degli utenti di tutto il mondo è sbalorditiva. Solo a novembre 2025, il sito ha registrato quasi 4 miliardi di visite, di cui 680 milioni da parte di utenti statunitensi. Non è insolito che il sito web raggiunga oltre 10 miliardi di visite mensili globali.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2023 la società è stata rilevata da un fondo canadese di private equity chiamato «Ethic Capital», nella cui compagine spicca un rabbino.   Due settimane fa è emerso che Bernd Bergmair, l’ex proprietario di Pornhub, starebbe valutando l’acquisto delle attività internazionali del gigante petrolifero russo sanzionato Lukoil.

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Immagine di Marco Verch via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
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