Geopolitica
Mosca avverte Washington: diplomazia vicina al «punto di non ritorno». Rottura delle relazioni in vista?
Il governo russo ha messo in guardia gli Stati Uniti sul fatto che la diplomazia tra i due Paesi si sta avvicinando ad un punto di non ritorno, dopo il quale è possibile una rottura delle relazioni diplomatiche, ha dichiarato in un’intervista all’agenzia di Stato russa TASS Alexander Darchiev, direttore del dipartimento nordamericano del ministero degli Esteri russo.
TASS ha chiesto al diplomatico se si stesse valutando la possibilità di abbassare le relazioni diplomatiche tra Mosca e Washington.
«Non vorrei entrare in ipotetiche speculazioni su ciò che è possibile e ciò che non è possibile nell’attuale situazione turbolenta, quando gli occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno calpestato il diritto internazionale e i tabù assoluti nella pratica diplomatica», ha affermato Darchiev.
«In questo contesto, vorrei citare l’iniziativa legislativa attualmente in discussione al Congresso per dichiarare la Russia uno “Stato sponsor del terrorismo”. Se approvata, significherebbe che Washington avrebbe attraversato il punto di non ritorno, con il più grave danno collaterale alle relazioni diplomatiche bilaterali, fino al loro abbassamento o addirittura alla loro rottura. La parte statunitense è stata avvertita», ha sottolineato Darchiev.
Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa il Parlamento della Lettonia ha dichiarato la Russia uno Stato sponsor del terrorismo.
La mossa dei legislatori lèttoni sembra obbedire alle intimazioni del presidente ucraino Zelens’kyj, che ancora quattro mesi fa aveva «ordinato» agli USA di mettere la Russia nella lista degli Stati sponsores del terrorismo.
Si tratta, per il Paese che più di ogni altro ha contribuito per la distruzione dell’ISIS e il ritorno della pace nella Siria piagata dal fondamentalismo esportato poi in fiume di sangue riversatisi in tutto il mondo (Bataclan, Bruxelles…), di un insulto inaccettabile.
Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa il senatore russo Andrej Klishas, presidente della commissione per la legislazione costituzionale e la costruzione dello Stato del Consiglio della Federazione russa, ha risposto alla Lettonia chiedendo «misure economiche e politiche più dure».
«La Russia ha dato il contributo più significativo alla lotta al terrorismo, e sono coloro che hanno cercato di distruggere lo Stato di Iraq, Siria e Libia, innescando un’ondata di terrorismo in Medio Oriente, Nord Africa e nel resto del mondo, che dovrebbero essere designati come collaboratori del terrorismo» ha dichiarato Klishas.
I russi hanno una percezione opposta rispetto alla questione dei legami tra terrorismo e conflitto ucraino. Nei mesi passati l’Intelligence russa ha accusato gli Stati Uniti di addestrare militanti dell’ISIS in Siria per la guerra in Ucraina. Già a inizio conflitto si parlava di miliziani siriani e turchi diretti in Ucraina per vendicarsi dei russi.
È emerso altresì che armi mandate in Ucraina dagli occidentali sarebbero rispuntate tra i guerriglieri siriani a Idlib, zona infestata dal terrore fondamentalista.
Non è che quando i Paesi NATO e il loro personaggio a Kiev parlano di «sponsor del terrorismo» siano vittime di quel fenomeno psicologico – indagato dallo stesso Sigismondo Freud nelle sue Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896) – chiamato «proiezione»?
Immagine di Andrew via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
Geopolitica
Hamas afferma di essere pronto a cedere il governo di Gaza
Hamas ha annunciato di essere disposta a trasferire integralmente il controllo del governo di Gaza a un comitato tecnicocratico palestinese, come previsto dal piano di pace proposto dal presidente statunitense Donald Trump.
Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG) è stato istituito nell’ambito di un fragile accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, mediato da Washington e entrato in vigore alla fine dello scorso anno.
«Tutti i ministeri, le agenzie e i dipartimenti, anche quelli del settore della sicurezza, sono pronti a consegnare tutti i fascicoli al comitato indipendente», ha dichiarato il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, in un’intervista all’AFP pubblicata mercoledì.
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«Il comitato entrerà poi nella Striscia di Gaza. Seguirà il processo di passaggio di consegne», ha aggiunto, precisando che sono state predisposte tutte le condizioni necessarie per un trasferimento completo della governance dell’enclave palestinese.
Hamas è ora «pronta a intraprendere tutti i passaggi della seconda fase» del piano di pace di Trump, ha concluso Qassem.
Il passaggio delle consegne dal gruppo militante e il suo disarmo rappresentano il passo successivo nella roadmap delineata dal presidente statunitense per porre fine al conflitto tra Hamas e Israele e procedere alla ricostruzione di Gaza.
Il giorno precedente, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva avvertito che Gerusalemme Ovest non autorizzerà l’avvio della ricostruzione nell’enclave, in gran parte devastata, fino a quando Hamas non avrà completato il disarmo totale.
«Israele manterrà il controllo di sicurezza» sia su Gaza che sulla Cisgiordania, ha ribadito, confermando l’opposizione alla creazione di uno Stato palestinese.
Secondo il piano di pace di Trump, la gestione ordinaria di Gaza dovrebbe essere affidata al NCAG, composto da 15 tecnocrati palestinesi. Tale organismo opererebbe sotto la supervisione di un «Consiglio per la Pace», presieduto dal presidente statunitense.
Nonostante il cessate il fuoco mediato da Trump, Israele e Hamas si sono accusati reciprocamente di continue violazioni. L’armistizio ha posto fine a un conflitto scoppiato il 7 ottobre 2023, quando militanti di Hamas hanno attaccato Israele, causando circa 1.200 morti e il rapimento di oltre 250 persone. In risposta, lo Stato degli ebrei ha imposto un blocco e lanciato un’operazione militare su Gaza, che secondo il ministero della Salute dell’enclave controllato da Hamas ha provocato la morte di quasi 72.000 palestinesi.
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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Geopolitica
Al-Jolani visita Mosca per la seconda volta in meno di quattro mesi
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Geopolitica
«Basta con gli ordini di Washington»: parla il presidente ad interim del Venezuela
La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha affermato di aver raggiunto il limite della pazienza nei confronti delle imposizioni provenienti da Washington, lanciando la prima sfida aperta alla Casa Bianca dopo il rapimento del leader venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti avvenuto all’inizio di questo mese.
La Rodriguez ha assunto la guida del Paese in seguito al raid e al sequestro di Maduro da parte statunitense, datato 3 gennaio. In un primo momento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato che Washington avrebbe «governato» il Venezuela, per poi esprimere in seguito il proprio sostegno a Rodríguez durante la fase transitoria.
«Basta con gli ordini di Washington sui politici in Venezuela», ha dichiarato la Rodriguez rivolgendosi a un gruppo di lavoratori del settore petrolifero a Puerto La Cruz, in un evento trasmesso domenica dall’emittente statale Venezolana de Televisión.
«Lasciamo che la politica venezuelana risolva le nostre divergenze e i nostri conflitti interni», ha aggiunto la presidente in carica, precisando che la Repubblica ha già pagato un prezzo altissimo per le conseguenze del fascismo e dell’estremismo nel Paese.
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Subito dopo aver giurato come presidente ad interim, Rodriguez aveva affermato che nessun «agente straniero» avrebbe controllato il Venezuela né lo avrebbe ridotto a una «colonia». Successivamente, il direttore della CIA John Ratcliffe si è recato a Caracas per un incontro con lei, apparentemente per trasmetterle le condizioni poste da Trump per un miglioramento delle relazioni bilaterali, che comprendevano cambiamenti sia nella politica interna sia in quella estera.
Da quel momento, la Rodriguez ha intrapreso passi per conformarsi alle richieste statunitensi, tra cui l’apertura del settore petrolifero venezuelano alle compagnie americane e una maggiore cooperazione in ambito di sicurezza.
Trump ha lodato la Rodriguezza definendola una «persona straordinaria» al termine di una loro conversazione telefonica della scorsa settimana, evidenziando gli «enormi progressi» registrati dopo l’accettazione delle richieste americane e annunciando una partnership «spettacolare» nei settori del petrolio e della sicurezza nazionale. Anche il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha lasciato intendere che la revoca delle sanzioni potrebbe essere ormai prossima.
La scorsa settimana, la Casa Bianca ha reso noto l’intenzione di invitare la Rodriguez a Washington, a seguito del colloquio telefonico avvenuto con Trump.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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