Economia
Moody’s avverte di declassamenti sui cattivi prestiti immobiliari di sei banche regionali
Il canale televisivo statunitense CNBC ha riferito lo scorso 6 giugno che a maggio i prestiti in sofferenza relativi agli immobili commerciali (CRE) hanno raggiunto poco meno dell’1% del patrimonio delle banche commerciali con sede negli Stati Uniti, pari a 23,3 trilioni di dollari.
Ciò porterebbe i crediti inesigibili CRE a 220 miliardi di dollari di debito in sofferenza. Pur rappresentando l’1% degli asset, i crediti inesigibili CRE equivarrebbero a un più pericoloso 10% del capitale azionario totale delle banche con sede negli Stati Uniti, che ad aprile era di 2,3 trilioni di dollari.
Il 5 giugno Moody’s Investors Service ha emesso avvisi di «revisione per downgrade» su sei banche commerciali regionali statunitensi, il cui patrimonio complessivo ammonta a circa 200 miliardi di dollari, a causa dell’ampia quota di asset CRE detenuta da tali banche nei loro portafogli.
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In pratica, il terremoto delle banche regionali americane partito due anni fa non sembra essere stato assorbito.
Come noto, a crollare per prima fu la Silicon Valley Bank. Seguì la First Republic Bank. Banche più grandi divorarono quindi quel che ne rimaneva. Il crash, per qualche ragione, non investì le banche israeliane che avevano 1 miliardo di depositi nella Silicon Valley Bank.
L’effetto domino arrivò fino in Isvizzera, dove collassò Credit Suisse, che fu fusa, su spinta del governo elvetico, con il colosso bancario UBS. Il salvataggio dell’Istituto di credito elvetico, tramite acquisizione da parte di UBS, è stato operato grazie alla liquidità fornita a UBS dalla Banca Nazionale Svizzera – cioè dallo Stato elvetico, che ha salvato così la sua principale industria nazionale – un settore che, come noto, ha i suoi lati oscuri.
Qualcuno cominciò a sussurrare che la banca successiva a saltare sarebbe stata Deutsche Bank, la nona banca più grande del mondo, certificando la trasformazione da crisi bancaria regionale a crisi finanziaria sistemica globale. La stessa Deutsche aveva pubblicato uno studio in cui avvertiva che «un’ondata di default è imminente».
Renovatio 21 ritiene che un collasso bancario transnazionale sia funzionale all’introduzione di una moneta digitale di Stato, la CBDC in caricamento presso quasi ogni ministero delle Finanze del mondo e nelle strutture sovranazionali come FMI, Banca Mondiale o come l’Unione Europea, dove la presidente BCE Christine Lagarde ha confessato che la valuta elettronica europea – l’euro digitale – sarà utilizzato per la sorveglianza.
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Immagine di Sweeneyr via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
Economia
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Economia
«La globalizzazione ha fallito»: il vero discorso a Davos lo ha fatto il segretario al Commercio USA Lutnick
Sulla scia del grande discorso del presidente americano Donaldo J. Trump a Davos per il World Economic Forum vi è stato l’intervento del segretario al commercio USA Howard Lutnick, che ha fatto precedere il suo discorso da un articolo scritto di suo pugno e pubblicato da Financial Times.
Al centro del discorso di Lutnick a Davos vi è la fine della globalizzazione come intesa nelle ultime decadi.
«La globalizzazione ha tradito l’Occidente e gli Stati Uniti d’America . È una politica fallimentare. È ciò che il WEF ha rappresentato, ovvero esportare all’estero, in zone remote, trovare la manodopera più economica al mondo e il mondo sarà un posto migliore» ha dichiarato il Lutnick.
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«Il fatto è che ha lasciato indietro l’America. Ha lasciato indietro il lavoratore americano. E quello che siamo qui per dire è che America First è un modello diverso, che incoraggiamo gli altri paesi a prendere in considerazione, in base al quale i nostri lavoratori vengono prima di tutto. Possiamo avere politiche che abbiano un impatto sui nostri lavoratori».
Lutnick ha respinto le critiche secondo cui l’amministrazione dovrebbe evitare del tutto Davos. «Non andremo a Davos per mantenere lo status quo», aveva scritto in un articolo pubblicato dal Financial Times. «Lo affronteremo a viso aperto».
Il membro del gabinetto Trump ha attribuito la colpa a un «establishment internazionale» per le politiche che hanno incoraggiato la delocalizzazione, indebolito i confini e subordinato gli interessi nazionali all’arbitraggio sindacale globale – un approccio che, a suo dire, «ha deluso gli Stati Uniti, schiacciato i lavoratori americani e distrutto anche la maggior parte del resto del mondo».
Sotto la presidenza Trump, ha sostenuto Lutnick, l’amministrazione sta «ricostruendo aggressivamente la produzione nazionale, liberando l’energia americana, chiedendo un commercio equo con i nostri partner e ripristinando l’idea che la nostra politica economica debba essere al servizio dei cittadini americani».
L’alto funzionario USA ha respinto gli avvertimenti secondo cui i dazi e la politica industriale avrebbero destabilizzato i mercati globali, sostenendo invece che l’assertività degli Stati Uniti ha coinciso con la crescita dei mercati azionari esteri. «Anche se gli Stati Uniti hanno utilizzato i dazi strategicamente per difendere i nostri lavoratori, i mercati globali si sono rafforzati», ha scritto, sottolineando i progressi in Giappone, Gran Bretagna, Europa e Corea del Sud. «Quando l’America brilla, il mondo brilla».
L’editoriale ha descritto l’approccio dell’amministrazione come una sfida più ampia al globalismo post-Guerra Fredda. «Con il presidente Trump, il capitalismo ha un nuovo sceriffo in città», ha scritto Lutnick, sostenendo che la dipendenza da catene di approvvigionamento globali estese e istituzioni sovranazionali ha reso molti paesi più deboli.
Al contrario, ha affermato, le forti industrie nazionali e la sovranità nazionale dovrebbero essere considerate punti di forza economici, non di debolezza. Pur sottolineando la durezza nei negoziati commerciali – «gli Stati Uniti non accetteranno più accordi che tradiscono i lavoratori americani o minano la nostra base industriale» – il Lutnicco ha insistito sul fatto che «America First non significa solo America».
Il Lutnick ha concluso presentando Davos come un bivio. Una strada, ha scritto, «si aggrappa disperatamente a uno status quo fallimentare», mentre l’altra abbraccia sovranità, produttività e fiducia tra governi e cittadini. «Non andremo a Davos per mimetizzarci», ha affermato. «Siamo qui per dichiarare che l’era dell’America Last [espressione nel gergo trumpiano che designa le amministrazioni di ispirazione mondialista che non hanno fatto gli interessi nazionali americani, ndr] è giunta al termine».
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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic
Economia
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