Spirito
Mons. Viganò, omelia per l’Epifania di Nostro Signore
Renovatio 21 pubblica questa omelia di Monsignor Carlo Maria Viganò
VIDIMUS STELLAM EJUS IN ORIENTE
Omelia dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò nell’Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo
Et adorabunt eum omnes reges terræ;
omnes gentes servient ei.
Ps 71, 11
Sia lodato Gesù Cristo.
Questo giorno solenne è santificato da tre miracoli: l’adorazione dei Magi, la mutazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana e il Battesimo di Cristo nel Giordano.
Questi segni prodigiosi ci mostrano la divinità di Nostro Signore e la Sua Signoria universale sul cosmo, sulla natura e su di noi. Non sono più soltanto i pastori ad essere chiamati dagli Angeli a riconoscere il Verbum caro factum, ma è l’intero genere umano, è tutto il creato che la voce di Dio stesso chiama ad adorarLo, ad ascoltarLo, ad obbedirGli.
Una Signoria che alcuni riconoscono con umile Fede e che altri rifiutano per orgoglio.
Nel Martirologio della Vigilia di Natale abbiamo sentito cantare l’annuncio della Nascita del Salvatore secundum carnem, collocata nella Storia con una molteplicità di riferimenti cronologici precisi e dettagliati. Quel Toto orbe in pace composito che il cantore pronuncia con solennità poco prima di elevare il tono della voce per scandire la realtà storica dell’evento salvifico del Natale di Cristo, rimanda al triplice trionfo di Augusto, autore e pacificatore dell’Impero.
Un trionfo umano e pagano, certamente; ma che doveva preparare il trionfo eterno del Rex pacificus, dell’Imperatore immortale, del Sole invitto. Per questo il 6 Gennaio, da festa civile istituita per celebrare la gloria umana di Roma, venne scelto dalla Chiesa per celebrare la gloria imperitura di Cristo Re dei re e Signore dei signori.
In quest’epoca di apostasia, segnata da guerre e da lacerazioni provocate dalla ribellione a Dio, è difficile comprendere come l’autorità terrena dell’Imperatore potesse costituire nel piano della Provvidenza il necessario presupposto alla venuta del Signore.
Ci sembra più «normale» – per così dire – la risposta feroce e spietata di Erode, che nel suo folle tentativo di uccidere il Re Bambino fece sterminare i bambini di Betlemme che pochi giorni fa abbiamo ricordato nella Liturgia. Vita e morte, pace e guerra, luce e tenebre, grazia e dannazione: abbiamo costantemente sotto gli occhi le due grandi alternative per noi stessi, per le nostre famiglie, per la società civile.
Ed è Cristo che Si pone come punto di riferimento, come pietra di inciampo, chiedendoci di compiere la nostra scelta morale, riconoscendoLo come nostra Vita, nostra Pace, nostra Luce, nostro tutto. Se così non fosse; se cioè rinunciassimo a compiere questa scelta, se volessimo dichiararci neutrali dinanzi alla battaglia che combattono le schiere angeliche contro le potenze infernali, compiremmo comunque una scelta da cui dipende la salvezza nostra e del mondo intero.
Lo vediamo oggi: chi non scende in campo sotto i vessilli di Cristo finisce inesorabilmente per essere alleato dei Suoi nemici, rimane a guardare gli innocenti uccisi da Erode, e davanti alla mangiatoia si rifiuta di adorare il Signore, in nome di un concetto pervertito di libertà e di laicità in cui i diritti sovrani di Dio sono negati o taciuti.
Eppure, proprio nel contemplare i misteri di questo giorno santissimo, la Chiesa ci mostra la necessità dell’Epifania, della manifestazione della divinità di Gesù Cristo; una necessità per la quale la Provvidenza non esita a muovere gli astri, se una stella può condurre dei sapienti pagani verso la luce della Grazia e la conversione al vero Dio.
Non bastava infatti l’adorazione semplice e fedele dei pastori, fatta di un’interiorità umile e povera: essa richiama l’atto di Fede del singolo, di ciascuno di noi, ma rimane incompleta per le sorti del mondo se non si accompagna all’adorazione pubblica e ufficiale di chi ricopre in terra l’autorità, dal momento che questa autorità è un riflesso dell’autorità di Dio, sommo Legislatore e Giudice. Come profetizza il Salmo: Et adorabunt eum omnes reges terræ; omnes gentes servient ei.
Stupisce, in qualche modo, che siano dei saggi provenienti dall’Oriente a rendere omaggio al Dio Bambino, mentre i rappresentanti dell’autorità imperiale sono assenti, così come non compaiono né il re di Israele né i Sommi Sacerdoti; i quali pure ebbero un ruolo determinante nel processare e condannare a morte il Signore. Presenti nel momento della morte, ma assenti nel momento della vita.
Perché non vediamo il Procuratore romano, Erode, Anna e Caifa, i funzionari del Sinedrio e gli scribi del popolo intorno alla mangiatoia, mentre contempliamo Gaspare, Melchiorre e Baldassarre inginocchiati dinanzi al Bambino intenti ad offrire i loro doni?
La risposta è evidente in tutta la sua semplicità. I pastori adorarono Cristo con il fiducioso abbandono del semplice, che nulla ha da offrire se non se stesso e le povere cose della vita quotidiana e del suo umile lavoro. I Magi adorarono Cristo grazie alla Sua manifestazione prodigiosa nel corso degli astri, e la loro sapienza umana, la loro capacità di scrutare nel cosmo li condusse al Sole intramontabile perché anch’essi, con umiltà, seppero riconoscere la nascita di Dio nel mondo. Entrambi furono illuminati dalla Grazia, i primi tramite l’annuncio dell’Angelo, i secondi tramite i segni del cielo.
Invece Erode e i Sommi Sacerdoti, che pure avrebbero dovuto conoscere benissimo le profezie messianiche custodite da Israele, non seppero vedere né credere, perché la loro prima preoccupazione era il potere.
Da un lato, il potere temporale, esercitato sotto la dominazione della Roma pagana e dimenticando che i Sovrani ebrei erano vicari dell’unico Re di Israele, il Signore Dio degli eserciti; dall’altro, il potere spirituale, esercitato in quella che oggi chiameremmo «autoreferenzialità», ossia per conservare se stesso e mantenere nell’ignoranza il popolo. Ce lo confermano gli aspri rimproveri ed i severi ammonimenti dei profeti, per bocca dei quali il Signore richiamava i Suoi sacerdoti ai loro doveri, mentre essi erano impegnati ad allungare i denti delle forchette con cui trattenevano parte delle carni sacrificali per sé stessi, o mentre lucravano sui traffici dei cambiavalute e dei mercanti introdotti nel Tempio.
Sordi alla Grazia! Sordo Erode, che avrebbe dovuto vedere nel piccolo Gesù il ratificatore della propria autorità; sordi i Sommi Sacerdoti, che in Lui avrebbero dovuto riconoscere il Messia promesso, il Desiderato di tutti i popoli. Entrambi, significativamente, avevano preferito sottomettersi all’invasore, piuttosto di inchinarsi a Colui che tiene nella Sua mano le sorti del mondo e del tempo. Non habemus regem nisi Cæsarem.
La situazione presente non è in questo molto diversa da allora. Anche oggi le autorità civili ed ecclesiastiche si rifiutano di adorare Gesù Cristo, o lo fanno solo a parole tramando per la Sua uccisione, nel timore di perdere il proprio potere. Anche oggi vediamo i semplici e i capi di Nazioni lontane riconoscere il Salvatore, e a Lui conformare la propria vita privata e pubblica, mentre i leader mondiali preferiscono riunirsi a Davos per la loro agenda globalista, e i Prelati della setta bergogliana pensano a nascondere i propri scandali, a propagandare la sinodalità e incoraggiare i vizi più innominabili. Entrambi si sostengono l’un l’altro, si riconoscono reciproca legittimità.
Entrambi considerano Gesù Cristo uno scomodo ostacolo al perseguimento dei loro piani di potere e di dominio. Eppure, come cantiamo nell’inno dell’Epifania, non eripit mortalia qui regna dat cœlestia. Non rapisce i regni terreni Colui che ci da quelli celesti.
Ma se da un lato i Magi, con il loro tributo di Fede hanno saputo adorare pubblicamente il Re dei re, non avendo nulla da temere per la propria autorità; dall’altro i governanti ribelli e indocili a Dio, non riconoscendo l’origine divina del potere che esercitano, si pongono contro la Sua Signoria e contro i propri sudditi, trasformando il saggio e giusto governo in strumento di odiosa tirannide. Contro costoro così si esprime il profeta Geremia:
«Poiché tra il mio popolo vi sono malvagi che spiano come cacciatori in agguato, pongono trappole per prendere uomini. Come una gabbia piena di uccelli, così le loro case sono piene di inganni; perciò diventano grandi e ricchi. Sono grassi e pingui, oltrepassano i limiti del male; non difendono la giustizia, non si curano della causa dell’orfano, non fanno giustizia ai poveri. Non dovrei forse punire queste colpe? Oracolo del Signore. Di un popolo come questo non dovrei vendicarmi? Cose spaventose e orribili avvengono nel paese. I profeti predicono in nome della menzogna e i sacerdoti governano al loro cenno; eppure il mio popolo è contento di questo. Che farete quando verrà la fine?»
Ascoltando queste parole della Sacra Scrittura, ci chiediamo se non siano rivolte ai potenti di questo mondo, ai membri dell’élite globalista e a coloro che li servono per pavidità, per interesse, per complicità cortigiana. E a quanti, costituiti in autorità nella Chiesa per pascere il gregge loro affidato dal Signore, abusano del proprio potere per governare al cenno dei profeti del Nuovo Ordine Mondiale, che profetizzano pandemie ed emergenze di cui sono spietati artefici.
Che farete quando verrà la fine?, chiede il Signore. Creerete nuove emergenze, nuove crisi, nuove pandemie, nuove guerre con cui tenere soggiogato il popolo?
Continuerete a sterminare bambini innocenti, a render sterili i padri e le madri, a defraudare l’operaio della mercede, a corrompere i giovani, a uccidere il malato e l’anziano perché considerati inutili per i vostri turpi interessi? Vi asserraglierete nelle vostre fortezze, sperando di sfuggire all’ira di Dio e al vostro giusto castigo?
Cosa farete voi, servi del Grande Reset, quando i vostri padroni dovranno fuggire nelle loro tane, nascondersi nelle viscere della terra?
Credete di potervi vendere a un nuovo padrone come avete fatto sinora?
Poveri, miserabili illusi. Il giorno tremendo del Signore verrà per tutti, ed anche per voi: prima con il Giudizio particolare, e poi con quello universale. Se la giustizia terrena assiste inerte ai vostri crimini perché vi è asservita, la Giustizia divina sarà inesorabile e terribile, perché non rimangano impunite le vostre pubbliche colpe contro la Maestà di Dio e contro l’uomo che Egli ha creato a Sua immagine e somiglianza, e che ha redento con il proprio Sangue.
E se le nostre povere forze non riescono a vincere le vostre congiure, sappiate che ciascuno di noi, ogni fedele della Santa Chiesa, ogni anima buona prega, digiuna e fa penitenza per invocare l’intervento del Signore, Re delle Nazioni, che voi vi rifiutate di riconoscere, adorare e servire.
Che farete quando verrà la fine?
Figli carissimi: in questo giorno dell’Epifania, in cui celebriamo la manifestazione pubblica della divina Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e il pubblico tributo dei Re Magi alla Sua universale ed eterna Signoria, rinnoviamo anche noi la nostra offerta. Un’offerta povera e misera, perché viene da noi che nulla abbiamo se non quanto la Provvidenza ci ha concesso; un’offerta preziosa, se presentata dalla Nostra Signora, Maria Santissima, Regina Madre e nostra Avvocata presso il Trono del Figlio.
Un’offerta infinita, quando sale alla Maestà del Padre per le mani della Vittima pura e santa, il Sommo Sacerdote, l’Eterno Pontefice che rinnova il Sacrificio della Croce nel Santo Sacrificio della Messa.
Deponiamo ai piedi dell’Altare le nostre penitenze, perché diventino l’oro dei re; le nostre preghiere, perché salgano al cielo come l’incenso che i sacerdoti bruciano a Dio; i nostri digiuni, perché la Santa Messa li converta nella mirra del sacrificio. E chiediamo al Re Bambino di convertire coloro che costituiti in autorità nella società civile e nella Chiesa, si trovano oggi a dover scegliere se seguire la stella verso Betlemme per adorarLo, o ignorare la Sua Nascita per sottrarsi alla Sua volontà e muoverGli guerra.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
6 Gennaio 2023
Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo
Immagine di Miguel Hermoso Cuesta via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Spirito
Nicaragua, il regime confina il clero nelle chiese
La Chiesa cattolica in Nicaragua si trova ad affrontare una nuova sfida. Secondo le informazioni disponibili, il regime ha ordinato al clero della diocesi di Leon di astenersi dal predicare fuori dalle chiese, un divieto emesso prima di una serie di missioni parrocchiali. Questa direttiva rafforza le drastiche restrizioni imposte alla vita religiosa nel Paese sotto il governo sandinista.
Un’iniziativa diocesana, guidata dal vescovo di Leon e Chinandefga, Socrates René Sandigo, avrebbe dovuto iniziare il 24 gennaio con le tradizionali visite porta a porta nell’ambito delle missioni parrocchiali. Tuttavia, i sacerdoti avrebbero ricevuto dalle autorità istruzioni categoriche di rimanere nelle loro chiese.
Le informazioni sono state inizialmente diffuse dall’avvocatessa e ricercatrice nicaraguense Martha Patricia Molina, divenuta una delle massime autorità per gli osservatori internazionali. Secondo lei, il messaggio è stato recapitato direttamente da agenti di polizia che agivano per conto del regime. Al clero è stato esplicitamente intimato di non lasciare le proprie parrocchie per svolgere attività pastorali.
Fonti vicine alla Chiesa hanno confermato che il divieto è stato applicato attraverso la presenza della polizia e l’intimidazione diretta. Sebbene non sia stato emesso alcun decreto ufficiale, l’ordine verbale sarebbe stato sufficiente a garantirne il rispetto, riflettendo il clima di paura prevalente nelle comunità religiose e tra i fedeli.
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Un segno di indurimento ineluttabile
Il vescovo Socrates René Sandigo è stato spesso considerato uno dei prelati meno aggressivi con il governo, e la sua diocesi ha beneficiato di concessioni limitate e sconosciute altrove, come le processioni nelle zone universitarie, dove sono sistematicamente vietate. L’attuale intervento, tuttavia, suggerisce che questa moderazione non offra una protezione duratura.
Queste restrizioni rappresentano un radicale allontanamento dalla consueta pratica cattolica nella regione. Nell’America ispanica, le missioni parrocchiali e le visite domiciliari non sono un evento occasionale: fanno parte del normale lavoro pastorale, con particolare importanza nelle comunità povere e rurali.
Impedire ai sacerdoti di uscire dai locali della chiesa riduce di fatto la religione alla sfera privata, privandola della sua dimensione sociale e comunitaria. Inoltre, il divieto imposto a León rientra in un modello più ampio.
Negli ultimi anni, il regime di Daniel Ortega e Rosario Murillo ha espulso ordini religiosi, confiscato beni ecclesiastici, imprigionato o esiliato membri del clero e vietato le processioni pubbliche nel Paese. Ciò che distingue questo episodio è il metodo: non si tratta di chiudere le chiese, ma di dettare le modalità di esercizio del ministero.
Per i fedeli di Leon e Chinandega, il messaggio è inequivocabile: la Chiesa può esistere, ma solo entro i limiti imposti dallo Stato. Nel racconto stesso degli eventi, l’ordine di «restare a casa» è presentato come più di una semplice istruzione logistica: il simbolo di un potere determinato a confinare la vita religiosa nel silenzio e tra muri.
Questa politica di esilio pubblico mira da un lato a limitare il più possibile l’influenza della Chiesa nella società e dall’altro a soffocare gradualmente ogni vita cattolica e a far scomparire completamente il cattolicesimo dal paese: obiettivo del profondo sandinismo che sogna di fondare una «nuova società» e un «uomo nuovo», che non può essere legato alla Chiesa, veicolo dell’imperialismo.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Cubadebate via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0
Spirito
Leone XIV alla Rota Romana: un appello alla verità di fronte agli abusi nelle cause di annullamento del matrimonio
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«Compassione mal compresa»: un pericolo per la giustizia canonica
Leone XIV osservava che nell’attività giudiziaria si verifica spesso una tensione tra l’esigenza di verità oggettiva e la preoccupazione di carità verso i fedeli. Ma ha avvertito che un’eccessiva identificazione con le vicende spesso travagliate dei singoli può portare a una «pericolosa relativizzazione della verità». Il papa ha sottolineato che questa deriva è particolarmente grave nei casi di nullità matrimoniale, dove una compassione mal indirizzata potrebbe portare a decisioni «pastorali» prive di una solida base oggettiva. Ha anche ricordato il pericolo opposto di una verità fredda e distaccata, che dimentica la misericordia. Ma il punto centrale rimane chiaro: la carità non può mai sostituire la verità. Leone XIV ha inserito ogni attività legale nella prospettiva tradizionale della salus animarum, la legge suprema della Chiesa. Il servizio della verità e della giustizia deve essere un contributo amorevole alla salvezza eterna dei fedeli. Citando Benedetto XVI, esortò i giudici a essere veri «collaboratori della verità» (3 Gv 8), unendo veritas in caritate e caritas in veritate. Questo discorso giunge in un momento in cui i decreti di nullità si sono moltiplicati a tal punto da provocare una crisi di fiducia tra molti cattolici. Prima del Concilio Vaticano II, le dichiarazioni di nullità erano meno frequenti, poiché la giurisprudenza rimaneva strettamente legata all’oggettività del vincolo matrimoniale e al principio tradizionale: matrimonium gaudet favore iuris (il matrimonio gode del favore del diritto). Il discorso di Leone XIV appare quindi come un tentativo di ripristinare il rigore, senza mettere esplicitamente in discussione i principi che avevano portato alla situazione attuale.Sotto Giovanni Paolo II: l’ampliamento soggettivo dei motivi di nullità
Una delle radici del problema risiede nel Codice di Diritto Canonico del 1983, promulgato sotto Giovanni Paolo II. Il canone 1095 ha introdotto motivi legati alla psiche: grave mancanza di discernimento, incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio. Queste formulazioni spesso imprecise hanno aperto la porta a interpretazioni ampie. Come osservava Padre Coache già nel 1986: «si tratta di una significativa ambiguità che autorizzerà e incoraggerà tutti i tentativi di annullamento!» (1) In pratica, questo canone è diventato la base più frequente per le dichiarazioni di nullità, al punto che alcuni tribunali matrimoniali hanno perso credibilità presso i cattolici seri.Sostieni Renovatio 21
Una nuova concezione del matrimonio: il «bonum conjugum» (bene degli sposi)
Ancora più grave, la giurisprudenza recente ha introdotto motivi sconosciuti alla Tradizione, come l’esclusione del bonum conjugum (bene degli sposi). Prima del Concilio Vaticano II, questo concetto non era mai stato considerato causa di nullità. Ma a partire dalla Costituzione Gaudium et spes, che ha definito il matrimonio come «comunità di vita e di amore», alcuni canonisti hanno ampliato la portata stessa del consenso matrimoniale. Così, l’oggetto del consenso non è più solo lo jus in corpus (il diritto al proprio corpo ordinato alla procreazione), come chiaramente definito dal Codice del 1917, ma anche un presunto diritto a una comunione di vita affettiva e interpersonale. Eppure, nel 1944, Pio XII ci aveva ricordato che la vita condivisa (letto, mensa, abitazione) non appartiene alla sostanza del matrimonio, ma alla sua integrità. Anche l’amore coniugale non è mai stato considerato una condizione di validità: «un matrimonio valido può coesistere con la ripugnanza», ha affermato. Era un giudice nel 1925. La tendenza attuale equivale a insinuare: «niente amore, quindi niente matrimonio», esattamente ciò che mons. Marcel Lefebvre denunciò al Concilio. (2)Sotto Francesco: la procedura accelerata, una nuova fonte di fragilità
A queste ampie cause si aggiunge, sotto Francesco, un’importante riforma procedurale: il motu proprio Mitis Iudex (2015), che introduce una procedura breve davanti al vescovo diocesano. Leone XIV ha menzionato esplicitamente questa procedura, chiedendo che la natura prima facie (a prima vista) delle cause fosse valutata con grande attenzione, e ricordando che è la procedura stessa a dover confermare la nullità o richiedere il ricorso alla via ordinaria. Questo richiamo è significativo: il Papa riconosce implicitamente il rischio di una giustizia accelerata, in cui la nullità diventerebbe una soluzione quasi automatica.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Correggere gli eccessi senza correggere le cause?
Leone XIV ha concluso: «custodire la verità con rigore ma senza rigidità, e praticare la carità senza omissioni». Questo appello è giusto. Ma rimane un’incoerenza: come si può ripristinare pienamente il rigore se i principi giuridici e dottrinali che hanno permesso questi abusi permangono? L’attuale Papa sembra voler mitigare gli effetti negativi delle riforme postconciliari, pur aderendo ai loro orientamenti generali. Tuttavia, la crisi delle nullità matrimoniali può essere risolta solo aderendo alla concezione tradizionale del matrimonio, così come espressa nel Codice del 1917 e nella Casti connubii. Nel frattempo, esiste il rischio concreto che matrimoni validi e indissolubili siano dichiarati nulli, a scapito della verità del sacramento e della pace della coscienza. NOTE 1) Le Droit canonique est-il aimable?, p. 2852 2) Intervento presentato al Concilio il 9 settembre 1965. Articolo previamente apparso su FSSPX. NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Arcivescovo vaticano elogia testo luterano come modello
Il segretario del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani ha affermato che uno dei testi fondanti del luteranesimo offre un modello per riscoprire un terreno comune tra i cristiani in vista di una commemorazione ecumenica programmata per il 2030.
Il 22 gennaio, l’arcivescovo Flavio Pace ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista a Vatican News pubblicata in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, riflettendo sulle prossime «commemorazioni ecumeniche», in particolare il 500° anniversario della Dieta di Augusta e della Confessio Augustana – la confessione primaria della Chiesa luterana – nel 2030.
«Ci fu il tentativo dopo la crisi con Martin Lutero di trovare un terreno comune, una professione di fede comune, nell’ambito dei Paesi che noi adesso definiamo della riforma» spiega l’arcivescovo. «È importante commemorare quel testo per riscoprire una base comune e allo stesso tempo riscoprire qualcosa in più per il nostro oggi».
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La Confessio Augustana, scritta dal teologo luterano Filippo Melantone e presentata nel 1530 all’imperatore Carlo V, è uno dei testi fondanti del luteranesimo. Lo scopo era dimostrare ai cattolici che non intendevano creare una nuova Chiesa, ma affrontare i presunti «abusi teologici» e, a loro avviso, tornare alla fede della Chiesa primitiva. Tra le pratiche condannate c’erano la ricezione della Santa Comunione sotto la sola specie del pane, il celibato sacerdotale, la concezione della Messa come sacrificio, la visione tradizionale della Confessione, la dottrina della penitenza e l’unità tra Chiesa e Stato.
La Chiesa cattolica rispose alla Confessio con un’opera dettagliata preparata dai teologi pontifici, nota come Confutatio Augustana. In essa, la Chiesa affrontò le tesi luterane e chiese un ritorno alla piena dottrina cattolica romana. Questi temi furono poi ripresi e sviluppati nel Concilio di Trento.
Le osservazioni di Pace si allineano a un approccio ecumenico che vede come necessario «ricominciare» da un terreno comune o da un punto di riferimento fondamentale, spesso identificato con il credo niceno-costantinopolitano. Lo stesso papa Leone XIV sembra condividere questa visione: nella sua recente lettera apostolica In Unitate Fidei, ha minimizzato la verità di fede del Filioque, definendola una controversia teologica che ha «perso la sua ragion d’essere».
Leone XIV sottolinea che l’attuale ricerca dell’unità «non implica un ecumenismo che tenti di tornare allo stato precedente alle divisioni». Piuttosto, egli immagina un percorso ecumenico che «guarda al futuro» e «cerca la riconciliazione attraverso il dialogo, condividendo i nostri doni e la nostra eredità spirituale».
Quest’anno, la celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha coinciso con le catechesi di papa Leone XIV sul Concilio Vaticano II, in particolare sulla costituzione dogmatica Dei Verbum. Pace ha osservato che il Concilio Vaticano II ha sottolineato la rivelazione divina non solo come un insieme di proposizioni, ma come un incontro relazionale tra Dio e l’uomo, una prospettiva che, a suo dire, ha informato il dialogo ecumenico contemporaneo.
Secondo monsignor Pace, «La Dei verbum è in qualche modo il completamento della Dei filius che era del Concilio Vaticano I» spiega l’arcivescovo, «dove effettivamente la concentrazione era su queste verità di tipo intellettuale (…) La Dei verbum completa e colloca questa verità dentro la dimensione relazionale»
L’arcivescovo Pace ha spiegato che la commemorazione della Dieta di Augusta del 2030 avrà luogo in un anno già segnato da altri anniversari significativi, tra cui il bimillenario tradizionalmente associato all’inizio del ministero pubblico di Gesù Cristo.
«Sono numerose le iniziative ecumeniche trasversali che vorrebbero porre al centro una lettura condivisa del Discorso della Montagna. Spero che questo anniversario sia un anno fruttuoso non solo per le relazioni con i luterani, ma anche per altri temi ecumenici», ha affermato il prelato.
Il Pace ha anche ricordato che la Settimana di preghiera si concluderà con la celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma, il 25 gennaio, presieduta da papa Leone XIV. Secondo Pace, la basilica ha un antico significato ecumenico.
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Si tratta della la basilica che «ha anche visto quest’anno la visita di re Carlo e la concessione del titolo di Confrater, per cui è una basilica che è legata comunque all’ecumenismo (…) È anche la basilica del Concilio, dove è stato annunciato il Vaticano II, ha osservato Pace, nonché quella in cui Paolo VI, nel 1966, consegnò il proprio anello episcopale all’allora arcivescovo anglicano di Canterbury, Michael Ramsey».
Le celebrazioni vaticane pro-lutero risalgono ai tempi di Ratzinger, ed esplosero con Bergoglio che piazzò pure una statua dell’eresiarca nel Sacro Palazzo.
Lutero era fino a non troppi anni fa definito dai cattolici come il porcus saxoniae, il «maiale della sassonia». Ora, nell’inversione conciliare, il porco viene invece celebrato dalla stessa Chiesa che egli aveva tentato di distruggere – e forse è celebrato appunto perché Roma è ora distrutta, vinta, occupata.
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Immagine di Sir James via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
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