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Storia

Maradona, la verità

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«Children, fools, and drunkards tell the truth» dice il proverbio inglese. «I bambini, gli sciocchi e gli ubriachi dicono la verità». Maradona è probabilmente stato tutte e tre le cose, se consideriamo per ubriachezza l’effetto della droga nasale e se anche a voi il suo corpo minuto, con le gambette e poco collo, sembrava quello di un bambino.

 

Certo, un bambino d’oro, un «bambino-idolo», direbbe qualche psicanalista: un essere adorato da chi gli sta intorno nonostante i suoi capricci malvagi. Ma non dell’infantilismo del personaggio – e del suo potere di rendere tutti noi i suoi genitori permissivi – che dobbiamo qui parlare.

 

Un «bambino-idolo», direbbe qualche psicanalista: un essere adorato da chi gli sta intorno nonostante i suoi capricci malvagi

Ci preme qui ammettere che Diego Armando Maradona è stato, più o meno involontariamente, una creatura della verità. Non è cosa da poco per qualcuno che ha vissuto il XX e il XXI secolo – cioè il Kali Yuga, l’era quaternaria infame in cui gli uomini non dicono più il vero – soprattutto perché el Diego lo ha fatto su ogni livello immaginabile.

 

Per prima cosa, voglio dire una cosa vera io: Diego Maradona non mi è mai piaciuto. Sono stato un bambino, ragazzo, uomo dell’Alta Italia, è difficile  trovare qualche mio conterraneo che ami alla follia questa icona partenopea. Appunto, per anni, il mio convincimento infantile è stato che Maradona fosse napoletano, poi avrei capito che il fenomeno è ben più profondo, è regale: Maradona è Napoli, così come il Re di Francia poteva dire l’État c’est moi.

 

Una prima, grande verità è questa: pure nell’evo del disincanto e della finta democrazia, è ancora possibile un’identificazione popolare totale come quella che l’argentino ha offerto ai napoletani. Un fenomeno cittadino, persistente quanto lo può essere un culto di un Santo, tant’è vero che i maestri del presepe di San Gregorio degli Armeni da decenni non fanno mancare la statuetta di Maradona nelle loro vetrine. Questo sentimento popolare, nato con probabilità da meccaniche divine, non ha eguali da nessuna parte, nemmeno nella Roma che circondava con centinaia di persone urlanti («tòccame, cabidàno!») le pizzerie in cui si infilava sperando di farla franca Francesco Totti.

Ammettiamo che Diego Armando Maradona è stato, più o meno involontariamente, una creatura della verità

 

 

A cavallo dei millenni dal «DASPO SPQR» alla Camorra

No, Maradona ci ha regalato anche questa verità millenaria: il tifo definisce una città più di qualsiasi altra cosa, soprattutto delle leggi e dell’identità dei poteri dominanti. I napoletani lo sanno sin da quando il Vesuvio pietrificò i pompeiani: nel 59 a.C. Pompei, neanche vent’anni prima del cataclisma,  aveva come unico grande problema civile il fatto che l’imperatore Nerone, per mezzo del Senato, decretò la squalifica del campo per 10 anni a seguito degli scontri tra tifoserie dopo il derby gladiatorio tra il Pompeii e il Nocera.

 

«Dapprima si scambiarono insulti e volgarità con l’insolenza propria dei provinciali, poi passarono alle sassate e alla fine ricorsero alle armi. I tifosi di Pompei, più numerosi dato che lo spettacolo si svolgeva a casa loro, ebbero la meglio. Molti uomini di Nocera furono riportati a casa feriti e mutilati, e non pochi piansero la morte di un figlio o di un genitore», scrive Tacito negli Annales (XIV, 1). Quindi, DASPO SPQR per tutti?

 

Da Pompei a Napoli: quale verità diacronica il pibe ha indovinato, e cavalcato:  il giocatore ha il cuore del popolo, quindi ha controllo sulla città

Maddeché. Vedendo che il popolo non poteva vivere senza i suoi giuochi, il Senato ridusse la pena da 10 a 2 anni. Ora potete capire meglio quale verità diacronica il pibe ha indovinato, e cavalcato:  il giocatore ha il cuore del popolo, quindi ha controllo sulla città.

 

È per questo che Maradona si è permesso di slatentizzare i rapporti con un altro elemento profondo e persistente nella storia di Napoli, la Camorra. Eccotelo nella foto, seduto in una vasca da bagno di marmo a forma di ostrica assieme ai fratelli della criminalità partenopea degli anni Ottanta. Il sorriso non è esattamente di circostanza.  Lui può permetterselo, perché anche quella è una verità a cui non si sfugge: ci sta dicendo, se stai a Napoli a quei livelli in qualche modo li incontri – verità ancora oggi indicibile, e chissà quanti insulti mi prenderò per averlo scritto.

 

Ma non pensiamo solo a Napoli, pensiamo, per esempio al Giappone. Maradona ha avuto modo di dire una verità imbarazzante anche su quel lontano Paese – il quale forse poi ha inviato in risposta da San Gennaro un suo cittadino con la maglia del Napoli  per dire «sono giapponese».

 

 

In Giappone con una battuta il Diego parlò di quella verità – la cedevolezza dell’Impero verso l’occidentalizzazione e l’impotenza militare dinanzi agli yankee– per cui ha fatto seppuku Yukio Mishima

Bombe atomiche e «Pelé gay»

Tokyo gli negò il visto di entrata ai mondiali nippocoreani del 2002.  Lui rispose «non ho mica ucciso qualcuno. Non potevano far passare proprio me da criminale, dopo aver permesso agli americani di giocare la Coppa, loro che hanno tirato la bomba atomica su Hiroshima». Forse il lettore non se ne rende conto, ma Diego qui parla di quella verità – la cedevolezza dell’Impero verso l’occidentalizzazione e l’impotenza militare dinanzi agli yankee– per cui ha fatto seppuku Yukio Mishima. Tanti estremisti di destra giapponesi, che il sabato improvvisano comizietti in giro per la città, sottoscrivono ogni virgola. Perché abbiamo gli americani in casa, visto che ci hanno nuclearizzato due città e cambiato radicalmente la nostra bella società tradizionale? Verità che il Diego può lanciare al mondo con indifferenza.

 

La verità su Pelè, fatto monumento e santo in vita. «avrei preferito (…) che si occupasse di Garrincha e non lo lasciasse morire nell’indigenza». Come noto, Garrincha morì di cirrosi epatica.  La questione fra i due storici fuoriclasse andò avanti: quando nel 2009 Pelè ebbe qualcosa da dire sui comportamenti non-esemplari fuori dal campo di gioco, Maradona rispose ai giornalisti :«Che volete che vi dica, Pelé ha perso la verginità con un uomo». E non era nemmeno la prima volta che Diego alludeva a questa storia, finita sui tabloid britannici, di «O Rei» quattordicenne con un uomo più grande, forse, scrive il Guardian nel 2000, il suo coach.

 

«Che volete che vi dica, Pelé ha perso la verginità con un uomo»

La FIFA? «Piuttosto che appartenere alla famiglia FIFA preferisco essere orfano»

 

Su Moggi: «con me è sempre stato un signore. Contro di lui non ho nulla di dire. Anzi, conservo un bel ricordo. Se ha delle colpe, sicuramente non saranno le uniche, le sue».

 

Chavez inchinato

La scena, davvero rivelatrice, in cui il compianto Chávez arringa al popolo in modo semplice e geometrico: «Que viva el pueblo! Que viva Maradona!»

Era già imbarazzante all’epoca, non oso immaginare ora, vedere il documentario di Emir Kusturica dedicato a Maradona. Sì, Emir Kusturica: il sostenitore di Milosevic finito – sinistra ebete e smemorata – ad essere un campione dell’industria culturale Repubblica/Feltrinelli col risultato di avere anni di Goran Bregovic tra le palle (ma poi giunse la vendetta via Elio: «La musica balcanica ci ha rotto i coglioni / è bella e tutto quanto ma alla lunga / rompe i coglioni»).

 

Il documentario su Maradona è un residuo dei tempi dei No Global e Porto Alegre, e infatti quella roba si vede tutta – balcanino+latinoamericano: incubo dei tormentoni radiofonici degli anni 2000! – compresa la scena, davvero rivelatrice, in cui il compianto Chávez arringa al popolo in modo semplice e geometrico: «Que viva el pueblo! Que viva Maradona!».

 

 

Proprio così: il popolo è Maradona. Chávez, che chissà se era stato a Napoli e chissà se aveva capito il capolavoro di volksgeist che aveva realizzato el pibe, ci era arrivato anche lui.

Il Popolo è Maradona, el Pueblo è el Diego.

Il Popolo è Maradona, el Pueblo è el Diego. La lotta popolare – quella socialista, comunista, terzomondista, comunque sudamericana – è Maradona.

 

Non crediate che fu un’illuminazione del solo caudillo venezuelano. Un amico che faceva il rappresentante di shampoo aveva una serie di aneddoti irresistibili sulle sue clienti, le parrucchiere, specie quelle di Paese. Una di queste al volgere dell’estate gli raccontò del suo viaggio a Cuba. Disse al mio amico di essere rimasta colpita dal fatto che su un palazzo avevano issato un’immane immagine di Maradona. Si dovette mostrare al ragazzo una foto perché egli realizzasse che si trattava del Museo de la Revolución in Plaza de la Revolución, dove campeggia gigantografato il volto di Che Guevara. Con evidenza, la coiffeuse considerava interscambiabile il Che con Maradona. Non una cosa da poco: donne, camorra, cocaina e Ferrari nera ma alla fine sia il Presidente della Republica Bolivarista de Venezuela che l’acconciatrice di provincia ti riconosce come Libertador, un eroe del popolo.

 

Altra verità: quel posto, forse a livello mondiale era stato lasciato vacante. Nessun politico, né Chávez né Castro né Lula né Morales né nessun presidente sudamericano poteva assurgere al ruolo, e gli stessi sedicenti eredi di Bolivar lo capivano. Lo sapeva? Sì, alla manifestazione di cui stiamo parlando, andò e dal pueblo el pibe fu acclamato.

 

Donne, camorra, cocaina e Ferrari nera ma alla fine sia il Presidente della Republica Bolivarista de Venezuela che l’acconciatrice di provincia ti riconosce come Libertador, un eroe del popolo

Epperò, sempre nel documentario del serbo, si rimane elettrizzati quando si scopre che Diego aveva pure un’altra lettura di verità assoluta nel cuore: la lotta contro la Juventus era in realtà una lotta contro gli Agnelli, e ogni goal nella porta bianconera era un colpo al sistema industriale settentrionale – in particolare, era fermo all’asse MiTo, Milano Torino – che schiacciava (simbolicamente, perché tenuti in piedi da operai immigrati) i meridionali.

 

 

Contro il Papato con Wanda Nara

Il Papato non è stato risparmiato dal bambino d’oro, e già nel 1985, quando era un fringuello. Con Giovanni Paolo II «si ci ho litigato perché sono stato in Vaticano, e ho visto i tetti d’oro, e dopo ho sentito il Papa dire che la Chiesa si preoccupava dei bambini poveri. Allora venditi il tetto, amigo, fai qualcosa!».

 

È con il conterraneo Bergoglio che il nostro diede il massimo – e non poteva essere altrimenti

Tuttavia è con il conterraneo Bergoglio che il nostro diede il massimo – e non poteva essere altrimenti. 1° settembre, il Vaticano appronta la «Partita interreligiosa per la Pace».  El pibe è invitato. Si profila un incontro etico, il Papa del Pallone con il Papa nel Pallone – ambedue argentini.  Abituato a planare nello stivale una volta l’anno per gabbare la RAI o chiunque gli stacchi un assegno a 5 zeri per una ospitata qualsiasi, Dieguito sarà stato sorpreso dal fatto che questa volta il suo giretto in Italia non lo ha dovuto fare per la Carrà o Biscardi, ma per il Papa.

 

Probabilmente, grazie al salvacondotto Vaticano, quella volta el Diego non ha nemmeno avuto noie con la Guardia di Finanza, che reclama da lui una cosa come 40 milioni di euro e si apposta per trollarlo già in aeroporto (memorabile quando gli sequestrarono un orecchino…).

 

L’incontro dei due è fotografato da ogni angolazione. Non risulta scatto della genuflessione del campione calcistico, e per fortuna nemmeno della genuflessione del campione ecclesiastico (cosa che, dopo i baciamani a popi e rabbini e gli inchini a masse varie, poteva pure capitare, anzi sarebbe stato perfino più legittimo che capitasse sul piede magico del Diego Armando).

 

Maradona, come sempre, smaschera tutti e fa vedere cosa è oggi un evento organizzato dalla chiesa cattolica: un porcaio

Sembrava più Maradona che riceve Bergoglio, che il contrario.  E Maradona, che è bene ricordare che ha ripudiato l’Italia finita la carriera, giocava pure fuoricasa.

 

Poi ecco la Partita ecumenica per la Pace, dove il campione scende in campo nel clamore in generale. In diretta, intervistato a bordo campo, Maradona più che degli sfollati siriani e le stragi ISIS, chiarisce che la cosa che lo tocca nel profondo è un’altra: «per me Icardi non doveva giocare». Ha rotto il codice d’onore dei calciatori, una volta questa cosa nel calcio non era nemmeno immaginabile, tuona el Diego. Mauro Icardi, apprendiamo, è un calciatore argentino che ha rubato la moglie ad un altro giocatore sudamericano, l’allora attaccante del Chievo Maxi López: la mitica Wanda Nara. La Nara in Argentina diviene famosa nel giro televisivo prima per aver dichiarato ripetutamente di essere vergine (per poi ammettere pubblicamente che si trattava di uno «scherzo») e poi per il rumor del rapporto con Maradona, che invece nega. Un altro rumor vuole che vi sia in giro un un sex-tape, cioè uno di quei video intimi che, purtroppo, finisce in rete, ma lei nega con decisione che sia autentico.

 

Capite: sarebbe in teoria lì per il messaggio geogoscista del Papa – la guerra, il terrorismo, le stragi, etc. etc. Lui appena parla ci dipinge in testa però un’altra storia: il triangolo tra la Nara, Icardi e Maxi López, anzi magari un quadrilatero se ci mettiamo dentro anche lui.  Maradona, come sempre, smaschera tutti e fa vedere cosa è oggi un evento organizzato dalla chiesa cattolica: un porcaio.

Dimostrò l’inesistenza de facto dell’Unità d’Italia

 

 

Maradona antirisorgimentale: dividere l’Italia in poco più di 90′

Vi è tuttavia un momento ancora più incredibile nella storia di Maradona. Egli, e fece tutto davvero da solo, dimostrò l’inesistenza de facto dell’Unità d’Italia.

 

È incredibile se ci pensate. Non ha dovuto creare partititelli regionali. Non ha dovuto minacciare le vallate della Bergamasca che stanno «oliando i kalashnikov». Non ha dovuto assaltare il campanile di San Marco con il tanko. Non ha dovuto sciorinare le glorie del Regno delle due Sicilia. Non ha dovuto scrivere libri per dire che i meridionali sono fantastici e perseguitati. Niente di tutto questo.

 

«Io voglio solo il rispetto dei napoletani (…) io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano». Seguirono, innegabili, i fischi del San Paolo durante l’inno di Mameli. Inaudito. Enorme. Disarmante. Grandioso.

Gli è bastato, quel giorno a Napoli dove al San Paolo si sarebbe disputata la semifinale Italia-Argentina ai nostri mondiali di Italia ’90, rivolgersi direttamente al popolo partenopeo, cioè a se stesso.  Si ebbe la risposta: i napoletani avrebbero tifato Maradona, non per Baggio e Schillaci, non per gli Azzurri. Sappiamo come andò a finire: l’Italia, grande favorita che giocava in casa, eliminata.

 

Poco prima della partita, disse alle TV: «io voglio solo il rispetto dei napoletani (…) io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano». Seguirono, innegabili, i fischi del San Paolo durante l’inno di Mameli. Inaudito. Enorme. Disarmante. Grandioso.

 

Ovviamente è partita la smentita storica, è un falso assoluto, una fake news persistente, quella dei napoletani che tifarono per il Diego e non per il Paese occupante – l’Italia. Per fortuna, esiste qualcuno che invece ha il coraggio di scriverlo ancora oggi, magari addolcendo la posizione: «Io, napoletano, ho tifato Maradona, non per l’Argentina né contro l’Italia». Il succo non cambia: se Maradona è più forte della Patria italiana, ma che cos’è la Patria italiana?

 

Mazzini e Garibaldi travolti dal pibe: ma quale Italia «una e indivisibile». A Maradona sono bastati poco più di  90′ per dividere l’Italia

Voi capite, dopo un’impresa come questa, il Risorgimento è spazzato via in ogni sua possibile retorica. Tutte le paginette imparate a scuola, tutta la propaganda dei giornali (ricordate, gli sputi  ideologici dei giornaloni verso la Lega fino a pochi anni fa?) sono state bruciate in una sola partita. Mazzini e Garibaldi travolti dal pibe: ma quale Italia «una e indivisibile». A Maradona sono bastati poco più di  90′ per dividere l’Italia.  Cavour, spostati. E anche tu, Bossi.

 

 

Il bambino del Re nudo

Quello che rappresentava Maradona mi fa schifo, anche se ora che è morto posso tranquillamente fare due conti e accodarmi anche io al gregge: sì, era il più grande calciatore di tutti i tempi, perché mi ricordo ancora quella palla incredibile che passò a Caniggia – ancora oggi cantata nel coro immortale dei tifosi argentini «Brasil decime que se siente...», dove si ricorda peraltro che «Maradona es màs grande que Pelé...»

 

Mi ha fatto impressione, sempre nel documentario di Kusturica, vederlo in Argentina esibirsi in un locale a cantare una canzone su stesso. Grottesco, patetico, una scena di un narcisismo senza confini.

 

 

Mi dava il vomito quando il calciatore dissoluto miliardario andava a Cuba da Castro – adorare il bambino d’oro è umano, è un fenomeno che non conosce cortina di ferro.  E ricordo, da qualche parte nei decenni, in una intervista alterata si rivolse a Shilton – il portiere inglese di Messico ’86 – per dire che sì, il gol della Mano de Dios era fatto proprio con quella mano, che in quel momento mostrava il dito medio.

 

E chi si è dimenticata la cavalcata verso le telecamere fatta a USA ’94, con gli occhi fuori dalle orbite che più che di aerospazio parlavano di qualcos’altro? E i bambini seminati in giro? (A proposito: quello che gli somigliava come una goccia d’acqua che giocava a pallone, che fine ha fatto?)

 

E vabbè, l’importante qui è altro: è che c’è stato un uomo in grado di diventare l’incarnazione di un intero popolo, di sfanculare chiunque, e vivendo come gli pare, di dividere l’Italia in pochi minuti. Un campione vero, e dello sport qui non ci frega niente.

Per dire che il Re è nudo ci vuole un bambino

 

Ci importano le tante volte in cui el pibe, il bambino, ha detto la verità – anche orrida, grottesca, ridicola – al mondo intero: per dire che il Re è nudo ci vuole infatti un bambino.

 

Incosciente, capriccioso. Non mi mancherà, anche se di tante cose, che non riguardano il calcio, dovremmo essergli grati.

 

Addio al «bambino pazzo e ubriaco» che tante volte ha detto, senza nemmeno volerlo, la verità.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia

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Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.

 

Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.

 

Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.

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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.

 

L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.

 

Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.

 

La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.

 

Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.

 

L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.

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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».

 

Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.

 

Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.

 

Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

 

 

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine

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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.

 

Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.

 

Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.

 

Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.

 

Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.

 

Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.

 

Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.

 

Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.

 

Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.

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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.

 

Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.

 

Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).

 

Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.

 

Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.

 

Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.

 

Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Storia

Faraoniche statue scoperte in Egitto

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Gli archeologi egiziani hanno riportato alla luce i resti di due statue di sovrani, di cui almeno una raffigura il faraone Ramses II, nel corso di scavi condotti nel delta del Nilo, come reso noto mercoledì dal Ministero del Turismo e delle Antichità.   Il ritrovamento è avvenuto nel villaggio di Behbeit el-Hagar, nel governatorato di Gharbia, dopo che il residente locale Khaled el-Shahat Khalil ha individuato nella sua proprietà un blocco di pietra recante un’iscrizione e ha avvisato le autorità. Il ministro del Turismo e delle Antichità Sherif Fathy si è poi recato sul sito e ha premiato l’uomo e la moglie con un pellegrinaggio alla Mecca per aver segnalato la scoperta.   Secondo Hisham el-Leithy, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, il primo reperto è una testa di Ramses II alta 1,6 metri, con la doppia corona che simboleggia l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto. È stata recuperata anche una porzione del pilastro posteriore della statua, recante una delle iscrizioni dei titoli reali del faraone. Gli esperti stimano che il monumento intero, base compresa, potesse raggiungere un’altezza di circa 8,5 metri.

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La seconda scoperta riguarda una sezione lunga 2,4 metri di un’altra statua reale, anch’essa attribuita a Ramses II. Mancano le gambe e la base, ma la testa è in buono stato di conservazione e presenta tratti del viso simili a quelli della prima.   È stato inoltre rinvenuto un blocco di granito rosa di 1,3 metri con iscrizioni geroglifiche che riportano due dei titoli del faraone, tra cui «Re dell’Alto e del Basso Egitto» e «Figlio di Ra».   Il ministero ha precisato che gli archeologi proseguono lo studio dei reperti e che l’età esatta non è ancora stata stabilita. La scoperta, tuttavia, mostra chiari legami con Ramses II, che regnò sull’Egitto dal 1279 al 1213 a.C. Non si tratta del primo ritrovamento analogo: nel febbraio 2024 gli archeologi hanno riportato alla luce la parte superiore di una statua del faraone nel governatorato di Minya, quasi un secolo dopo il rinvenimento della parte inferiore nel 1930. La statua restaurata, alta circa 6,7 metri, è stata ricollocata nel 2026.   Tra le altre recenti scoperte egiziane figurano tre tombe del Nuovo Regno portate alla luce a Saqqara a luglio e una tomba di epoca romana scoperta nell’oasi di Dakhla a settembre, contenente ceramiche, iscrizioni funerarie e una moneta con l’effigie dell’imperatore Costantino.  

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Immagine del Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto da Facebook
 
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Dalla CIA alla Disney: Paul Helliwell, il banchiere dell’ombra

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L’8 ottobre 1964, a Freeport, nelle Bahamas, veniva registrata una banca dal nome rassicurante, Castle Bank & Trust. Secondo lo studio di Alan Block e Sean Griffin sui crimini finanziari transnazionali, l’istituto nasceva per aiutare clienti americani a sottrarsi al fisco, e i suoi azionisti principali e direttori occulti erano due avvocati di grido, il fiscalista di Chicago Burton Kanter (1930-2006) e il legale di Miami Paul Lionel Edward Helliwell (1915-1976). Il secondo non era soltanto un avvocato. Era un ex colonnello dei servizi segreti di guerra, un uomo della CIA, e la sua banca sarebbe diventata uno dei canali con cui l’Agenzia finanziava le operazioni contro Cuba.

 

Peter Dale Scott (classe 1929), lo studioso che più di ogni altro ne ha seguito le tracce, lo considera una figura chiave e lamenta che gli storici della Guerra fredda lo ignorino. Nel suo Drugs, Oil, and War (2003) scrive che la carriera di Helliwell è il sintomo di una rete di rapporti extragovernativi costruita attorno agli affari e al riciclaggio della criminalità organizzata.

 

Durante la Seconda guerra mondiale entrò nell’Office of Strategic Services di William Donovan (1883-1959) e, dopo un periodo in Europa, fu messo a capo dell’intelligence segreta dell’OSS in Cina, come documenta lo storico Maochun Yu in OSS in China. Tra i suoi sottoposti c’era E. Howard Hunt (1918-2007), futuro organizzatore della Baia dei Porci e uomo del Watergate, che lo ricorda nelle sue memorie, Undercover.

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La stazione OSS di Kunming, ricorda Scott, lavorava con i signori dell’oppio e pagava regolarmente in oppio. Lì Helliwell trattò con Tai Li (1897-1946), capo della polizia segreta del Kuomintang, un apparato composto in larga parte da uomini della Banda Verde. Era la società segreta che dominava la malavita di Shanghai, padrona del traffico d’oppio, delle case da gioco e dei bordelli. Guidata da Du Yuesheng (1888-1951), nel 1927 aveva aiutato Chiang Kai-shek (1887-1975) a impadronirsi del Kuomintang e della Cina massacrando i comunisti della città, con reciproco profitto. Come Tai Li, scrive Scott, Helliwell sarebbe diventato l’architetto di una connessione tra intelligence governativa e droga.

 

Una parte della sua biografia resta nel campo delle ipotesi. In Gold Warriors Sterling Seagrave (1937-2017) e Peggy Seagrave (?-2016) sostengono che Helliwell e Robert B. Anderson (1910-1989), poi segretario al Tesoro di Eisenhower, avrebbero gestito decine di conti segreti alimentati dal cosiddetto oro di Yamashita, il bottino di guerra giapponese recuperato nelle Filippine.

 

Finita la guerra, Helliwell passò all’Office of Policy Coordination, il braccio delle operazioni coperte poi assorbito dalla CIA. Nel 1949 fu lui a organizzare l’incontro tra il generale Claire Chennault (1893-1958) e Frank Wisner (1909-1965), capo dell’OPC, e come funzionario dell’OPC curò la creazione di Civil Air Transport, la futura Air America.

 

Fondò poi Sea Supply, società di facciata che riforniva di armi Chiang nonostante la contrarietà del Dipartimento di Stato. Per quasi dieci anni, ricostruì il Wall Street Journal nel 1980, Sea Supply armò circa diecimila soldati nazionalisti cinesi rifugiati in Birmania e la polizia thailandese. Per Scott erano le truppe del Kuomintang e la polizia di frontiera di Phao Sriyanon (1910-1960) i due bracci principali della connessione della droga tra Birmania e Thailandia.

 

Gli aerei della CAT portavano l’oppio del Triangolo d’oro fino a Bangkok, dove gli uomini di Phao ne curavano la logistica. Già nel 1960, ricorda lo stesso Scott, il ricercatore Ross Koen aveva denunciato che alcuni americani di rilievo avevano partecipato e tratto profitto dal contrabbando di narcotici che i nazionalisti cinesi facevano arrivare negli Stati Uniti, accuse che Alfred McCoy (classe 1945) avrebbe poi documentato in The Politics of Heroin.

 

Nel 1960 si trasferì a Miami, dove la CIA preparava la guerra contro Fidel Castro. Secondo il Wall Street Journal fu profondamente coinvolto nel finanziamento delle incursioni contro Cuba condotte tra il 1964 e il 1975 da agenti basati sull’isola di Andros. Per anni, scrive Scott, fu anche consulente della banca di Meyer Lansky (1902-1983) a Miami e investì nel mattone mentre rappresentava la Thailandia, proprio quando il denaro del Kuomintang proveniente da Thailandia e Birmania passava da Hong Kong per essere ripulito in società immobiliari legate a Lansky.

 

Castle non serviva solo l’Agenzia. Secondo Peter Truell e Larry Gurwin, autori di False Profits, Helliwell la usò per l’elusione fiscale di mafiosi americani, politici asiatici e membri della famiglia Pritzker, proprietaria degli hotel Hyatt.

 

Negli stessi anni Bob Foster, avvocato della Disney, cercava in gran segreto un vasto terreno per un cliente senza nome e si rivolse allo studio di Helliwell, racconta il sito ufficiale D23. Tra il 1964 e il 1965, attraverso società fittizie, furono acquistati oltre dodicimila acri di Florida centrale, e l’unico nome visibile sul fronte degli acquirenti era quello di Helliwell. Lo storico Richard Foglesong, in Married to the Mouse, ha ricostruito il suo ruolo nella strategia che portò nel 1967 al Reedy Creek Improvement District, un governo locale di fatto controllato dall’azienda.

 

Il punto debole dell’edificio fu una valigetta. Dal 1965 l’IRS, l’Internal Revenue Service, l’agenzia federale che riscuote le imposte negli Stati Uniti, conduceva Operation Tradewinds, un’indagine sotto copertura sui paradisi fiscali delle Bahamas per scoprire chi nascondeva redditi nelle banche offshore. Nel gennaio 1973 l’investigatore privato Norman Casper, informatore del fisco, entrò con una chiave nell’appartamento in cui il vicepresidente di Castle Michael Wolstencroft si trovava con una donna ingaggiata come esca, ne portò via la borsa e la consegnò all’agente speciale Richard Jaffe. Furono microfilmati circa quattrocento documenti, come ricostruisce la sentenza federale sul caso. Tra quelle carte c’era la lista dei correntisti, con celebrità, grandi famiglie e noti esponenti della criminalità organizzata, titolari di circa un quarto di miliardo di dollari.

 

Non se ne fece nulla. Nel 1980 Jim Drinkhall del Wall Street Journal rivelò, in un articolo ripreso dal Washington Post, che la CIA aveva fatto pressione sul Dipartimento di Giustizia perché il caso cadesse, in nome della sicurezza nazionale. L’unico procedimento arrivato alla Corte Suprema, United States v. Payner, riguardava un singolo contribuente dell’Ohio, Jack Payner, con centomila dollari su un conto Castle. La Corte ammise le prove rubate, stabilendo che Payner non poteva invocare una violazione subita da un altro.

 

La vigilia di Natale del 1976 Helliwell morì nella sua casa di Coral Gables, minato dall’enfisema, riportò il Miami News. Nel 1977 Castle chiuse alle Bahamas e alle Cayman, trascinando con sé le due Mercantile Bank legate alla International Bank del generale George Olmsted (1901-1998), scrisse il Washington Star. I nomi dei correntisti non sono mai stati resi pubblici. Castle, osserva Scott, era solo una di una serie di banche con questo doppio ruolo, legata sia alla Nugan Hand Bank australiana sia alla Financial General Bankshares di Olmsted, che sarebbe finita nelle mani della BCCI.

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La Bank of Credit and Commerce International, fondata nel 1972 dal banchiere pachistano Agha Hasan Abedi (1922-1995) con capitali di Abu Dhabi, divenne negli anni Ottanta la più grande lavanderia finanziaria del pianeta. Presente in 73 Paesi, riciclava il denaro dei narcotrafficanti, finanziava traffici d’armi e gruppi terroristici, corrompeva funzionari e, attraverso prestanome, si era impadronita in segreto della Financial General Bankshares, ribattezzata First American, con l’aiuto dell’ex segretario alla Difesa Clark Clifford (1906-1998).

 

Il rapporto del Senato americano del 1992 accertò che la CIA conosceva la natura criminale della banca e continuò a servirsene per le proprie operazioni, fino alla chiusura imposta dalle autorità di mezzo mondo il 5 luglio 1991. La giornalista Whitney Webb ne ha ricostruito la rete di protezioni politiche e d’intelligence in One Nation Under Blackmail, mostrando come la BCCI fosse il punto d’incontro tra servizi segreti, criminalità organizzata e grande finanza.

 

Helliwell non inventò il riciclaggio né i paradisi fiscali. Dimostrò però che servizi segreti e finanza offshore potevano condividere banche e clienti, e che la sicurezza nazionale poteva diventare uno scudo capace di fermare il fisco davanti ai patrimoni più ricchi d’America. A mezzo secolo dalla morte, il banchiere dell’ombra resta dove ha sempre voluto stare, fuori dall’inquadratura.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

 

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Immagine: il generale Chiang Kai-shek e signora con il tenente generale Joseph W. Stilwell («Vinegar Joe»), comandante generale delle forze di spedizione in Cina, il giorno successivo al bombardamento giapponese (raid di Doolittle). Maymyo, Birmania, 19/04/1942.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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