Storia
Maradona, la verità
«Children, fools, and drunkards tell the truth» dice il proverbio inglese. «I bambini, gli sciocchi e gli ubriachi dicono la verità». Maradona è probabilmente stato tutte e tre le cose, se consideriamo per ubriachezza l’effetto della droga nasale e se anche a voi il suo corpo minuto, con le gambette e poco collo, sembrava quello di un bambino.
Certo, un bambino d’oro, un «bambino-idolo», direbbe qualche psicanalista: un essere adorato da chi gli sta intorno nonostante i suoi capricci malvagi. Ma non dell’infantilismo del personaggio – e del suo potere di rendere tutti noi i suoi genitori permissivi – che dobbiamo qui parlare.
Un «bambino-idolo», direbbe qualche psicanalista: un essere adorato da chi gli sta intorno nonostante i suoi capricci malvagi
Ci preme qui ammettere che Diego Armando Maradona è stato, più o meno involontariamente, una creatura della verità. Non è cosa da poco per qualcuno che ha vissuto il XX e il XXI secolo – cioè il Kali Yuga, l’era quaternaria infame in cui gli uomini non dicono più il vero – soprattutto perché el Diego lo ha fatto su ogni livello immaginabile.
Per prima cosa, voglio dire una cosa vera io: Diego Maradona non mi è mai piaciuto. Sono stato un bambino, ragazzo, uomo dell’Alta Italia, è difficile trovare qualche mio conterraneo che ami alla follia questa icona partenopea. Appunto, per anni, il mio convincimento infantile è stato che Maradona fosse napoletano, poi avrei capito che il fenomeno è ben più profondo, è regale: Maradona è Napoli, così come il Re di Francia poteva dire l’État c’est moi.
Una prima, grande verità è questa: pure nell’evo del disincanto e della finta democrazia, è ancora possibile un’identificazione popolare totale come quella che l’argentino ha offerto ai napoletani. Un fenomeno cittadino, persistente quanto lo può essere un culto di un Santo, tant’è vero che i maestri del presepe di San Gregorio degli Armeni da decenni non fanno mancare la statuetta di Maradona nelle loro vetrine. Questo sentimento popolare, nato con probabilità da meccaniche divine, non ha eguali da nessuna parte, nemmeno nella Roma che circondava con centinaia di persone urlanti («tòccame, cabidàno!») le pizzerie in cui si infilava sperando di farla franca Francesco Totti.
Ammettiamo che Diego Armando Maradona è stato, più o meno involontariamente, una creatura della verità
A cavallo dei millenni dal «DASPO SPQR» alla Camorra
No, Maradona ci ha regalato anche questa verità millenaria: il tifo definisce una città più di qualsiasi altra cosa, soprattutto delle leggi e dell’identità dei poteri dominanti. I napoletani lo sanno sin da quando il Vesuvio pietrificò i pompeiani: nel 59 a.C. Pompei, neanche vent’anni prima del cataclisma, aveva come unico grande problema civile il fatto che l’imperatore Nerone, per mezzo del Senato, decretò la squalifica del campo per 10 anni a seguito degli scontri tra tifoserie dopo il derby gladiatorio tra il Pompeii e il Nocera.
«Dapprima si scambiarono insulti e volgarità con l’insolenza propria dei provinciali, poi passarono alle sassate e alla fine ricorsero alle armi. I tifosi di Pompei, più numerosi dato che lo spettacolo si svolgeva a casa loro, ebbero la meglio. Molti uomini di Nocera furono riportati a casa feriti e mutilati, e non pochi piansero la morte di un figlio o di un genitore», scrive Tacito negli Annales (XIV, 1). Quindi, DASPO SPQR per tutti?
Da Pompei a Napoli: quale verità diacronica il pibe ha indovinato, e cavalcato: il giocatore ha il cuore del popolo, quindi ha controllo sulla città
Maddeché. Vedendo che il popolo non poteva vivere senza i suoi giuochi, il Senato ridusse la pena da 10 a 2 anni. Ora potete capire meglio quale verità diacronica il pibe ha indovinato, e cavalcato: il giocatore ha il cuore del popolo, quindi ha controllo sulla città.
È per questo che Maradona si è permesso di slatentizzare i rapporti con un altro elemento profondo e persistente nella storia di Napoli, la Camorra. Eccotelo nella foto, seduto in una vasca da bagno di marmo a forma di ostrica assieme ai fratelli della criminalità partenopea degli anni Ottanta. Il sorriso non è esattamente di circostanza. Lui può permetterselo, perché anche quella è una verità a cui non si sfugge: ci sta dicendo, se stai a Napoli a quei livelli in qualche modo li incontri – verità ancora oggi indicibile, e chissà quanti insulti mi prenderò per averlo scritto.
Ma non pensiamo solo a Napoli, pensiamo, per esempio al Giappone. Maradona ha avuto modo di dire una verità imbarazzante anche su quel lontano Paese – il quale forse poi ha inviato in risposta da San Gennaro un suo cittadino con la maglia del Napoli per dire «sono giapponese».
In Giappone con una battuta il Diego parlò di quella verità – la cedevolezza dell’Impero verso l’occidentalizzazione e l’impotenza militare dinanzi agli yankee– per cui ha fatto seppuku Yukio Mishima
Bombe atomiche e «Pelé gay»
Tokyo gli negò il visto di entrata ai mondiali nippocoreani del 2002. Lui rispose «non ho mica ucciso qualcuno. Non potevano far passare proprio me da criminale, dopo aver permesso agli americani di giocare la Coppa, loro che hanno tirato la bomba atomica su Hiroshima». Forse il lettore non se ne rende conto, ma Diego qui parla di quella verità – la cedevolezza dell’Impero verso l’occidentalizzazione e l’impotenza militare dinanzi agli yankee– per cui ha fatto seppuku Yukio Mishima. Tanti estremisti di destra giapponesi, che il sabato improvvisano comizietti in giro per la città, sottoscrivono ogni virgola. Perché abbiamo gli americani in casa, visto che ci hanno nuclearizzato due città e cambiato radicalmente la nostra bella società tradizionale? Verità che il Diego può lanciare al mondo con indifferenza.
La verità su Pelè, fatto monumento e santo in vita. «avrei preferito (…) che si occupasse di Garrincha e non lo lasciasse morire nell’indigenza». Come noto, Garrincha morì di cirrosi epatica. La questione fra i due storici fuoriclasse andò avanti: quando nel 2009 Pelè ebbe qualcosa da dire sui comportamenti non-esemplari fuori dal campo di gioco, Maradona rispose ai giornalisti :«Che volete che vi dica, Pelé ha perso la verginità con un uomo». E non era nemmeno la prima volta che Diego alludeva a questa storia, finita sui tabloid britannici, di «O Rei» quattordicenne con un uomo più grande, forse, scrive il Guardian nel 2000, il suo coach.
«Che volete che vi dica, Pelé ha perso la verginità con un uomo»
La FIFA? «Piuttosto che appartenere alla famiglia FIFA preferisco essere orfano»
Su Moggi: «con me è sempre stato un signore. Contro di lui non ho nulla di dire. Anzi, conservo un bel ricordo. Se ha delle colpe, sicuramente non saranno le uniche, le sue».
Chavez inchinato
La scena, davvero rivelatrice, in cui il compianto Chávez arringa al popolo in modo semplice e geometrico: «Que viva el pueblo! Que viva Maradona!»
Era già imbarazzante all’epoca, non oso immaginare ora, vedere il documentario di Emir Kusturica dedicato a Maradona. Sì, Emir Kusturica: il sostenitore di Milosevic finito – sinistra ebete e smemorata – ad essere un campione dell’industria culturale Repubblica/Feltrinelli col risultato di avere anni di Goran Bregovic tra le palle (ma poi giunse la vendetta via Elio: «La musica balcanica ci ha rotto i coglioni / è bella e tutto quanto ma alla lunga / rompe i coglioni»).
Il documentario su Maradona è un residuo dei tempi dei No Global e Porto Alegre, e infatti quella roba si vede tutta – balcanino+latinoamericano: incubo dei tormentoni radiofonici degli anni 2000! – compresa la scena, davvero rivelatrice, in cui il compianto Chávez arringa al popolo in modo semplice e geometrico: «Que viva el pueblo! Que viva Maradona!».
Proprio così: il popolo è Maradona. Chávez, che chissà se era stato a Napoli e chissà se aveva capito il capolavoro di volksgeist che aveva realizzato el pibe, ci era arrivato anche lui.
Il Popolo è Maradona, el Pueblo è el Diego.
Il Popolo è Maradona, el Pueblo è el Diego. La lotta popolare – quella socialista, comunista, terzomondista, comunque sudamericana – è Maradona.
Non crediate che fu un’illuminazione del solo caudillo venezuelano. Un amico che faceva il rappresentante di shampoo aveva una serie di aneddoti irresistibili sulle sue clienti, le parrucchiere, specie quelle di Paese. Una di queste al volgere dell’estate gli raccontò del suo viaggio a Cuba. Disse al mio amico di essere rimasta colpita dal fatto che su un palazzo avevano issato un’immane immagine di Maradona. Si dovette mostrare al ragazzo una foto perché egli realizzasse che si trattava del Museo de la Revolución in Plaza de la Revolución, dove campeggia gigantografato il volto di Che Guevara. Con evidenza, la coiffeuse considerava interscambiabile il Che con Maradona. Non una cosa da poco: donne, camorra, cocaina e Ferrari nera ma alla fine sia il Presidente della Republica Bolivarista de Venezuela che l’acconciatrice di provincia ti riconosce come Libertador, un eroe del popolo.
Altra verità: quel posto, forse a livello mondiale era stato lasciato vacante. Nessun politico, né Chávez né Castro né Lula né Morales né nessun presidente sudamericano poteva assurgere al ruolo, e gli stessi sedicenti eredi di Bolivar lo capivano. Lo sapeva? Sì, alla manifestazione di cui stiamo parlando, andò e dal pueblo el pibe fu acclamato.
Donne, camorra, cocaina e Ferrari nera ma alla fine sia il Presidente della Republica Bolivarista de Venezuela che l’acconciatrice di provincia ti riconosce come Libertador, un eroe del popolo
Epperò, sempre nel documentario del serbo, si rimane elettrizzati quando si scopre che Diego aveva pure un’altra lettura di verità assoluta nel cuore: la lotta contro la Juventus era in realtà una lotta contro gli Agnelli, e ogni goal nella porta bianconera era un colpo al sistema industriale settentrionale – in particolare, era fermo all’asse MiTo, Milano Torino – che schiacciava (simbolicamente, perché tenuti in piedi da operai immigrati) i meridionali.
Contro il Papato con Wanda Nara
Il Papato non è stato risparmiato dal bambino d’oro, e già nel 1985, quando era un fringuello. Con Giovanni Paolo II «si ci ho litigato perché sono stato in Vaticano, e ho visto i tetti d’oro, e dopo ho sentito il Papa dire che la Chiesa si preoccupava dei bambini poveri. Allora venditi il tetto, amigo, fai qualcosa!».
È con il conterraneo Bergoglio che il nostro diede il massimo – e non poteva essere altrimenti
Tuttavia è con il conterraneo Bergoglio che il nostro diede il massimo – e non poteva essere altrimenti. 1° settembre, il Vaticano appronta la «Partita interreligiosa per la Pace». El pibe è invitato. Si profila un incontro etico, il Papa del Pallone con il Papa nel Pallone – ambedue argentini. Abituato a planare nello stivale una volta l’anno per gabbare la RAI o chiunque gli stacchi un assegno a 5 zeri per una ospitata qualsiasi, Dieguito sarà stato sorpreso dal fatto che questa volta il suo giretto in Italia non lo ha dovuto fare per la Carrà o Biscardi, ma per il Papa.
Probabilmente, grazie al salvacondotto Vaticano, quella volta el Diego non ha nemmeno avuto noie con la Guardia di Finanza, che reclama da lui una cosa come 40 milioni di euro e si apposta per trollarlo già in aeroporto (memorabile quando gli sequestrarono un orecchino…).
L’incontro dei due è fotografato da ogni angolazione. Non risulta scatto della genuflessione del campione calcistico, e per fortuna nemmeno della genuflessione del campione ecclesiastico (cosa che, dopo i baciamani a popi e rabbini e gli inchini a masse varie, poteva pure capitare, anzi sarebbe stato perfino più legittimo che capitasse sul piede magico del Diego Armando).
Maradona, come sempre, smaschera tutti e fa vedere cosa è oggi un evento organizzato dalla chiesa cattolica: un porcaio
Sembrava più Maradona che riceve Bergoglio, che il contrario. E Maradona, che è bene ricordare che ha ripudiato l’Italia finita la carriera, giocava pure fuoricasa.
Poi ecco la Partita ecumenica per la Pace, dove il campione scende in campo nel clamore in generale. In diretta, intervistato a bordo campo, Maradona più che degli sfollati siriani e le stragi ISIS, chiarisce che la cosa che lo tocca nel profondo è un’altra: «per me Icardi non doveva giocare». Ha rotto il codice d’onore dei calciatori, una volta questa cosa nel calcio non era nemmeno immaginabile, tuona el Diego. Mauro Icardi, apprendiamo, è un calciatore argentino che ha rubato la moglie ad un altro giocatore sudamericano, l’allora attaccante del Chievo Maxi López: la mitica Wanda Nara. La Nara in Argentina diviene famosa nel giro televisivo prima per aver dichiarato ripetutamente di essere vergine (per poi ammettere pubblicamente che si trattava di uno «scherzo») e poi per il rumor del rapporto con Maradona, che invece nega. Un altro rumor vuole che vi sia in giro un un sex-tape, cioè uno di quei video intimi che, purtroppo, finisce in rete, ma lei nega con decisione che sia autentico.
Capite: sarebbe in teoria lì per il messaggio geogoscista del Papa – la guerra, il terrorismo, le stragi, etc. etc. Lui appena parla ci dipinge in testa però un’altra storia: il triangolo tra la Nara, Icardi e Maxi López, anzi magari un quadrilatero se ci mettiamo dentro anche lui. Maradona, come sempre, smaschera tutti e fa vedere cosa è oggi un evento organizzato dalla chiesa cattolica: un porcaio.
Dimostrò l’inesistenza de facto dell’Unità d’Italia
Maradona antirisorgimentale: dividere l’Italia in poco più di 90′
Vi è tuttavia un momento ancora più incredibile nella storia di Maradona. Egli, e fece tutto davvero da solo, dimostrò l’inesistenza de facto dell’Unità d’Italia.
È incredibile se ci pensate. Non ha dovuto creare partititelli regionali. Non ha dovuto minacciare le vallate della Bergamasca che stanno «oliando i kalashnikov». Non ha dovuto assaltare il campanile di San Marco con il tanko. Non ha dovuto sciorinare le glorie del Regno delle due Sicilia. Non ha dovuto scrivere libri per dire che i meridionali sono fantastici e perseguitati. Niente di tutto questo.
«Io voglio solo il rispetto dei napoletani (…) io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano». Seguirono, innegabili, i fischi del San Paolo durante l’inno di Mameli. Inaudito. Enorme. Disarmante. Grandioso.
Gli è bastato, quel giorno a Napoli dove al San Paolo si sarebbe disputata la semifinale Italia-Argentina ai nostri mondiali di Italia ’90, rivolgersi direttamente al popolo partenopeo, cioè a se stesso. Si ebbe la risposta: i napoletani avrebbero tifato Maradona, non per Baggio e Schillaci, non per gli Azzurri. Sappiamo come andò a finire: l’Italia, grande favorita che giocava in casa, eliminata.
Poco prima della partita, disse alle TV: «io voglio solo il rispetto dei napoletani (…) io e la mia nazionale sappiamo che il napoletano è italiano, solo che gli italiani devono capire che il napoletano è anche italiano». Seguirono, innegabili, i fischi del San Paolo durante l’inno di Mameli. Inaudito. Enorme. Disarmante. Grandioso.
Ovviamente è partita la smentita storica, è un falso assoluto, una fake news persistente, quella dei napoletani che tifarono per il Diego e non per il Paese occupante – l’Italia. Per fortuna, esiste qualcuno che invece ha il coraggio di scriverlo ancora oggi, magari addolcendo la posizione: «Io, napoletano, ho tifato Maradona, non per l’Argentina né contro l’Italia». Il succo non cambia: se Maradona è più forte della Patria italiana, ma che cos’è la Patria italiana?
Mazzini e Garibaldi travolti dal pibe: ma quale Italia «una e indivisibile». A Maradona sono bastati poco più di 90′ per dividere l’Italia
Voi capite, dopo un’impresa come questa, il Risorgimento è spazzato via in ogni sua possibile retorica. Tutte le paginette imparate a scuola, tutta la propaganda dei giornali (ricordate, gli sputi ideologici dei giornaloni verso la Lega fino a pochi anni fa?) sono state bruciate in una sola partita. Mazzini e Garibaldi travolti dal pibe: ma quale Italia «una e indivisibile». A Maradona sono bastati poco più di 90′ per dividere l’Italia. Cavour, spostati. E anche tu, Bossi.
Il bambino del Re nudo
Quello che rappresentava Maradona mi fa schifo, anche se ora che è morto posso tranquillamente fare due conti e accodarmi anche io al gregge: sì, era il più grande calciatore di tutti i tempi, perché mi ricordo ancora quella palla incredibile che passò a Caniggia – ancora oggi cantata nel coro immortale dei tifosi argentini «Brasil decime que se siente...», dove si ricorda peraltro che «Maradona es màs grande que Pelé...»
Mi ha fatto impressione, sempre nel documentario di Kusturica, vederlo in Argentina esibirsi in un locale a cantare una canzone su stesso. Grottesco, patetico, una scena di un narcisismo senza confini.
Mi dava il vomito quando il calciatore dissoluto miliardario andava a Cuba da Castro – adorare il bambino d’oro è umano, è un fenomeno che non conosce cortina di ferro. E ricordo, da qualche parte nei decenni, in una intervista alterata si rivolse a Shilton – il portiere inglese di Messico ’86 – per dire che sì, il gol della Mano de Dios era fatto proprio con quella mano, che in quel momento mostrava il dito medio.
E chi si è dimenticata la cavalcata verso le telecamere fatta a USA ’94, con gli occhi fuori dalle orbite che più che di aerospazio parlavano di qualcos’altro? E i bambini seminati in giro? (A proposito: quello che gli somigliava come una goccia d’acqua che giocava a pallone, che fine ha fatto?)
E vabbè, l’importante qui è altro: è che c’è stato un uomo in grado di diventare l’incarnazione di un intero popolo, di sfanculare chiunque, e vivendo come gli pare, di dividere l’Italia in pochi minuti. Un campione vero, e dello sport qui non ci frega niente.
Per dire che il Re è nudo ci vuole un bambino
Ci importano le tante volte in cui el pibe, il bambino, ha detto la verità – anche orrida, grottesca, ridicola – al mondo intero: per dire che il Re è nudo ci vuole infatti un bambino.
Incosciente, capriccioso. Non mi mancherà, anche se di tante cose, che non riguardano il calcio, dovremmo essergli grati.
Addio al «bambino pazzo e ubriaco» che tante volte ha detto, senza nemmeno volerlo, la verità.
Roberto Dal Bosco
Intelligence
Le origini della CIA e la nascita delle operazioni coperte
Nel suo saggio storico Disciples lo scrittore e giornalista Douglas Waller racconta come Richard Helms (1913-2002), agente segreto e futuro direttore della CIA, spiegasse come la lega dei gentleman – come William J. «Wild Bill» Donovan (1883-1959) amava chiamarla – conteneva vari disadattati sociali e diversi annoiati uomini d’affari di Wall Street in cerca d’azione.
Secondo Helms probabilmente il servizio segreto americano OSS aveva avuto un minimo effetto sulla guerra, si sarebbe potuta vincere anche senza di esso ma nonostante questo Donovan aveva dato prova di essere un leader e un visionario. Il generale aveva avuto il merito di far conoscere il Pentagono e gli americani nel difficile mondo della guerra non convenzionale.
Con la fine della seconda guerra mondiale, il presidente Harry S. Truman (1884-1972) sciolse l’OSS. La battaglia per la gestione dell’Intelligence nel mondo tra Donovan e J. Edgar Hoover (1895-1972) si risolse in un pareggio a reti inviolate. Ne trasse vantaggio Allen W. Dulles (1893-1969) che inizialmente formò la parte più clandestina con l’aiuto di Frank Wisner (1909-1965) ed infine ne prese formale controllo diventandone direttore.
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Allen Dulles, assieme anche a suo fratello John Foster Dulles (1888-1959) che ricoprì parallelamente l’incarico di segretario di Stato con Dwight D. Eisenhower (1890-1966), concorse a determinare quasi due decenni di politica estera americana. La sua esperienza come spia però venne plasmata agli ordini di Donovan a capo dell’ufficio svizzero e come molti altri colleghi ebbe un rapporto difficile con Wild Bill nonostante la stima reciproca.
Un editorialista scrisse che Donovan aveva avuto una vita da cavaliere medievale, o forse quello che più poteva avvicinarsi per il mondo americano a quell’ideale romantico di stampo prettamente europeo. Scappato dalla povertà della comunità irlandese di Buffalo, visse gli anni del college come quarterback della squadra di football, si laureò alla Columbia in classe con Franklin Roosevelt (1882-1945), venne insignito della medaglia al valor militare per eroismo durante la Grande guerra e divenne miliardario come avvocato di Wall Street.
All’alba della seconda guerra mondiale Roosevelt gli diede l’incarico di formare i servizi segreti americani, quello che poi venne chiamato OSS. Sotto il suo comando assemblò una macchina da più di 10 mila spie, organizzazioni paramilitari, propagandisti e analisti che combatterono l’Asse ovunque nel mondo.
Donovan considerava Dulles, nell’immediato dopoguerra, la sua migliore spia. Ma allo stesso modo aveva sempre sospettato che Dulles pensasse di poter gestire meglio l’OSS di quanto non stesse facendo lui, e non a torto. Inoltre Donovan aveva sempre sospettato che Dulles pensasse di volergli prendere il posto prima o poi, e anche qui non a torto.
Allo stesso modo di Donovan, Dulles, era convinto che il fine giustificasse i mezzi ed era necessario violare le rigide strutture etiche della società per una giusta causa. Dulles reclutò le menti più brillanti, più idealiste, più avventurose d’America e le spedì in giro per il mondo a combattere il comunismo come Donovan aveva fatto per il nazismo qualche anno prima. Li accomunava lo stesso trasporto per le spericolate missioni clandestine e la stessa insofferenza per quelle che non reputavano interessanti. Nonostante non l’avrebbe mai ammesso, l’esperienza nell’OSS durante la guerra l’aveva formato per la vita.
Successivamente alla resa tedesca, Donovan mandò Dulles a Wiesbaden con l’ordine di gestire Germania, Svizzera, Austria e Cecoslovacchia. L’americano stabilì la sede centrale nella fabbrica della Henkell Trocken Champagne a Wiesbaden che, nonostante bombardata, oltre a mantenere attiva la produzione, aveva ancora le cantine sufficientemente gremite di spumante.
Dulles in Wiesbaden portò vari agenti dei servizi e organizzò un sistema di raccolta informazioni e di reclutamento di nuovi agenti esteri a tempo pieno. L’idea dell’americano era quella di mantenere l’intelligence in vita sotto al suo comando. Per questo si circondò di analisti come Arthur M. Schlesinger Jr. (1917-2007) all’epoca agente dell’OSS, vari agenti del controspionaggio e in più tutta una serie di ufficiali esperti in medicina, comunicazioni e amministrazione. Helms e Ides Van der Gracht gestivano la sezione spionaggio, dopo il rifiuto al ruolo di capo dell’intelligence di William J. Casey (1913-1987) la posizione venne affidata a Frank Wisner (1909-1965).
La conferenza di Potsdam nell’estate del 1945 sancì l’inizio della guerra fredda. La paranoia di Stalin sulla rinascita della Germania e delle elezioni libere nei Paesi dell’Est Europa andava di pari passo con la sua profonda sfiducia verso le mosse americane. Gli States non avrebbero potuto capire quel momento senza mantenere una presenza fissa in Europa. Berlino divenne il centro di gravità permanente dell’intelligence del dopoguerra e così da Wiesbaden l’ufficio venne traslocato nella capitale tedesca.
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Spiare i Russi divenne la priorità per tutta l’agenzia di Dulles a Berlino. Ma venne il giorno in cui Truman avvisò che sarebbe stata creata una nuova agenzia e che l’OSS sarebbe stata soppressa. I fondi a Berlino vennero tagliati e il morale allo stesso modo calò in maniera direttamente proporzionale al passare del tempo finché Dulles per primo non rassegnò le dimissioni e ritornò in America.
Allen Dulles ritornato alla sua carriera da avvocato non riuscì ad abbandonare l’entusiasmo per gli affari internazionali. Crebbe la sua vicinanza con Truman che gli offrì un ruolo da ambasciatore ma venne convinto dal fratello Foster a non accettare seguendo in questo modo la sua aspirazione maggiore. In seguito a un rapporto che scrisse per Truman dove delineò i problemi che stava avendo la CIA nella sua breve nuova vita, gli venne richiesto, in risposta, di gestire le operazioni clandestine.
Il passaggio successivo, dopo un breve periodo, divenne quello di ottenere il ruolo di vice direttore della CIA sotto il generale Walter Bedell Smith (1895-1961). La disciplina marziale richiesta ai suoi subordinati non si accostava al giovane Dulles con il quale nacquero diverse incomprensioni. Nel momento in cui Dwight Eisenhower divenne presidente, nominò sottosegretario il generale Bedell Smith sotto John Foster Dulles che divenne il nuovo segretario di stato.
La potenza di fuoco di John Foster consegnò in mano al fratello il ruolo tanto agognato di direttore della CIA. Bedell Smith, si oppose alla nomina di Dulles considerando la sua passione per le operazioni coperte nociva per l’agenzia e l’intera politica estera americana. Donovan, che si era speso moltissimo con «Ike» Eisenhower per ottenere la carica, allo stesso modo predisse che il suo sottoposto al tempo dell’OSS avrebbe mandato tutto all’aria.
Nonostante le gufate dei suoi ex colleghi, Allen assieme al fratello condussero per un’intera decade la politica estera americana fino all’ascesa politica di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza e al disastro della Baia dei Porci del 1962.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Storia
Milei pubblica i documenti segreti di Adolfo Eichmann
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Intelligence
Breve storia dei fratelli Dulles, tra nazismo e CIA
Quanto il peso dei fratelli Dulles nelle scelte di politica estera americana fosse dominante lo si può capire leggendo la prefazione del libro di David Talbot The Devil’s Chessboard.
Il futuro direttore della CIA Allen Dulles (1893-1961), il minore dei due fratelli, durante la Seconda Guerra Mondiale, venne arruolato nell’OSS di William Donovan (1883-1959) e venne mandato a gestire l’ufficio di Berna. In quella stessa città aveva passato il periodo della prima guerra mondiale, dove aveva instaurato un ottimo rapporto con il clima internazionale della città svizzera e con i suoi frequentatori, soprattutto tedeschi con interessi nell’industria americana.
Tra le due guerre il fratello maggiore John Foster Dulles (1888-1959) aveva nel frattempo guadagnato un importante ruolo nella Sullivan & Cromwell, il più importante studio legale americano e forse al mondo in quel momento. Seguendo suo zio Robert Lansing (1864-1928) allora segretario di stato del presidente Woodrow Wilson (1856-1924), in un viaggio in Centro America attraverso alcuni suoi interventi si guadagnò la fiducia del Presidente e venne mandato alla conferenza di pace di Versailles come consigliere legale.
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Durante la conferenza fece sentire la sua voce perché fosse lasciata una possibilità di recupero alla Germania senza che le imposizioni diventassero troppo pesanti e che fosse data una possibilità di ripagare il debito diluendolo in un numero maggiore di anni. Attraverso il presidente Wilson ricevette anche il mandato di membro del comitato di riparazione di guerra. Successivamente giocò un ruolo fondamentale nell’applicazione del piano Dawes che prevedeva la diminuzione dei pagamenti tedeschi e la presa in carico da parte di società private americane del debito di guerra.
Nel momento in cui anche Allen divenne associato allo studio legale attraverso il fratello, già uomo di punta della firm, venne incaricato di seguire i clienti europei e in particolare quelli tedeschi, avendo maturato ottimi contatti durante il suo periodo a Berna. I fratelli attraverso il loro studio legale crearono un importante flusso di affari con la Germania del primo dopo guerra. I loro interessi personali si fusero totalmente con il piano americano per la ricostruzione della Germania.
John Foster mantenne la rappresentanza di colossi della chimica come IG Farben o dell’acciaio come i Krupp anche durante l’ascesa di Hitler al potere e dichiarò sempre apertamente il suo appoggio alla causa nazista. Il ruolo fondamentale dei Dulles prevedeva che loro mantenessero aperto il canale di approvvigionamento dei colossi industriali tedeschi alle materie prime americane. Il suo appoggio non cambiò nemmeno dopo le leggi antisemite naziste del 1935 e i successivi maltrattamenti riservati alla popolazione ebraica in Germania prima dello scoppio della guerra.
Il fratello Allen, mandato con il compito di raccogliere informazioni dal presidente Franklin Delano Roosevelt (1882-1945), ebbe modo di incontrare Adolf Hitler (1889-1945) di persona nel 1933 nel suo ufficio di Berlino. L’incontro, voluto anche e soprattutto con l’obiettivo di capire quali altre possibilità ci fossero per lo studio legale, lasciò inoltre ai posteri un commento memorabile di Allen sul Führer che suonò pressapoco come «affatto allarmante». Anzi, le fonti dicono che rimase positivamente colpito dalla franchezza e dalla sincerità del capo della propaganda nazista Joseph Goebbels (1897-1945).
Nonostante l’idea di Allen sulla Germania nazista cominciò a mutare verso la fine degli anni Trenta, per deferenza verso il fratello maggiore non la dichiarò mai pubblicamente. Continuò infatti a occuparsi di finanza e industria tedesca senza sosta. Nel momento in cui venne arruolato dal’OSS, molte sue frequentazioni stridevano tanto che venne messo sotto sorveglianza speciale dal leggendario agente segreto canadese, al soldo dei britannici, William Stephenson (1897-1989).
In seguito al trasferimento a Berna, dove la sua carriera da spia ebbe inizio durante la Grande guerra, e con essa i suoi rapporti con il mondo tedesco, in molti storsero il naso. La scelta di Roosevelt suscitò non poche perplessità nel suo gruppo di governo, Dulles rappresentava concretamente il mondo conservatore che voleva farlo fuori. Il piano del presidente però lo avrebbe messo nella condizione di coltivare strettamente i suoi contatti e in questo modo portandoli alla luce. O almeno queste erano le intenzioni di Roosevelt.
Uni dei contatti fondamentali di Allen Dulles a Berna era Thomas McKittrick (1889-1970), un vecchio amico di Wall Street. McKittrick in quel momento si era recato a Berna come neoeletto presidente della BIS, Bank for International Settlement. La banca era stata creata come organo sovranazionale per mettere in comunicazione le varie banche centrali e amministrare i pagamenti verso le nazioni perdenti, leggasi Germania. In poco tempo la BIS si trasformò nel pilastro centrale delle movimentazioni finanziarie sovranazionali.
Quando McKittrick arrivò per ricoprire il suo incarico nel 1940, la banca era di fatto già sotto controllo nazista da molto tempo. Cinque dei suoi direttori in quel momento vennero accusati di crimini di guerra dopo il 1945, tra questi, Hermann Schmitz (1881-1960) proprietario della IG Farben e produttore del Zyklon B, gas che verrà utilizzato nei campi di concentramento nazisti. Schmitz era uno dei tanti imprenditori coinvolti con lo studio legale dei fratelli Dulles e con la BIS che divenne sottotraccia uno dei principali finanziatori del regime nazista di Hitler e delle sue volontà belligeranti. La BIS, inoltre, venne utilizzata dai nazisti per riciclare le centinaia di milioni di dollari di oro sottratto durante i saccheggi e le requisizioni.
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Anche McKittrick era inviso a Roosevelt e ai suoi uomini, in particolar modo a Henry Morgenthau Jr. (1891-1967) che fece di tutto per limitare il suo operato ma con scarsi risultati. I contatti tra Dulles e il presidente della BIS continuarono per tutta la guerra e si concentrarono particolarmente su come riuscire a mantenere in sicurezza gli investimenti dei loro clienti. Quando Roosevelt lanciò l’operazione Safehaven, con l’obiettivo di confiscare i patrimoni nazisti nascosti nelle nazioni neutrali, Dulles e McKittrick di pari passo si industriarono per ostacolarne la realizzazione.
Dulles, al contrario di Morgenthau, preferiva strategicamente che le ricche famiglie tedesche si riprendessero i loro patrimoni e riformassero una Germania forte per contribuire a mettere in atto un solido baluardo contro la potenza sovietica. Resosi conto che non avrebbe mai ottenuto questo da Morgenthau preferì agire nell’ombra sabotando l’operazione fin da subito e lo stesso fece McKittrick. John Foster da New York si dedicò invece ad aiutare i suoi clienti tedeschi a nascondere le loro fortune.
Secondo il giudice della Corte Suprema Arthur Goldberg che all’epoca era un giovane avvocato al soldo dell’OSS, i fratelli Dulles sarebbero dovuti essere accusati di tradimento. Con la morte di Roosevelt nel aprile del 1945, dal lato del mondo democratico non rimaneva la sufficiente forza e volontà a scoperchiare il vaso di Pandora per attaccare due colonne portanti dello stato americano. Allen, consapevole del potere derivante dalla conoscenza, continuò ad operare nel mondo dell’Intelligence durante tutto il dopoguerra, monitorando e indirizzando le informazioni riguardanti lui e suo fratello.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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