Economia
Lo Zimbabwe proibisce le esportazioni di litio
Lo Zimbabwe ha recentemente vietato l’esportazione di litio, di cui è uno dei principali produttori mondiali, e sta ora avviando la creazione di una propria industria del litio, compresa la produzione di batterie al litio.
Ciò è in linea con la politica del governo sul minerale di litio e fa parte della visione del presidente Emmerson Mnangagwa per l’aggiunta di valore e l’arricchimento delle vaste risorse minerarie del Paese, il quale perde 1,8 miliardi di dollari all’anno a causa del contrabbando e dell’esportazione di litio grezzo.
Ora una società dello Zimbabwe, Verify Engineering, stabilirà la produzione di batterie al litio nel paese. Verify Engineering, una società statale fondata nel 2005 sotto il ministero dell’istruzione superiore e terziaria, ha una storia di sviluppo tecnologico nello Zimbabwe.
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L’azienda è già coinvolta nella produzione di ossigeno, esportando gran parte della sua produzione nei Paesi vicini come il Mozambico. Fanuel Tagwira, segretario permanente del Ministero dell’istruzione superiore e terziaria ha affermato di voler «passare alle batterie al litio ed eventualmente alle batterie dei veicoli elettrici».
L’iniziativa viene presentata come un atto di fiducia del Paese nel potenziale della sua gente. «Nello Zimbabwe abbiamo persone molto istruite; l’unica cosa che non avevamo fatto era dare loro una possibilità. Non abbiamo mai dato loro una possibilità» ha dichiarato il Tagwira.
In realtà, vari Paesi stanno pensando di nazionalizzare le risorse minerarie di litio presenti sul territorio.
Anche in Messico tale estrazione è ritenuta fondamentale per gli interessi della nazione, come dichiarato dai suoi esponenti politici: «è un bene della nazione, e la sua esplorazione, sfruttamento, estrazione e utilizzo è riservato a favore del popolo del Messico».
Di recente una grande miniera di litio è stata scoperta in Nord America. La grande industria si sposta verso i veicoli elettrici con nuove infrastrutture e General Motors sta pianificando il suo futuro produttivo verso questa risorsa mineraria oramai divenuta fondamentale per le tecnologie che circondano le nostre vite, ossia il litio. La principale casa automobilistica USA sta investendo in un progetto statunitense sul litio che potrebbe farla diventare il primo produttore del Paese entro il 2024.
Come riportato da Renovatio 21, un mese fa l’India si è detta pronta a tenere la sua prima asta in assoluto di blocchi di deposito contenenti minerali critici e strategici a fini di esplorazione, tra cui il litio e la grafite.
Giacimenti di litio di grandi dimensioni sono stati scoperti di recente in Tailandia, che dovrebbe quindi godere della terza più grande riserva del minerale al mondo.
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Secondo alcuni, è già stata combattuta la prima «guerra del litio»: il moto che portò alla detronizzazione del presidente boliviano Evo Morales nel 2019. Disordini di vario tipo hanno riguardato altri Paesi esportatori di litio con Cile e Perù. Nel Grande Gioco del litio, entrano ovviamente con forza gli interessi di Cina e Stati Uniti.
L’Europa, nel frattempo, ha sentenziato che il litio è «tossico per la riproduzione», mettendo quindi a rischio i suoi obiettivi dichiarati di transizione energetica. Il principale produttore di litio UE ha quindi dichiarato che potrebbe chiudere l’impianto che possiede in Germania a causa delle regole UE. Proprio nel grande Paese europeo in questi mesi si è registrato un calo delle vendite delle auto elettriche.
In un mondo sottoposto all’imperativo dell’elettrificazione come corollario dell’abbandono di gas e petrolio, dove tutto l’automotive è invitato dalle istituzioni ad abbandonare il combustibile, il litio diviene una risorsa di importanza primaria e strategica, perché fondamentale per la produzione delle batterie ritenute al momento più affidabili.
Come riportato da Renovatio 21, recenti esperimenti scientifici di fusione nucleare hanno mostrato l’apporto del litio anche in quella sfera della tecnologia.
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Immagine di Martin Addison via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Economia
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Economia
Parlamentare tedesca spinge per il rimpatrio dell’oro dagli Stati Uniti
Berlino dovrebbe far rientrare le proprie riserve auree conservate negli Stati Uniti, ha sostenuto venerdì un deputato tedesco in un’intervista rilasciata al Der Spiegel, indicando come motivazione principale le preoccupazioni per le politiche «imprevedibili» del presidente statunitense Donald Trump.
Marie-Agnes Strack-Zimmermann, esponente del Partito Liberale Democratico (FDP), ha spiegato che il rimpatrio delle riserve contribuirebbe a diminuire il rischio strategico in un periodo di crescente instabilità globale.
Negli ultimi quattro anni il valore dell’oro è schizzato alle stelle, registrando un incremento di quasi il 70% solo nel 2025, spinto dalla massiccia acquisizione da parte delle banche centrali, dalle ansie inflazionistiche e dalle tensioni geopolitiche in corso. Questa settimana i contratti future sull’oro hanno segnato un nuovo record storico, superando i 4.860 dollari l’oncia, a seguito delle recenti minacce di dazi pronunciate da Trump contro i Paesi europei contrari al suo progetto di acquisizione della Groenlandia, minacce in seguito parzialmente ritrattate.
«In un contesto di crescenti incertezze a livello mondiale e di politiche statunitensi imprevedibili sotto la presidenza Trump, non è più sostenibile che circa il 37% delle riserve auree tedesche, pari a oltre 1.230 tonnellate, rimanga custodito a New York», ha dichiarato Strack-Zimmermann.
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La Bundesbank mantiene attualmente 1.236 tonnellate d’oro, per un controvalore di 178 miliardi di dollari, presso la Federal Reserve di New York. Per decenni una parte considerevole delle riserve tedesche è stata depositata all’estero per ragioni storiche e legate alle condizioni di mercato.
Strack-Zimmermann ha precisato che tale intesa poteva risultare logica durante la Guerra Fredda, ma appare ormai inadeguata allo scenario geopolitico attuale. La «semplice fiducia» nei «partner transatlantici» non può più essere considerata un sostituto adeguato della piena sovranità in ambito economico e di sicurezza, ha argomentato.
Fin dal periodo del miracolo economico post-bellico la Germania ha custodito parte delle sue riserve all’estero; tra il 2013 e il 2017 ha proceduto a un parziale rimpatrio dell’oro da Nuova York e Parigi. Oggi circa la metà delle riserve è conservata in territorio nazionale, mentre la quota restante si trova a New York e Londra.
La forte domanda di oro da parte delle banche centrali di tutto il mondo ha rappresentato uno dei principali motori della corsa al rialzo dei prezzi, con i Paesi che cercano di proteggersi dalla svalutazione monetaria e da altre incertezze.
Secondo un recente articolo di Bloomberg, l’incremento delle riserve auree russe ha compensato in misura rilevante il valore degli asset congelati dall’Occidente, Stati Uniti inclusi, generando un plusvalore stimato di circa 216 miliardi di dollari da febbraio 2022.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Economia
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