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Geopolitica

Leader palestinese: l’accordo Israele-Emirati non favorisce la pace

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews.

 

 

La firma ufficiale prevista entro tre settimane a Washington. Intanto Eau e Israele hanno inaugurato una linea telefonica diretta. Plauso della comunità internazionale, con l’eccezione di Iran e Turchia. Bernard Sabella: perplessità sulla promessa di sospendere il piano di annessione. Serve una leadership forte e unita, che deve riallacciare rapporti con tutte le nazioni arabe.

I palestinesi «desiderano la pace» e ogni accordo che possa mettere fine a cento anni di conflitto è positivo; tuttavia, lo stabilimento delle relazioni diplomatiche fra Israele ed Emirati Arabi Uniti (EAU) avviene «senza che i palestinesi ne fossero informati a qualunque titolo», relegandoli in una posizione di ulteriore emarginazione.

 

Lo stabilimento delle relazioni diplomatiche fra Israele ed Emirati Arabi Uniti (EAU) avviene «senza che i palestinesi ne fossero informati a qualunque titolo», relegandoli in una posizione di ulteriore emarginazione

È quanto racconta ad AsiaNews Bernard Sabella, rappresentante di Fatah e segretario esecutivo del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, secondo cui anche la promessa di «sospendere» il piano di annessione  «solleva più di una perplessità sulla reale efficacia».

 

«Questo è un punto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Donald Trump – aggiunge – e non ha alcuna valenza globale, non determina un accordo onnicomprensivo con i palestinesi».

 

Il beneficio dell’accordo fra Israele ed EAU «ha una valenza solo per Israele», ma non vi sono veri progressi rispetto a un «processo di pace stagnante e nell’ottica della soluzione a due Stati. Questo è il vero punto» per il leader cattolico.

 

Il beneficio dell’accordo fra Israele ed EAU «ha una valenza solo per Israele»

«Se si vuole una vera pace –aggiunge – bisogna coinvolgere anche i palestinesi e lavorare per la fine del conflitto».

 

In questo senso, prosegue, «se in futuro vi saranno ulteriori accordi con altre nazioni arabe come il Bahrain e altri, la speranza è che vi sia non dico l’approvazione, ma quantomeno il coinvolgimento dei palestinesi».

 

Siglato l’accordo, in queste ore Israele ed Emirati hanno inaugurato una linea telefonica diretta.

 

La comunità internazionale ha accolto con tiepido favore la mossa, condannata come una «pugnalata alle spalle» dai vertici palestinesi (in questo caso Fatah e Hamas sono unite), dall’Iran e dalla Turchia.

La comunità internazionale ha accolto con tiepido favore la mossa, condannata come una «pugnalata alle spalle» dai vertici palestinesi (in questo caso Fatah e Hamas sono unite), dall’Iran e dalla Turchia

 

Al termine di una conversazione con l’omologo degli Emirati Abdullah bin Zayed al-Nahyan, il ministro israeliano degli Esteri Gabi Ashkenazi ha annunciato che «presto» i leader delle due nazioni «si incontreranno» e uniranno gli sforzi nella lotta alla pandemia di COVID-19.

 

La firma dell’accordo dovrebbe avvenire entro le prossime tre settimane a Washington, con il patrocinio del presidente USA. Per i leader palestinesi il patto è un «regalo a Israele» fatto con il solo scopo di aiutare sul piano elettorale Trump e Netanyahu. Il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed Bin Zayed sottolinea «l’interruzione del piano di annessione di Israele» quale conseguenza del patto.

 

«Gli Emirati sono una grande nazione – sottolinea Bernard Sabella – dove lavorano molti palestinesi e le condizioni sono buone per la maggioranza. In questo senso rappresentano un esempio, ma resta il fatto che questa apertura ufficiale delle relazioni non toccherà il cuore del problema israelo-palestinese. Per una vera pace, bisogna lavorare per la fine del conflitto. Valutando la prospettiva degli EAU la firma è importante perché va a rafforzare la propria posizione nei confronti dell’Iran, salda il legame con Washington e rilancia importanti collaborazioni sul piano economico e tecnologico, pur restando evidente il limite sul piano strategico».

Per i leader palestinesi il patto è un «regalo a Israele» fatto con il solo scopo di aiutare sul piano elettorale Trump e Netanyahu

 

Intanto i vertici della Palestina, sempre più divisi fra il fronte «dialogante di Fatah che perde terreno rispetto agli estremisti di Hamas», restano sullo sfondo e relegati ai margini del processo politico e decisionale.

 

«Non possiamo fare nulla – afferma il leader cattolico – se non sperare che i vertici degli Emirati siano saggi nell’applicare l’accordo e nel condividerne i dettagli. In caso contrario l’Autorità palestinese è destinata a indebolirsi sempre più non solo sul fronte interno, ma pure a livello regionale e internazionale. Per questo è essenziale ristabilire i contatti con tutte le nazioni arabe, senza alcuna eccezione».

 

 

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Geopolitica

Il Cremlino nega di aver «mandato affanculo» la Francia

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Il governo russo non ricorre a un linguaggio osceno nei contatti con altri paesi, ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.

 

La scorsa settimana il Financial Times ha riportato che i consiglieri del presidente francese Emmanuel Macron, Emmanuel Bonne e Bertrand Buchwalter, si erano recati segretamente a Mosca a febbraio per un incontro con Yuri Ushakov, collaboratore del presidente russo Vladimir Putin.

 

Secondo un diplomatico europeo rimasto anonimo, i rappresentanti di Macron avrebbero chiesto l’inclusione dell’UE nei colloqui di pace tra Rssia, Stati Uniti e Ucraina, ma l’incontro si sarebbe concluso con Ushakov che avrebbe detto ai visitatori: «Scusate, in realtà no, non siamo obbligati, andate a quel Paese».

 

Interpellato domenica dal giornalista russo Pavel Zarubin, Peskov ha risposto: «No, nessuno di noi usa mai un linguaggio volgare per riferirsi a qualcuno».

 

«Sapete, c’è un saggio detto di un diplomatico. Cos’è la diplomazia? È la capacità di dire a qualcuno di andare all’inferno in un modo tale che ci andrà davvero», ha affermato.

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Peskov probabilmente si riferiva a una citazione attribuita all’ex Primo Ministro britannico Winston Churchill: «La diplomazia è l’arte di dire alla gente di andare all’inferno in modo tale che poi chiedano indicazioni stradali».

 

La scorsa settimana, Peskov ha confermato al Financial Times che la visita dei consiglieri francesi ha avuto luogo, ma ha affermato che «non ha portato alcun segnale positivo».

 

«Purtroppo, gli europei stanno impiegando tutti i loro sforzi per convincere gli ucraini a continuare la guerra. Siamo convinti che gli europei stiano commettendo un errore dal punto di vista del loro stesso futuro», ha affermato.

 

La Russia sta prevalendo sul campo di battaglia nel conflitto in Ucraina, ma «come ha detto il presidente Putin, siamo aperti a una soluzione diplomatica», ha aggiunto il portavoce.

 

Delegazioni provenienti da Mosca, Washington e Kiev hanno tenuto tre cicli di colloqui dall’inizio dell’anno, l’ultimo dei quali a Ginevra a metà febbraio. Un quarto incontro era previsto per i primi di marzo, ma è stato annullato a causa dell’attacco israelo-americano all’Iran. Giovedì Peskov ha chiarito che la pausa nei negoziati è temporanea e che riprenderanno a breve.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

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Geopolitica

Trump lancia un ultimatum all’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di colpire le centrali elettriche iraniane se lo Stretto di Ormuzzo non verrà riaperto alla navigazione entro 48 ore.   L’Iran ha mantenuto chiusa la vitale via navigabile alla maggior parte delle navi dal 28 febbraio, giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno lanciato la prima ondata di attacchi contro la Repubblica Islamica. Questa interruzione, unita agli attacchi iraniani contro le infrastrutture petrolifere e del gas negli stati del Golfo, ha fatto impennare i prezzi globali dell’energia.   Sabato sera Trump ha lanciato un ultimatum a Teheran dopo i tentativi falliti di convincere i paesi europei a contribuire al ripristino dell’accesso allo stretto.

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«Se l’Iran non APRIRÀ COMPLETAMENTE, SENZA MINACCE, lo Stretto di Ormuzzo entro 48 ORE da questo preciso momento, gli Stati Uniti d’America colpiranno e distruggeranno le loro varie CENTRALI ELETTRICHE, COMINCANDO DA QUELLA PIÙ GRANDE!», ha scritto il presidente su Truth Social.   La più grande centrale elettrica dell’Iran, quella a gas di Damavand, si trova vicino a Pakdasht, a sud-est di Teheran. Altri importanti impianti includono le dighe idroelettriche di Shahid Abbaspour, Karun-3 e Masjed Soleyman nella provincia del Khuzestan, nonché la centrale termoelettrica di Kerman nell’omonima provincia.   L’unica centrale nucleare iraniana si trova a Bushehr, sulla costa del Golfo Persico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha dichiarato all’inizio di questa settimana che un proiettile ha colpito una struttura a circa 350 metri dall’impianto.

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La Russia condanna il bombardamento del porto iraniano sul Mar Caspio

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La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha condannato i recenti attacchi israelo-americani contro il porto iraniano di Bandar Anzali, sul Mar Caspio, in una dichiarazione rilasciata il 20 marzo.

 

Il 18 marzo, l’agenzia TASS, citando il canale televisivo israeliano Channel 12, aveva riferito che l’aviazione israeliana aveva colpito una base della marina iraniana nel porto. Il giorno successivo, la TASS ha riportato che Stati Uniti e Israele avevano colpito un ufficio doganale e diverse altre postazioni nel porto.

 

«La coalizione israelo-americana continua ad alimentare le fiamme della guerra che ha scatenato in Medio Oriente, il che potrebbe causare un’ulteriore propagazione del conflitto», ha affermato la Zakharova.

 

Bandar Anzali «è un importante snodo commerciale e logistico, attivamente utilizzato negli scambi tra Russia e Iran, anche per le consegne di generi alimentari. L’attacco ha danneggiato gli interessi economici della Russia e degli altri Stati del Mar Caspio che mantengono collegamenti di trasporto con l’Iran attraverso quel porto».

 

«I Paesi della regione e la comunità internazionale hanno sempre considerato il Mar Caspio una zona sicura di pace e cooperazione».

 

Le azioni sconsiderate e irresponsabili degli aggressori rischiano di trascinare gli Stati del Mar Caspio in un conflitto armato.

 

«Ribadiamo con fermezza l’esigenza di una cessazione immediata delle ostilità e della ripresa degli sforzi per raggiungere una soluzione politica della situazione in Medio Oriente, che sta avendo ripercussioni sempre più gravi sulle regioni limitrofe», ha concluso.

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