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Geopolitica

Le filiali di McDonald’s si schierano nelle tensioni in Medio Oriente

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Giovedì scorso la filiale McDonald’s aveva annunciato pasti gratuiti per le forze di sicurezza israeliane, innescando in seguito contro-donazioni da parte di molte filiali arabe della catena alla causa palestinese. Lo rivelano diversi post su Twitter.

 

In mezzo alla crescente reazione contro McDonald’s per il suo apparente sostegno alla guerra di Israele a Gaza, le filiali locali di McDonald’s in Oman, Turchia, Arabia Saudita, Libano, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno risposto con donazioni alla causa palestinese.

 

Rivelando di aver donato 100.000 dollari «per gli sforzi di soccorso per la popolazione di Gaza» in un post su Twitter, McDonald’s Oman ha ricordato ai clienti che è completamente indipendente dalla sua controparte israeliana e che ciascuno prende le proprie decisioni – politiche e non – senza consultarsi con la multinazionale McDonald’s, che presumibilmente si astiene dalla politica.

 

 

La filiale di McDonald’s dell’Arabia Saudita ha rivelato di aver donato due milioni di riyal (533.000 dollari) a Gaza, in un post su Twitter che includeva una dichiarazione in cui chiariva che era di proprietà e gestita dall’Arabia Saudita, e non responsabile di «ciò che fanno gli altri proprietari di franchising al di fuori dei nostri confini nazionali».

 

Sabato, in un post su Instagram, McDonald’s Emirati Arabi ha promesso un milione di AED (272.000 dollari) alla campagna di soccorso «Tarahum for Gaza» della Mezzaluna Rossa degli Emirati, allegando una dichiarazione simile di proprietà locale.

 

 

Secondo quanto riferito, l’attività di McDonald’s in Turchia ha donato 1 milione di dollari alle «vittime della guerra» a Gaza, mentre la filiale in Kuwait ha affermato di aver contribuito con 250.000 dollari alla locale Società della Mezzaluna Rossa. Il programma di pasti gratuiti all’IDF di McDonald’s Israel «non è stata una decisione globale, né è stato approvato da nessuno degli altri operatori locali, specialmente quelli nella nostra regione», si legge nella dichiarazione del Kuwait.

 

 

Giovedì, McDonald’s Israel si era vantato su Instagram di aver già fornito «decine di migliaia di pasti» ai soldati, alla polizia e agli operatori umanitari israeliani, e di continuare a consegnarne migliaia al giorno in tutto il Paese, oltre a uno sconto del 50% per militari e polizia, nonché cinque ristoranti di nuova apertura specificatamente dedicati al servizio delle forze di sicurezza israeliane.

 

Come riporta RT, l’annuncio ha innescato una reazione significativa, poiché molti sui social media hanno sostenuto che fosse crudele vantarsi di nutrire gratuitamente gli israeliani mentre i palestinesi di Gaza erano pericolosamente a corto di cibo e acqua sotto il blocco punitivo di Israele. Altri hanno respinto le affermazioni secondo cui la società madre di McDonald’s era apolitica, sottolineando che riceveva una percentuale dei guadagni di tutte le filiali locali, compreso quello di Israele. Da allora gli account sui social media di McDonald’s Israel sono stati resi privati, scrive il sito russo.

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Gruppi filo-palestinesi hanno picchettato un McDonald’s libanese a Saida venerdì in quello che un quotidiano locale ha descritto come un «attacco», prima di ammettere che nessuno è rimasto ferito o proprietà danneggiate durante la protesta. La filiale libanese del ristorante ha successivamente rilasciato una dichiarazione in cui afferma la propria indipendenza.

 

Nelle stesse ore, il grande marchio americano veniva «coinvolto» anche in un ulteriore conflitto: in un’intervista con un canale televisivo ucraino sabato, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha rivelato di aver chiamato personalmente il segretario di Stato americano Antony Blinken e di avergli chiesto di convincere McDonald’s a riaprire i suoi fast-food in Ucraina.

 

«Ho pensato tra me e me, è comprensibile il motivo per cui non ci sono McDonald’s in Russia, ma perché noi non li abbiamo?» ha dichiarato il Kuleba, che ha chiamato l’omologo statunitense Anthony Blinken per discutere di altre questioni ma alla fine della conversazione avrebbe chiesto: «Tony, cos’è questo casino? Perché veniamo trattati in questo modo?»

 

Il ministro ucraino afferma di aver sottolineato che è «ingiusto» che McDonald’s sia stato chiuso in Ucraina e ha osservato che la riapertura dei popolari fast food «segnalerebbe agli investitori» che è sicuro lavorare nel Paese.

 

Secondo RT, «McDonald’s ha inizialmente chiuso tutte le sue sedi, citando problemi di sicurezza, in seguito al lancio dell’operazione militare russa in Ucraina nel febbraio 2022. Tuttavia, nel settembre dello stesso anno, ha riaperto i suoi ristoranti a Kiev. Successivamente, ha riaperto anche diverse sedi in alcune parti dell’Ucraina occidentale, con tutti i locali che servono menu limitati e impiegano regole di sicurezza ampliate per consentire al personale di chiudere rapidamente i negozi e raggiungere i rifugi in caso di allerta aerea».

 

Il mese scorso, Kuleba e Blinken hanno visitato un ristorante McDonald’s a Kiev durante la visita a sorpresa del segretario nella capitale ucraina. Secondo i media ucraini, Kuleba ha ringraziato Blinken per aver contribuito alla riapertura della catena e avrebbe ammesso di aver spesso fatto colazione da McDonald’s durante i suoi anni da studente, quando aveva i postumi di una sbornia.

 

 

In Russia, nel frattempo, tutti i ristoranti McDonald’s sono stati rinominati Vkusno i Tochka («Gustoso e basta»), creato come parte della vendita del franchising statunitense prima della sua uscita dal Paese a causa delle sanzioni. Offre essenzialmente lo stesso menu ai suoi clienti dell’originale.

 

A settembre, il proprietario del franchising russo, Aleksandr Govor, aveva suggerito che Vkusno i Tochka avrebbe potuto potenzialmente aprire sedi nelle vicine Cina, Bielorussia e Abkhazia e aveva presentato ufficialmente una richiesta a McDonald’s per consentire l’espansione.

 

Come riportato da Renovatio 21, la dipartita di McDonald’s dalla Russia aveva ispirato un video andato virale in rete l’anno scorso.

 

 

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Immagine di Otto Magnus via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Stati del Golfo esortano gli Stati Uniti a non attaccare l’Iran: conseguenze disastrose per il mercato del petrolio

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I principali Paesi arabi del Golfo stanno esercitando pressioni private sugli Stati Uniti affinché rinuncino a qualsiasi attacco militare contro l’Iran, avvertendo che un’azione del genere potrebbe scatenare una grave instabilità regionale e turbare gravemente il mercato petrolifero mondiale. Lo riporta il Wall Street Journal.   L’Arabia Saudita, l’Oman e il Qatar stanno guidando questa iniziativa diplomatica riservata, cercando di influenzare l’amministrazione Trump mentre valuta opzioni militari contro Teheran, in un contesto di diffuse proteste antigovernative in Iran. La campagna di lobbying è scattata dopo che la Casa Bianca avrebbe invitato gli alleati regionali a prepararsi a una possibile azione statunitense.   Nelle comunicazioni private, i Paesi del Golfo hanno sottolineato che un tentativo di rovesciare il regime iraniano comporterebbe conseguenze serie per i mercati del petrolio. La principale preoccupazione riguarda un possibile blocco dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo cruciale tra Iran e Oman attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale.

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«Non nutrono alcun affetto per il regime iraniano, in nessuna forma o aspetto, ma provano anche una grande avversione per l’instabilità», ha dichiarato al WSJ l’ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita Michael Ratney.   I leader del Golfo temono inoltre che la caduta del governo attuale possa trasferire il potere al più radicale Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) o sfociare in un caos nazionale generalizzato. Secondo le fonti, i funzionari sauditi hanno assicurato a Teheran che non parteciperanno a eventuali scontri tra Stati Uniti e Iran e non autorizzeranno l’uso del loro spazio aereo per attacchi aerei americani.   Sebbene Trump non abbia ancora preso una decisione definitiva, ha pubblicato sui social media che «AIUTI IN ARRIVO» per i manifestanti iraniani, incoraggiandoli a impossessarsi delle istituzioni statali.   Nel frattempo, Teheran ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di «condannare incondizionatamente» le minacce americane di ricorso alla forza, accusando Washington e Israele di aver fomentato i disordini.

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Trump minaccia il leader groenlandese: «vi sarà un grosso problema per lui»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sminuito il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen definendolo una persona che «non conosce nemmeno», minacciandolo di un «grosso problema» dopo che Nielsen ha riaffermato con fermezza l’impegno dell’isola verso la Danimarca piuttosto che verso gli Stati Uniti.

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa il Nielsen aveva criticato la «retorica da superpotenza» di Trump definendola «inaccettabile» e «offensiva». «Basta con le fantasie di annessione», aveva scritto su Facebook.

Lo scontro sulle ambizioni di Trump di acquisire l’isola artica strategica ha raggiunto un nuovo livello di tensione durante una conferenza stampa congiunta tenutasi martedì a Copenaghen, in cui il primo ministro danese Mette Frederiksen e Nielsen hanno presentato un fronte compatto.

 

«Se dovessimo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, qui e ora, sceglieremmo la Danimarca. Sceglieremmo la NATO. Sceglieremmo il Regno di Danimarca. Sceglieremmo l’UE», ha dichiarato Nielsen, che probabilmente ignora il fatto che la NATO è sostenuta primariamente dagli USA.

 

Queste affermazioni, pronunciate alla vigilia di colloqui di alto livello a Washington tra funzionari danesi e groenlandesi, il vicepresidente statunitense JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, hanno provocato una reazione veemente da parte di Trump.

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«Questo è un loro problema», ha risposto Trump ai giornalisti alla Joint Base Andrews. «Non sono d’accordo con loro. Non so chi sia, non so nulla di lui, ma questo sarà un grosso problema per lui».

 

Trump ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti debbano controllare la Groenlandia per impedire il predominio cinese o russo, un’affermazione contestata non solo da Mosca e Pechino, ma anche da funzionari locali. «In un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia», ha ribadito domenica.

 

La minaccia si inserisce nel contesto di un’iniziativa legislativa promossa dal deputato della Florida Randy Fine, che ha presentato il Greenland Annexation and Statehood Act, un disegno di legge che autorizzerebbe il presidente a intraprendere «qualsiasi misura necessaria» per acquisire il territorio. I funzionari danesi hanno respinto categoricamente tale premessa, con l’ambasciatore Jesper Moller Sorensen che ha chiarito «in modo esaustivo» a Fine come la Groenlandia faccia parte integrante della Danimarca.

 

Sebbene Copenaghen abbia manifestato apertura a un approfondimento della cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti nell’ambito della NATO, insiste sul principio che il futuro dell’isola spetti alla sua popolazione, la quale nel 2008 ha votato per preservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.

 

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha evitato di commentare direttamente la controversia, limitandosi a sottolineare che il suo ruolo è garantire la sicurezza nella regione artica.

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Geopolitica

Gli Stati Uniti avvertono gli americani di «lasciare l’Iran ora»

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Il dipartimento di Stato statunitense ha diramato un’allerta di sicurezza urgente, ordinando a tutti i cittadini americani presenti in Iran di lasciare immediatamente il Paese, senza attendersi alcun supporto da parte di Washington.   La Repubblica Islamica è scossa da disordini su scala nazionale dalla fine di dicembre, con violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine che hanno causato numerose vittime. Teheran ha reagito imponendo drastiche restrizioni, tra cui il blocco delle reti mobili e di internet, per contrastare quella che definisce una violenza orchestrata e alimentata da potenze straniere.   «Lasciate l’Iran ora», ha intimato lunedì l’Ambasciata Virtuale degli Stati Uniti a Teheran. L’avviso esorta i cittadini a valutare personalmente i rischi e a organizzare autonomamente la partenza, poiché «il governo degli Stati Uniti non può garantire la vostra sicurezza se decidete di lasciare il Paese».   «I cittadini statunitensi corrono un rischio significativo di essere interrogati, arrestati e detenuti in Iran», si legge nell’allerta, che sottolinea come il mero possesso di un passaporto americano possa rappresentare un motivo sufficiente per la detenzione. Viene inoltre raccomandato ai cittadini con doppia cittadinanza di uscire dall’Iran utilizzando esclusivamente il passaporto iraniano.

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L’avviso consiglia inoltre a chi non sia in grado di partire di «trovare un luogo sicuro all’interno della propria abitazione o di un altro edificio protetto» e di fare scorte di cibo, acqua, medicinali e altri beni di prima necessità.   Le tensioni tra Teheran, Washington e Gerusalemme restano altissime dall’estate del 2025, quando Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi congiunti contro siti nucleari iraniani chiave. Il presidente americano Donald Trump ha sostenuto che tali operazioni abbiano impedito lo sviluppo di un’arma nucleare, accusa che Teheran ha sempre respinto con forza.   La scorsa settimana Trump ha dichiarato che la sua amministrazione sta esaminando «alcune opzioni molto forti», includendo possibili attacchi aerei tra le «tante opzioni sul tavolo».   In risposta, funzionari iraniani hanno ribadito che, in caso di nuovo intervento statunitense, basi militari e personale americano e israeliano diventerebbero «obiettivi legittimi».   Teheran afferma inoltre di possedere prove dell’infiltrazione di agenti stranieri, tra cui presunti elementi del Mossad, operanti per seminare caos e fornire a Washington un pretesto per un’ulteriore escalation militare.  

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Immagine diPawel Ryszawa via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
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