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Le elezioni presidenziali nella Repubblica Araba Siriana

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21

 

 

 

Le elezioni presidenziali siriane sono state una celebrazione della vittoria contro le aggressioni straniere. Una conferma dell’autorità di Bashar al-Assad, non tanto per le idee politiche, ma per il coraggio e la tenacia come capo di guerra. I perdenti di questa guerra, gli Occidentali, continuano a non accettarlo, perciò considerano anche queste ultime elezioni non valide, quindi mai avvenute. Si ostinano a considerare la classe dirigente siriana un’accolita di aguzzini che non vuole riconoscere i propri crimini.

 

 

Nella Repubblica Araba Siriana si sono appena svolte le elezioni presidenziali, a dispetto dell’ostilità degli Occidentali, che insistono a volere smembrare il Paese, nell’intento di rovesciarlo e instaurare un governo di transizione, sull’esempio di quanto accadde alla fine della seconda guerra mondiale con la Germania e il Giappone (1). Secondo gli osservatori internazionali, designati dai Paesi che hanno un’ambasciata in Siria, il voto si è svolto correttamente. Bashar al-Assad ha ottenuto la rielezione per un quarto mandato con un imponente numero di voti.

 

Sono fatti che meritano alcune spiegazioni. La sostanza di questo articolo avrebbe potuto essere scritta nel 2014, all’indomani delle precedenti elezioni presidenziali. Gli Occidentali non hanno cambiato posizione su nulla, nonostante la sconfitta militare.

Gli Occidentali non hanno cambiato posizione su nulla, nonostante la sconfitta militare.

 

 

Il contesto

Nel 2010, ossia prima della guerra, la Repubblica Araba Siriana era uno Stato in forte sviluppo demografico ed economico. Il suo presidente era il capo di Stato arabo più popolare nel Paese e nella regione. Si spostava con la moglie in qualunque località della Siria senza scorta. In Occidente era considerato un esempio positivo di semplicità e modernità.

 

Quando, in base a false informazioni, le Nazioni Unite autorizzarono gli Occidentali a intervenire in Libia, la rete televisiva del Qatar, Al-Jazeera, per mesi esortò invano i telespettatori siriani a sollevarsi contro il partito Baas.

 

Dopo la caduta della Jamahiriya Araba Libica sotto le bombe della NATO, in Siria gruppi armati distrussero i simboli dello Stato e attaccarono civili. Come già in Libia, anche in Siria nelle strade si rinvennero corpi smembrati. Alla fine, su incitazione di Al-Jazeera, di Al-Arabiya e dei Fratelli Mussulmani, i siriani cominciarono a manifestare contro Bashar al-Assad, non per una ragione precisa, ma solo perché che non era «un vero mussulmano», ma un «infedele alauita». Mai fu rivendicato il diritto alla democrazia, un concetto che gli islamisti aborrono.

 

Le Nazioni Unite trasferirono in Turchia, come «rifugiati», soldati armati del Gruppo dei Combattenti Islamici in Libia (GCIL) − issato al potere a Tripoli dalla NATO − che in seguito fonderanno l’Esercito Siriano Libero

Ciononostante, cominciarono a nascere altre manifestazioni, organizzate dal PNSS (Partito Nazionalista Sociale Siriano), che denunciavano l’organizzazione amministrativa e il ruolo illecito dei servizi segreti. Le Nazioni Unite trasferirono in Turchia, come «rifugiati», soldati armati del Gruppo dei Combattenti Islamici in Libia (GCIL) − issato al potere a Tripoli dalla NATO − che in seguito fonderanno l’Esercito Siriano Libero (2).

 

Ebbe così inizio la “guerra civile”, accompagnata dal coro dei dirigenti occidentali che scandivano «Bashar deve andarsene» (non «Democrazia!»).

 

Per due anni la popolazione siriana dovette confrontarsi con due versioni dei fatti. Da un lato i media siriani, che denunciavano un attacco esterno ma non davano conto delle manifestazioni contro l’organizzazione statale; dall’altro i media arabi che annunciavano l’imminente caduta del «regime» e l’instaurazione di un governo della Confraternita dei Fratelli Mussulmani. Di fatto, soltanto una piccola parte della popolazione sosteneva quest’organizzazione segreta. I disordini facevano più vittime fra la polizia e l’esercito che tra la popolazione civile. Gradatamente i siriani si resero conto che, quali che fossero i torti della loro Repubblica, era questa a proteggerli, non certo gli jihadisti.

Gradatamente i siriani si resero conto che, quali che fossero i torti della loro Repubblica, era questa a proteggerli, non certo gli jihadisti

 

Durante i tre anni di questa «guerra civile», gli jihadisti, armati e coordinati dalla NATO a partire da Izmir (Turchia), inquadrati da ufficiali turchi, francesi e britannici, occupavano le campagne, mentre l’Esercito Arabo Siriano difendeva la popolazione, radunatasi nelle città.

 

Su richiesta della Siria, nel 2014 intervenne l’aviazione russa per bombardare le installazioni sotterranee costruite dagli jihadisti. L’Esercito Arabo Siriano poté così cominciare a riconquistare il proprio territorio. Sempre nel 2014, la NATO favorì la trasformazione di un gruppo jihadista iracheno, che assunse il nome di Daesh, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (3). In un anno, gli jihadisti stranieri che combattevano contro la Repubblica Araba Siriana divennero oltre 250 mila: assurdo continuare a chiamare questo conflitto «guerra civile».

 

Nel 2014 la Repubblica Araba Siriana istituì il ministero per la Riconciliazione, guidato dal leader del PNSS, Ali Haïdar. Nei successivi sette anni di guerra la Repubblica si adoperò per amnistiare i siriani che avevano collaborato con gli invasori e per reintegrarli nella società.

In un anno, gli jihadisti stranieri che combattevano contro la Repubblica Araba Siriana divennero oltre 250 mila: assurdo continuare a chiamare questo conflitto «guerra civile»

 

Oggi il Paese è diviso in quattro parti: la parte essenziale controllata dal governo di Damasco; a nord-ovest il governatorato di Idlib − ove sono raggruppati gli jihadisti − protetto dall’esercito d’occupazione turco; a nord-est la zona d’occupazione dell’esercito statunitense e delle milizie kurde; infine a sud l’altopiano del Golan, che Israele, con atto unilaterale, si annesse prima della guerra.

 

 

La posizione delle potenze straniere

Secondo il diritto internazionale, la presenza in Siria di Russia e Iran è legale; invece Israele, Turchia e Stati Uniti ne occupano illecitamente parti di territorio.

 

Gli Stati Uniti, che avevano radunato la più grande coalizione militare della storia − paradossalmente denominata «Amici della Siria» − non sono riusciti a mantenere coesi i Paesi aderenti, che progressivamente hanno riacquistato autonomia e ricominciato a perseguire obiettivi propri:

Secondo il diritto internazionale, la presenza in Siria di Russia e Iran è legale; invece Israele, Turchia e Stati Uniti ne occupano illecitamente parti di territorio

 

  • Il Pentagono voleva distruggere lo Stato siriano, conformemente alla dottrina Rumsfeld/Cebrowski (4).

 

  • La Turchia sperava di annettere territori ottomani perduti, definiti dal “giuramento nazionale” del 1920 (5).

 

  • Il Regno Unito cercava di ristabilire gli interessi imperiali.

 

  • La Francia desiderava ripristinare il mandato affidatole nel 1922 dalla Società delle Nazioni (6).

Dopo dieci anni di guerra, in cui hanno parlato le armi, è ora evidente che il popolo siriano vuole mantenere la Repubblica e che quest’ultima è entrata nell’orbita della Russia. Gli Occidentali non riusciranno, nel breve e medio termine, a plasmare il Paese a proprio piacimento

 

 

Dopo dieci anni di guerra, in cui hanno parlato le armi, è ora evidente che il popolo siriano vuole mantenere la Repubblica e che quest’ultima è entrata nell’orbita della Russia. Gli Occidentali non riusciranno, nel breve e medio termine, a plasmare il Paese a proprio piacimento. Era lecito aspettarsi che le potenze occidentali prendessero atto della sconfitta e cambiassero atteggiamento mentale. Nient’affatto. In politica, come nella scienza, le dottrine non spariscono perché sconfitte o smentite, ma solo quando sparisce la generazione che le sostiene.

 

Gli Occidentali insistono perciò a diffondere false notizie e ad accusare il presidente al-Assad, nonché la Repubblica, di essere dei carnefici, proprio come il III Reich definiva Charles De Gaulle un servo degli ebrei e degli inglesi, a capo d’una banda di mercenari e seviziatori.

 

Appena prima delle elezioni siriane, Washington e Bruxelles hanno concordato una posizione comune: lo scrutinio non può essere legittimo perché contrario alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Ebbene, questo testo (7), adottato sei anni fa, non cita mai le elezioni presidenziali. Stabilisce invece che il futuro della Siria spetta unicamente ai siriani e conferma la legittimità della lotta della Repubblica contro i gruppi jihadisti. Si dà il caso che alla risoluzione siano seguite in Svizzera, e poi parallelamente in Russia, trattative tra le parti in causa siriane. Le delegazioni avevano convenuto di riformare la Costituzione, ma non vi sono riuscite. I Collaboratori della NATO (gli «oppositori») hanno progressivamente deposto le armi, sicché oggi non ci sono delegati titolati a portare avanti i negoziati.

Era lecito aspettarsi che le potenze occidentali prendessero atto della sconfitta e cambiassero atteggiamento mentale. Nient’affatto. In politica, come nella scienza, le dottrine non spariscono perché sconfitte o smentite, ma solo quando sparisce la generazione che le sostiene

 

 

I rifugiati siriani

Nel 2010 vivevano in Siria 20 milioni di cittadini siriani, nonché 2 milioni di rifugiati palestinesi e iracheni. Nel 2011 la Turchia ha costruito alla frontiera siriana nuovi quartieri e ha sollecitato i siriani a stabilirvisi, in attesa del ripristino della pace nel loro Paese. Ankara stava soltanto mettendo in atto una tattica della NATO (8): sottrarre popolazione civile alla Siria.

 

In seguito, la Turchia ha fatto una selezione fra i rifugiati, utilizzando i sunniti nelle fabbriche e spedendo gli altri in Europa. Nel medesimo tempo molti altri siriani hanno lasciato il Paese per sfuggire alla guerra, rifugiandosi in Libano e Giordania. I dati dell’UNHCR dicono che oggi i rifugiati siriani all’estero sono 5,4 milioni.

 

Considerato il disordine che regna in Siria, è impossibile stabilire con precisione il numero dei morti causati dalla guerra: i siriani uccisi sarebbero 400 mila, forse più, gli jihadisti stranieri almeno 100 mila. Non si conosce nemmeno il numero e la nazionalità degli abitanti dei territori sotto controllo turco e statunitense. Durante la guerra gli Occidentali hanno diffuso cifre assurde: si è parlato di un milione di «democratici» nella Ghuta orientale, ma alla caduta di questa vi si trovavano soltanto 140 mila persone (90 mila siriani e 50 mila stranieri). Il dato di 3 milioni di persone che si trovano nelle zone occupate, fornito dagli Occidentali, non è probabilmente più affidabile.

I siriani uccisi sarebbero 400 mila, forse più, gli jihadisti stranieri almeno 100 mila. Non si conosce nemmeno il numero e la nazionalità degli abitanti dei territori sotto controllo turco e statunitense

 

In ogni caso, la Repubblica Araba Siriana calcola che i cittadini siriani attuali sono 18,1 milioni. Ma molte persone non hanno dato segno di vita alle autorità siriane, forse vivono ancora come rifugiati all’estero.

 

Gli Occidentali, che si sono dimenticati della tattica demografica da loro messa in atto e sono intossicati dalla propaganda, sono persuasi che i rifugiati abbiano lasciato la Siria per sfuggire alla «dittatura». Tuttavia, all’ambasciata del Libano, in occasione del voto per le presidenziali si sono viste incredibili manifestazioni di esultanza per la vittoria contro gli aggressori stranieri, nonché di fedeltà alla Repubblica. Scene analoghe si svolsero durante le elezioni del 2014.

 

La stragrande maggioranza dei rifugiati siriani ha ripetutamente proclamato di aver fuggito gli jihadisti, non il «regime».

 

 

La stragrande maggioranza dei rifugiati siriani ha ripetutamente proclamato di aver fuggito gli jihadisti, non il «regime»

La candidatura di Bashar al-Assad

Al contrario di quanto comunemente si crede, Bashar al-Assad non ha ereditato la presidenza. Del resto non era destinato alla politica: viveva a Londra dal 1992, dove faceva l’oculista. Dedito ai pazienti, si rifiutò sempre di aprire uno studio per ricchi e continuò a lavorare in ospedale, al servizio di tutti.ù

 

Alla morte del fratello Bassel, accettò tuttavia di rientrare in Siria ed entrò in un’accademia militare. Nel 1998 il padre, il presidente Hafez al-Assad, lo mise a capo della Società Informatica Siriana e poi gli affidò missioni diplomatiche. Quando Hafez morì, Bashar non era designato alla successione.

 

Tuttavia, a fronte del periodo d’incertezza che aveva investito il Paese, su pressione del partito unico dell’epoca, il Baas, Bashar al-Assad accettò la presidenza della Repubblica; una decisione ratificata dal popolo non con elezioni, ma attraverso un referendum.

 

Diventato presidente, al-Assad s’impegnò nella liberalizzazione e modernizzazione del Paese, comportandosi né meglio né peggio dei dirigenti occidentali. Ma nel 2011, quando gli Occidentali gli offrirono privilegi in cambio dell’allontanamento, il presidente non si piegò ma si ribellò. La famiglia Assad (che in arabo significa «Leone») è nota per il senso del dovere e il controllo della paura.

Il voto non poteva essere che un plebiscito: il ringraziamento della Nazione all’uomo che l’ha salvata. Ha votato il 76,64% degli iscritti a votare e il 95,1% ha scelto Bashar al-Assad. Un numero di consensi molto superiore al 2014

 

E Bashar al-Assad, sino a questo momento personaggio di basso profilo, si rivelerà un dirigente eccezionale, passando, come Charles De Gaulle, dallo status di uomo ordinario a quello di liberatore del Paese.

 

 

Le elezioni presidenziali del 2021

La legislazione siriana ha stabilito che soltanto i cittadini rimasti in Siria negli ultimi dieci anni, ossia durante la guerra, hanno il diritto di candidarsi. Un modo per delegittimare coloro che sono andati a vendersi agli Occidentali. E così i candidati alle elezioni presidenziali del 2021 sono stati soltanto tre. Tutti hanno avuto modo di mettere in luce i problemi sociali causati dalla guerra e di dibattere su come risolverli.

 

Ma il voto non poteva essere che un plebiscito: il ringraziamento della Nazione all’uomo che l’ha salvata. Ha votato il 76,64% degli iscritti a votare e il 95,1% ha scelto Bashar al-Assad. Un numero di consensi molto superiore al 2014.

 

La folla ha celebrato ovunque la vittoria: la vittoria alle elezioni presidenziali e la vittoria contro gli invasori.

La folla ha celebrato ovunque la vittoria: la vittoria alle elezioni presidenziali e la vittoria contro gli invasori.

 

Gli Occidentali non l’ammettono. Sono ossessionati dai crimini da loro stessi commessi e che tentano di mascherare: la maggior parte delle abitazioni, intere città, non sono che mucchi di macerie; 1,5 milioni di siriani sono handicappati e almeno 400 mila sono morti.

 

 

Thierry Meyssan

Thierry Meyssan ha vissuto dal 2011 al 2020 a fianco dei siriani, sotto le bombe della NATO e d’Israele, sotto gli attacchi di Al Qaeda e di Daesh. Ha scritto un libro autorevole, Sotto i nostri occhi, dedicato alla strategia degli Occidentali in Medio Oriente e, in particolare, alla guerra contro la Siria.

NOTE

1) «La Germania e l’ONU contro la Siria», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.

2) «L’esercito libero siriano è comandato dal governatore militare di Tripoli», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 19 dicembre 2011.

3) «I Fratelli Mussulmani come ausiliari del Pentagono», di Thierry Meyssan, Traduzione Alice Zanzottera, Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 5 luglio 2019.

4) «La dottrina Rumsfeld/Cebrowski», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 25 maggio 2021.

5) « Serment national turc», Réseau Voltaire, 28 gennaio 1920.

6) «Il faut envoyer l’ONU pour pacifier la Syrie», intervista di Valéry Giscard d’Estaing con Henri Vernet e Jannick Alimi, Le Parisien, 27 septembre 2015. «Perché la Francia vuole rovesciare la Repubblica araba siriana?», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 12 ottobre 2015.

7) « Résolution 2254 (Plan de paix pour la Syrie)», Réseau Voltaire, 18 décembre 2015.

8) «Strategic Engineered Migration as a Weapon of War», Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008. «Understanding the Coercive Power of Mass Migrations»,  in Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion and Foreign Policy, Kelly M. Greenhill, Ithaca, 2010. «Migration as a Coercive Weapon: New Evidence from the Middle East», in Coercion : The Power to Hurt in International Politics, Kelly M. Greenhill, Oxford University Press, 2018.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Trump annulla l’attacco pianificato contro l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annullato un attacco pianificato contro l’Iran dopo aver affermato che erano stati raggiunti i punti principali di un accordo che potrebbe riaprire lo Stretto di Hormuz e affrontare quella che ha definito la «minaccia nucleare» di Teheran.

 

Secondo quanto riportato da CBS News, Stati Uniti e Israele si starebbero preparando per una massiccia campagna di bombardamenti contro le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica, che potrebbe iniziare già nel fine settimana. L’emittente ha affermato che l’operazione proposta, descritta come potenzialmente una delle campagne più dure contro l’Iran fino ad oggi, dovrebbe prendere di mira centrali elettriche e raffinerie di petrolio, mentre funzionari militari avrebbero anche discusso la possibilità di interrompere la fornitura di energia elettrica in tutta Teheran.

 

In un post pubblicato sabato su Truth Social, Trump ha scritto che, nonostante gli Stati Uniti fossero «pronti a colpire l’Iran con livelli di terrore, forza e potenza militare mai visti dalla Seconda Guerra Mondiale», aveva accettato le richieste di Teheran e delle nazioni mediorientali di sospendere l’attacco perché i «parametri» di un accordo erano stati concordati.

 

Trump ha affermato che l’accordo proposto includerebbe «l’apertura immediata, completa e totale dello Stretto di Hormuz e la fine della minaccia nucleare iraniana».

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«In seguito a questa richiesta, ho acconsentito, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran di successo e prospero, ad annullare l’attacco, a condizione di poter raggiungere rapidamente un ACCORDO», ha scritto Trump, aggiungendo che Israele si è unito a Washington nell’impegno

.

Funzionari iraniani, tuttavia, hanno contestato la versione di Trump. Una fonte descritta dall’agenzia di stampa Fars come vicina al team negoziale iraniano ha affermato che non vi erano piani per riaprire lo Stretto di Hormuz e ha insistito sul fatto che sarebbe rimasto chiuso «finché gli Stati Uniti continueranno le loro azioni ostili». Secondo la fonte, la navigazione commerciale sarebbe stata consentita solo attraverso una rotta designata dall’Iran e con il permesso della Marina delle Guardie Rivoluzionarie.

 

Secondo quanto riferito, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, leader di fatto del regno, avrebbe parlato con Trump sabato esprimendo preoccupazione per un’ulteriore escalation. Una fonte a conoscenza della conversazione ha dichiarato all’Associated Press che Riad temeva che gli attacchi statunitensi contro le infrastrutture chiave di Teheran potessero provocare attacchi di rappresaglia contro impianti energetici nei paesi del Golfo. Il principe ereditario avrebbe inoltre chiesto chiarimenti in merito all’azione militare che Trump stava prendendo in considerazione.

 

Un funzionario della Casa Bianca, parlando a condizione di anonimato, ha confermato all’Associated Press che la conversazione ha avuto luogo, ma non ha rivelato alcun dettaglio.

 

Nonostante la partecipazione degli Stati Uniti agli attacchi contro siti utilizzati da presunte milizie filo-iraniane in Iraq, l’Arabia Saudita avrebbe esortato Washington e Teheran a riprendere i negoziati per porre fine al conflitto, che dura ormai da cinque mesi. Il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman, fratello del principe ereditario, si è recato a Washington mercoledì per incontrare Trump e il vicepresidente JD Vance e discutere la strategia nei confronti dell’Iran.

 

L’escalation ha fatto seguito a una breve pausa nelle ostilità. All’inizio di questa settimana, l’esercito statunitense ha dichiarato di aver sventato un attacco missilistico iraniano contro una base americana in Giordania, il primo attacco regionale di Teheran da quando i combattimenti si sono attenuati.

 

Venerdì, Trump ha detto ai giornalisti che gli Stati Uniti «vogliono solo vincere» in Iran, promettendo di colpire il Paese «molto duramente» finché «non ne potrà più».

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Geopolitica

Israele colpisce Gaza poche ore dopo l’annuncio da parte di Trump del piano di disarmo di Hamas

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Gli attacchi israeliani sono proseguiti su Gaza ore dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato uno «storico accordo» in base al quale Hamas sarebbe stato disarmato e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si sarebbero ritirate completamente dall’enclave.   Secondo quanto riportato dalla stampa, almeno un palestinese è rimasto ucciso e diversi altri feriti negli attacchi di venerdì.   L’accordo è stato raggiunto giovedì sera, a seguito di colloqui mediati da Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti sotto l’egida del Board of Peace guidato da Washington. Trump lo ha salutato come un «passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature» e una tappa fondamentale del suo piano in 20 punti per l’enclave. Tuttavia, sia Hamas che funzionari israeliani hanno in seguito sollevato dubbi su disposizioni chiave dell’accordo.

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha definito la bozza di accordo «inaccettabile per Israele». Scrivendo su Telegram, ha affermato che le «uccisioni mirate» di «terroristi di Hamas» a Gaza devono continuare, insieme all’«incoraggiamento» dell’«emigrazione» palestinese dall’enclave.   Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che le forze israeliane «rimarranno nelle zone di sicurezza finché sarà necessario».   Hamas ha ribadito che non ci sarà alcun disarmo finché le forze israeliane rimarranno a Gaza. In una dichiarazione, il gruppo ha affermato che qualsiasi discussione sulla consegna di armi pesanti è subordinata alla cessazione completa delle ostilità, al ritiro totale di Israele, alla ricostruzione, alle garanzie internazionali e ai progressi verso la creazione di uno Stato palestinese.   Secondo l’agenzia AFP, fonti di Hamas hanno affermato che il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un organismo tecnocratico palestinese istituito dal Consiglio per la pace, sarebbe diventato l’unica autorità responsabile della gestione e dello stoccaggio delle armi di Hamas. Reuters ha riferito separatamente che Hamas ha ribadito che qualsiasi trasferimento rimane subordinato al ritiro israeliano e a un aumento degli aiuti umanitari in arrivo nell’enclave.   Secondo la tabella di marcia pubblicata, Israele deve completare «senza indugio» gli impegni rimanenti previsti dall’accordo di cessate il fuoco di ottobre, «in particolare la cessazione delle operazioni militari». Hamas e le altre fazioni palestinesi trasferirebbero le funzioni di governo civile e di sicurezza al NCAG. Le armi pesanti e le infrastrutture militari verrebbero successivamente dismesse sotto l’amministrazione del comitato, mentre le forze israeliane si ritirerebbero gradualmente. Il Consiglio per la Pace è stato istituito nell’ambito del piano di Trump per Gaza, a seguito del cessate il fuoco dello scorso ottobre, con il compito di sovrintendere alla transizione e alla ricostruzione postbellica dell’enclave. Ha il compito di supervisionare la ricostruzione, supportare il trasferimento del governo civile al NCAG (National Command and Action Group) e coordinare il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Secondo le autorità sanitarie di Gaza, almeno 73.340 palestinesi sono stati uccisi e oltre 174.000 feriti da quando Israele ha lanciato la sua campagna militare in risposta al sanguinoso raid di Hamas dell’ottobre 2023.

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 Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
   
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Hamas accetterebbe il piano di disarmo di Gaza di Trump

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Secondo un alto funzionario, il gruppo militante palestinese Hamas ha accettato di disarmare completamente la Striscia di Gaza nell’ambito del piano «Board of Peace» del presidente statunitense Donald Trump, sebbene anche Israele debba soddisfare una serie di condizioni previste dall’accordo.

 

Ghazi Hamad, membro della delegazione negoziale di Hamas, ha confermato venerdì ad Al Jazeera che è stato raggiunto un accordo, aggiungendo che a breve verrà rilasciato un comunicato ufficiale.

 

«Questi negoziati sono stati difficili e impegnativi, e abbiamo cercato di raggiungere la migliore formula possibile», ha dichiarato Hamad, le cui affermazioni sono state riportate anche da Reuters e dalla BBC. Ha sottolineato, tuttavia, che Israele deve approvare il disarmo graduale, aggiungendo che Hamas non attuerà alcuna parte dell’accordo a meno che le forze israeliane non adempiano ai loro obblighi, in particolare ritirandosi da Gaza e promuovendo la ricostruzione nel territorio palestinese.

 

«Non intraprenderemo alcuna azione in merito al disarmo prima del ritiro di Israele dalla Striscia», ha dichiarato.

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Hamad ha inoltre dichiarato alla BBC che il gruppo insiste sulla formulazione «inventario e stoccaggio delle armi» sotto la supervisione palestinese, anziché sulla loro consegna a Israele.

 

La notizia è emersa per la prima volta giovedì, quando Trump ha annunciato su Truth Social che il suo Consiglio per la Pace ha raggiunto uno «storico accordo» sul disarmo completo di Hamas e di ogni altro gruppo armato a Gaza, definendolo un «passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature» e una tappa fondamentale del suo piano in 20 punti per l’enclave.

 

«L’accordo sarà attuato in fasi attentamente strutturate», ha scritto il presidente degli Stati Uniti. «Una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza Internazionale di Stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per assumersi la responsabilità di garantire la sicurezza di Gaza per i suoi abitanti e per i paesi limitrofi».

 

Trump ha affermato che Gaza sarebbe stata infine governata da un «nuovo governo palestinese» che avrebbe lavorato a stretto contatto con il Board of Peace. Ha ringraziato Egitto, Qat

 

Il direttore generale del Board of Peace e alto rappresentante per Gaza, Nickolay Mladenov, ha confermato la svolta in un post su X.

 

«Oggi è stato raggiunto un accordo sul disarmo e sulla transizione civile a Gaza. Ci sono voluti mesi di negoziati molto difficili per arrivare a questo punto», ha scritto, aggiungendo che ci sono stati diversi momenti in cui «non credeva che ce l’avremmo fatta» e insistendo sul fatto che il ritiro israeliano «deve procedere di pari passo» con il disarmo di Hamas.

 

Tuttavia, alcune indiscrezioni pubblicate poco prima dell’annuncio di Trump suggerivano che rimanessero ancora da definire dettagli significativi. Secondo quanto riportato, Hamas vorrebbe conservare le armi leggere «personali», mentre le armi pesanti verrebbero custodite sotto la supervisione di un organismo palestinese anziché essere distrutte. Chiede inoltre l’amnistia per i membri delle formazioni armate sciolte e desidera che il processo sia sincronizzato con il ritiro israeliano, anziché consegnare tutte le armi in cambio della promessa di un successivo ritiro delle truppe israeliane.

 

In precedenza, fonti anonime avevano riferito all’agenzia Reuters che i colloqui al Cairo tra i mediatori e i leader di Hamas sull’attuazione del piano di pace per Gaza avevano compiuto rari progressi, sebbene un funzionario israeliano avesse affermato che i termini proposti non erano soddisfacenti. Dopo l’annuncio di Trump, il Times of Israel ha riportato, citando una fonte anonima, che l’accordo era stato firmato dai negoziatori di Hamas, dal consiglio e dai paesi mediatori, ma che «l’ufficio israeliano» aveva rilasciato una dichiarazione in cui affermava che la proposta di disarmo non soddisfaceva le richieste di Israele.

 

L’annuncio è giunto mentre gli attacchi israeliani continuavano in tutta Gaza, nonostante il cessate il fuoco introdotto lo scorso ottobre. Il Ministero della Salute di Gaza ha dichiarato che giovedì gli ospedali hanno ricevuto i corpi di sei persone, insieme a 34 feriti. Tra le vittime, un bambino di otto anni ucciso in un attacco a un campo profughi a Khan Younis e un neonato di 18 mesi ucciso dal bombardamento di un’abitazione nel campo profughi di Bureij. Secondo le autorità sanitarie di Gaza, almeno 73.341 palestinesi sono stati uccisi e oltre 174.000 feriti da quando Israele ha lanciato la sua campagna militare in rappresaglia per il sanguinoso raid di Hamas dell’ottobre 2023.

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Il Board of Peace di Trump è stato inizialmente presentato come un organismo temporaneo incaricato di sovrintendere alla ricostruzione di Gaza e alla transizione verso un’amministrazione tecnocratica palestinese non eletta. Il suo statuto fondativo, tuttavia, lo autorizza a perseguire iniziative di «costruzione della pace» in altre regioni colpite da conflitti e conferisce a Trump ampi poteri personali.

 

Trump detiene il potere di veto su tutte le decisioni, può impartire direttive per conto dell’organizzazione e non ha un mandato a tempo determinato. Può essere sostituito solo se si dimette o se viene dichiarato unanimemente incapace dal consiglio esecutivo, e in tal caso è lui stesso a designare il suo successore. I membri invitati hanno normalmente un mandato di tre anni, ma tale limite non si applica a coloro che contribuiscono con più di un miliardo di dollari.

 

I palestinesi non sono rappresentati negli organi direttivi superiori del consiglio e sono inclusi solo nel comitato tecnico incaricato di gestire i servizi pubblici quotidiani di Gaza sotto la sua supervisione.

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