Le elezioni presidenziali siriane sono state una celebrazione della vittoria contro le aggressioni straniere. Una conferma dell’autorità di Bashar al-Assad, non tanto per le idee politiche, ma per il coraggio e la tenacia come capo di guerra. I perdenti di questa guerra, gli Occidentali, continuano a non accettarlo, perciò considerano anche queste ultime elezioni non valide, quindi mai avvenute. Si ostinano a considerare la classe dirigente siriana un’accolita di aguzzini che non vuole riconoscere i propri crimini.
Geopolitica
Le elezioni presidenziali nella Repubblica Araba Siriana
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21
Nella Repubblica Araba Siriana si sono appena svolte le elezioni presidenziali, a dispetto dell’ostilità degli Occidentali, che insistono a volere smembrare il Paese, nell’intento di rovesciarlo e instaurare un governo di transizione, sull’esempio di quanto accadde alla fine della seconda guerra mondiale con la Germania e il Giappone (1). Secondo gli osservatori internazionali, designati dai Paesi che hanno un’ambasciata in Siria, il voto si è svolto correttamente. Bashar al-Assad ha ottenuto la rielezione per un quarto mandato con un imponente numero di voti.
Sono fatti che meritano alcune spiegazioni. La sostanza di questo articolo avrebbe potuto essere scritta nel 2014, all’indomani delle precedenti elezioni presidenziali. Gli Occidentali non hanno cambiato posizione su nulla, nonostante la sconfitta militare.
Gli Occidentali non hanno cambiato posizione su nulla, nonostante la sconfitta militare.
Il contesto
Nel 2010, ossia prima della guerra, la Repubblica Araba Siriana era uno Stato in forte sviluppo demografico ed economico. Il suo presidente era il capo di Stato arabo più popolare nel Paese e nella regione. Si spostava con la moglie in qualunque località della Siria senza scorta. In Occidente era considerato un esempio positivo di semplicità e modernità.
Quando, in base a false informazioni, le Nazioni Unite autorizzarono gli Occidentali a intervenire in Libia, la rete televisiva del Qatar, Al-Jazeera, per mesi esortò invano i telespettatori siriani a sollevarsi contro il partito Baas.
Dopo la caduta della Jamahiriya Araba Libica sotto le bombe della NATO, in Siria gruppi armati distrussero i simboli dello Stato e attaccarono civili. Come già in Libia, anche in Siria nelle strade si rinvennero corpi smembrati. Alla fine, su incitazione di Al-Jazeera, di Al-Arabiya e dei Fratelli Mussulmani, i siriani cominciarono a manifestare contro Bashar al-Assad, non per una ragione precisa, ma solo perché che non era «un vero mussulmano», ma un «infedele alauita». Mai fu rivendicato il diritto alla democrazia, un concetto che gli islamisti aborrono.
Le Nazioni Unite trasferirono in Turchia, come «rifugiati», soldati armati del Gruppo dei Combattenti Islamici in Libia (GCIL) − issato al potere a Tripoli dalla NATO − che in seguito fonderanno l’Esercito Siriano Libero
Ciononostante, cominciarono a nascere altre manifestazioni, organizzate dal PNSS (Partito Nazionalista Sociale Siriano), che denunciavano l’organizzazione amministrativa e il ruolo illecito dei servizi segreti. Le Nazioni Unite trasferirono in Turchia, come «rifugiati», soldati armati del Gruppo dei Combattenti Islamici in Libia (GCIL) − issato al potere a Tripoli dalla NATO − che in seguito fonderanno l’Esercito Siriano Libero (2).
Ebbe così inizio la “guerra civile”, accompagnata dal coro dei dirigenti occidentali che scandivano «Bashar deve andarsene» (non «Democrazia!»).
Per due anni la popolazione siriana dovette confrontarsi con due versioni dei fatti. Da un lato i media siriani, che denunciavano un attacco esterno ma non davano conto delle manifestazioni contro l’organizzazione statale; dall’altro i media arabi che annunciavano l’imminente caduta del «regime» e l’instaurazione di un governo della Confraternita dei Fratelli Mussulmani. Di fatto, soltanto una piccola parte della popolazione sosteneva quest’organizzazione segreta. I disordini facevano più vittime fra la polizia e l’esercito che tra la popolazione civile. Gradatamente i siriani si resero conto che, quali che fossero i torti della loro Repubblica, era questa a proteggerli, non certo gli jihadisti.
Gradatamente i siriani si resero conto che, quali che fossero i torti della loro Repubblica, era questa a proteggerli, non certo gli jihadisti
Durante i tre anni di questa «guerra civile», gli jihadisti, armati e coordinati dalla NATO a partire da Izmir (Turchia), inquadrati da ufficiali turchi, francesi e britannici, occupavano le campagne, mentre l’Esercito Arabo Siriano difendeva la popolazione, radunatasi nelle città.
Su richiesta della Siria, nel 2014 intervenne l’aviazione russa per bombardare le installazioni sotterranee costruite dagli jihadisti. L’Esercito Arabo Siriano poté così cominciare a riconquistare il proprio territorio. Sempre nel 2014, la NATO favorì la trasformazione di un gruppo jihadista iracheno, che assunse il nome di Daesh, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (3). In un anno, gli jihadisti stranieri che combattevano contro la Repubblica Araba Siriana divennero oltre 250 mila: assurdo continuare a chiamare questo conflitto «guerra civile».
Nel 2014 la Repubblica Araba Siriana istituì il ministero per la Riconciliazione, guidato dal leader del PNSS, Ali Haïdar. Nei successivi sette anni di guerra la Repubblica si adoperò per amnistiare i siriani che avevano collaborato con gli invasori e per reintegrarli nella società.
In un anno, gli jihadisti stranieri che combattevano contro la Repubblica Araba Siriana divennero oltre 250 mila: assurdo continuare a chiamare questo conflitto «guerra civile»
Oggi il Paese è diviso in quattro parti: la parte essenziale controllata dal governo di Damasco; a nord-ovest il governatorato di Idlib − ove sono raggruppati gli jihadisti − protetto dall’esercito d’occupazione turco; a nord-est la zona d’occupazione dell’esercito statunitense e delle milizie kurde; infine a sud l’altopiano del Golan, che Israele, con atto unilaterale, si annesse prima della guerra.
La posizione delle potenze straniere
Secondo il diritto internazionale, la presenza in Siria di Russia e Iran è legale; invece Israele, Turchia e Stati Uniti ne occupano illecitamente parti di territorio.
Gli Stati Uniti, che avevano radunato la più grande coalizione militare della storia − paradossalmente denominata «Amici della Siria» − non sono riusciti a mantenere coesi i Paesi aderenti, che progressivamente hanno riacquistato autonomia e ricominciato a perseguire obiettivi propri:
Secondo il diritto internazionale, la presenza in Siria di Russia e Iran è legale; invece Israele, Turchia e Stati Uniti ne occupano illecitamente parti di territorio
- Il Pentagono voleva distruggere lo Stato siriano, conformemente alla dottrina Rumsfeld/Cebrowski (4).
- La Turchia sperava di annettere territori ottomani perduti, definiti dal “giuramento nazionale” del 1920 (5).
- Il Regno Unito cercava di ristabilire gli interessi imperiali.
- La Francia desiderava ripristinare il mandato affidatole nel 1922 dalla Società delle Nazioni (6).
Dopo dieci anni di guerra, in cui hanno parlato le armi, è ora evidente che il popolo siriano vuole mantenere la Repubblica e che quest’ultima è entrata nell’orbita della Russia. Gli Occidentali non riusciranno, nel breve e medio termine, a plasmare il Paese a proprio piacimento
Dopo dieci anni di guerra, in cui hanno parlato le armi, è ora evidente che il popolo siriano vuole mantenere la Repubblica e che quest’ultima è entrata nell’orbita della Russia. Gli Occidentali non riusciranno, nel breve e medio termine, a plasmare il Paese a proprio piacimento. Era lecito aspettarsi che le potenze occidentali prendessero atto della sconfitta e cambiassero atteggiamento mentale. Nient’affatto. In politica, come nella scienza, le dottrine non spariscono perché sconfitte o smentite, ma solo quando sparisce la generazione che le sostiene.
Gli Occidentali insistono perciò a diffondere false notizie e ad accusare il presidente al-Assad, nonché la Repubblica, di essere dei carnefici, proprio come il III Reich definiva Charles De Gaulle un servo degli ebrei e degli inglesi, a capo d’una banda di mercenari e seviziatori.
Appena prima delle elezioni siriane, Washington e Bruxelles hanno concordato una posizione comune: lo scrutinio non può essere legittimo perché contrario alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ebbene, questo testo (7), adottato sei anni fa, non cita mai le elezioni presidenziali. Stabilisce invece che il futuro della Siria spetta unicamente ai siriani e conferma la legittimità della lotta della Repubblica contro i gruppi jihadisti. Si dà il caso che alla risoluzione siano seguite in Svizzera, e poi parallelamente in Russia, trattative tra le parti in causa siriane. Le delegazioni avevano convenuto di riformare la Costituzione, ma non vi sono riuscite. I Collaboratori della NATO (gli «oppositori») hanno progressivamente deposto le armi, sicché oggi non ci sono delegati titolati a portare avanti i negoziati.
Era lecito aspettarsi che le potenze occidentali prendessero atto della sconfitta e cambiassero atteggiamento mentale. Nient’affatto. In politica, come nella scienza, le dottrine non spariscono perché sconfitte o smentite, ma solo quando sparisce la generazione che le sostiene
I rifugiati siriani
Nel 2010 vivevano in Siria 20 milioni di cittadini siriani, nonché 2 milioni di rifugiati palestinesi e iracheni. Nel 2011 la Turchia ha costruito alla frontiera siriana nuovi quartieri e ha sollecitato i siriani a stabilirvisi, in attesa del ripristino della pace nel loro Paese. Ankara stava soltanto mettendo in atto una tattica della NATO (8): sottrarre popolazione civile alla Siria.
In seguito, la Turchia ha fatto una selezione fra i rifugiati, utilizzando i sunniti nelle fabbriche e spedendo gli altri in Europa. Nel medesimo tempo molti altri siriani hanno lasciato il Paese per sfuggire alla guerra, rifugiandosi in Libano e Giordania. I dati dell’UNHCR dicono che oggi i rifugiati siriani all’estero sono 5,4 milioni.
Considerato il disordine che regna in Siria, è impossibile stabilire con precisione il numero dei morti causati dalla guerra: i siriani uccisi sarebbero 400 mila, forse più, gli jihadisti stranieri almeno 100 mila. Non si conosce nemmeno il numero e la nazionalità degli abitanti dei territori sotto controllo turco e statunitense. Durante la guerra gli Occidentali hanno diffuso cifre assurde: si è parlato di un milione di «democratici» nella Ghuta orientale, ma alla caduta di questa vi si trovavano soltanto 140 mila persone (90 mila siriani e 50 mila stranieri). Il dato di 3 milioni di persone che si trovano nelle zone occupate, fornito dagli Occidentali, non è probabilmente più affidabile.
I siriani uccisi sarebbero 400 mila, forse più, gli jihadisti stranieri almeno 100 mila. Non si conosce nemmeno il numero e la nazionalità degli abitanti dei territori sotto controllo turco e statunitense
In ogni caso, la Repubblica Araba Siriana calcola che i cittadini siriani attuali sono 18,1 milioni. Ma molte persone non hanno dato segno di vita alle autorità siriane, forse vivono ancora come rifugiati all’estero.
Gli Occidentali, che si sono dimenticati della tattica demografica da loro messa in atto e sono intossicati dalla propaganda, sono persuasi che i rifugiati abbiano lasciato la Siria per sfuggire alla «dittatura». Tuttavia, all’ambasciata del Libano, in occasione del voto per le presidenziali si sono viste incredibili manifestazioni di esultanza per la vittoria contro gli aggressori stranieri, nonché di fedeltà alla Repubblica. Scene analoghe si svolsero durante le elezioni del 2014.
La stragrande maggioranza dei rifugiati siriani ha ripetutamente proclamato di aver fuggito gli jihadisti, non il «regime».
La stragrande maggioranza dei rifugiati siriani ha ripetutamente proclamato di aver fuggito gli jihadisti, non il «regime»
La candidatura di Bashar al-Assad
Al contrario di quanto comunemente si crede, Bashar al-Assad non ha ereditato la presidenza. Del resto non era destinato alla politica: viveva a Londra dal 1992, dove faceva l’oculista. Dedito ai pazienti, si rifiutò sempre di aprire uno studio per ricchi e continuò a lavorare in ospedale, al servizio di tutti.ù
Alla morte del fratello Bassel, accettò tuttavia di rientrare in Siria ed entrò in un’accademia militare. Nel 1998 il padre, il presidente Hafez al-Assad, lo mise a capo della Società Informatica Siriana e poi gli affidò missioni diplomatiche. Quando Hafez morì, Bashar non era designato alla successione.
Tuttavia, a fronte del periodo d’incertezza che aveva investito il Paese, su pressione del partito unico dell’epoca, il Baas, Bashar al-Assad accettò la presidenza della Repubblica; una decisione ratificata dal popolo non con elezioni, ma attraverso un referendum.
Diventato presidente, al-Assad s’impegnò nella liberalizzazione e modernizzazione del Paese, comportandosi né meglio né peggio dei dirigenti occidentali. Ma nel 2011, quando gli Occidentali gli offrirono privilegi in cambio dell’allontanamento, il presidente non si piegò ma si ribellò. La famiglia Assad (che in arabo significa «Leone») è nota per il senso del dovere e il controllo della paura.
Il voto non poteva essere che un plebiscito: il ringraziamento della Nazione all’uomo che l’ha salvata. Ha votato il 76,64% degli iscritti a votare e il 95,1% ha scelto Bashar al-Assad. Un numero di consensi molto superiore al 2014
E Bashar al-Assad, sino a questo momento personaggio di basso profilo, si rivelerà un dirigente eccezionale, passando, come Charles De Gaulle, dallo status di uomo ordinario a quello di liberatore del Paese.
Le elezioni presidenziali del 2021
La legislazione siriana ha stabilito che soltanto i cittadini rimasti in Siria negli ultimi dieci anni, ossia durante la guerra, hanno il diritto di candidarsi. Un modo per delegittimare coloro che sono andati a vendersi agli Occidentali. E così i candidati alle elezioni presidenziali del 2021 sono stati soltanto tre. Tutti hanno avuto modo di mettere in luce i problemi sociali causati dalla guerra e di dibattere su come risolverli.
Ma il voto non poteva essere che un plebiscito: il ringraziamento della Nazione all’uomo che l’ha salvata. Ha votato il 76,64% degli iscritti a votare e il 95,1% ha scelto Bashar al-Assad. Un numero di consensi molto superiore al 2014.
La folla ha celebrato ovunque la vittoria: la vittoria alle elezioni presidenziali e la vittoria contro gli invasori.
La folla ha celebrato ovunque la vittoria: la vittoria alle elezioni presidenziali e la vittoria contro gli invasori.
Gli Occidentali non l’ammettono. Sono ossessionati dai crimini da loro stessi commessi e che tentano di mascherare: la maggior parte delle abitazioni, intere città, non sono che mucchi di macerie; 1,5 milioni di siriani sono handicappati e almeno 400 mila sono morti.
Thierry Meyssan
Thierry Meyssan ha vissuto dal 2011 al 2020 a fianco dei siriani, sotto le bombe della NATO e d’Israele, sotto gli attacchi di Al Qaeda e di Daesh. Ha scritto un libro autorevole, Sotto i nostri occhi, dedicato alla strategia degli Occidentali in Medio Oriente e, in particolare, alla guerra contro la Siria.
1) «La Germania e l’ONU contro la Siria», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
2) «L’esercito libero siriano è comandato dal governatore militare di Tripoli», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 19 dicembre 2011.
3) «I Fratelli Mussulmani come ausiliari del Pentagono», di Thierry Meyssan, Traduzione Alice Zanzottera, Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 5 luglio 2019.
4) «La dottrina Rumsfeld/Cebrowski», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 25 maggio 2021.
5) « Serment national turc», Réseau Voltaire, 28 gennaio 1920.
6) «Il faut envoyer l’ONU pour pacifier la Syrie», intervista di Valéry Giscard d’Estaing con Henri Vernet e Jannick Alimi, Le Parisien, 27 septembre 2015. «Perché la Francia vuole rovesciare la Repubblica araba siriana?», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 12 ottobre 2015.
7) « Résolution 2254 (Plan de paix pour la Syrie)», Réseau Voltaire, 18 décembre 2015.
8) «Strategic Engineered Migration as a Weapon of War», Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008. «Understanding the Coercive Power of Mass Migrations», in Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion and Foreign Policy, Kelly M. Greenhill, Ithaca, 2010. «Migration as a Coercive Weapon: New Evidence from the Middle East», in Coercion : The Power to Hurt in International Politics, Kelly M. Greenhill, Oxford University Press, 2018.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Le elezioni presidenziali nella Repubblica Araba Siriana», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 giugno 2021
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Economia
Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.
Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».
Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».
«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.
Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.
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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».
Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.
All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».
Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.
Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.
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Geopolitica
Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione
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Geopolitica
Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese
Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.
Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.
«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.
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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».
Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.
La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.
Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.
Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.
La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.
Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.
Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.
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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.
Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.
Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.
In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.
Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.
Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.
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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.
Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.
In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.
Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».
Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.
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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.
Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.
La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.
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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International
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