Spirito
La Santa Sede stende il tappeto rosso per Sarah Mullally. Descrizione del viaggio
Quanto accaduto a Roma da sabato 25 a martedì 28 aprile 2026 è abominevole, scandaloso e grottesco: una donna vestita da vescovo è stata ricevuta dalla Santa Sede con onori ecclesiastici. Si tratta della stessa donna che papa Leone XIV, al momento della sua intronizzazione, aveva chiamato «Reverendissima e Onorevolissima Madame Sarah Mullally, arcivescovo di Canterbury», Primate della Comunione Anglicana.
Sabato 25 aprile
Madame Mullally è stata accolta nel pomeriggio nella Basilica di San Pietro da mons. Flavio Pace, Segretario del Dicastero per il Servizio dell’Unità dei Cristiani, e dal Canonico Eric van Teijlingen, membro del Capitolo della Basilica. Poi, è stata condotta alla tomba di San Pietro nella Cappella Clementina, dove ha impartito una benedizione ai presenti. Nelle immagini, si vede mons. Flavio Pace chinare il capo e farsi il segno della croce, come se ricevesse una benedizione valida da Sarah Mullally.
Madame Mullally si è recata poi alla Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove è stata ricevuta dal Cardinale James Michael Harvey, arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Sotto gli occhi stupiti di pellegrini e turisti, ha preso posto nell’area centrale a lei riservata davanti alla tomba di San Paolo. Proprio in questa basilica, il 24 marzo 1966, un anno dopo il Concilio Vaticano II, venne firmata la dichiarazione congiunta tra l’arcivescovo anglicano Michael Ramsey e papa Paolo VI.
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Domenica 26 aprile
Dopo aver presieduto una funzione anglicana al mattino, il viaggio è proseguito domenica pomeriggio con l’accoglienza presso la Basilica di San Giovanni in Laterano da parte di monsignor Guerino di Tora, Vicario dell’arciprete, il cardinale Baldassare Reina, e successivamente presso la Basilica di Santa Maria Maggiore da parte di monsignor Éamonn McLaughlin, in rappresentanza dell’arciprete, il cardinale Rolandas Makrickas, dove ha visitato la tomba di papa Francesco. Ancora una volta, ha potuto pregare al centro delle basiliche, circondata da prelati cattolici.
Lunedì 27 aprile
Sarah Mullally è stata ricevuta in udienza da papa Leone XIV in Vaticano lunedì mattina. I due si sono incontrati privatamente prima di pronunciare entrambi un discorso pubblico. Ha inoltre presentato al papa la sua delegazione anglicana e si sono scambiati dei doni. In seguito, si è unita al papa per partecipare insieme alla preghiera di mezzogiorno nella Cappella di Urbano VIII, all’interno del Palazzo Apostolico.
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Lunedì sera, Sarah Mullally ha presieduto i Vespri nella chiesa cattolica gesuita di Sant’Ignazio di Loyola, durante i quali ha insediato il Vescovo anglicano Anthony Ball, direttore del Centro anglicano di Roma, come rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede.
Il cardinale James Michael Harvey ha partecipato alla celebrazione, mentre l’omelia è stata pronunciata dal cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione. Mons. Richard Moth di Westminster, che ha accompagnato Sarah Mullally nel suo viaggio a Roma, si è unito a lei per impartire la benedizione finale della cerimonia liturgica.
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Martedì 28 aprile
Il viaggio si è concluso martedì con le visite al centro anglicano per migranti Joel Nafuma e ai progetti della comunità cattolica di Sant’Egidio, fortemente progressista, globalista e influente.
Un grave scandalo sotto diversi aspetti.
L’accoglienza riservata a Sarah Mullally dalla Santa Sede è inaccettabile per qualsiasi cattolico che abbia a cuore la verità piuttosto che l’ecumenismo, per diversi motivi.
La Chiesa cattolica non riconosce la validità delle ordinazioni anglicane, che furono dichiarate «assolutamente nulle e invalide» da Leone XIII nella Apostolicae Curae. Inoltre, la Chiesa insegna categoricamente di non aver ricevuto da Nostro Signore Gesù Cristo l’autorità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. Infine, la Comunione anglicana è dottrinalmente eretica e trae origine dallo scisma di Enrico VIII d’Inghilterra dalla Chiesa cattolica nel 1534.
Inoltre, la figura di Sarah Mullally è estremamente problematica. Ex infermiera, poi alta funzionaria pubblica britannica, è stata «ordinata» diacono e sacerdote anglicano nel 2001, poi «consacrata» come vescovo nel 2015, prima di diventare vescovo di Londra nel 2018 e poi arcivescovo di Canterbury nel 2026. Il Financial Times l’ha descritta come «teologicamente liberale». Lei stessa si definisce femminista. Mullally ha sostenuto e accompagnato gli sviluppi più importanti dell’anglicanesimo contemporaneo: benedizioni per le coppie dello stesso sesso, cura pastorale LGBT, linguaggio basato sull’identità e posizioni ambigue sull’aborto.
È significativo che le critiche più dure rivolte a Sarah Mullally provengono dall’interno della stessa Comunione Anglicana. La Global South Fellowship of Anglican Churches, che rappresenta milioni di anglicani, ha visto la sua elezione come un’occasione persa per la riforma e l’unità. L’arcivescovo Justin Badi Arama, primate del Sud Sudan, ha dichiarato di non riconoscerla come guida spirituale. Questi anglicani, spesso di origine africana, rifiutano proprio ciò che Roma sembra ora onorare: l’ordinazione delle donne, le benedizioni per le coppie dello stesso sesso, il progressismo morale e l’adattamento al mondo moderno.
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Un riconoscimento impossibile
Il 20 marzo 2026, papa Leone XIV aveva già indirizzato un messaggio a «Sua Reverendissima e Onorevolissima Madame Sarah Mullally, arcivescovo di Canterbury», in occasione della sua intronizzazione.
Se Leone XIV non riconoscesse davvero alcuna autorità degli ordini nella Chiesa anglicana, e ancor meno se questa fosse detenuta da una donna, qual è allora il significato degli onori di «arcivescovo» che le sono stati così generosamente conferiti durante quest’udienza e il suo soggiorno a Roma? Una Chiesa «sorella», guidata da una donna, offre senza dubbio una buona indicazione della concezione di Leone XIV, sulla scia di Francesco, riguardo al potere giurisdizionale attribuibile ai laici, uomini o donne che siano. La stessa idea è evidente nel documento finale del Gruppo di Studio 5 del Sinodo sulla Sinodalità, riguardante «la partecipazione delle donne alla vita e al governo della Chiesa».
All’inizio del suo discorso, il papa ha espresso la sua gioia per la presenza di Sarah Mullally in udienza, prima di ricordare l’incontro ufficiale a Roma tra Paolo VI e l’arcivescovo anglicano di Canterbury, Michael Ramsey, avvenuto sessant’anni prima, il 23 marzo 1966. Questo incontro illustrò il desiderio di Paolo VI di perseguire attivamente l’ecumenismo del Concilio Vaticano II. Il giorno seguente, a San Paolo fuori le Mura, dopo una dichiarazione congiunta, Paolo VI compì un gesto plateale donando al primate anglicano il proprio anello episcopale. Questo simbolo fu ampiamente percepito come un implicito riconoscimento della dignità dell’ufficio episcopale anglicano.
L’assurdità dell’ecumenismo conciliare
Questo scandalo dimostra ancora una volta l’assurdità dell’ecumenismo conciliare. In nome del dialogo, le verità della fede vengono oscurate. In nome dell’unità, si dà l’impressione che eresie e scismi siano semplici sfumature. Una tale logica non conduce le anime all’unica Chiesa di Cristo, ma le abitua all’indifferenza.
Il vero ecumenismo, a differenza di quello propugnato dal Concilio Vaticano II, non consiste nel trattare il vero sacerdozio e la sua invalida imitazione, la successione apostolica e la sua parodia, la dottrina cattolica e gli errori moderni come equivalenti. Consiste nel richiamare le anime all’unità di fede, sacramenti e governo sotto il successore di San Pietro.
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Una nuova manifestazione dello stato di necessità
Questa surreale scena romana rivela lo stato di confusione dottrinale in cui si trova oggi la Chiesa visibile. Quando i simboli sacri vengono usati contro la verità che dovrebbero esprimere, i fedeli hanno il dovere di resistere a questa confusione.
È difficile esprimere la gravità di questa situazione. Una donna che la Chiesa non riconosce come vescovo viene condotta nei luoghi più sacri di Roma, dove impartisce una benedizione, riceve gli onori di un primate e incontra il papa, mentre i vescovi e i sacerdoti cattolici della Fraternità Sacerdotale San Pio X, rimasti fedeli alla Tradizione, vengono tenuti a distanza.
In una recente intervista, don Davide Pagliarani ha dichiarato di attendere un’udienza con il Santo Padre da quasi nove mesi: «Questo corrisponde al mio più sincero desiderio. Tuttavia, sono stupito che finora non ci sia stata alcuna risposta o reazione personale da parte del Santo Padre».
«Prima di dichiarare scismatica una società con più di mille membri, che costituisce un punto di riferimento per centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo, sarebbe opportuno conoscere personalmente coloro che saranno giudicati». La sanzione proposta non riguarda solo un’istituzione – che, per inciso, non esiste agli occhi della Santa Sede – ma anche singoli individui, profondamente devoti al papa e alla Chiesa.
«Confesso di faticare a comprendere questo silenzio, soprattutto quando ci viene spesso ricordato il bisogno di ascoltare il grido dei poveri, il grido degli emarginati e persino il grido della Terra stessa…»
Si può negare al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X ciò che si concede indebitamente a Sarah Mullally?
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Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Leone minaccia la FSSPX per l’ordinazione dei vescovi
BREAKING: Pope Leo XIV on the upcoming SSPX Consecrations:
“I am considering making another appeal saying don’t do this, let’s try to live the communion of the Church. But it’s their choice. One must realize what it means for them and for the Church. Certainly, the division… pic.twitter.com/wXvaSeldVC — LifeSiteNews (@LifeSite) June 16, 2026
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Spirito
Trasmettere la fede
«Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà forse la fede sulla terra?» (Luca 18,8).
La domanda che Nostro Signore pone con timore non celato suggerisce che la trasmissione della fede di generazione in generazione non è scontata, ma richiede un’attenzione costantemente rinnovata, uno sforzo quotidiano e, ancor più, una grazia dal Cielo: anche quando ricevuta nella culla, la fede rimane innanzitutto un dono di Dio che deve poi, e sempre con l’aiuto di Dio, essere nutrito e sviluppato.
Occorre ricordare che la fede è intesa in due sensi diversi ma correlati: la fede a volte si riferisce a ciò che si crede e si professa, in altre parole al contenuto della fede cattolica o all’insieme armonioso e coerente delle diverse verità di fede; la fede a volte si riferisce all’adesione personale e libera dell’uomo a queste verità rivelate da Dio e trasmesse dalla Chiesa.
Da quel momento in poi, la trasmissione della fede avviene in due modi complementari. In primo luogo, consiste nel trasmettere nella sua interezza e nello spiegare nel dettaglio ciò che Gesù Cristo è venuto a rivelare all’umanità. È missione del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti insegnare alle persone; trasmettere una chiara comprensione, adeguata alle capacità di ciascuno, della dottrina della fede.
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Pertanto, la trasmissione della fede può essere paralizzata solo quando le verità vengono costantemente sminuite, messe a tacere o addirittura distorte, celate da falsità; quando il catechismo si limita alla discussione di una pagina del Vangelo… Già il profeta Geremia lo lamentava: «I bambini chiedono il pane, e nessuno glielo dà». Non ci sarà una trasmissione profonda e duratura della fede finché i pastori della Chiesa si rifiuteranno di insegnare, con autorità, tutte le verità cattoliche, specialmente quelle che contrastano con le false ideologie del presente.
Questo non basta: trasmettere la fede richiede anche di preparare le menti ad accogliere liberamente la Verità rivelata, con un’adesione sia intellettuale che spirituale. Certamente, la fede non si trasmette pienamente se non viene assimilata e vissuta quotidianamente.
Per questo motivo, la trasmissione della fede spetta anche ai genitori e agli educatori, chiamati a offrire quotidianamente, in famiglia e nella scuola cattolica, concrete applicazioni della fede che li ispira. Di conseguenza, la trasmissione della fede dipende in larga misura dagli esempi di vita cristiana offerti, dalle regole di vita stabilite, dalle buone abitudini instillate e dalle relazioni felici instaurate.
Al contrario, come l’esperienza dimostra chiaramente, i cattivi esempi, l’indisciplina cronica, la debolezza di carattere e le amicizie dannose sono sufficienti a farla fallire.
Abate Luigi Maria Berthe
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
Leone XIV nomina il presidente di EWTN News a capo della comunicazione vaticana
Una carriera forgiata nei media cattolici oltreoceano.
Dal 2023, Montserrat Alvarado ricopre la carica di presidente e CEO di EWTN News, supervisionando tutte le attività giornalistiche globali e multilingue dell’emittente, che comprendono televisione, radio, stampa, piattaforme digitali e social media. In precedenza, ha trascorso quattordici anni in posizioni dirigenziali presso il Becket Fund for Religious Liberty , dove si è concentrata su temi quali la libertà religiosa e la dignità umana. Nata a Città del Messico, si è laureata alla Florida International University e alla George Washington University. Il suo profilo è quello di una manager esperta piuttosto che di una giornalista. Ed è proprio ciò che il papa desiderava, secondo l’esperto vaticanista Andrea Gagliarducci: Leone XIV ha portato in Vaticano una manager di grande esperienza, cercando al contempo di entrare in contatto con il mondo conservatore americano – con le sue reti di finanziatori – e acquisendo un’esperienza fondamentale per cercare di far funzionare la macchina mediatica vaticana. Questa nomina ha un certo peso simbolico: questa rete televisiva conservatrice si è infatti mostrata critica nei confronti di diversi aspetti del pontificato di Papa Francesco e non ha esitato a esprimere riserve su alcune decisioni prese durante il pontificato di Leone XIV. Paradossalmente, la scelta di un dirigente proveniente da EWTN – un canale che papa Francesco, in uno dei suoi consueti sfoghi, definì una volta «opera del diavolo» – viene interpretata come un gesto di conciliazione nei confronti di un’ampia fetta del cattolicesimo americano.Sostieni Renovatio 21
Una nomina senza precedenti
Montserrat Alvarado succede a Paolo Ruffini, nominato nel 2018 da Papa Francesco come primo prefetto laico di un dicastero della Curia romana. In particolare, la sua nomina la rende la prima laica senza voti religiosi a capo di un dicastero della Santa Sede. Questo organismo non è sempre stato affidato a laici. Per oltre mezzo secolo, il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, e in seguito la Segreteria per la Comunicazione, sono stati guidati da vescovi o cardinali. Il primo prefetto della Segreteria per la Comunicazione, l’arcivescovo Dario Edoardo Viganò, nominato nel 2015, era egli stesso un arcivescovo. La nomina della signora Alvarado costituisce dunque un nuovo passo in un recente sviluppo segnato dalla costituzione apostolica Praedicate Evangelium (2022), che prevede esplicitamente che i fedeli laici possano essere chiamati a esercitare funzioni di governo all’interno della Curia Romana. Durante le congregazioni generali che hanno preceduto il conclave del 2025, il cardinale Beniamino Stella ha espresso il suo dissenso nei confronti di questa separazione tra il potere di governo e il sacramento dell’Ordine sacro. Già prefetto della Congregazione per il Clero e figura stimata nella Curia, ha denunciato una rottura con una tradizione secolare che lega l’ordinario esercizio della giurisdizione ecclesiastica alla ricezione del sacramento dell’Ordine sacro. La questione non è semplicemente disciplinare; tocca la natura stessa del potere nella Chiesa. Storicamente, i prefetti dei dicasteri, i loro segretari e spesso anche i loro sottosegretari erano vescovi, perché gli atti che erano chiamati a compiere rientravano nell’esercizio della giurisdizione ecclesiastica.Riforma in prospettiva
Al di là di questa nomina, l’intera struttura del dicastero potrebbe essere ripensata. In una possibile riorganizzazione, la tipografia, la Casa Editrice Vaticana e il servizio fotografico verrebbero integrati nel bilancio del Governatorato sotto la voce «servizi commerciali», mentre il Dicastero per la Comunicazione si concentrerebbe nuovamente sulla gestione dei media, che potrebbe essere gestita in modo più «manageriale», con un’autonomia che consentirebbe anche donazioni specifiche. La questione cruciale è se questa «rivoluzione silenziosa», come l’hanno definita alcuni commentatori, permetterà ai media vaticani di rimanere fedeli al «programma di cristianizzazione della società» affidato loro da Papa Pio XI all’inaugurazione della prima sede di Radio Vaticana. Era il 1931, e da allora molta acqua è passata sotto i pilastri di Ponte Sant’Angelo. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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