Economia
La Goldman Sachs ritiene che i prezzi del petrolio potrebbero raddoppiare a causa degli attacchi Houthi
I prezzi globali del petrolio greggio raddoppieranno se le interruzioni innescate dai ribelli Houthi dello Yemen colpiranno anche lo Stretto di Hormuz, ha detto sabato Daan Struyven, capo della ricerca petrolifera di Goldman Sachs, in un’intervista al network americano CNBC.
Gli Houthi hanno organizzato un blocco di fatto delle navi attraverso il Mar Rosso e hanno continuato ad attaccare i carichi in seguito all’escalation delle ostilità tra Israele e Hamas a Gaza. I militanti con sede nello Yemen prendono di mira le navi che si ritiene siano collegate a Israele, che secondo loro è solidale con la difficile situazione dei palestinesi.
«Se si verificasse un’interruzione dello Stretto di Hormuz per un mese, i prezzi aumenterebbero del 20%», ha detto Struyven, aggiungendo che un’interferenza prolungata nello stretto potrebbe alla fine raddoppiare i prezzi del petrolio.
Nonostante consideri lo scenario «altamente improbabile», Struyven si unisce a una vasta gamma di analisti provenienti da tutto il settore energetico che denunciano la situazione nelle ultime settimane.
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I crescenti attacchi hanno costretto le compagnie di navigazione globali a dirottare le navi dal Mar Rosso attorno al Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa. Per le merci che viaggiano dall’Asia all’Europa o al Nord America, questa rotta aggiunge circa 6.000 miglia nautiche al viaggio e può ritardare i tempi di consegna fino a un mese, facendo inevitabilmente lievitare i costi di spedizione.
Gli attacchi Houthi continuano da settimane e minacciano di interrompere in modo significativo il flusso di merci commerciali attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez, un’importante arteria commerciale tra l’Asia e i paesi occidentali. I militanti hanno lanciato missili almeno due dozzine di volte dal 19 dicembre in risposta alla guerra tra Israele e Hamas.
Come riportato da Renovatio 21, la scorsa estate Goldman Sachs aveva già previsto la domanda di petrolio «più alta di tutti i tempi», con ampi deficit e prezzi del greggio più alti nel breve termine, a causa del basso numero di impianti di perforazione negli Stati Uniti e dell’incertezza sulla domanda di petrolio a lungo termine.
Come riportato da Renovatio 21, la Russia supererà l’Arabia Saudita come il più grande produttore di petrolio OPEC +, il gruppo che un mese fa ha parlato di estensioni ai tagli alla produzione.
Il mercato del petrolio per la Russia, nonostante le sanzioni occidentali, non si è mai fermato, anzi: la sua evoluzione sta producendo cambiamenti di natura sistemica come il fatto che l’India – oggi divenuta il principale fornitore di petrolio raffinato della UE – ha iniziato inizia a usare lo yuan per pagare il petrolio russo, e lo stesso avviene per il Pakistan, mentre i sauditi vendono il loro greggio sempre in valuta cinese.
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Economia
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Cina
I mercati esagerano la possibilità di conflitto per Taiwano
Secondo un alto diplomatico statunitense, gli investitori stanno esagerando la probabilità di uno scontro militare su Taiwano.
Michael DeSombre, sottosegretario di Stato americano per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha dichiarato giovedì alla CNBC che gli investitori stavano «sopravvalutando il rischio che accadesse qualcosa nello Stretto di Taiwan».
«Sia la Cina che gli Stati Uniti non vogliono il conflitto, e noi siamo in grado di scoraggiarlo», ha affermato.
Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio sovrano e dichiara di perseguire la riunificazione pacifica, pur non escludendo l’uso della forza. L’isola autogovernata rimane una fonte di attrito tra la Cina e gli Stati Uniti, che mantengono una politica di «una sola Cina» ma continuano a fornire armi a Taipei.
Gli esperti, tuttavia, avvertono che i mercati finanziari potrebbero non essere preparati alle ripercussioni economiche di una crisi.
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Taiwan domina la produzione globale di semiconduttori avanzati, fornendo chip essenziali per smartphone, veicoli e sistemi di intelligenza artificiale. Un blocco o un’escalation militare potrebbero interrompere la produzione e le principali rotte di spedizione, provocando ripercussioni a catena nel commercio globale e nelle catene di approvvigionamento tecnologiche.
Uno scontro potrebbe anche compromettere le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, innescando nuove tariffe, restrizioni alle esportazioni e controlli sugli investimenti. I mercati asiatici e le aziende tecnologiche americane sarebbero particolarmente vulnerabili. Secondo MarketWatch, gli investitori hanno già incorporato i rischi geopolitici nei prezzi delle azioni legate a Taiwan, tra cui quelle del colosso dei semiconduttori TSMC.
Secondo le stime di Bloomberg Economics risalenti a febbraio, una guerra tra Stati Uniti e Cina per Taiwan potrebbe causare una perdita di 10.600 miliardi di dollari, pari al 9,6% del PIL globale, nel suo primo anno. L’Unione Europea sarebbe tra le regioni più colpite, secondo il think tank britannico Chatham House.
Hal Brands, professore alla Johns Hopkins University, ha avvertito che Pechino potrebbe optare per un blocco o una quarantena doganale piuttosto che per un’invasione su vasta scala.
«Nessuno ha una buona idea di come quantificare il rischio di un conflitto militare tra Stati Uniti e Cina per Taiwan», ha dichiarato a una conferenza sugli investimenti a settembre, secondo quanto riportato da Business Today.
Nel frattempo, Pechino ha ripetutamente denunciato la vendita di armi statunitensi a Taiwan come un’ingerenza nei suoi affari interni, chiedendo a Washington di interrompere le spedizioni.
Sinora, lo status quo nella questione tra Pechino e Taipei è stato assicurato dal cosiddetto «scudo dei microchip» di cui gode Taiwano, ossia la deterrenza di questa produzione industriale rispetto agli appetiti cinesi, che ancora non hanno capito come replicare le capacità tecnologiche di Taipei. Aziende europee hanno dichiarato di poter spengere da remoto gli impianti di produzione a Taiwan in caso di invasione da parte dell’Esercito di Liberazione del Popolo.
La Cina, tuttavia, sta da tempo accelerando per arrivare all’autonomia tecnologica sui semiconduttori, così da dissolvere una volta per tutte lo scudo dei microchip taiwanese. La collaborazione tra Taiwan e UE riguardo ai microchip, nonostante la volontà espressa da Bruxelles, non è mai davvero decollata.
Come riportato da Renovatio 21, il colosso del microchip TSMC ha dichiarato due anni fa che la produzione dei microchip si arresterebbe in caso di invasione cinese di Formosa.
I microchip taiwanesi sono un argomento centrale nella tensione tra Washington e Pechino continuata da Trump a Biden, che qualcuno ha definito come una vera guerra economica mossa dall’amministrazione USA contro il Dragone.
Come riportato da Renovatio 21 la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno consegnato i primi due dei 66 nuovi caccia F-16 ordinati da Taipei nell’ambito di un accordo da 8 miliardi di dollari. La consegna è avvenuta dopo i colloqui tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, durante i quali Xi ha esortato Washington a opporsi all’«indipendenza di Taiwan» e a «gestire la questione di Taiwan con cautela».
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Lo scorso dicembre Washington ha approvato un pacchetto record di armi da 11 miliardi di dollari per Taiwan. Secondo alcune fonti, Trump avrebbe ritardato l’approvazione di un altro accordo da 14 miliardi di dollari, definendo la potenziale vendita una «ottima carta da giocare» nei colloqui con Pechino.
Funzionari statunitensi hanno affermato che Xi avrebbe ordinato all’esercito cinese di tenersi pronto per una potenziale operazione contro Taiwan entro il 2027, sebbene Pechino non abbia confermato tale affermazione.
DeSombre, tuttavia, ha descritto il leader cinese come «un attore molto razionale» che avrebbe valutato attentamente le conseguenze di un’azione militare.
Come riportato da Renovatio 21, all’inizio del mese, in un’intervista al programma CBS 60 Minutes, Trump aveva riferito che i dialoghi con Xi, tenutisi a fine ottobre in Corea del Sud, si sono concentrati sul commercio, mentre la questione taiwanese «non è stata toccata».
Lo scorso mese la neopremier nipponica Sanae Takaichi aveva suscitato le ire di Pechino parlando di un impegno delle Forze di Autodifesa di Tokyo in caso di invasione di Taiwano.
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Immagine di xiangyang17 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Economia
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