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La giunta birmana golpista vuole demolire per «scavi archeologici» la cattedrale di Taungoo

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Lo prevede un’ordinanza notificata anche a 19 siti buddhisti della «zona culturale» della città che verrebbero rasi al suolo per riportare alla luce l’antica Ketumati. Ad AsiaNews lo sgomento dei cattolici locali per la minaccia che incombe sulla chiesa dedicata al Sacro Cuore, eretta alla fine del XIX secolo dai missionari del PIME. È solo l’ultima ferita dei generali ai luoghi di culto: ben 300 quelli colpiti in Myanmar dal golpe del 1 febbraio 2021.

 

In un contesto di crescente repressione del patrimonio religioso, la Commissione per la Sicurezza e la Pace dello Stato del Myanmar, ovvero la sua giunta militare, sta portando avanti un piano per demolire a Taungoo (Taungngu) – città della regione di Bago – la storica cattedrale cattolica del Sacro Cuore e almeno 19 altri siti religiosi buddhisti, suscitando un profondo senso di smarrimento tra le comunità religiose.

 

Il nuovo ordine di demolizione – reso pubblico tre giorni fa dall’agenzia UcaNews e confermato da un’organizzazione locale di assistenza/beneficenza e dai leader religiosi locali, segue un modello di intimidazione e violenza contro le istituzioni religiose che si è intensificato dopo il colpo di Stato del febbraio 2021.

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Citando l’espansione degli scavi archeologici nella città cinquecentesca Ketumati – l’antica capitale della dinastia di Taungoo – la giunta ha ordinato non solo la rimozione dei siti cristiani, ma anche di 16 monasteri buddhisti, un convento, un centro di ritiro e una pagoda, tutti situati all’interno della cosiddetta «zona culturale».

 

Le radici della Cattedrale del Sacro Cuore affondano profondamente nella storia di Taungoo, fungendo da rifugio spirituale per generazioni di cattolici sin dalla sua fondazione da parte dei missionari italiani del PIME, presenti nell’allora Birmania dal 1869. Fu l’allora amministrazione britannica a mettere a disposizione il terreno.

 

I parrocchiani ricordano i battesimi, i matrimoni e le preghiere offerte per i propri cari all’interno delle sue mura. La sua struttura attuale risale al 1987 dopo i danni subiti durante la Seconda Guerra mondiale e una successiva ricostruzione.

 

Andrew, un residente locale, ha condiviso con AsiaNews il dolore della comunità: «come cattolici, siamo molto dispiaciuti. Possiamo confermare che la notizia è vera e che sono già iniziate alcune demolizioni nelle zone circostanti. Sebbene circolino voci su un sito archeologico del XVI secolo, sembra che il vero obiettivo siano proprio i gruppi religiosi buddhisti e cristiani».

 

Per la minoranza cattolica in Myanmar, il dolore è sia immediato che generazionale. Jacinta esprime così la paura condivisa da molti: «Noi cattolici non osiamo sollevare la nostra preoccupazione come gruppo minoritario in Myanmar, ma in questo caso anche la religione maggioritaria è oppressa. Ci chi chiediamo se almeno potremo ottenere un terreno sostitutivo dalle autorità dopo la demolizione della cattedrale. Sotto la giunta il Ministero degli Affari Religiosi non concede alcun permesso per la costruzione di edifici religiosi: temiamo non permettano alla diocesi la ricostruzione della cattedrale anche nel caso un appezzamento di terreno disponibile».

 

L’ordinanza di demolizione della cattedrale di Taungoo si aggiunge alle tante altre ferite subite dalla Chiesa cattolica in Myanmar. Le azioni dei militari dopo il colpo di Stato hanno costretto allo sfollamento forzato i vescovi di diverse diocesi: Hakha nello Stato Chin, Bhamo nello Stato Kachin, Loikaw nello Stato Karen e Lashio nello Stato Shan settentrionale.

 

Ora, anche la sede vescovile di Taungoo è minacciata in modo simile. In un recente esempio di questa escalation di violenza, la cattedrale di Bhamo è stata incendiata solo tre mesi fa dai soldati della giunta militare, segnando un’insicurezza sempre maggiore per i fedeli.

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Ricercatori indipendenti dal golpe del febbraio 2021 hanno registrato la distruzione di oltre 300 siti religiosi in tutto il Paese, spesso a seguito di attacchi aerei o raid punitivi. Il Governo di Unità Nazionale, che opera in esilio, sostiene si tratti di una politica calcolata del leader della giunta Min Aung Hlaing per minare la resistenza religiosa e civile.

 

Per i cattolici di Taungoo, la perdita della cattedrale rappresenterebbe ben più che la distruzione di un edificio: segnerebbe una rottura nella vita di fede di una città e si aggiunge a un crescente senso di paura, sfollamento e privazione dei diritti per le minoranze in tutta la nazione. Nonostante il dolore, però, rimane una tranquilla determinazione a proseguire il proprio cammino.

 

Mentre dunque i bulldozer si avvicinano alla Cattedrale del Sacro Cuore e ai monasteri buddhisti, le comunità religiose del Myanmar guardano alla loro fede per trovare conforto, resistenza e solidarietà, unite nella preghiera affinché i loro luoghi sacri possano continuare a vivere.

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Immagine di Tawoo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

 

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La FSSPX esclusa dalla Basilica di Assisi

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La Fraternità Sacerdotale San Pio X, in occasione del suo ciclico pellegrinaggio umbro di settembre, giunta alla Basilica di San Francesco per la preghiera conclusiva, si è vista negare l’ingresso. Lo riporta il Corriere dell’Umbria.   La Fraternità attribuisce il diniego al «nuovo status ecclesiale in seguito alle consacrazioni del 1° luglio: in quanto cioè scismatici e scomunicati».   Il no dei frati assisani sembra che sia invece dettato dalla mancata richiesta di poter celebrare una messa o un momento di preghiera come gruppo religioso: «Comprendiamo il disappunto e la delusione per non aver potuto portare a termine il pellegrinaggio nel modo desiderato, ma è doveroso chiarire che nella Basilica di San Francesco nessuno può pregare pubblicamente in maniera autonoma, dal momento che nel luogo sacro si svolgono già delle celebrazioni pubbliche a orari stabiliti. Inoltre la Basilica è un luogo di culto cattolico e per questo sono ammesse solo celebrazioni liturgiche da parte di fedeli appartenenti alla Chiesa cattolica in piena comunione con il Romano Pontefice».

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La FSSPX ha diramato un comunicato di risposta: a religiosi e fedeli tradizionalista sarebbe stato «consentito di entrare a piccoli gruppi per una preghiera privata, e non in quanto comunità con preghiera pubblica. Il Superiore del Distretto italiano, don Gabriele D’Avino, ha allora rifiutato di accondiscendere a una simile concessione: ha tenuto l’esortazione conclusiva del pellegrinaggio proprio davanti alle porte della Basilica e lì, sul sagrato, è stato intonato il Credo in testimonianza pubblica di fede cattolica.».   «Il 27 ottobre 2026», ha ricordato don D’Avino, «i membri e i rappresentanti di tutti i falsi culti», dalle confessioni protestanti all’Islam, dall’ebraismo alle credenze orientali e animistiche, «pregheranno pubblicamente nelle chiese della città di Assisi», come già avvenuto, del resto, nel 1986 e proprio per celebrare il 40° anniversario di quella riunione ecumenica presieduta da Giovanni Paolo II.   La FSSPX ha pubblicato online il video dell’esortazione conclusiva di don D’Avino.  

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Dal canto loro la comunità dei frati minori conventuali del Sacro Convento di San Francesco in Assisi, per bocca di fra Giulio Cesareo, ribadisce le scelte e le ragioni di tale divieto, rimarcando l’ospitalità che riserveranno alle altre religioni il prossimo mese, secondo le loro regole: «In occasione del prossimo 40° anniversario dello Spirito di Assisi – il grande incontro di preghiera interreligioso per la pace promosso e guidato da papa Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 – le chiese locali (e in particolare la Basilica) non ospiteranno dei momenti di preghiera pubblici da parte di uomini e donne di fede non cristiana».   «Sarà nostra gioia, infine, se nella Basilica – cantata dalla liturgia come ‘uomo tutto cattolico e apostolico” – e altrove potremo continuare a celebrare insieme dei momenti di preghiera ecumenica – cioè tra fedeli cristiani di diverse confessioni, compresi noi cattolici – per chiedere a Dio nostro Padre il dono della pace, dell’unità e della piena comunione ecclesiale».   Assisi, città della pace, sembra proprio non offrire pace e comunione.   Come dichiara la FSSPX nella sua nota, «ancora una volta c’è accoglienza per tutti, fino ai pagani più remoti del globo, ma non per quanti vogliono restare figli della Chiesa Cattolica Apostolica Romana senza compromessi».   Francesco Rondolini  

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L’UE potrebbe ordinare alla Chiesa cattolica la cancellazione dei registri battesimali

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La Corte di giustizia dell’Unione europea sta attualmente esaminando un ricorso presentato dalla Corte d’appello di Bruxelles in merito alla presunta violazione del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) da parte della Chiesa cattolica, per essersi rifiutata di cancellare i nomi dai registri battesimali su richiesta.

 

In un documento programmatico del 2 settembre, in cui si opponeva alla politica di cancellazione dei registri battesimali, la Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea ha contestato l’affermazione secondo cui un registro battesimale fungerebbe da «elenco dei membri» della Chiesa cattolica. Un registro, hanno affermato i vescovi, serve invece come «cronologia di eventi storici».

 

«Lo scopo di un registro battesimale non è quello di testimoniare la fede delle singole persone, il fatto che qualcuno sia affiliato alla Chiesa o il suo coinvolgimento nella vita ecclesiale», hanno affermato i vescovi.

 

Piuttosto, tali registri fungono da «strumento probatorio fondamentale» per «numerose questioni relative alla vita interna della Chiesa», tra cui se una persona si è sposata, ha fatto i voti in un istituto religioso o ha ricevuto la cresima.

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Secondo i vescovi, sarebbe «impossibile» verificare i documenti anagrafici se questi venissero rimossi dal registro. Imporre la cancellazione dei battesimi implicherebbe che la Chiesa debba «adattarsi ai sentimenti o alle opinioni» nel modo in cui considera i registri battesimali. Ciò richiederebbe un cambiamento nella «riflessione teologica», affermano, che è «tutelata dall’autonomia della Chiesa».

 

Le cancellazioni potrebbero inoltre «ingannare» sia i cattolici sia i non credenti, convincendoli che il sacramento del battesimo sia «ripetibile e facoltativo».

 

Secondo il documento, una simile politica «costituirebbe una violazione della sostanza del sacramento e non solo delle modalità con cui viene amministrato o celebrato» e «ostacolerebbe seriamente il corretto funzionamento della Chiesa».

 

La questione è sorta nel 2023 quando un individuo della diocesi di Gand, in Belgio, ha chiesto che tutti i suoi dati venissero completamente rimossi dal registro parrocchiale locale. La diocesi di Gand si è opposta a tale richiesta.

 

La sentenza della Corte europea è attesa entro la fine del 2026 o nel corso del 2027.

 

Tra UE, Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e Corte di Giustizia dell’UE (CGUE) non sono mancati negli anni sentenze ed iniziative ai danni del Vaticano, che, ricordiamo, non è Stato membro UE.

 

Un filone rilevante riguarda le esenzioni fiscali concesse alla Chiesa. Nella causa del 22017 Causa C-74/16 (Congregación de Escuelas Pías c. Ayuntamiento de Getafe): la Corte di Giustizia ha stabilito che le esenzioni fiscali di cui gode la Chiesa cattolica in Spagna possono costituire aiuti di Stato vietati se e nella misura in cui siano concesse per attività economiche, mentre restano legittime se legate ad attività non commerciali (educative, sociali, religiose in senso stretto).

 

Similmente è stato trattato per l’Italia anche il caso dell’ICI degli edifizi religiosi: nel 2012 la Commissione Europea aveva giudicato incompatibile con le regole di concorrenza l’esenzione ICI di cui godevano gli enti non commerciali (in gran parte immobili ecclesiastici) tra il 2006 e il 2011, ma aveva rinunciato a ordinarne il recupero per difficoltà tecniche di quantificazione. Nel 2018 la CGUE ha parzialmente annullato quella decisione, e più di recente la Commissione europea ha ordinato all’Italia di recuperare gli aiuti di stato illegali concessi a entità non commerciali sotto forma di esenzione fiscale sulle proprietà immobiliari. Il governo italiano ha però più volte rinviato le scadenze per il recupero effettivo di queste somme.

 

L’Italia è stata condannata per non avere predisposto — prima della legge sulle unioni civili del 2016 — alcun quadro di tutela giuridica per le coppie dello stesso sesso, impedendo così anche il riconoscimento delle unioni contratte all’estero. La Corte ha però sempre chiarito che né l’apertura del matrimonio alle coppie omosessuali né il riconoscimento del matrimonio omosessuale celebrato all’estero costituiscono un obbligo convenzionale: basta una qualche forma di tutela giuridica equivalente (unione civile), non necessariamente il matrimonio.

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Esaminando un caso polacco del 2023, la Corte ha riscontrato una violazione degli obblighi positivi di tutela della vita privata e familiare (art. 8 CEDU) per l’assenza in Polonia di qualsiasi quadro normativo che fornisca riconoscimento e protezione legale alle unioni tra persone dello stesso sesso. Nello stesso anno, un principio analogo fu applicato alla Russia — il mancato riconoscimento giuridico delle coppie LGBT violerebbe l’art. 8, perché – dice la Corte – il riconoscimento formale delle unioni omosessuali non comporta alcun rischio per il matrimonio tradizionale, non impedendo alle coppie eterosessuali di sposarsi né di goderne i benefici.

 

Nel 2025 la CGUE ha stabilito che uno Stato membro non può rifiutare di trascrivere un matrimonio omosessuato contratto all’estero tra due cittadini UE, anche se celebrato in un Paese extra-UE. Più precisamente, secondo l’Avvocato generale che ha preceduto la sentenza, ogni Stato membro resta competente a definire le modalità di riconoscimento, e la trascrizione formale non è di per sé richiesta se il matrimonio produce comunque i suoi effetti senza tale formalità — ma in mancanza di alternative (come in Polonia), l’obbligo di trascrizione si impone.

 

La CEDU nel 2014 ha ritenuto che il rifiuto di riconoscere i legami di filiazione formati all’estero (in casi di maternità surrogata) può violare il diritto alla vita privata del minore garantito dall’art. 8. Nel 2023 la CEDU ha stabilito che, mentre rientra nella discrezionalità dello Stato rifiutare di riconoscere il legame tra un minore nato all’estero da maternità surrogata e il genitore d’intenzione (che dovrà ricorrere all’adozione), è invece lesivo dell’integrità e della vita familiare del minore rifiutare di riconoscerlo anche col genitore biologico — nel caso specifico, il rifiuto italiano aveva reso la bambina apolide.

 

Sul fronte italiano ancora più recente (novembre 2024) la CEDU ha dato ragione al governo italiano in una serie di ricorsi di coppie omosessuali (ed eterosessuali) che chiedevano la trascrizione automatica di atti di nascita da maternità surrogata praticata all’estero, ritenendo non discriminatorio il rifiuto poiché applicato allo stesso modo alle coppie etero che ricorrono alla stessa pratica — restando comunque aperta la via dell’adozione del figlio del partner (la cosiddetta stepchild adoption).

 

Un caso notissimo è quello che riguarda il crocifisso nelle scuole italiana che partì quando un cittadina italiana di origine finlandese aveva chiesto la rimozione del crocifisso dalle aule della scuola pubblica frequentata dai suoi due figli, ritenendola incompatibile con l’art. 9 CEDU (libertà di pensiero, coscienza e religione) e con l’art. 2 del Protocollo n. 1 (diritto dei genitori a un’istruzione conforme alle proprie convinzioni religiose e filosofiche).

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Il 3 novembre 2009 la Corte, in Sezione semplice, diede ragione alla donna, giudicando l’esposizione del crocifisso una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le proprie convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione, e condanna l’Italia a un risarcimento di 5.000 euro. Il governo italiano fece ricorso alla Grande Camera, sostenendo che una decisione che obblighi alla rimozione dei simboli religiosi dalle scuole pubbliche manderebbe un messaggio ideologico radicale.

 

Il 18 marzo 2011 la Grande Camera della corte emanò la sentenza definitiva: con ribaltamento ribaltamento completo, 15 voti contro 2, la Corte assolveva l’Italia, escludendo la violazione dell’art. 2 del Protocollo n. 1. Il passaggio chiave della motivazione: pur essendo il crocifisso prima di tutto un simbolo religioso, non risultano elementi che provino un’effettiva influenza della sua esposizione sugli alunni.

 

La Corte qualificava la presenza del crocifisso come una «situazione essenzialmente passiva», diversa per natura da un insegnamento attivo o dalla partecipazione a pratiche religiose, e quindi non idonea a incidere direttamente sulla formazione degli studenti. Essa riconobbe quindi agli Stati un ampio margine di discrezionalità (margine di apprezzamento) su questioni che intrecciano tradizione, cultura e identità nazionale.

 

La sentenza 2011 resta l’ultima parola della CEDU sul tema: non risultano pronunce successive della Grande Camera che l’abbiano superata.

 

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Persecuzioni

Sulla scia della Rivoluzione francese: i martiri di settembre

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Il 2 e 3 settembre 1792, mentre risuonavano La Marsigliese, Ah! ça ira , La Carmagnole e altri canti adottati dalla Rivoluzione francese, folle fanatiche massacrarono numerosi sacerdoti e religiosi a Parigi. Considerati nemici della nazione e dichiarati estranei al corpo nazionale, furono messi a morte per la loro lealtà alla Chiesa. Il loro sangue, ritenuto «impuro» dalla logica rivoluzionaria, divenne il sangue dei martiri. Un fatto storico che non deve essere dimenticato.   Il 2 settembre, a mezzogiorno, il cannone d’allarme tuonò sul Pont-Neuf; una grande bandiera nera fu issata sul Municipio di Parigi. Questo spettacolo era presumibilmente inteso a radunare legioni di eroi contro le truppe austriache e prussiane che si avvicinavano alla capitale. Il suo scopo principale, tuttavia, era quello di mobilitare una banda di assassini contro i prigionieri della Comune.  

I massacri all’abbazia

La maggior parte dei sacerdoti arrestati di recente era stata condotta o alla prigione dell’abbazia di Saint-Germain o a quella del convento carmelitano. Erano trascorse circa due ore da quando la campana aveva smesso di suonare. Gli assassini e la folla fanatica si erano radunati nel cortile del monastero, in attesa dell’arrivo dei prigionieri.   «Arrivammo all’abbazia», scrisse l’abate Sicard. «Il cortile era gremito di una folla immensa. Le nostre carrozze furono circondate; uno dei nostri compagni pensò di poter fuggire; aprì la portiera e si precipitò in mezzo alla folla; fu immediatamente massacrato. Un secondo uomo fece lo stesso tentativo; si fece strada tra la folla e stava per scappare; ma i carnefici si avventarono su questa nuova vittima, e altro sangue sgorgò. Neanche un terzo uomo fu risparmiato. La carrozza si diresse verso la sala del comitato; anche un quarto uomo cercò di uscire, e ricevette un colpo di sciabola… I carnefici si accanirono con la stessa furia sulla seconda carrozza» (1).   «Devono essere tutti uccisi, sono dei mascalzoni!» gridarono gli astanti. La quarta carrozza conteneva solo cadaveri… I corpi dei morti furono gettati nel cortile. I dodici prigionieri ancora in vita scesero per entrare nella commissione civile; due furono immolati non appena misero piede a terra. La commissione non ebbe il tempo di condurre nemmeno il più piccolo interrogatorio. Una moltitudine armata di picche, spade e sciabole si precipitò dentro, afferrò e uccise i prigionieri… Erano le cinque del pomeriggio. Arrivò Billaud-Varenne, il viceprocuratore della Comune. Camminò sui cadaveri, fece un breve discorso alla folla e concluse così: « Popolo , state immolando i vostri nemici; state facendo il vostro dovere» (2).   Ventuno sacerdoti erano appena periti in questo modo, al loro arrivo nel cortile dell’abbazia.

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I massacri al Carmelo

Nel carcere di Carmes, il posto di guardia era stato cambiato a partire da mezzogiorno. Le nuove guardie erano uomini dall’aspetto sinistro, con berretti rossi e armati di picche. Alle due, il commissario di sezione ordinò ai prigionieri di recarsi in giardino per la passeggiata quotidiana. Persino gli anziani e i malati furono costretti ad uscire.   «Ci ​​ritirammo», disse un prigioniero, «in fondo, dietro un pergolato; altri si rifugiarono in un piccolo oratorio in un angolo del giardino, dove iniziarono a recitare i vespri » (3). Improvvisamente, si udirono grida provenire dalla direzione di Rue Cassette e Rue Vaugirard. « A questo punto, Vostra Grazia», esclamò l’Abbé de la Pannonie, rivolgendosi a Monsignor du Lau, Arcivescovo di Arles, «penso che ci uccideranno». «Mio caro amico», rispose l’arcivescovo, «se questo è il momento del nostro sacrificio, ringraziamo Dio di dovergli offrire il nostro sangue per una causa così nobile » .   I prigionieri non si sbagliavano. Pochi istanti prima, nella chiesa di Saint-Sulpice, trasformata in sala delle deliberazioni della sezione del Lussemburgo, un commerciante di vino, Louis Prière, era balzato sul pulpito, che allora fungeva da tribuna, e aveva dichiarato che non si sarebbe mosso finché i prigionieri, e soprattutto i sacerdoti detenuti nel convento carmelitano, non fossero stati liberati. Di conseguenza, l’assemblea aveva deciso, a maggioranza, «di purificare le prigioni versando il sangue di tutti i detenuti» (4). Una folla di uomini furiosi si riversò quindi fuori dalla chiesa in disordine e si imbatté in un gruppo di uomini armati di sciabole e picche insanguinate che provenivano dall’abbazia. I due gruppi si unirono e fecero irruzione nel convento carmelitano.   «Vedemmo per primi sette o otto giovani entrare furiosi», scrisse l’abate Berthelet. «Ognuno di loro aveva una cintura foderata di pistole, oltre a quella che teneva nella mano sinistra, mentre nella destra brandiva una sciabola» (5). Gli assassini colpirono dapprima l’abate de Salins con le sciabole, mentre era assorto nella lettura; poi, ferendo o uccidendo chiunque incontrassero sul loro cammino, si precipitarono verso il fondo del giardino, gridando: «l’ arcivescovo di Arles! L’arcivescovo di Arles! ». Monsieur du Lau era inginocchiato davanti all’oratorio. Si alzò e si rivolse agli assalitori: «sono io quello che cercate », disse loro. Un violento colpo di sciabola lo colpì in fronte. Un secondo colpo, proveniente da dietro, gli spaccò il cranio. Altri tre colpi lo fecero cadere a terra, dove rimase privo di sensi. Poi una picca gli fu conficcata nel petto e gli assassini lo calpestarono. (6)   Mentre gli assassini organizzano una vera e propria caccia all’uomo nel giardino, un buon numero di prigionieri entra in chiesa. Si mettono in fila vicino all’altare, si danno l’assoluzione a vicenda e recitano le preghiere per i moribondi.   Nel frattempo, uno dei capi si sedette a un tavolino vicino alla porta che dava sul giardino. Fece portare la lista dei sacerdoti imprigionati, chiamò a sé i nomi dei prigionieri, chiese a ciascuno se si rifiutasse ancora di prestare giuramento e, ricevuta una risposta affermativa, lo rimandò in giardino, dove il prigioniero fu immediatamente massacrato tra urla furiose, tra le quali si poteva udire il grido: «viva la nazione!».   Grazie al caos, diversi sacerdoti riuscirono a fuggire attraversando il giardino e scavalcando il muro di cinta. Quasi 120 sacerdoti persero la vita in meno di due ore.   Il giorno seguente, 76 sacerdoti perirono nel seminario di Saint-Firmin e 3 sacerdoti furono immolati nel carcere di La Force. Scene non meno orribili si verificarono in altre prigioni parigine: il Châtelet, la Conciergerie, la torre di Saint-Bernard, il Bicêtre e la Salpêtrière. (7)

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Circolare inviata dalla Comune di Parigi alle province

Mentre a Parigi scorreva il sangue, il 3 settembre il comitato di esecuzione e vigilanza della Comune inviò la seguente circolare a tutti i comuni di Francia:   «La Comune di Parigi si affretta a informare i suoi fratelli in tutti i dipartimenti che una parte dei feroci cospiratori detenuti nelle carceri è stata messa a morte dal popolo; atti di giustizia che ha ritenuto indispensabili per frenare, attraverso il terrore, le legioni di traditori rinchiusi entro le sue mura, proprio nel momento in cui stava per marciare contro il nemico: e senza dubbio la nazione si affretterà ad adottare questo utilissimo e necessario metodo.» (8)   Insoddisfatta di questa sanguinosa missione, la Comune inviò emissari nei dipartimenti per eseguire i suoi ordini. Il 3 settembre, i rivoluzionari parigini arrivarono a Reims e arrestarono quattro sacerdoti, che furono presto massacrati dalla folla (9) .Il giorno seguente, a Meaux, sette sacerdoti furono messi a morte nelle stesse circostanze (10). Il 3 settembre, a Versailles, fu ordinata l’esecuzione di 44 sacerdoti. Tra questi c’era il vescovo di Mende, M. de Castellane, che, si dice, ascoltò le confessioni di tutti i prigionieri (11).   Su tutte le strade, gruppi di sacerdoti, in fuga dalla furia degli assassini e diretti verso i confini, venivano attaccati, maltrattati, massacrati, percossi con pietre o bastoni e gettati nei fiumi. (12)   «Nei dipartimenti», disse Taine, «giorni come il 2 settembre si contano a centinaia. Ovunque, la stessa febbre, lo stesso delirio indicano la presenza dello stesso virus; e questo virus è il dogma giacobino. Grazie ad esso, l’assassinio si maschera da filosofia politica; i peggiori attacchi diventano legittimi, perché sono atti del sovrano legittimo, incaricato di provvedere al bene pubblico». (13)     NOTE 1) Relation de l’abbé Sicard, riprodotto da Dom Leclercq, Les Martyrs, vol. XI, p. 70 2) Relation de Méhée de Latouche, riprodotto da Lenotre, pp. 178–182 3) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot. 4) Il verbale originale di questa sessione fu ritrovato negli Archivi del Palazzo di Giustizia da Dom Leclercq e pubblicato da lui per la prima volta nel 1912, in Les Martyrs, vol. XI, p. 67. 5) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot, riprodotto da Lenôtre, p. 253 6) Guillon, Les Martyrs de la foi, vol. III, p. 39 7) Vedi Taine, Les Origines, vol. VI, pp. 56–57; Mortimer-Ternaun, Histoire de la Terreur, vol. III, pp. 399, 592, 602–606. Nel 1901, per ordine di Sua Eminenza il Cardinale Richard, fu avviata un’inchiesta preliminare per la canonizzazione dei sacerdoti messi a morte per la loro fede durante i massacri di settembre del 1792. La ricerca del Vescovo de Teil portò alla presentazione di un elenco di 217 martiri. Vedi questo elenco in Leclercq, op. cit., p. 137 ss. 8) Citato da Papon, Histoire de la révolution vol. VI, pag. 277 9) Picot, Memorie, VI, 220 10) Ibid., 221 11) Ibid., 222 12) Ibid., 223 13) Taine, Les Origines, vol. VI, p. 65   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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