Storia

La dinastia Pahlavi e l’effetto domino americano

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Come spiega Annie Jacobsen nella sua opera Surprise, Kill, Vanish con l’inizio della Guerra Fredda il Medio Oriente subito si dimostrò essere uno dei teatri più caldi di quel momento storico. Seduto sopra il più vasto giacimento di petrolio del mondo, era di strategica importanza controllarlo affinché non cadesse nelle mani del proprio avversario. La spinta sovietica su quei territori era forte e gli Stati Uniti erano disposti a tutto pur di non cedere metri alla superpotenza avversaria. 

 

La situazione era particolarmente complicata soprattutto per questioni religiose. Parecchi omicidi venivano portati avanti da fanatici che in Iran erano riusciti ad eliminare otto elementi di alto rango del governo. Si facevano chiamare Fedayyin-e-Islam, «coloro che si sacrificano per l’Islam«, fondamentalisti sciiti la cui missione era quella di estirpare dall’Iran gli elementi corrotti attraverso l’assassinio.

 

I fedayyin si erano formati sulla base degli Hashshashin, gruppo di guerrieri fondamentalisti sciiiti operativi nell’undicesimo secolo guidati dalla figura leggendaria di Hassan-i-Sabbah, dal cui nome deriva il termine «assassino». 

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Solo pochi anni prima, nel 1949, i fedayyin avevano provato ad assassinare lo shah, Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) per questioni religiose, ma, colpito alla bocca, alla schiena e centrato per tre volte al cappello, riuscì a salvarsi una volta giunto in ospedale. Lo shah, salito al trono con l’invasione anglo-sovietica dell’Iran del 1941, in seguito alla destituzione del padre Reza Shah Pahlavi (1878-1944) per timore che si alleasse con le forze dell’Asse, governò fin da giovanissimo secondo i voleri anglo-americani.

 

Gli alleati, con l’invasione raggiunsero il doppio scopo di mettere in sicurezza i giacimenti petroliferi e di assicurare un corridoio ai sovietici sotto l’attacco nazista dell’Operazione Barbarossa. La Russia, in forza dei molti russi rifugiatisi in Persia in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, ebbe sempre una presenza costante nel territorio. Con la fine del conflitto mondiale, in seguito alla dislocazione delle truppe sia inglesi che sovietiche nell’estate del 1946, i russi cercarono di ottenere concessioni per l’estrazione petrolifera ma inutilmente, in seguito anche alla strenua resistenza anglo-americana.

 

Dopo il tentativo di uccisione di Reza Pahlavi, nei media si videro accusati i Tudeh, il gruppo pro-sovietico presente in Iran, ai quali vennero confiscati i beni e in seguito arrestati a centinaia. I fedayyin allora risposero uccidendo il ministro della Corte Imperiale. Pahlavi nominò al suo posto, come primo ministro, un generale ardentemente anticomunista che venne ucciso con un colpo di pistola. Nelle stesse scale dell’università dove per poco non morì lo Shah, venne assassinato anche il ministro dell’Istruzione dodici giorni dopo il primo ministro. Pahlavi decretò la legge marziale. 

 

Nei Paesi vicini accaddero fatti simili. Il Libano vide il suo primo ministro venire ucciso da un sicario. Tre giorni dopo il re della Giordania venne ucciso con tre colpi di pistola di fronte al figlio sedicenne.

 

Le proteste, dunque, esplosero a Teheran. Per dare un segnale forte alle folle, venne nominato primo ministro Mohammad Mossaddeq (1882-1967), un generale nazionalista che come prima cosa nazionalizzò il petrolio facendo infuriare gli inglesi, storicamente possessori della maggior raffineria del Paese, la Anglo-Iranian Petroleum Company. Come seconda, fece imprigionare il numero uno dei fedayyin, richiamando la vendetta del gruppo sciita. 

 

Nel 1953, il presidente americano Dwight «Ike» Eisenhower (1890-1969) organizzò un incontro con il Comitato di Strategia Psicologica (PSB). Lo scopo della riunione fu quello di discutere un piano per la creazione di una operazione coperta con lo scopo di mettere fine al governo di Mohammad Mossaddeq. Secondo Allen Dulles (1893-1969), direttore della CIA, se nulla si fosse fatto sicuramente l’Unione Sovietica ne avrebbe approfittato espandendo la sua sfera di influenza. Secondo la Jacobsen, Dulles spinse sull’acceleratore utilizzando la teoria dell’effetto domino. Se non si fosse intervenuti subito, i Comunisti avrebbero preso potere sul 60% delle riserve mondiali di petrolio. 

 

La teoria del domino, una particolare versione della politica del contenimento, ipotizzava che la conquista comunista di uno Stato avrebbe provocato la caduta a catena degli Stati adiacenti, in un continuo processo di aggressione ed espansione che doveva essere bloccato, con fermezza, al suo primo manifestarsi. Questa teoria venne ampiamente utilizzata dai governi americani sotto nomi differenti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e con l’inizio dell’intenso confronto con l’Unione Sovietica, in particolare fu richiamata nel tragico caso dell’intervento in Vietnam.

 

Si può trovare nella «lezione di Monaco», concernente l’appeasement britannico verso l’escalation di Adolf Hitler (1889-1945) in Germania, un inevitabile precedente nell’immaginario politico americano. Il primo utilizzo del concetto dell’effetto domino venne da Harry Truman (1884-1972), che paragonò il pericolo delle guerre civili in Turchia e Grecia nel 1947 a una mela marcia che avrebbe ammorbato anche le mele adiacenti.

 

Il primo impiego dell’esatta metafora, invece, fu da parte di Eisenhower quando, alla conferenza di Ginevra del 1954, in seguito alla richiesta di aiuto in Indocina – il nome coloniale del Vietnam – da parte della Francia, dimostrò con queste parole il crescente timore di Washington che l’influenza comunista potesse espandersi in tutta la regione.

 

Il ministro della Difesa Charles Erwin Wilson (1890-1961) rincarò la dose e convinse Eisenhower a intervenire in Medio Oriente. Il militare ricordò le tre vie rimaste da poter percorrere. La prima, quella della diplomazia non aveva funzionato. La seconda, quella dell’intervento diretto era assolutamente sconsigliabile. La terza, l’ultima possibile, recitava lo stesso copione già visto in Corea e in Guatemala, la via dell’operazione coperta. Il presidente diede autorizzazione a proseguire e il 4 aprile del 1953 un milione di dollari fu inviato alla stazione di Teheran con l’obiettivo far cadere il primo ministro iraniano Mossaddeq. 

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L’operazione rinominata Ajax, fu messa in atto nella terza settimana dell’agosto del 1953. Mossaddeq non fu assassinato, bensì arrestato per tradimento e condotto in prigione per tre anni prima di commutare la pena ai domiciliari morendo poi nel 1967. L’uomo della CIA, Fazlollah Zahedi (1892-1963), ufficiale militare, rimpiazzò Mossaddeq come primo ministro, preparando la strada alla venuta dello shah Reza Pahlavi e alla completa realizzazione del coup d’état. 

 

Nel 1979 Pahlavi verrà spodestato da gruppi di soldati armati facenti parte dei fedayyin e seguaci dell’ayatollah Ruhollah Kohmeini (1902-1989) i quali diedero vita alla Rivoluzione Iraniana. Proprio questi soldati fecero parte di una politica, posteriormente decisamente suicida, messa in atto da parte della CIA. Come tattica per creare blocchi all’espansione degli «atei comunisti sovietici», si andavano a cercare le cellule paramilitari più religiosamente fondamentaliste fornendogli supporto materiale e addestramento militare. 

 

Oggi a distanza di quasi cinquant’anni dalla presa del potere di Kohmeini, conseguenza dello sviluppo e sfruttamento di una di queste cellule paramilitari, stiamo assistendo nuovamente a tumulti nella capitale Teheran con un potenziale nuovo cambio di rotta anche nel nome della, ancora una volta, dinastia Pahlavi. In questo caso il movente indicato in superficie pare essere ideologico e religioso al contrario di come accadde negli anni cinquanta quando venne praticamente dichiarato ai media internazionali che si trattava di una questione prettamente petrolifera. 

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine da Wikimedia

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