Economia
La Banca d’Inghilterra lancia l’allarme shock sui prezzi del petrolio
L’escalation del conflitto tra Iran e Israele potrebbe rendere l’economia globale vulnerabile a uno shock energetico simile a quello degli anni ’70, ha affermato giovedì il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, in un’intervista al quotidiano britannico Guardian.
L’avvertimento giunge poco dopo l’invasione israeliana del Libano meridionale e il successivo lancio di missili balistici da parte dell’Iran contro Israele. La prospettiva di una guerra regionale totale in Medio Oriente ha immediatamente fatto salire i prezzi del petrolio fino al 3%.
I future sul Brent con consegna a dicembre sono saliti dell’1,91% a 75,31 dollari al barile, mentre il greggio US West Texas Intermediate con consegna a novembre è salito del 2,21% a 71,65 dollari al barile, alle 13:25 GMT.
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«Le preoccupazioni geopolitiche sono molto serie», ha affermato Bailey, aggiungendo che l’ente regolatore di Londra stava monitorando gli sviluppi «molto attentamente». «È tragico ciò che sta succedendo. Ci sono ovviamente delle tensioni e il vero problema, quindi, è come potrebbero interagire con alcuni mercati ancora piuttosto tesi in alcuni punti».
Il capo della Banca Centrale britannica ha anche avvertito che ci sono dei limiti a ciò che si può fare per impedire l’aumento del costo del greggio se le cose «andassero davvero male».
Secondo gli analisti, la prospettiva di un conflitto più ampio in Medio Oriente, che potrebbe interrompere i flussi di petrolio greggio dalla regione, ha messo in ombra le prospettive più solide in termini di offerta globale.
«Dopo i primi timori per i rischi geopolitici in Medio Oriente, abbiamo assistito a un ritorno alla calma sui mercati globali, ma, naturalmente, i partecipanti al mercato continuano a tenere d’occhio qualsiasi imminente risposta israeliana», ha detto al Business Standard lo stratega di mercato di IG Yeap Jun Rong.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Economia
Le esportazioni di petrolio dell’Iran non si sono interrotte nonostante la guerra
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Economia
La guerra con l’Iran potrebbe fruttare miliardi alle aziende energetiche USA
Gli Stati Uniti potrebbero figurare tra i principali beneficiari dell’aumento globale dei prezzi dell’energia, effetto della guerra in corso tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Lo riporta il Financial Times, che riporta stime elaborate dalla banca d’investimento Jefferies.
A seguito delle conseguenze del conflitto in Medio Oriente, i prezzi del petrolio hanno già oltrepassato i 100 dollari al barile. Qualora dovessero mantenersi su livelli elevati per l’intero anno, le aziende americane otterrebbero un guadagno aggiuntivo di 63,4 miliardi di dollari dalla produzione petrolifera, secondo le previsioni della società di ricerca energetica Rystad.
Il petrolio Brent, riferimento internazionale, è salito di oltre il 30% domenica scorsa, toccando in un momento quota 119 dollari al barile, spinto dai timori crescenti di una prolungata interruzione delle forniture energetiche a livello mondiale.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha approfittato della situazione per spostare l’attenzione dal tema del mantenimento di prezzi energetici bassi alla presentazione degli alti prezzi del petrolio come un vantaggio. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi», ha dichiarato in un post su Truth Social giovedì.
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Il cambio di prospettiva repentino si è verificato mentre il team di Trump incontrava difficoltà nel delineare un piano coerente per la riapertura dello Stretto di Hormuz, cruciale per il passaggio delle navi statunitensi. Le autorità iraniane affermano che lo Stretto di Ormuzzo è chiuso alle navi statunitensi e israeliane, sebbene non sia fisicamente ostruito da una barriera permanente.
Secondo il quotidiano bretannico Guardian, tuttavia, oltre 1.000 navi mercantili, in prevalenza petroliere e gasiere, risultano bloccate nel transito attraverso lo stretto. Se la chiusura dovesse protrarsi fino alla fine del mese, alcuni analisti ritengono che il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere i 150 o addirittura i 200 dollari al barile, come previsto all’inizio di questa settimana dal settimanle The Economist.
L’impennata dei prezzi del petrolio sta esercitando pressione sull’economia statunitense, con un aumento dei costi di benzina e gasolio, oltre che di numerosi beni e servizi, come evidenziato dal Wall Street Journal. Tuttavia, lo stesso quotidiano ha rilevato che gli Stati Uniti, in quanto importanti produttori di petrolio, potrebbero attenuare le ripercussioni più gravi sull’economia.
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Economia
Washington allenta le sanzioni sul petrolio russo
.@POTUS is taking decisive steps to promote stability in global energy markets and working to keep prices low as we address the threat and instability posed by the terrorist Iranian regime.
To increase the global reach of existing supply, @USTreasury is providing a temporary… — Treasury Secretary Scott Bessent (@SecScottBessent) March 12, 2026
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