Economia
L’industria automobilistica europea verso una «caduta orribile»
Le case automobilistiche dell’UE stanno attraversando i mesi peggiori dai tempi della pandemia di COVID-19. Lo riporta il tabloid tedesco Bild, che cita un importante esperto del settore.
Le vendite di automobili all’interno dell’Unione sono diminuite di 200.000 veicoli nei primi otto mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e la situazione è destinata a peggiorare, ha dichiarato Ferdinand Dudenhoeffer alla testata. Il Dudenhoeffer è il fondatore ed ex direttore del Center for Automotive Research (CAR), un istituto privato specializzato in analisi di settore e politiche dei trasporti.
Le vendite di auto elettriche sono diminuite dell’8,3% rispetto allo scorso anno, ha sottolineato l’economista, con 140.000 modelli in meno venduti fino ad agosto.
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«I mercati automobilistici più importanti, come Germania e Italia, erano già in leggero calo nei primi otto mesi dell’anno», ha osservato, avvertendo che le cose «non stanno migliorando».
Secondo il Dudenhoeffer, i produttori di automobili stanno ora cercando di compensare le loro perdite aumentando i prezzi. I 20 modelli di auto a benzina più popolari sono già circa il 10% più costosi, ha detto al Bild.
«I prossimi mesi saranno molto difficili per il settore. Peggio di quanto non lo siano stati durante» la pandemia di COVID-19, ha previsto. La Germania sta per essere colpita in modo particolarmente forte, secondo l’esperto, con il mercato che non dovrebbe riprendersi prima del 2026.
Il mese scorso, la più grande casa automobilistica dell’UE, la Volkswagen, aveva annunciato che avrebbe preso in considerazione la chiusura di stabilimenti o licenziamenti in Germania per la prima volta nei suoi 87 anni di storia. L’azienda ha anche annunciato che sarebbe stata costretta a porre fine al suo programma di sicurezza occupazionale, che era stato istituito per posticipare tutti i tagli di posti di lavoro almeno fino al 2029.
All’inizio di settembre, il CEO del gruppo Volkswagen Oliver Blume ha definito la situazione che il mercato automobilistico stava affrontando «altamente impegnativa e seria», aggiungendo che la possibilità di «chiusure di stabilimenti non è più esclusa». La dirigenza aziendale non ha specificato quanti dei 120.000 dipendenti dell’azienda in Germania sarebbero stati licenziati.
La Germania aveva già sofferto una recessione alla fine del 2023. Anche la più grande economia europea si è contratta nel secondo trimestre di quest’anno, secondo le statistiche ufficiali. La debolezza del settore automobilistico è diventata il principale motore del declino della produzione industriale del paese a luglio, ha riferito l’agenzia Reuters a settembre, aggiungendo che la nazione potrebbe affrontare un’altra recessione.
Come riportato da Renovatio 21, già un anno fa si registrava un calo considerevole delle auto elettriche vendute in Germania. Una conseguenza del flop dell’elettromobilità può essere considerata la crisi del produttore di batterie Varta, che ha registrato un calo dei ricavi dell’8,5% nel secondo trimestre 2023.
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A luglio il sindacato FIM-CISL ha presentato ieri un rapporto che evidenzia un autentico crollo nel settore dell’industria delle automobili in Italia. L’industria dell’automotive ha dato segni di forte crisi soprattutto in Germania, Paese in cui le fabbriche di automobili hanno un ruolo precipuo nell’economia forse persino nell’identità nazionale.
L’anno passato le principali case automobilistiche tedesche – Volkswagen, Audi, BMW e Mercedes 2 hanno prodotto circa mezzo milione di auto in meno tra gennaio e maggio, rispetto allo stesso periodo del 2019, con un calo di circa il 20%.
Mesi fa è emerso che il colosso statunitense dell’auto Ford potrebbe lasciare la Germania.
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Immagine di Kārlis Dambrāns via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Economia
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Economia
Anche l’Olanda trasferisce oro fuori dagli Stati Uniti. E l’Italia?
La banca centrale olandese ha spostato le proprie scorte d’oro al di fuori degli Stati Uniti, comunicando mercoledì il trasferimento di 86 tonnellate di lingotti verso Londra. L’istituto ha definito l’operazione una «misura di preparazione alla crisi» in un contesto di «crescente instabilità geopolitica».
L’operazione si è svolta da marzo ad agosto. Gran parte del metallo è stata prelevata da Nuova York e la quota rimanente dal Canada. Appena 27 tonnellate circa hanno attraversato fisicamente l’Atlantico; il resto è stato ottenuto vendendo oro nelle Americhe e ricomprandolo a Londra. In precedenza la DNB teneva 313 tonnellate d’oro in Nord America.
«Con questo trasferimento, abbiamo migliorato la negoziabilità delle nostre riserve auree», si legge in una dichiarazione scritta del governatore della DNB, Olaf Sleijpen. «Prevediamo di non doverle mai utilizzare, ma dobbiamo rafforzare la nostra resilienza e la nostra preparazione».
La scelta della DNB arriva dopo che la banca centrale francese ha ceduto le ultime 129 tonnellate d’oro conservate nei caveau della Federal Reserve di New York tra luglio 2025 e gennaio 2026, restando così priva di riserve auree negli Stati Uniti. I proventi sono stati impiegati per comprare una quantità analoga di oro in Europa.
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Nel 2017, sotto la prima presidenza di Donald Trump, la Bundesbank comunicò di aver portato a termine il rientro a Francoforte di 300 tonnellate d’oro tenute a Nuova York. Nel secondo mandato di Trump vari economisti tedeschi di primo piano hanno sollecitato il ritiro delle rimanenti riserve auree della banca dagli Stati Uniti.
Durante la presidenza di Hugo Chávez il Venezuela ha fatto rientrare circa 160 tonnellate delle proprie riserve auree depositate all’estero, concludendo l’operazione entro gennaio 2012. Restano tuttavia circa 31 tonnellate di oro venezuelano presso la Banca d’Inghilterra. I tentativi successivi del presidente Nicolas Maduro di far tornare in patria il metallo furono bloccati da Londra, che non riconosceva Maduro come legittimo capo di Stato.
Come riportato da Renovatio 21, il nuovo governo venezuelano di Delcy Rodriguez ha fatto sapere di rivolere i suoi quattro miliardi di dollari in oro tenuti in Inghilterra.
La DNB ha lodato l’oro custodito dalla Banca d’Inghilterra definendolo «l’oro più facilmente negoziabile al mondo». L’istituto olandese ha reso noto di detenere 612,4 tonnellate metriche a fine 2025, per un valore di circa 72 miliardi di euro. Dopo l’operazione, la distribuzione delle 612,4 tonnellate olandesi è: 32,1% Londra, 30,8% Paesi Bassi, 18,5% Stati Uniti, 18,5% Canada (prima l’America custodiva il 31,3%).
Diversi paesi hanno recentemente spostato oro dagli Stati Uniti, in un trend che si sta accentuando nel 2025-2026, spinto soprattutto dalla crescente sfiducia geopolitica verso gli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump e dal desiderio di riportare le riserve auree più vicine al territorio nazionale.
La Francia è il caso più emblematico: la Banque de France, tra luglio 2025 e gennaio 2026, ha ritirato 129 tonnellate d’oro dalla Federal Reserve di Nuova York, pari a circa il 4-5% delle sue riserve totali. Tecnicamente l’operazione è avvenuta vendendo i vecchi lingotti a New York e riacquistandone di nuovi a Parigi, realizzando anche una plusvalenza di circa 12,8 miliardi di euro. La banca ha parlato di motivazioni tecniche e di liquidità, negando intenti politici, ma il risultato pratico è che i caveau della Fed non custodiscono più oro francese, mentre Parigi ne ha 129 tonnellate in più.
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Anche l’India ha portato avanti un rimpatrio massiccio: la Reserve Bank of India, negli ultimi tre anni, ha riportato in patria la maggior parte dell’oro che teneva all’estero presso la Banca d’Inghilterra e la Banca dei Regolamenti Internazionali. La quota d’oro indiano custodita fuori dai confini nazionali è scesa dal 55% di marzo 2023 al 22% di marzo 2026.
La Germania, che aveva già rimpatriato 300 tonnellate da New York tra il 2013 e il 2021, sta ora valutando un ulteriore rimpatrio: nel gennaio 2026 un ex alto funzionario della Bundesbank ha sostenuto che, dati gli attuali rischi geopolitici, tenere così tanto oro tedesco negli Stati Uniti (quasi il 20% di tutto l’oro sovrano estero custodito a Nuova York) sia pericoloso, e ha suggerito di rafforzare l’indipendenza strategica del paese con nuovi trasferimenti.
Anche l’Austria risulta tra i paesi che negli ultimi anni hanno rimpatriato oro, secondo un sondaggio del World Gold Council.
Da notare che l’Italia, terzo detentore mondiale di riserve auree con 2.452 tonnellate, resta finora un’eccezione a questo trend: circa il 43% del suo oro (1.061 tonnellate) è ancora custodito a Nuova York, senza segnali concreti di rimpatrio in corso.
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Economia
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