Geopolitica
In Qatar il mandato di rappresentare gli USA a Kabul. L’UNICEF: in Afghanistan «si vendono in spose bambine di 20 giorni»
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews
Firmata un’intesa tra Stati Uniti e Qatar che formalizza il ruolo di mediazione dell’emirato coi talebani. Permetterà ulteriori evacuazioni di afghani a rischio, ma offrirà un canale anche per gli aiuti umanitari in un Paese economicamente in ginocchio. La denuncia dell’UNICEF: «La disperazione è tale che si vendono in spose bambine di 20 giorni».
Gli Stati Uniti e il Qatar hanno firmato ieri a Washington un’intesa che affida formalmente al Paese del Golfo il compito di rappresentare gli interessi diplomatici americani in Afghanistan, dopo il ritiro della propria ambasciata ad agosto in seguito alla presa di potere dei talebani.
L’accordo formalizza una situazione di fatto: il Qatar – sede della maggiore base militare americana in Medio Oriente – ospita a Doha anche l’ufficio politico dei talebani che è stato il canale attraverso cui gli Stati Uniti hanno negoziato il ritiro delle loro truppe dal Paese dopo vent’anni di presenza
L’intesa è stata firmata dal segretario di Stato statunitense Antony Blinken e dal ministro degli Esteri qatarino Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani e prevede l’apertura dal 31 dicembre – all’interno dell’ambasciata di Doha a Kabul – di una sezione specifica che fornirà alcuni servizi consolari e monitorerà le condizioni delle strutture e delle iniziative portate avanti dal personale americano in questi anni.
L’accordo formalizza una situazione di fatto: il Qatar – sede della maggiore base militare americana in Medio Oriente – ospita a Doha anche l’ufficio politico dei talebani che è stato il canale attraverso cui gli Stati Uniti hanno negoziato il ritiro delle loro truppe dal Paese dopo vent’anni di presenza.
E sempre il Qatar è stato lo snodo principale del ponte aereo attraverso cui migliaia di afghani a rischio hanno potuto lasciare il Paese quest’estate. Sono stati 124mila quelli transitati dall’emirato in agosto; ma anche nei mesi successivi vi sono stati almeno altri 15 voli della Qatar Airways che hanno permesso a persone che avevano lavorato con le truppe statunitensi di lasciare Kabul.
Tuttora 8mila afghani si trovano in Qatar in attesa che venga esaminata la loro richiesta di visto per gli Stati Uniti, mentre altre migliaia di persone a rischio sarebbero ancora in Afghanistan.
L’indicazione del Qatar come «protettore dei propri interessi» in Afghanistan permetterà agli Stati Uniti e agli alleati occidentali di mantenere un contatto con i talebani senza un riconoscimento politico del loro governo
L’indicazione del Qatar come «protettore dei propri interessi» in Afghanistan permetterà agli Stati Uniti e agli alleati occidentali di mantenere un contatto con i talebani senza un riconoscimento politico del loro governo.
Questo sarà molto importante soprattutto per la questione dell’emergenza umanitaria e alimentare che con l’inizio dell’inverno si fa sempre più grave nel Paese.
L’Afghanistan ha infatti un bisogno vitale degli aiuti internazionali, anche perché alla guerra e al terremoto politico creato dal ritorno al potere dei talebani si sommano le conseguenze di una grave siccità, abbattutasi sul Paese negli ultimi due anni.
Ieri un nuovo appello è stato lanciato da Henrietta Fore, direttore generale dell’UNICEF:
«Abbiamo ricevuto rapporti credibili di famiglie che offrono figlie di appena 20 giorni per un futuro matrimonio in cambio di una dote»
«Sono profondamente preoccupata – ha dichiarato – per le notizie di un incremento dei matrimoni precoci in Afghanistan. Abbiamo ricevuto rapporti credibili di famiglie che offrono figlie di appena 20 giorni per un futuro matrimonio in cambio di una dote».
Anche prima della recente instabilità politica, i partner dell’UNICEF avevano registrato 183 matrimoni di bambini e 10 casi di vendita di bambini tra i 6 mesi e i 17 anni nel corso del 2018 e del 2019 nelle sole province di Herat e Baghdis.
Ma ora – continua Fore – «la situazione economica estremamente disastrosa in Afghanistan sta spingendo sempre più famiglie nella povertà e le costringe a fare scelte disperate, come far lavorare i bambini e far sposare le ragazze in giovane età. E dato che alla maggior parte delle ragazze non è ancora consentito di tornare a scuola, il rischio di matrimoni precoci è ora ancora più elevato».
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Geopolitica
Cuba mobilita le milizie mentre crescono i timori di un’invasione USA
Settimane dopo che il leader cubano aveva messo in guardia sul fatto che qualsiasi azione militare statunitense contro l’isola caraibica controllata dai comunisti sarebbe sfociata in un «bagno di sangue» e avrebbe rischiato di destabilizzare l’intera regione, la stampa locale riferito che il regime aveva cominciato a distribuire armi ai cittadini comuni.
Altre fonti, tuttavia, contestano questa versione e suggeriscono che L’Avana stia invece mobilitando le sue milizie territoriali. In ogni caso, il segnale è chiaro: Cuba sta assumendo una postura più difensiva.
Secondo la testata venezuelano Diario Versión il governo dell’Avana ha iniziato a distribuire armi ai cittadini comuni, esortandoli ufficialmente a prepararsi a un’imminente invasione straniera.
Stephen Gibbs, giornalista del Times e del Sunday Times, ha sostenuto che le notizie secondo cui Cuba starebbe armando i civili non corrispondono al vero «per ovvie ragioni», aggiungendo: «Sta mobilitando le sue milizie territoriali e, a quanto pare, alcune armi sono state consegnate ai vigili del fuoco, etc.»
La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni al presidente cubano Miguel Díaz-Canel, a sua moglie Lis Cuesta Peraza, al figliastro Manuel Anido Cuesta e ad alcuni membri della famiglia Castro, nell’ambito di una campagna di pressione economica durata sei mesi lanciata dall’amministrazione Trump contro il regime comunista. Ulteriori misure hanno colpito reti di influenza cubana all’estero collegate a ONG di sinistra statunitensi.
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L’intensificarsi di questa pressione coincide con una crescente presenza navale americana nella regione, descritta come la più imponente al di fuori del Medio Oriente: il gruppo d’attacco della portaerei USS Nimitz, insieme a cacciatorpediniere, incrociatori lanciamissili, aerei da ricognizione e droni, opera nelle vicinanze dell’isola.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente dichiarato che L’Avana è «in grossi guai», avvertendo che uno Stato fallito a Sud della Florida rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
La scorsa settimana il presidente Díaz-Canel aveva ammonito: «Se l’invasione statunitense dovesse concretizzarsi, scatenerebbe un bagno di sangue con conseguenze incalcolabili, oltre all’impatto devastante sulla pace e la stabilità regionale».
Le «incalcolabili conseguenze» citate da Díaz-Canel non sono state meglio specificate. Tuttavia, recenti segnali indicano uno spettro di minacce più ampio, che spazia da possibili attacchi con droni contro il territorio statunitense al rischio che reti di ONG radicalizzate con base negli Stati Uniti, legate all’Istituto cubano di amicizia con i popoli (ICAP), possano essere attivate per provocare disordini nelle strade americane. Questo potrebbe contribuire a spiegare la decisione di Rubio di sanzionare l’organizzazione.
La preparazione di Cuba rispetto ad una possibile invasione USA va avanti da mesi. Tre mesi fa Trump aveva dichiarato che «con Cuba posso fare quello che voglio» e che rapire il presidente cubano «non sarebbe difficile», assicurando che Cuba andrà al collasso «molto presto».
Sul Paese grava un embargo petrolifero americano che sta causando problemi e blackout. Una delegazione USA due mesi fa ha sollecitato Cuba a passare all’economia di mercato. Sull’isola aveva fatto visita anche il capo della CIA John Ratcliffe.
Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana funzionari militari statunitensi e cubani hanno tenuto un raro incontro faccia a faccia presso la base navale di Guantanamo Bay, che altre notizie sostengono che potrebbe essere attacata dalale forze dell’Avana. La settimana precedente, l’ex presidente cubano Raul Castro è stato incriminato dal dipartimento di Giustizia statunitense per l’abbattimento, avvenuto nel 1996, di due aerei americani operati da esuli cubani anticomunisti al largo delle coste dell’isola.
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Geopolitica
Israele attacca la città biblica di Tiro
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Geopolitica
Trump fissa un’altra scadenza per la «vittoria totale» in Iran
Gli Stati Uniti dichiareranno la «vittoria totale» sull’Iran entro due settimane, ha affermato il presidente Donald Trump, sostenendo che Teheran era «disposta a darci tutto».
Trump ha fatto questa osservazione lunedì, poche ore dopo che Iran e Israele avevano concordato di interrompere i combattimenti più intensi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco ad aprile. In precedenza, lo stesso giorno, l’Iran aveva dichiarato la fine degli attacchi contro Israele, ma aveva avvertito che avrebbe risposto con una forza «schiacciante» se le operazioni militari israeliane in Libano fossero continuate.
Domenica le tensioni sono aumentate vertiginosamente dopo che Israele ha colpito Beirut nonostante il cessate il fuoco, provocando la reazione di Teheran con attacchi missilistici contro il Nord di Israele e una nuova ondata di raid aerei israeliani contro l’Iran.
«Siamo stati una squadra molto agguerrita e credo che stiamo vincendo questa battaglia, ma la vittoria definitiva arriverà nelle prossime due settimane, quando dichiareremo la vittoria totale», ha affermato Trump durante un comizio telefonico a sostegno del senatore repubblicano Lindsey Graham.
«Sarà una vittoria totale, accadrà molto presto e i prezzi del petrolio crolleranno», ha aggiunto.
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Secondo Trump, i funzionari iraniani stanno cercando un «ottimo accordo» e sono pronti a dare agli Stati Uniti «tutto», compresa la promessa di non dotarsi di armi nucleari.
L’ultima previsione di Trump è tutt’altro che la prima. Da quando ha annunciato un cessate il fuoco con l’Iran ad aprile e ha dichiarato che le parti erano «a buon punto» verso un accordo, il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente insistito sul fatto che un accordo fosse imminente. Negli ultimi due mesi, secondo le stime della CNN, Trump ha affermato o suggerito almeno 37 volte che una svolta fosse vicina o che Teheran fosse desiderosa di raggiungere un accordo, eppure nessun accordo si è concretizzato.
Secondo alcune fonti, Trump starebbe anche valutando l’invio di forze speciali statunitensi in Iran qualora la diplomazia fallisse. Washington starebbe considerando due opzioni: un nuovo intervento militare o il mantenimento del blocco navale dei porti iraniani, con il presidente statunitense che propenderebbe per quest’ultima, ritenendola più efficace.
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