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Il palazzo papale di Castel Gandolfo danneggiato da un incendio

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Un incendio provocato dall’impianto di condizionamento si è propagato al piano terra e al primo piano della residenza estiva dei papi a Castel Gandolfo. Un disastro in gran parte oscurato dalle novità religiose del sinodo.

 

Niente era filtrato, oltretevere. È il quotidiano italiano Il Messaggero, nell’edizione dell’11 ottobre 2023, a rivelare che un incendio è scoppiato «pochi giorni prima», nella sala del Concistoro del palazzo pontificio di Castel Gandolfo, residenza estiva dei papi fino al 2013.

 

Al momento non è ancora possibile individuare con precisione la causa dell’incendio, anche se il portavoce della Sala Stampa della Santa Sede ha subito escluso il dolo: «Probabilmente si tratta di un cortocircuito nell’impianto di climatizzazione», ha detto Matteo Bruni.

 

Da parte vaticana si è rimasti, in un primo momento, piuttosto discreti sull’entità dei danni: «Non posso fornire dettagli, vi prego di contattare suor Raffaella Petrini», ha risposto laconicamente al telefono al Messaggero Andrea Tamburelli, direttore del palazzo, trasformato in un museo da Papa Francesco. Vatican News ha fornito ulteriori dettagli il 14 ottobre.

 

Prima di essere domato, l’incendio ha raggiunto parte della tappezzeria delle pareti e il tessuto di quattro sedie. Tra gli arazzi presenti nella stanza, solo uno necessiterà di un leggero restauro perché un angolo è stato annerito dal fumo. Non è stato danneggiato nulla di valore. I vigili del fuoco, intervenuti più tardi, hanno confermato la stabilità del tetto e delle pareti. Il fumo non ha raggiunto la vicina Cappella di Urbano VIII, che è assolutamente intatta.

 

Dal 2016 il luogo di vacanza dei Papi nel Lazio ha aperto le sue porte a visitatori e curiosi. Il palazzo entrò in possesso del Vaticano nel 1596 come parte del pagamento di un debito da parte della famiglia Savelli.

 

Progettata originariamente dall’architetto Carlo Maderno, la residenza papale fu riqualificata nel XVII secolo su richiesta di papa Urbano VIII, poi ammodernata sotto il pontificato di Pio XI. Il palazzo, che offre anche una vista mozzafiato sul Lago di Albano, è servito come residenza estiva per molti papi.

 

Nel cortile del palazzo, dove il Papa era solito – fino a Francesco – recitare l’Angelus estivo, sono esposti alcuni modelli di papamobili. Una scala conduce il visitatore alla galleria dei ritratti. Poi una seconda scalinata conduce agli appartamenti papali, ambienti decorati con marmi policromi e mobili artistici.

 

Si attraversa prima il Salone degli Svizzeri, così chiamato perché lì erano stazionate permanentemente le guardie del corpo del successore di Pietro. Una sala decorata oggi da una deposizione dalla Croce e da una Vergine del XVIII secolo realizzata da Domenico Corvi.

 

Segue la sala detta dei «Palafrenieri», dove sono state raggruppate alcuni sediari ad uso dei romani pontefici, poi la sala delle guardie nobili che contiene ricordi personali di Papa Pio IX.

 

Le sale più belle del palazzo sono senza dubbio la Sala del Trono e la Sala del Concistoro. Quest’ultima, decorata durante il regno di Pio IX, ospita un arazzo realizzato dalla manifattura Gobelins di Bruxelles e che rappresenta la Sacra Famiglia in Egitto.

 

Nel momento in cui scriviamo queste righe non sappiamo quali opere d’arte siano state colpite dal disastro, né l’esatta entità dei danni che secondo il servizio stampa vaticano sono «in fase di valutazione».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Mons. Viganò: «l’Unione Europea va rasa al suolo»

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la questione del Mercosur, che sta provocando proteste in tutta Europa.   Un’élite eversiva si è impadronita dei governi di quasi tutti i Paesi occidentali. I suoi emissari nei governi considerano i propri cittadini come nemici da estinguere mediante pandemie, guerre, carestie e criminalità.   Sono decenni che i globalisti orgogliosamente rivendicano la paternità dei progetti di depopolamento, nel silenzio complice della stampa mainstream e di tutte le istituzioni civili e religiose. E se i crimini della farsa psicopandemica e le frodi dell’emergenza climatica sono ormai innegabili, appare ormai evidente che il comparto da eliminare è proprio quello dell’agroalimentare, oggi troppo parcellizzato e quindi poco controllabile a livello globale.   Il Mercosur è un trattato di libero scambio con Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Uruguay a seguito del quale l’Europa sarà invasa da alimenti prodotti da coltivazioni o allevamenti non sottoposti alle nostre ferree regole sanitarie. La sua approvazione costituisce un attacco all’agricoltura, agli allevamenti, alla pesca e alla salute dei cittadini europei, che avrà come risultato la distruzione del tessuto socioeconomico di intere Nazioni e la dipendenza alimentare dalle multinazionali del settore, tutte riferibili ai fondi di investimento BlackRock, Vanguard e StateStreet che stanno saccheggiando le terre agricole.  

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  L’asservimento dei governanti agli interessi dell’élite globalista è ancor più evidente dinanzi alla pianificazione della sostituzione etnica, perseguita allo scopo di cancellare l’identità religiosa, culturale, linguistica ed economica degli Stati e poter meglio controllare le masse. Da Starmer a Macron, da Rutte a Sanchez, dalla von der Leyen alla Meloni, la sorveglianza totale è ormai in fase di realizzazione e diventerà irreversibile con l’introduzione della valuta digitale e l’obbligo dell’ID univoco per l’accesso ai servizi essenziali.   Esprimo quindi il mio pieno sostegno alle manifestazioni di protesta degli agricoltori e degli allevatori europei e britannici, in queste settimane fatti oggetto di una vera e propria persecuzione spietata e ingiustificata. Auspico che i cittadini diano pieno appoggio a queste categorie particolarmente colpite, anzitutto acquistando direttamente da loro ciò che producono, perché è grazie alla loro presenza che possiamo mangiare in modo sano ed evitare alimenti ultraprocessati o geneticamente modificati. Invito a boicottare le aziende della grande distribuzione che sostengono il Mercosur e penalizzano la produzione interna.   L’Unione Europea è un’associazione eversiva criminale: essa non può essere «cambiata dal di dentro», va semplicemente rasa al suolo.

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Documento del Cardinale Roche contro la Messa tradizionale al Concistoro

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Un documento riservato del Cardinale Arthur Roche, dedicato alla liturgia e in ferma difesa di Traditionis Custodes, è stato reso pubblico il 13 gennaio dalla giornalista Diane Montagna. Distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio, questo testo rivela che la Messa tradizionale era effettivamente all’ordine del giorno, anche se l’argomento non è stato scelto come uno dei principali argomenti di discussione. Si prevede che la questione verrà nuovamente sollevata in un prossimo Concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV alla fine di giugno.

 

Il testo preparato dal Cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino, reso pubblico dopo il Concistoro straordinario del gennaio 2026, ha il merito di una certa chiarezza. Datato 8 gennaio, questo documento conferma che per la Roma odierna la riforma liturgica derivante dal Vaticano II è irreversibile e normativa, e che il Messale del 1962 può esistere solo come concessione provvisoria, rigorosamente regolamentata, senza alcun progetto futuro stabile.

 

Non si tratta di un testo marginale né di un’iniziativa personale. Questo documento era tra i dossier sottoposti all’attenzione dei cardinali, insieme ai temi principali definiti da Ppapa Leone XIV: evangelizzazione, Curia Romana, sinodalità e liturgia. La Messa tradizionale era quindi discretamente all’ordine del giorno al più alto livello di governo della Chiesa.

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La riforma liturgica, criterio di fedeltà conciliare

Strutturato in undici punti, il testo offre una vera e propria radiografia dell’attuale approccio romano. La contestazione della riforma liturgica di Paolo VI è considerata un problema di accettazione del Concilio Vaticano II.

 

Il mantenimento del rito tradizionale è inteso non solo come fedeltà a una forma immemorabile della lex orandi, ma anche come sintomo di una più ampia resistenza all’ecclesiologia conciliare, in particolare a quella della Lumen Gentium.

 

 

Quando la riforma diventa la misura della continuità

Per giustificare questa posizione, il documento presenta un’interpretazione distorta della storia liturgica: afferma che la liturgia è stata «sempre» riformata, dai primi secoli al XX secolo, in un processo organico e continuo. Questa presentazione mira a neutralizzare qualsiasi accusa di rottura integrando la riforma di Paolo VI in una successione apparentemente omogenea.

 

Ma l’argomentazione è circolare: la riforma diventa sia il prodotto che il criterio della continuità. Se la liturgia cambia, allora il cambiamento diventa legittimo per definizione. Ogni resistenza viene liquidata come nostalgia o fissazione sul passato, senza alcun esame dottrinale della riforma stessa.

 

San Pio V invocato contro la Messa di San Pio V

Uno dei passaggi più rivelatori è l’appello a San Pio V e alla bolla Quo Primum. Il documento ricorda che, dopo il Concilio di Trento, l’unità fu ricercata attraverso l’unificazione rituale e conclude implicitamente che l’unità attuale richiederebbe anche un unico rito.

 

Il paragone è fuorviante. San Pio V non creò un nuovo rito; codificò una pratica secolare per proteggerla dalle innovazioni dottrinali. Eppure il testo romano usa questo riferimento per legittimare la politica opposta: marginalizzare la liturgia tradizionale in nome dell’unità, sebbene questa liturgia sia proprio la massima espressione della fede cattolica così come definita a Trento.

 

Tradizione ridotta a un principio malleabile

Il documento invoca una concezione dinamica della Tradizione, citando Benedetto XVI e l’immagine del «fiume vivo». Ma questo riferimento serve in realtà a consolidare una gerarchia implicita: la riforma postconciliare viene presentata come l’unica espressione autentica della Tradizione, mentre la fedeltà alla Messa tradizionale rimane sospettata di stagnazione.

 

Quello che dovrebbe essere un principio di continuità consolidato diventa uno strumento di delegittimazione. La Tradizione non è più ciò che trasmette fedelmente il deposito ricevuto, ma ciò che si identifica con l’ultimo stadio delle riforme promulgate dall’autorità.

 

«Senza riforma liturgica, non c’è riforma della Chiesa». Il testo cita esplicitamente papa Francesco: la riforma liturgica è considerata la chiave del rinnovamento ecclesiale. La liturgia non è più solo espressione di fede, ma leva di governo, di cambiamento. Il dibattito cessa di essere liturgico e diventa ecclesiologico: accettare la nuova Messa significa accettare la nuova concezione della Chiesa.

 

È qui che si rivela la vera natura del conflitto. La Messa non è semplicemente una questione disciplinare; è lo spazio teologico per eccellenza. Modificare la liturgia significa modificare la lex credendi.

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Traditionis custodes: una conseguenza logica

Il documento abbraccia pienamente la logica di Traditionis custodes. Il messale di Paolo VI è presentato come unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Il messale del 1962 è semplicemente una concessione, concessa come strategia pastorale, e soggetta a revoca qualora compromettesse l’obiettivo di unità, definito come uniformità, che è alla base del Concilio Vaticano II.

 

Questa posizione non costituisce una rottura con il passato recente, ma piuttosto il culmine coerente di una linea continua dal 1970. Indulti, Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis Custodes: in ogni fase, la Messa latina tradizionale esiste solo come eccezione, mai come norma. Il fulcro della tolleranza viene semplicemente spostato per facilitare l’accettazione del Concilio e dei suoi sviluppi.

 

Conferma dell’analisi di Mons. Lefebvre

Tutto ciò che questo documento ora afferma esplicitamente era stato anticipato da Mons. Marcel Lefebvre. Già negli anni ’70, denunciò una politica di concessioni temporanee, mirata non a preservare la Tradizione, ma a neutralizzarla, esigendo in cambio l’accettazione del Concilio e della nuova Messa.

 

Gli eventi gli hanno dato ragione. Le comunità derivanti dall’Ecclesia Dei vivono ora in uno stato di permanente incertezza giuridica, costrette a giustificare la propria esistenza e a dimostrare di non utilizzare la Messa come «simbolo». Il documento del cardinale Roche conferma che questa insicurezza non è accidentale, ma strutturale.

 

Ulteriori chiarimenti

Questo testo conferma che, per la Roma odierna, non esiste e non può esistere una “pace liturgica” basata sul pieno e completo riconoscimento della Messa tradizionale.

 

Di fronte a questa realtà, la posizione della Fraternità San Pio X non appare un’opzione marginale, ma l’unica coerente. Non si tratta di preferenze liturgiche, ma di fedeltà alla fede cattolica trasmessa, protetta ed espressa dal rito immemorabile della Chiesa.

 

Il conflitto non è disciplinare. È dottrinale. E finché Roma non riconoscerà che la Messa di sempre è l’espressione normativa della lex orandi cattolica, qualsiasi soluzione di tipo «tolleranza», «pluralismo» o «riserva» rimarrà un vicolo cieco.

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Documento del Cardinale Roche

Le versioni in inglese e italiano sono disponibili sul sito web di Diane Montagna.

 

 

CONCISTORO STRAORDINARIO

(7-8 gennaio 2026)

Liturgia: approfondita riflessione teologica, storica e pastorale «per conservare la sana via ad un legittimo progresso» (SC 23).

Liturgia
Cardinale Arthur Roche

 

1. Nella vita della Chiesa la Liturgia ha sempre conosciuto interventi di riforma. Dalla «Didachè» alla Traditio Apostolica, dall’uso della lingua greca a quello della lingua latina; dai «libelli precum» ai Sacramentari e agli «Ordines», dai Pontificali alle riforme franco-germaniche; dalla Liturgia «secundum usum romana curia» alla riforma tridentina; dalle parziali riforme post-tridentine a quella generale del Concilio Vaticano II. La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia del suo continuo «riformarsi», in un processo di sviluppo organico.

 

2. San Pio V, nell’affrontare la riforma dei libri liturgici in osservanza del mandato del Concilio di Trento (cfr. Sessione XXV, Decreto generale, cap. XXI) fu mosso dalla volontà di custodire l’unità della Chiesa. Nella bolla Quo primum (14 luglio 1570) con la quale viene promulgato il «Missale Romanum» afferma che «come nella Chiesa di Dio uno solo è il modo di salmodiare, così sommamente conviene che uno solo sia il rito per celebrare la Messa» (cum unum in Ecclesia Dei psallendi modum, unum Missae celebrandae ritum esse maxime deceat).

 

3. La necessità del riformarsi della Liturgia è strettamente legata alla componente rituale, per mezzo della quale – «per ritus et preces» (SC 48) – partecipiamo al mistero pasquale: il rito è per se stesso connotato da elementi culturali che cambiano nel tempo e nei luoghi.

 

4. Inoltre, poiché «la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morteù ma «è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Benedetto XVI, Udienza generale, 26 aprile 2006), possiamo certamente affermare che l’intervento di riforma della Liturgia voluto dal Concilio Vaticano II non solo è in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione, ma costituisce un modo alto di porsi a servizio della Tradizione, perché quest’ultima come un grande fiume conduca la Chiesa al porto dell’eternità (ibid.).

 

5. In questa visione dinamica, «conservare la sana tradizione» e «aprire la via ad un legittimo progresso» (SC 23) non possono essere intese come due azioni separabili: senza un «legittimo progresso» la tradizione si ridurrebbe ad una «collezione di cose morte», non sempre tutte sane; senza la «sana tradizione» il progresso rischia di diventare una patologica ricerca di novità, che non può generare vita, come un fiume il cui corso viene sbarrato separandolo dalle sue sorgenti.

 

6. Nel discorso ai partecipanti alla Plenaria del Dicastero per il culto divino e la Disciplina dei Sacramenti (8 febbraio 2024) Papa Francesco così si esprimeva:
«A sessant’anni dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium, non smettono di entusiasmare le parole che leggiamo nel suo Proemio, con le quali i Padri dichiaravano la finalità del Concilio. Sono obiettivi che descrivono una precisa volontà di riforma della Chiesa nelle sue dimensioni fondamentali: far crescere ogni giorno di più la vita cristiana dei fedeli; adattare meglio alle esigenze del nostro tempo le istituzioni soggette a mutamenti; favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa (cfr SC 1). Si tratta di un lavoro di rinnovamento spirituale, pastorale, ecumenico e missionario. E per poterlo realizzare i Padri conciliari sapevano bene da dove dover cominciare, sapevano «di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» (Ibid.). È come dire: senza riforma liturgica non
c’è riforma della Chiesa».

 

7. La Riforma liturgica è stata elaborata sulla base di «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale» (SC 23). Il suo scopo è stato quello di rendere più piena la partecipazione alla celebrazione del Mistero pasquale, per un rinnovamento della Chiesa, popolo di Dio, Corpo mistico di Cristo (cfr. LG capp. I-II), perfezionando i fedeli nell’unità con Dio e tra di loro (cfr. SC 48). Solo dall’esperienza salvifica della celebrazione della Pasqua la Chiesa riscopre e rilancia il mandato missionario del Signore Risorto (cfr. Mt 28, 19-20) e diventa, in un mondo lacerato dalla discordia, fermento di unità.

 

8. Dobbiamo anche riconoscere che l’applicazione della Riforma ha patito e patisce un debito di formazione: è questa l’urgenza da affrontare, a partire dai Seminari, per «suscitare quella formazione dei fedeli e promuovere quell’azione pastorale che abbia come suo culmine e sua sorgente la sacra Liturgia» (Istr. Inter ecumenici, 26 settembre 1964, 5).

 

9. Il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge «congelando» la divisione ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può non essere condiviso, come ha detto Papa Francesco in Desiderio desideravi 61:
«(…) Siamo chiamati continuamente a riscoprire la ricchezza dei principi generali esposti nei primi numeri della Sacrosanctum Concilium comprendendo l’intimo legame tra la prima delle Costituzioni conciliari e tutte le altre. Per questo motivo non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma. I santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, approvando i libri liturgici riformati “ex decreto Sacrosancti Ecumenici Concilii Vaticani II“, hanno garantito la fedeltà della riforma al Concilio. Per questo motivo ho scritto “Traditionis custodes“, perché la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità [Cfr. Paulus VI, Constitutio apostolica Missale Romanum (3 Aprilis 1969) in AAS 61 (1969) p. 222]. Questa unità, come già ho scritto, intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano».

 

10. L’uso dei libri liturgici che il Concilio ha voluto riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione. Papa Francesco – pur concedendo secondo quanto stabilito in Traditionis Custodes, l’uso del Missale Romanum del 1962- ha indicato la via dell’unità nell’uso dei libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

 

11. Papa Francesco ha così sintetizzato la questione (Desiderio desideravi 31):
«(…) Se la Liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium, che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium. […] ».

 

Roma, Concistoro Straordinario, 8 gennaio 2026

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)


 

 

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Il vescovo Schneider chiede a papa Leone XIV un documento autorevole per proteggere la messa in latino

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Il vescovo Athanasius Schneider ha affermato di aver proposto a papa Leone XIV la promulgazione di una costituzione apostolica per regolare la coesistenza della messa latina tradizionale e del rito romano postconciliare. Lo riporta LifeSiteNews.   Il 14 gennaio, Schneider, vescovo ausiliare di Astana in Kazakistan, ha dichiarato in un’intervista pubblicata dalla Confraternita di Nostra Signora di Fatima di aver personalmente suggerito a papa Leone l’emanazione di una costituzione apostolica per stabilire un quadro giuridico stabile per la messa tradizionale in latino, con l’obiettivo di superare le restrizioni introdotte dal motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco del 2021 e di garantire la pacifica coesistenza tra i due usi del rito romano.

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«Suggerirei, e l’ho proposto al Santo Padre, quando l’ho incontrato , di redigere un documento più solenne di un motu proprio», ha detto Schneider. «Benedetto XVI ha redatto un motu proprio e Francesco un anti-motu proprio. Quindi, penso che non sarebbe così appropriato redigere di nuovo un anti-motu proprio contro Francesco, ma semplicemente un documento più solenne».   Nell’intervista, condotta da Christopher P. Wendt, Schneider ha sostenuto che un documento di maggiore peso giuridico e magisteriale sarebbe più adatto a stabilire chiarezza e stabilità a lungo termine nel diritto liturgico.   Secondo Schneider, una costituzione apostolica promulgata dal papa si collocherebbe «al di sopra» di un motu proprio nella gerarchia della legislazione pontificia e potrebbe quindi introdurre un nuovo quadro giuridico che regola la celebrazione del rito romano.

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Lo scopo dichiarato di tale documento sarebbe quello che egli ha descritto come una «solenne regolarizzazione» della Messa tradizionale in latino, garantendo piena libertà per la sua celebrazione e assicurando quella che ha definito una «pacifica coesistenza» tra la liturgia tradizionale e la forma postconciliare, senza limitazioni o impedimenti.   Un aspetto centrale dell’argomentazione di Schneider riguarda l’autorità dei vescovi diocesani. Egli sosteneva che, se il Papa stabilisse questo quadro normativo attraverso una legge pontificia vincolante, i vescovi non sarebbero più in grado di proibire o limitare la celebrazione della liturgia tradizionale quando un sacerdote desidera celebrarla legittimamente. Nell’intervista, Schneider ha inquadrato questo punto sia come giuridico che pastorale, sostenendo che una tale legge delineerebbe chiaramente l’autorità episcopale in questa materia.   Schneider ha inoltre proposto una modifica nel modo in cui vengono descritte le due forme del Rito Romano. Andando oltre la terminologia introdotta da papa Benedetto XVI nel motu proprio Summorum Pontificum , che faceva riferimento a una forma «ordinaria» e a una «straordinaria», Schneider ha sostenuto che entrambe dovrebbero invece essere riconosciute come forme ordinarie del Rito Romano. Secondo la sua spiegazione, questo cambiamento terminologico sottolineerebbe l’esistenza di un diritto stabile per sacerdoti e fedeli a celebrare e partecipare alla Messa latina tradizionale.   Egli presentò questo adattamento linguistico e giuridico come un mezzo per rafforzare l’uguaglianza tra le due forme e per impedire future interpretazioni che avrebbero potuto marginalizzare la liturgia tradizionale trattandola come un’eccezione o una concessione.   «Un vescovo non può proibire il novus ordo. Quindi, dovrebbe valere lo stesso principio: un vescovo non può limitare o proibire la forma tradizionale. Se ciò fosse stabilito da un documento pontificio, un vescovo non avrebbe più il diritto di imporre alcuna restrizione alla Messa del vetus ordo», ha affermato Schneider.

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Nel più ampio sforzo di ripristinare la pace liturgica sotto papa Leone XIV, e tra i tentativi del cardinale Arthur Roche – prefetto del Dicastero per il Culto Divino e ampiamente considerato il principale artefice della Traditionis custodes – di riaffermare e difendere quel motu proprio durante il concistoro straordinario del gennaio 2026, la proposta di Schneider è emersa insieme ad altre iniziative concrete volte a risolvere la controversia.   Tra queste, una proposta presentata da Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer, che prevede l’erezione di una giurisdizione ecclesiastica dedicata – come un’amministrazione apostolica personale o un ordinariato – per i fedeli legati alla Messa del vetus ordo, basandosi su precedenti storici a partire dal 1988 e su strutture canoniche esistenti come l’Amministrazione Apostolica Personale di San Giovanni Maria Vianney in Brasile.   Insieme, queste proposte riflettono sforzi paralleli all’interno della Chiesa per cercare un quadro giuridico stabile in grado di affrontare le tensioni che persistono dalla promulgazione della Traditionis custodes nel 2021.   Nel frattempo, senza incorrere nelle pastoie della politica vaticana conciliare, i fedeli che vogliono partecipare alla Santa Messa della tradizione possono frequentare senza problemi le celebrazioni offerte, tutte le settimane e in tutto il mondo, dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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