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Geopolitica

Il Libano è in guerra: le parole del primo ministro di Beirut e del capo di Hezbollah

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Il primo ministro libanese Najib Mikati ha dichiarato che il suo Paese è in guerra dopo che per due giorni consecutivi sono esplosi dispositivi elettronici in tutto il paese, uccidendo più di 30 persone e ferendone migliaia.

 

Martedì, i cercapersone utilizzati dai membri del gruppo armato libanese Hezbollah sono esplosi simultaneamente, uccidendo 12 persone e ferendone quasi 3.000, secondo le autorità sanitarie. Altre 20 persone hanno perso la vita e altre 450 sono rimaste ferite il giorno seguente quando migliaia di altri dispositivi elettronici, tra cui walkie-talkie, computer portatili e radio, sono esplosi.

 

Hezbollah e il governo di Beirut hanno incolpato Israele per gli attacchi. Lo Stato Ebraico non ha né confermato né negato la responsabilità. I ​​resoconti dei media hanno affermato che il servizio segreto israeliano, il Mossad, ha manomesso migliaia di dispositivi elettronici con piccole cariche esplosive, che sono state attivate tramite un segnale remoto.

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Secondo quanto riportato dall’ufficio del primo ministro, mercoledì Mikati si trovava in visita all’ospedale in cui venivano curate le vittime della prima ondata di esplosioni, quando sono giunte segnalazioni di ulteriori detonazioni.

 

«Questo crimine di massa… contro persone indifese nelle loro case, che vengono uccise in questo modo, è indescrivibile», ha detto Mikati ai giornalisti, insistendo sul fatto che il Libano è in stato di guerra con Israele. «Questa guerra è iniziata circa 11 mesi fa e sta colpendo la nostra gente nel sud, dove le loro case vengono distrutte», ha detto.

 

Mikati si riferiva ai regolari scambi di fuoco tra Hezbollah e l’esercito israeliano al confine, nonché agli attacchi aerei dello Stato ebraico nel territorio libanese, iniziati dopo l’incursione in Israele del gruppo armato palestinese Hamas il 7 ottobre dell’anno scorso.

 

Il primo ministro ha nuovamente accusato Israele per le esplosioni di dispositivi elettronici, sostenendo che «l’intera storia dello Stato Ebraico negli ultimi 75 anni è stata criminale».

 

«Stiamo affrontando un nemico che ignora tutte le leggi internazionali e umanitarie, e la domanda è: questo può continuare? Dov’è l’ONU, la cui missione primaria è quella di distribuire la pace?» ha chiesto Mikati, aggiungendo di aver incaricato il ministro degli Esteri libanese Abdallah Bou Habib di garantire che gli attacchi al Paese vengano affrontati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Dopo la seconda ondata di esplosioni elettroniche di mercoledì, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha affermato che stava iniziando «una nuova fase» della guerra che dura da quasi un anno nel Paese, con l’attenzione che si sposta da Hamas a Gaza a Hezbollah in Libano.

 

«Il centro di gravità si sta spostando verso nord. Stiamo deviando forze, risorse ed energia verso nord», ha detto Gallant alle truppe israeliane.

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Parole non dissimili sono venute dal capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che parla di un Libano in «stato di guerra».

 

Israele ha commesso un «massacro» facendo esplodere migliaia di cercapersone in tutto il Libano, ha affermato il Nasrallah, descrivendo l’operazione, ampiamente attribuita al Mossad israeliano, come «una dichiarazione di guerra».

 

In un discorso molto atteso dopo gli attacchi di questa settimana, Nasrallah ha accusato Israele di aver commesso il «massacro» senza riguardo per le vittime civili.

 

 

«Questo è puro terrorismo. Li chiameremo massacro di martedì e massacro di mercoledì. Sono crimini di guerra o almeno una dichiarazione di guerra», ha detto Nasrallah. Notando che alcuni dei dispositivi erano esplosi in scuole, ospedali ed edifici residenziali, il capo di Hezbollah ha detto che l’operazione aveva superato «tutte le restrizioni e le linee rosse».

 

«Non c’è dubbio che abbiamo subito un duro colpo alla sicurezza e all’umanità, senza precedenti nella storia della nostra resistenza», ha ammesso. «Siamo stati colpiti duramente, ma questo è lo stato di guerra e comprendiamo che il nemico ha una superiorità tecnologica».

 

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Geopolitica

Generale tedesco mette in guardia contro un ritorno al periodo precedente al Trattato di Vestfalia

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«Il diritto internazionale calpestato» dalla furia distruttiva degli Stati Uniti.   In un’intervista rilasciata alla televisione svizzera Weltwoche il 23 aprile, il generale tedesco in pensione Harald Kujat – ex ispettore capo della Bundeswehr (2000-2002) e presidente del Comitato militare della NATO (2002-2005) – ha denunciato la posizione statunitense secondo cui gli attacchi contro obiettivi civili sono accettabili, affermando che il diritto internazionale vieta atti militari contro i civili.   Tale violazione del diritto internazionale, dimostrata dai raid aerei statunitensi in Iran, non può essere tollerata. Il divieto di intervento esterno in uno stato sovrano risale al Trattato di Vestfalia del 1648, che pose fine alla Guerra dei Trent’anni.   Il Kujatto mette in guardia contro un ritorno al periodo storico precedente al 1648, che rappresenterebbe una marcia verso una nuova era oscura.  

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Il Trattato di Vestfalia, siglato il 24 ottobre 1648 a Münster e Osnabrück, pose fine alla Guerra dei Trent’anni (1618-1648), il conflitto più devastante della storia europea prima delle guerre mondiali. Firmato da Impero Asburgico, Francia, Svezia e numerosi principati tedeschi, rappresentò la conclusione di un’epoca segnata da guerre religiose e dinastiche.   Il suo significato storico è enorme. Vestfalia sancì il principio della sovranità statale: ogni Stato ha diritto esclusivo di governare il proprio territorio senza interferenze esterne. Nacque così il moderno sistema degli Stati-nazione, base del diritto internazionale contemporaneo. Venne riconosciuta l’indipendenza della Svizzera e delle Province Unite (Olanda), mentre la Germania rimase frammentata in tanti di piccoli Stati.   Il trattato segnò anche la fine del sogno di un impero universale cattolico e l’affermazione del principio cuius regio, eius religio (aggiornato con la libertà di culto). La Francia emerse come grande potenza, mentre declinò l’egemonia degli Asburgo.   Vestfalia è considerata la nascita dell’ordine internazionale moderno: dal mondo medievale al mondo degli Stati sovrani, un passaggio fondamentale che ancora oggi influenza diplomazia, confini e relazioni tra nazioni.   Già in passato il generale Kujat ha parlato della fragilità della situazione geopolitica attuale. Alla fine del 2024 il  Kujatto aveva parlato di una «catastrofe centrale del XXI secolo» dicendo che mai l’umanità è stata così prossima alla Terza Guerra, arrivando a definire l’escalation dell’Occidente con la Russia come un «punto di non ritorno».   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa fa in un’intervista alla radio Berlino-Brandeburgo (RBB), il generale tedesco aveva definito un’«assoluta assurdità» l’idea che l’Ucraina sarebbe in grado, solo con più munizioni, di respingere le truppe di Mosca, aggiungendo per soprammercato che le forze armate russe sono «più forti che negli anni ’80».   L’anno precedente il generale aveva messo in guardia dalla minaccia di guerra se la Germania dovesse soccombere alle pressioni NATO e consegnare missili da crociera Taurus all’Ucraina.   Come riportato da Renovatio 21, il nome del generale Kujat appariva in un appello da parte di generali germanici che si opponevano alla fornitura di carrarmati Leopard all’Ucraina.

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Immagine: Gerard ter Borch (1617–1681), La ratifica del Trattato di Münster (1648), Rijksmuseum, Amsterdam Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Trump minaccia di ritirare le truppe dalla Germania

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che potrebbe ritirare alcune truppe americane dislocate in Germania, dopo un acceso scambio di battute con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran.

 

«Gli Stati Uniti stanno studiando e valutando la possibile riduzione delle truppe in Germania, con una decisione da prendere a breve», ha scritto Trump su Truth Social mercoledì.

 

Nel 2020, verso la fine del suo primo mandato, Trump aveva pianificato il ritiro di circa 12.000 dei circa 36.000 militari americani di stanza in Germania all’epoca. L’ex presidente Joe Biden in seguito ha inviato ulteriori truppe in Germania, motivando la scelta con il conflitto in Ucraina.

 

Secondo la CBS, oltre 36.000 soldati in servizio attivo e 1.500 riservisti sono attualmente dislocati nelle basi militari tedesche.

 

Trump ha criticato gli alleati europei per non aver sostenuto la guerra israelo-americana contro l’Iran e per aver rifiutato di contribuire alla riapertura dello Stretto di Ormuzzo, chiuso da Teheran al traffico marittimo «ostile» a febbraio. Il conflitto ha inoltre spinto il presidente a rinnovare le sue critiche di lunga data alla NATO, che questo mese ha definito «una tigre di carta».

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Lunedì, parlando agli studenti di una scuola tedesca, Merz ha sostenuto che gli Stati Uniti venivano «umiliati» dall’Iran e che l’amministrazione Trump non aveva una strategia chiara nel conflitto, evidenziando come la Germania stia subendo pesanti ripercussioni a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia provocato dalla guerra.

 

Trump ha risposto attaccando Merz sui social media. «Non sa di cosa sta parlando!», ha scritto Trump su Truth Social, aggiungendo: «Non c’è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti!».

 

Mercoledì Merz ha cercato di ridimensionare la faida, affermando che il suo rapporto personale con il presidente degli Stati Uniti «rimane buono».

 

«Fin dall’inizio ho avuto dei dubbi su ciò che è stato scatenato con la guerra in Iran. Per questo l’ho chiarito», ha affermato Merz, secondo quanto riportato da Reuters.

 

Nel frattempo, mercoledì i prezzi del petrolio hanno superato i 120 dollari, il livello più alto dal 2022, mentre persiste l’incertezza sulle prospettive dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.

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Geopolitica

Cablogramma USA descrive il futuro di Ormuzzo

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Gli Stati Uniti si apprestano a proporre ai governi stranieri una nuova iniziativa per il controllo dello Stretto di Ormuzzo, escludendo esplicitamente dalla partecipazione i paesi considerati «avversari», ovvero Russia e Cina.   La proposta è stata illustrata in un cablogramma inviato martedì dal Segretario di Stato Marco Rubio alle ambasciate statunitensi, alle quali è stato chiesto di presentare il piano ai governi ospitanti. Il Wall Street Journal è stato il primo a riportare la notizia del cablogramma, e l’agenzia Reuters ne ha successivamente confermato il contenuto.   L’iniziativa, nota come Maritime Freedom Construct (MFC), sarebbe gestita congiuntamente dal dipartimento di Stato – che fungerebbe da «centro operativo diplomatico» – e dal Pentagono tramite il suo comando regionale, il CENTCOM.

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«La vostra partecipazione rafforzerà la nostra capacità collettiva di ripristinare la libertà di navigazione e proteggere l’economia globale», si legge nel messaggio rivolto ai potenziali partner. «L’azione collettiva è essenziale per dimostrare una determinazione unitaria e imporre costi significativi all’ostruzione iraniana del transito attraverso lo Stretto».   Secondo quanto riportato, i Paesi aderenti alla MFC non sarebbero obbligati a fornire forze militari. L’iniziativa è inoltre descritta come distinta dalla strategia di «massima pressione» del presidente Donald Trump nei confronti dell’Iran e da qualsiasi potenziale futuro dispiegamento di truppe da parte dei membri europei della NATO.   L’invito non è esteso alle nazioni definite «avversarie» nel cablogramma, tra cui Russia, Cina, Bielorussia e Cuba.   Trump in passato ha criticato i membri della NATO per essersi rifiutati di sostenere la campagna aerea israelo-americana volta a provocare un cambio di regime a Teheran. Secondo alcune indiscrezioni, la Casa Bianca avrebbe stilato una lista di membri europei del blocco militare che potrebbero subire ripercussioni per la loro mancanza di sostegno, o per essersi apertamente opposti all’operazione, come nel caso della Spagna.

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