Gender
Il governo ceco respinge la convenzione UE per timori legati all’ideologia di genere
Il 22 giugno, il governo ceco, guidato dal premier Andrej Babiš, ha deciso di revocare la risoluzione del giugno 2023 del precedente governo di Petr Fiala, con la quale il potere esecutivo aveva acconsentito a proseguire il processo di ratifica della Convenzione di Istanbul. Lo riporta LifeSite.
Questa decisione pone formalmente fine al processo di ratifica a livello governativo e – aspetto significativo – è stata presa senza alcun comunicato stampa o annuncio in una conferenza stampa governativa. Il contenuto della risoluzione è stato rivelato solo dal portale di notizie ceco irozhlas.cz, che ha ottenuto il documento, fino ad allora non divulgato dal governo.
La motivazione della risoluzione afferma che la mozione di consenso alla ratifica non è stata esaminata dalla Camera dei Deputati durante la precedente legislatura e che il Senato non ha adottato una risoluzione in merito, confermando formalmente che il processo di ratifica era rimasto a lungo in stato di sospensione.
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La decisione dell’attuale governo è una conseguenza della precedente decisione del Senato ceco. Il 24 gennaio 2024, la camera alta del Parlamento ceco ha respinto la bozza di risoluzione che concedeva il consenso alla ratifica della convenzione: dei 71 senatori presenti, solo 34 hanno votato a favore, due voti in meno rispetto alla maggioranza richiesta. Ventotto senatori hanno votato contro e nove si sono astenuti.
Un ruolo particolare nel dibattito al Senato è stato svolto dalla posizione della Commissione Costituzionale e Giuridica, presentata dal senatore Zdeněk Hraba, secondo la quale la convenzione è un documento ideologico che in pratica non aiuterà le vittime di violenza domestica. Il vicepresidente del Senato Jiří Oberfalzer, a sua volta, ha sottolineato come la convenzione utilizzi ripetutamente il termine «genere» anziché «sesso», confondendo così le differenze biologiche tra donne e uomini.
La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, comunemente nota come Convenzione di Istanbul, sin dalla sua adozione nel 2011, ha suscitato serie controversie che vanno ben oltre il suo obiettivo dichiarato di proteggere le vittime di violenza. L’obiezione più frequentemente sollevata riguarda l’introduzione nell’ordinamento giuridico del concetto di genere socio-culturale, inteso come costrutto sociale indipendente dal sesso biologico di una persona.
Controversie circondano anche l’articolo 12(1) della convenzione, che obbliga gli Stati parte ad adottare misure volte a sradicare i «ruoli stereotipati per donne e uomini» e le tradizioni considerate fonte di violenza. La Corte costituzionale bulgara ha stabilito nel luglio 2018 che la convenzione è incompatibile con la costituzione di quel paese proprio a causa della sua relativizzazione delle differenze biologiche tra i sessi. I sostenitori della convenzione replicano a queste obiezioni sottolineando che il documento non impone l’obbligo di modificare la definizione di matrimonio o di identità di genere e che il suo scopo principale rimane la creazione di una protezione sistemica per le vittime di violenza domestica e sessuale.
La decisione del governo di Andrej Babiš – detto da alcuni il «Trump di Praga» – si inserisce in una tendenza più ampia che vede i vari Stati europei riconoscere i presupposti ideologici negativi della Convenzione di Istanbul. È significativo che ciò sia accaduto nella Repubblica Ceca, uno dei Paesi più laici e atei al mondo, dove l’opposizione alla Convenzione difficilmente può essere attribuita a motivazioni religiose.
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Allo stesso tempo, la decisione riflette un cambiamento politico da parte del governo di Babiš, leader del movimento ANO, che per anni è stato percepito come un politico centrista e che, dal suo ritorno al potere nel dicembre 2025, ha costantemente spostato l’enfasi delle sue politiche in direzione conservatrice, prendendo le distanze dall’agenda promossa dalle istituzioni dell’UE in materia di politica sociale e familiare.
Il sentimento contrario ai diktat europei è condiviso anche dalla vicina Slovacchia di Robert Fico, che due anni fa boicottò la cerimonia finale delle Olimpiadi parigine dopo l’infame spettacolo della cerimonia di apertura, tra tropi omotransessualisti e blasfemia manifesta.
Come riportato da Renovatio 21, quattro anni fa emerse chei cechi rischiavano tre anni di carcere se sostenevano la Russia e Putin sui social media.
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Immagine di David Sedlecký via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Famiglia
Il presidente polacco pone il veto su una legge che mira a indebolire il matrimonio con le unioni civili genderiste
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Gender
Nuova «lista dei nemici» di Amnesty International: dentro gruppi pro-life, critici del gender e gruppi religiosi
La notoria ONG mondialista Amnesty International ha appena pubblicato un nuovo rapporto sulle oscure minacce che incombono sul Gran Bretagna, intitolato«Una minaccia crescente: il movimento anti-diritti nel Regno Unito».
Le conclusioni dell’ente sono che il Regno Unito sia minacciato da quelli che chiama «gruppi anti-diritti».
«Il Regno Unito ha registrato un calo significativo nella tutela dei diritti LGBT+, passando dal 1° al 22° posto nella Rainbow Map annuale di ILGA-Europe tra il 2015 e il 2026», avverte il documenti di Amnesty. «Tra i fattori chiave che hanno contribuito a questo declino figurano la mancata riforma del quadro giuridico in materia di riconoscimento di genere, l’assenza di un divieto sulle pratiche di conversione, il trattamento dei richiedenti asilo LGBT+ e le implicazioni della sentenza della Corte Suprema nel caso For Women Scotland Ltd contro il Ministro scozzese».
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L’elenco di «gruppi anti-diritti» che Amnesty International individua è incredibilmente variegato, scrive LifeSite. Ad esempio, citano centri di assistenza per la gravidanza che cercano di aiutare le donne in gravidanze difficili, così come Labour Women’s Declaration, un gruppo femminista di sinistra che si oppone all’agenda transgender. Mettono in evidenza gruppi pro-vita così come gruppi come Gender Critical Greens e, stranamente, persino Children of Transitioners, un gruppo di persone con genitori transgender che parlano delle loro esperienze, scrive LifeSite.
Complessivamente, l’elenco comprende 49 gruppi «critici nei confronti del genere»; 25 gruppi pro-vita (tra cui 13 centri di assistenza per gravidanze in crisi); 11 gruppi etichettati come «pratiche di conversione», che includono gruppi come Genspect e Therapy First; 12 gruppi di «politica/attivismo della destra cristiana»; e infine una categoria onnicomprensiva «Altro».
L’elenco include testate come il Catholic Herald e l’Anglican Mainstream, che sono lieto di constatare abbiano entrambi pubblicato miei lavori in passato. Includono anche la Natural Family Planning Teachers’ Association, un’associazione che si occupa della fertilità naturale rigettando la contraccezione.
Secondo Amnesty l’insieme dei movimenti critico nei confronti delle questioni di genere nel Regno «è in crescita», con il 60% di questi gruppi «emersi dopo il 2017». Notano che i 117 gruppi elencati nel loro rapporto hanno speso «144 milioni di sterline tra il 2019 e il 2024, con un aumento del 47%», e che «i maggiori finanziatori sono organizzazioni cristiane ultraconservatrici di politica e advocacy», seguite da «sezioni britanniche di gruppi statunitensi e organizzazioni anti-aborto». Riferiscono inoltre che i gruppi sono «diffusi geograficamente e non concentrati a Londra».
Naturalmente, lo scopo di questo rapporto è quello di spingere il governo laburista a prendere di mira i gruppi che ha inserito nella lista. Amnesty International raccomanda di esaminare lo status di ente benefico dei gruppi idonei per valutare la possibilità di revocarlo, nonché di esaminare e regolamentare i centri di assistenza per gravidanze in crisi (probabilmente per obbligarli a offrire servizi di aborto). Tre paragrafi chiave evidenziano gli aspetti su cui sperano che il governo intervenga:
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«Il 25 giugno 2026, il governo ha pubblicato una bozza di legge sulle pratiche di conversione, dopo anni di impegni assunti dai governi precedenti. Mentre il disegno di legge sul divieto procede in Parlamento, occorre prestare particolare attenzione alle organizzazioni e ai fornitori di servizi che promuovono le pratiche di conversione, inclusi quelli che offrono formazione a terapisti e consulenti, come l’International Foundation for Therapeutic and Counselling Choice (IFTCC)».
La legislazione dovrebbe garantire che le pratiche di conversione non possano essere legittimate attraverso rivendicazioni di consenso o di scelta personale e dovrebbe prevedere chiare garanzie contro potenziali lacune. Inoltre, il disegno di legge dovrebbe disciplinare la pubblicità e la promozione di tali attività.
«Il rapporto mette in luce la vera natura di Amnesty International: un’organizzazione potente che afferma di difendere i diritti umani ma che in realtà funge da strumento di attacco per la rivoluzione sessuale» scrive LifeSite. «Qualsiasi gruppo che contraddica l’ideologia LGBT o l’aborto, che si tratti di un centro di assistenza per donne incinte in difficoltà o di un gruppo femminista che sostiene che solo le donne possono rimanere incinte, viene etichettato come “gruppo anti-diritti” da prendere di mira dal governo.
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Immagine di Jonatan Svensson Glad (Josve05a) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Gender
Tutti pazzi per il vecchio spot dei rasoi: quando i maschi avevano un mento non rovinato dalla pillola
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Ecco l’uomo che lavora, l’uomo che corteggia, l’uomo che si sposa, l’uomo che vive con i suoi compagni, l’uomo che si sforza, l’uomo che figlia, l’uomo che insegna al bambino, cioè l’uomo che consegna alla generazione successiva qualcosa. «Di padre in figlio / la nostra tradizione» sottolinea giustamente la canzone dell’edizione italiana. Insomma: pochi anni fa, parlare di maschi e di tradizioni non era tabù: anzi, era la normalità, era ciò che serviva al marketing delle grandi aziende, che sembrava appellarsi alla legge naturale e non ai costrutti del politicamente corretto, della UE o del Forum di Davos. Renovatio 21 nota anche un dettaglio più sottile, ma molto indicativo: il mento. Di fatto, tutti i personaggi che si vedono in questa gloriosa cavalcata hanno incontrovertibilmente la mascella squadrata, un tratto spesso associato a virilità, forza e simmetria nel volto maschile. Ciò è particolarmente evidente guardando i fumetti o i film nell’era pre-genderista. Il mento definito è uno dei segni più evidenti del fatto che si è in presenza di una persona passata per una naturale impennata del testosterone, l’ormone maschio pax excellence, durante la crescita 0 tenendo a mente che ora si parla invece di «bloccanti della pubertà per bambini» che impediscano il fluire naturale della molecole nel giovane organismo. Il testosterone stimola la crescita laterale e longitudinale dell’osso mandibolare, rendendolo più robusto, ampio e angolato rispetto a quello femminile. Promuove l’ipertrofia del muscolo massetere (il muscolo principale della masticazione), che aumenta il volume ai lati del viso, accentuando la forma squadrata. La sparizione dai mass media di uomini con un mento maschile può quindi ascriversi ad un cambio culturale inflitto dai vertici politici, occulti o meno che siano, alla nostra società, che va de-maschilizzata e femminilizzata, così da essere resa sprotetta e più malleabile.Few things will radicalize you more than seeing what the world looked like 30 years ago. pic.twitter.com/hM6yTOmpdM
— Kevin Sorbo (@ksorbs) July 10, 2026
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