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I servizi segreti britannici hanno infiltrato l’agenzia atomica ONU
Un agente dei servizi segreti britannici si sarebbe infiltrato presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) per coordinare le sanzioni occidentali contro l’Iran. Lo riporta la testata investigativa americana The Grayzone. La notizia circola nel circuito di informazione russo ma è introvabile presso testate occidentali.
Il sito di informazione statunitense ha citato documenti trapelati che descrivono un agente dell’MI6 e il suo ruolo all’interno dell’organismo di controllo delle Nazioni Unite.
Il curriculum dell’agente sarebbe emerso da una serie di documenti riservati trapelati, che dettagliavano le operazioni di Torchlight, un’organizzazione di intelligence britannica. L’individuo sarebbe stato coinvolto persino nella copertura del ruolo dell’intelligence britannica nella morte della principessa Diana (!) e accusato dalle autorità greche di aver orchestrato il rapimento e la tortura di immigrati pakistani ad Atene.
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Secondo quanto riportato dal suo curriculum, l’uomo avrebbe anche «guidato grandi team interagenzia per identificare e contrastare la diffusione della tecnologia delle armi nucleari, chimiche e biologiche», anche attraverso «il supporto all’AIEA e all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW)».
L’agente avrebbe avuto un ruolo chiave nell’organizzare le sanzioni contro l’Iran, secondo quanto riportato, «costruendo relazioni altamente efficaci e di reciproco sostegno tra il governo e con i principali colleghi statunitensi, europei, mediorientali ed estremo-orientali per la strategia» tra il 2010 e il 2012. Si attribuisce inoltre il merito di aver reso possibile «l’importante successo diplomatico dell’accordo sul nucleare e sulle sanzioni iraniano».
Durante il periodo in cui l’agente ha operato presso il Centro Antiproliferazione del Ministero degli Esteri britannico, si sarebbe verificato un aumento significativo delle sanzioni occidentali e delle operazioni segrete contro gli scienziati iraniani. In quel tempo, gli omicidi e i sabotaggi israeliani si intensificarono, mentre Stati Uniti e Unione Europea applicavano dure sanzioni economiche.
L’Iran ha a lungo accusato l’AIEA di collaborare con i suoi avversari, sostenendo che l’agenzia abbia fornito a Israele informazioni sensibili, come l’identità di scienziati nucleari e dettagli su infrastrutture strategiche, colpite il mese scorso da attacchi aerei israeliani e americani.
Il 12 giugno, l’AIEA ha accusato l’Iran di aver violato il Trattato di non proliferazione nucleare, senza però fornire prove concrete di un programma di armamento nucleare. Il giorno successivo, Israele ha condotto attacchi contro scienziati nucleari iraniani e impianti di arricchimento dell’uranio. L’Iran ha respinto le accuse e ha risposto agli attacchi.
Il 22 giugno, gli Stati Uniti hanno partecipato all’operazione israeliana. Il conflitto, durato 12 giorni, si è concluso la settimana scorsa con un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, finora rispettato.
In risposta, Teheran ha interrotto la collaborazione con l’AIEA, vietando l’ingresso nel Paese al Direttore Generale Rafael Grossi e decidendo di sospendere il monitoraggio regolare dei suoi siti nucleari. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha criticato Grossi per aver pubblicato un «rapporto fazioso», utilizzato da Israele come pretesto per il suo attacco «illegale».
Particolare la parte che parla della morte della principessa Diana. The Grayzone riporta un articolo del 2001 che sosteneva che l’uomo sarebbe «arrivato a Parigi settimane prima del fatale incidente automobilistico della principessa Diana in città il 31 agosto 1997, e fu successivamente accusato di aver condotto “operazioni di informazione” per deviare le diffuse speculazioni pubbliche sul fatto che l’Intelligence britannica fosse responsabile della sua morte».
Il mistero della morte di Lady Diana, che un tempo tanto appassionava il pubblico mondiale, è oramai una realtà totalmente dimenticata, nonostante le continue rivelazioni uscite negli anni.
A quel tempo era legittimo parlare di «complotti»: bisogna ricordare comi perfino in certa stampa mainstream, di dubbi ve ne fossero pochi: la morte di Diana fu innescata dal suo matrimonio programmato con il jetsetter musulmano Dodi al-Fayed, figlio di un controverso ricco imprenditore egiziano attivo a Londra e di Samira Khasoggi, sorella di Adnan Khashoggi, trafficante d’armi saudita e playboy internazionale (con prede ambitissime come Farrah Fawcett, Raquel Welch, Brooke Shields e Lory Del Santo) che fu per un certo periodo considerato l’uomo più ricco del mondo.
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Secondo alcuni Kashoggi gestiva nel suo yacht (poi comprato da Donald Trump…) un sistema di ricatto internazionale, con belle signorine che incontravano i potenti della Terra – in pratica il modello Esptein, una costante del mondo dell’Intelligence. Dodi era quindi cugino di primo grado di Jamal Khashoggi, l’editorialista del Washington Post che secondo la CIA fu squartato al consolato saudita di Istanbul su ordine del principe di Riyadh Mohammed bin Salman, il celebre amico di Matteo Renzi.
La famiglia Khashoggi, prima di cadere in disgrazia con l’ascesa di MbS, era stata praticamente tra le più potenti in Arabia Saudita, con rapporti eccellenti, grazie ai traffici di zio Adnan, con elementi dello Stato profondo americano (fu coinvolto nello scandalo Iran-Contra) e con mezzo mondo – per esempio con le Filippine del presidente Ferdinand Marcos.
Diana, quindi, in casa non si stava portando solo un boyfriend islamico, ma un pezzo di finanza e di geopolitica enorme, con accenti wahabiti e statunitensi.
Ma questa è una storia passata. Altre attività, magari portate avanti dagli stessi soggetti, ora impegnano il mondo delle ombre tra Albione e il resto del pianeta.
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Immagine di IAEA Imagebank via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Julian Assange è tornato. La sua storia è complicata
Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha lasciato intendere che tornerà alla vita pubblica dopo una pausa successiva al suo rilascio dalla custodia britannica nel 2024.
L’attivista per la trasparenza ha trascorso cinque anni dietro le sbarre combattendo contro una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, che avrebbe potuto comportare una lunga condanna in un carcere di massima sicurezza americano. Alla fine ha raggiunto un accordo che gli ha garantito la libertà, in seguito a una campagna globale che esortava Washington a ritirare le accuse contro di lui.
L’account WikiLeaks su X ha annunciato giovedì il «ritorno» di Assange, pubblicando una foto in cui posa davanti a un murale che lo ritrae a Sydney, in Australia.
Assange ha ricondiviso il messaggio, confermando il suo ritorno e affermando che si tratta del primo post scritto personalmente da lui in otto anni.
I’m back. https://t.co/2e58azeJkt
— Julian Assange (@JulianAssange) September 17, 2026
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Sua moglie Stella ha detto che seguiranno ulteriori notizie la prossima settimana.
WikiLeaks è diventato un fenomeno globale nel 2010 dopo aver pubblicato un video trapelato che mostrava un attacco aereo militare statunitense a Baghdad nel 2007, in cui persero la vita almeno una dozzina di persone.
Il soldato Bradley Manning, poi transessualizatosi in carcere come «Chelsea», è stato arrestato e successivamente condannata nel 2013 per aver fornito a WikiLeaks il filmato e altro materiale militare statunitense secretato.
Il caso di spionaggio statunitense contro Assange si concentrava sull’ottenimento dei file da Manning, mentre i primi tentativi della Gran Bretagna di arrestarlo derivavano da un caso non correlato che i suoi sostenitori definirono fabbricato ad arte.
Assange ottenne asilo politico dall’Ecuador nel 2012 e trascorse anni all’interno dell’ambasciata del Paese sudamericano a Londra. Un cambio di governo a Quito portò infine l’Ecuador a revocargli l’asilo e a consentire alla polizia britannica di arrestarlo nel 2019.
In base all’accordo raggiunto con gli Stati Uniti nel 2024, Assange si è dichiarato colpevole di un singolo reato, ovvero di cospirazione per ottenere e divulgare documenti riservati statunitensi. È stato condannato a una pena pari al tempo già trascorso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra. In Gran Bretagna, è stato condannato per violazione delle condizioni di libertà su cauzione.
Come riportato da Renovatio 21, sui piani di assassinare Assange da parte della CIA un giudice spagnolo aveva aperto un’inchiesta convocando l’ex direttore del servizio di Intelligence Mike Pompeo.
Da quando ha riacquistato la libertà, Assange ha fatto diverse apparizioni pubbliche. Mesi dopo la sua liberazione, si è rivolto all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo, in Francia, parlando della terribile esperienza che ha vissuto.
Nel 2025, ha partecipato a una marcia pro-palestinese a Sydney con circa 100.000 persone. Per qualche ragione, era in Piazza San Pietro pure nei giorni successivi alla morte di papa Bergoglio. Nel 2024 gli è stata pure formalmente conferita la cittadinanza onoraria di Roma Capitale.
🚨 Julian Assange attended Pope Francis’ funeral in St. Peter’s Square, Rome, with his family, expressing gratitude for the Pope’s support during his 14-year legal battle. Assange, freed in June 2024 after a U.S. plea deal, mingled among 400,000 mourners, including world leaders… pic.twitter.com/sjYzbfzV8P
— AɯƙɯαɾԃMαɱα™® (@AwkwardMamaNews) April 26, 2025
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Prima di fondare WikiLeaks nel 2006, Julian Assange ebbe una vita già estremamente movimentata. Nato nel 1971 a Townsville, in Australia, ebbe un’infanzia nomade: i genitori gestivano una compagnia teatrale itinerante e il ragazzo cambiò decine di scuole e abitazioni. Fu proprio durante l’adolescenza che si avvicinò all’informatica, diventando un hacker sotto lo pseudonimo di «Mendax» (dal latino «splendide mendax», un verso oraziano che significa «splendidamente bugiardo).
Insieme ad altri due giovani formò un gruppo chiamato «International Subversives», specializzato nel penetrare reti governative e militari particolarmente protette, tra cui sistemi della NASA, del Pentagono, della Nortel canadese e di varie università. Il gruppo seguiva un codice non scritto: osservare senza danneggiare né copiare i dati per fini personali, una sorta di etica hacker che Assange avrebbe poi rivendicato pubblicamente.
Nel 1991 la sua attività venne scoperta dalla polizia australiana, che lo incriminò con decine di capi d’accusa legati all’intrusione informatica; il processo si concluse nel 1996 con una condanna sostanzialmente simbolica, vista la giovane età e l’assenza di danni concreti. In quegli stessi anni Assange studiò fisica e matematica, lavorò come programmatore e cominciò a interessarsi di crittografia, ambito che lo portò più tardi a teorizzare i principi cardine di WikiLeaks.
Sui capelli bianchi, diventati un suo tratto distintivo, circolano diverse versioni mai confermate con certezza: la più diffusa è che siano il risultato di un incanutimento precoce dovuto allo stress accumulato durante l’adolescenza, quando la famiglia fu costretta a una vita fatta di continue fughe. Altre ricostruzioni, meno accreditate, parlano di un esperimento andato male con un tubo catodico o, più semplicemente, di una scelta estetica.
Proprio quella fuga era legata alla setta a cui la madre, Christine, si era legata tramite un compagno: «The Family», guidata dalla ex insegnante di yoga Anne Hamilton-Byrne (1921-2019), che si proclamava reincarnazione di Cristo e che il gruppo stesso definiva talvolta «Great White Brotherhood». La famiglia di Assange visse per anni nascosta proprio per sottrarsi all’influenza di quell’ambiente. Era circolata la notizia, propalata anche dal film The Fift State che i capelli bianchi di Julian potessero essere correlati all’usanza della setta «The Family» di tingere i capelli dei bambini di biondo platino o quasi bianco, una caratteristica quasi identificativa del gruppo, tanto che chi li vedeva li riconosceva a colpo d’occhio.
Alcuni articoli all’epoca avevano scherzato sul fatto che Assange abbia finito comunque per «copiare involontariamente» quel look.
«The Family» fu fondata a Melbourne negli anni Sessanta da Anne Hamilton-Byrne insieme al fisico e parapsicologo inglese Raynor Johnson, e i suoi due insediamenti principali, dove vivevano i bambini «adottati» illegalmente, si trovavano entrambi in territorio australiano, nella zona del Dandenong Ranges e sul Lago Eildon, in Victoria.
Tuttavia il gruppo ebbe anche una dimensione internazionale, seppure più limitata: secondo esperti di sette citati da diverse inchieste giornalistiche, «The Family» arrivò ad avere adepti e ramificazioni anche negli Stati Uniti e in altri paesi, e la stessa Hamilton-Byrne acquisì una proprietà a South Fallsburg, nello stato di New York, dove strinse legami con l’ambiente dello Yoga Siddha. Non a caso, quando fu infine arrestata nel 1993, dopo anni di latitanza, ciò avvenne proprio negli Stati Uniti, nelle Catskill Mountains, e non in Australia.
Il nucleo del movimento, il numero maggiore di adepti (circa cinquecento al suo apice, in gran parte professionisti come medici, avvocati e infermieri) e soprattutto i casi di abuso sui minori che portarono al crollo della setta restano un fenomeno essenzialmente australiano. La setta, come struttura organizzata e attiva, si è di fatto disgregata dopo il raid della polizia del 1987, quando le forze dell’ordine fecero irruzione nella proprietà di Lake Eildon e sottrassero sei bambini rimasti nella comunità; molti adulti membri se ne andarono nel periodo successivo, alcuni fuggendo all’estero insieme alla stessa Hamilton-Byrne, che rimase latitante per anni prima di essere rintracciata.
Anne Hamilton-Byrne e il marito Bill Hamilton-Byrne furono catturati nel giugno 1993 nelle Catskill Mountains, nello stato di New York, al termine di una lunga indagine della polizia del Victoria guidata dal detective Lex de Man. L’accusa penale che portò alla loro condanna non riguardava però gli abusi, le violenze o la somministrazione di droghe ai bambini, difficili da provare in tribunale a distanza di anni e con testimoni minorenni all’epoca dei fatti: i due furono condannati soltanto per frode, in relazione alla falsificazione dei documenti anagrafici usati per registrare illegalmente come propri figli naturali i bambini «adottati» in modo irregolare, spesso tramite medici e avvocati compiacenti all’interno della setta. La pena finale fu estremamente lieve rispetto alla gravità delle vicende raccontate dalle vittime: una multa di appena 5.000 dollari australiani a testa.
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