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Gogne mediatiche, abiure e infallibilità del vaccino anti-HPV

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Lunedì 17 Marzo scorso, come forse sarà noto ai più, è andata in onda su Rai 3 una puntata di Report che ha destato un gran polverone nazionale al quale – causalmente? – è conseguita la radiazione di un medico, alias Roberto Gava.
Ci riferiamo alla tematica trattata da Sigfrido Ranucci, successore della Gabanelli (che finalmente si è levata di torno).
Ranucci ha concesso alla giornalista Alessandra Borella di elaborare un servizio incentrato sui danni provocati dal vaccino anti-Papilloma virus (anti-HPV), con un titolo molto tranquillo a designare la precisa volontà del programma: “Reazioni avverse al vaccino anti-Papilloma virus: quanti sono i casi? I conti non tornano”.
Nonostante Ranucci avesse specificato, sin dall’inizio, che i vaccini sono utilissimi, efficacissimi e hanno portato grande progresso, la cosa non è ovviamente servita a nulla. Il nostro ha agito un po’ come agiscono tanti nel mondo cattolico conservatore, ovvero criticando Bergoglio ma elogiando il Concilio; così pensano di diventare intoccabili, ingenuamente, senza rendersi conto che al tiranno non importa nulla dei paracolpi, giacché il tiranno quando è tiranno lo è fino in fondo, e pota ovunque ci sia anche qualcosa di minimamente non gradito. Va da sé che non solo la battaglia si rivelerà sbagliata e dannosa per il semplice motivo che non vuole risolvere il problema alla radice, ma sarà pure altrettanto inutile.

 

Questa volta alla Rai – che pure vanta fra i suoi dirigenti il marito del Ministro Lorenzin – deve essere sfuggito qualcosa, nonostante il programma si sia rivelato di un’ovvietà pazzesca: nulla di straordinario, nulla di eccezionale, un servizio che ha ripetuto cose che, per chi conosce un minimo la tematica, non hanno alcuno spicco di esclusiva, oltre ad aver detto verità parziali.
Eppure questo ha generato il più scellerato caos, perché è evidente quanto per l’uditore medio anche piccole nozioni possano suscitare il dubbio: delle serie, se vedo persone danneggiate oggettivamente da un vaccino magari vado oltre Report e mi informo. Questo non può accadere. Non deve assolutamente accadere.

 

Il nuovo conduttore del programma aveva sognato di poter fare un minimo di giornalismo, selezionato e che non si spingesse oltre ai tabù ben delineati, tuttavia facendo i conti male. Ha avuto uno scontro violento contro il muro della censura e della gogna. Con i suoi salvagente sui vaccini quali mezzi infallibili per salvare l’umanità, come espresso nel prologo della puntatona, Ranucci aveva creduto di essersi creato un alibi per dire ciò che tutti coloro i quali seguono la tematica sanno: la farmacovigilanza non svolge il suo mestiere; si cerca di mettere tutto a tacere sugli effetti collaterali del vaccino contro il Papilloma virus, e non degli altri, per il semplice fatto che nel servizio in questione ci si è limitati a parlare solo di quello.
A questo hanno comunque conseguito una serie di grida allo scandalo, dalla Lorenzin ai vari politicanti, di serie A e di serie B. Fra i grandi commendadores non poteva mancare il solito Roberto Burioni, sociologo del social netowork, ma prima ancora virologo, professorone Ordinario in Microbiologia e virologia Facoltà di Medicina e Chirurgia Università Vita-Salute San Raffaele. Insomma: un nome, un’autorità. Il Burioni, grande avversario della frangia che lui definisce “anti-vaccinista”, ha parlato di “atto grave e intollerabile”, riferendosi alla puntata di Report che lo ha mandato su tutte le furie. Chi bazzica su Facebook avrà certamente notato la ponderosa lotta ai “no-VAX” che il virologo, fra le altre cose massone (si veda qui, pag. 33 http://popoffquotidiano.it/wp-content/uploads/2014/10/Massoneria-Elenco-Massoni-Italiani-.pdf), conduce quotidianamente, anche ridendo e brindando sui cadaveri dei colleghi radiati solo per aver detto una nota fuori dal coro.

 

La Rai poi, che pure campa con i soldi dei contribuenti, non ci tiene a fare brutte figure davanti allo Stato amico che le permette di sussistere come azienda. E così, sfuggita la situazione di mano e fatta la figuraccia del servizio no-vaccini che viene eruttato dall’azienda di Stato, Rai cerca di raccogliere e riaggiustare i cocci con un comunicato e con la contrapposta campagna pro-vaccini, che da lì si è susseguita senza sosta, specie sui telegiornali:
La Rai è da sempre a supporto delle campagne vaccinali. I vaccini sono indiscutibilmente una delle più grandi scoperte scientifiche della storia, con la loro efficacia hanno permesso di ridurre drasticamente la mortalità o debellare totalmente malattie un tempo incurabili o gravemente invalidanti. Per questo motivo Rai, che raggiunge milioni di persone in ogni parte d’Italia, in tutte le trasmissioni informative e in quelle di infotainment ha sempre sostenuto l’unico punto di vista possibile: i vaccini sono un fondamento della medicina moderna che non può essere messo in discussione“.
Più chiaro di così non si può. Peccato che lo stesso Report ha messo in luce fastidi legati ad ovvietà, come dicevamo, ma pur sempre scomodi in una retorica generale che non vuole obiezioni ad un dogma di fede come quello delle vaccinazioni.

 

Il dogma di fede cui è tenuto a recare adulazione e fedeltà anche Ranucci non gli ha lasciato scampo. Ed ecco che, dopo qualche giorno di pressione, nonostante i tentativi di salvarsi in corner, è arrivata l’abiura ufficiale con una lettera inviata al suo Direttore. Per importanza dei contenuti risulta impossibile non riportare qui il testo scritto dal conduttore di Report, offrendo così ad ognuno la possibilità di farsi una propria idea:
“Caro direttore,
 
sento il bisogno di scrivere queste righe in seguito al clamore che ha suscitato in questi giorni il servizio trasmesso lunedì [17 Marzo ndr] sul Papilloma virus. Il servizio è cominciato con una grafica che specificava nei dettagli l’utilità del vaccino, nella quale abbiamo affermato che questo vaccino previene il tumore al collo dell’utero. Il programma proseguiva con un mio intervento nel quale letteralmente affermavo: «Quest’inchiesta non è contro l’utilità dei vaccini, in tema di prevenzione si tratta della scoperta più importante degli ultimi 300 anni», anche se tale vaccino è consigliato, ma non obbligatorio. Specificavo poi che il tema del servizio erano le reazioni avverse, e fornito gli elementi dimostrati dall’Oms, nel centro di Uppsala in Svezia. Su tali reazioni avverse, il Mediatore europeo ha accolto il reclamo di un gruppo di ricercatori danesi del Cochrane. Si tratta di scienziati accreditati, a cui dobbiamo il ritiro dal commercio di un farmaco a base di Sibutramina, un farmaco antiobesità, che aveva provocato decessi.
 Su questo reclamo accolto dal Mediatore, ha espresso la sua valutazione in contraddittorio la dottoressa Enrica Alteri, a capo del Comitato di valutazione dei medicinali per l’ Agenzia europea del farmaco. In Italia le reazioni avverse devono essere comunicate alla Farmacovigilanza, e si è scoperto che coloro che hanno reazioni avverse non sempre riescono a segnalarle. Su questo punto è stato chiesto il parere del più importante farmacologo italiano, Silvio Garattini, il quale ha confermato che il sistema della farmacovigilanza ha delle criticità. In onestà ci sembrava doveroso portare all’attenzione delle autorità competenti una mancanza di trasparenza. Tutto questo è stato inteso come un servizio contro i vaccini obbligatori. Se è stato compreso in questo modo, prestando di conseguenza il fianco a strumentalizzazioni, significa che non sono stato sufficientemente chiaro. Di questo mi assumo ogni responsabilità, e anticipo attraverso il suo giornale l’intenzione di fornire ogni chiarimento ai telespettatori nella prossima puntata di Report. Ci tengo a ribadire l’importanza delle vaccinazioni obbligatorie e quelle consigliate anche perché ho sempre fatto vaccinare i miei figli.
Tolto ogni dubbio sulle intenzioni primordiali di Ranucci, così da non farne un eroe controcorrente anche nel mondo “anti-vaccinista”, analizziamo per un attimo il pensiero espresso dal Ministro della Salute Sig.ra Beatrice Lorenzin, alla luce di quanto accaduto sul servizio pubblico della Rai.
Così disse la signora Lorenzin in data 18 Marzo 2017:
 “Diffondere paura propugnando tesi prive di fondamento e anti scientifiche è un atto di grave disinformazione ed è quanto ha fatto ieri sera la trasmissione di Rai3 Report, dedicata al vaccino contro il Papilloma virus, il primo vaccino contro il cancro che l’uomo è riuscito a produrre. Un vaccino sicuro e di grande efficacia, a differenza di quanto è stato fatto affermare sulla tv pubblica, senza alcun contraddittorio. Report ha dato spazio a teorie prive di base scientifica, instillando timore nei confronti di una pratica sicura, efficace e in grado di salvare migliaia di donne da un cancro aggressivo e spesso mortale“.

 

Prima di addentrarci nella solita e monotona critica che muove la Lorenzin, quella sì, priva di argomentazioni oggettive e scientifiche, ma basata solo su loci communes, ricordiamo che anche il servizio di Alessandra Borella ha espresso qualche piccola imprecisione. Prima fra tutte le cose va detto che i ceppi di HPV individuati non sono 120 – come riportato da Report – ma 140. In più è bene sottolineare come il Cervarix ( vaccino anti-HPV ), prodotto dal colosso GSK, sia stato ritirato dal commercio dal produttore stesso con un annuncio dato il 2 novembre 2016: il tutto senza fornire spiegazioni veramente plausibili.
Questo tanto per cominciare. Per chi volesse, poi, in risposta all’incensazione scientifica (?) fatta dalla Lorenzina sulla grandezza di questo vaccino, operante parecchi benefici, potrebbe guardare qualche spezzone dei video qui sotto:
 

 

Entriamo ora nell’aspetto che più ci deve interessare, avendo utilizzato Report – e continuando ad utilizzarlo – solo come aggancio per esporre le vere criticità di questo vaccino, che come prima funzione – lo abbiamo già detto altrove – ha quello di emancipare alla sessualità le bambine e, con il Nuovo Piano Nazionale per la prevenzione vaccinale, anche i maschietti. I danni subiti da chi vi si è sottoposto e a cui spesso viene fatto riferimento sono solo uno degli aspetti critici ( e gravissimi, si intenda ) del “primo vaccino contro il cancro” che l’uomo sarebbe riuscito a produrre, sempre secondo il CEO del Ministero della Salute.
Non importa nulla se in Spagna, di recente, un tribunale ha riconosciuto la correlazione fra la morte di una giovane ragazza e il vaccino anti-Papilloma Virus, quello che conta davvero è mettere sotto silenzio tutto; chi ci prova sarà irreversibilmente tacciato di essere contro la scienza, di essere un complottista, un meschino attentatore alla vita umana. E si badi bene: questo accade in tutti i campi possibili, Cattolicesimo incluso. Vi è infatti chi dice che mettere in dubbio l’infallibilità dogmatica dei vaccini è come collaborare all’aborto o al supporto delle campagne LGBT. Capito mi avete?
I danni esistono, e pure gravi, ma niente da fare. Davanti alla deità della “scienza medicinale” (che scienza appunto non è), non vi è santo che tenga.
Oltre a questo come dicevamo esiste altro, a partire da una conoscenza un po’ più oggettiva di ciò che è il Papilloma Virus (HPV= Human Papilloma Virus).

 

Esso è, di fatto, un virus umano abbastanza comune che si ritrova spesso nei genitali femminili, anche indipendentemente dai rapporti sessuali: per intenderci, può anche essere trasmesso dalla madre al neonato durante il parto.
Dei 140 tipi di questo virus solo 13 sono potenzialmente cancerogeni, ma la loro cancerogenicità si palesa solo in determinate condizioni, la maggiore delle quali è correlata ad un sistema immunitario depresso.
I sintomi di questa infezione da HPV sono mediamente inesistenti, se non per qualche eruzione cutanea o condiloma acuminato. Per queste ragioni si può affermare che lo sviluppo di un tumore benigno è assai raro se paragonato al numero dei casi infetti presenti; va da sé che lo stadio tumorale maligno è ancor più eccezionale.
Ma mettiamo pure il caso che venga riscontrata un’infezione HPV con un tipo virale potenzialmente cancerogeno, esso regredirà spontaneamente nel 90% dei casi entro due massimo tre anni anni dalla diagnosi certa, così come nel 9% dei casi il virus conviverà  per tutta la vita della persona che lo ospita senza causare disturbi. Ergo: test per l’HPV positivo, Pap-test risultante sempre negativo.
Anche chi ipotizza che potrebbe esserci, a seguito dell’infezione, una progressione di essa capace di creare una lesione precancerosa, deve sapere che questo può avvenire solo nell’1% dei casi, con tempi veterotestamentari pari a 30-50 anni – nel caso in cui si verificassero vere e proprie lesioni.
Un’altra informazione sostanziale, che guarda caso non viene mai data (così come avviene nel caso dei ceppi di Meningococco) è quella riguardante la copertura che il vaccino riesce a dare contro i ceppi del virus o batterio: nel nostro specifico caso infatti ritroviamo un vaccino bivalente e tetravalente contro l’HPV in grado di formare anticorpi contro solo 2 dei 13 tipi potenzialmente cancerogeni. Certo, si potrà obiettare che sono i due tendenzialmente più frequenti, e ciò corrisponde a verità, ma resta il fatto che rimangono 11 tipi scoperti, questo mettendo in dubbio l’efficacia e l’infallibilità del prodotto in maniera inopinabile.

 

Una campagna così fortemente voluta mette in seria difficoltà le certezze sul nostro Stato, che non può certo catalogarsi fra quelli del Terzo Mondo dove la poca igiene e la trascuratezza del sistema immunitario dovuto ad una scarsa e scorretta alimentazione aggrava e centuplica le probabilità di contrarre il tumore al collo dell’utero, in quei luoghi molto più frequente, diffuso e mortale.
Se a qualcuno potrebbe sembrare ardito quanto appena detto, tranquillizziamo quel qualcuno dicendo che vogliamo porre a riferimento i controlli ginecologici con Pap-test, che già sono un ottimo metodo di prevenzione su cui però nessuno ha voluto incentivare l’attenzione. Se ogni donna dopo i 30 anni si sottoponesse ad un semplice Pap-test quadriennale, questo genere di tumore sarebbe presto sconfitto grazie ad una diagnosi fatta per tempo, che permetterebbe di eliminarlo con un intervento ambulatoriale.
A tutte queste precisazioni esistono poi una serie di dati non pervenuti: per facilitarne la comprensione li elencheremo di seguito.

 

-L’efficacia del vaccino nell’impedire l’insorgere del tumore della cervice uterina, così come la durata della protezione vaccinale, non sono pervenute; il rischio in questo caso potrebbe pure essere che proprio al termine della copertura vaccinale, i soggetti entrino in contatto con l’HPV.
– Non è pervenuta la sicurezza del suddetto vaccino sul lungo periodo, così come non viene mai accuratamente documentata la frequenza di avversioni gravi risalenti alla vaccinazione.
– Non è pervenuto il vero movente per cui questa vaccinazione è stata introdotta con una procedura di approvazione anticipata, giacché a questo farmaco mancava ancora la 3º fase di sperimentazione richiesta, restando perciò nudo della dimostrazione scientifica nonché della reale efficacia e non nocività, che è stata inspiegabilmente demandata alle ASL, le quali  la stanno sperimentando – de facto a nostre spese – sui nostri figli.
Così facendo si è inoculata nei soggetti vaccinati una sicurezza fasulla, questo comportando una conseguente diminuzione all’intervento di screening con il Pap-test.

 

Tirando le somme e concludendo, possiamo affermare che l’avvincente campagna pubblicitaria a sponsorizzazione del vaccino anti-HPV secondo la quale esso sarebbe una scoperta senza precedenti storici e in grado di prevenire qualsiasi carcinoma della cervice uterina, non è per nulla corretta, né tanto meno obiettiva per tutta la serie di motivi riportati sopra.
Ovviamente la martellante attività di marketing unita alla censura e messa a gogna (vedi Report e dott. Gava) di chiunque provi ad affrontare il problema con cognizione di causa, rende impossibile una corretta e veritiera valutazione del problema: sia sul fronte scientifico, che sul fronte politico-sociale.
Frattanto, nello scorrere di tutte queste nefande politiche di regime, come diceva recentemente un bravo scienziato, la strage continua in allegria e in attesa della prossima vittima.
Cristiano Lugli
Articolo precedentemente pubblicato qui.

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Gemelli di 18 mesi morti dopo la vaccinazione

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

La polizia di Payette, Idaho, ha dichiarato di stare ancora indagando sulla morte dei gemelli di 18 mesi Dallas e Tyson Shaw, deceduti nella loro casa in Idaho una settimana dopo aver ricevuto il vaccino antinfluenzale e altre vaccinazioni di routine. Le autorità continuano a trattenere i dati e non hanno rivelato la causa o le modalità del decesso, citando un’indagine in corso.

 

Otto mesi dopo la morte di due gemelli di 18 mesi nella loro casa in Idaho, pochi giorni dopo aver ricevuto il vaccino antinfluenzale e altre iniezioni di routine, la polizia di Payette ha dichiarato a KTVB, affiliata della NBC Idaho, che il caso rimane aperto. Tuttavia, le autorità non hanno rilasciato nuove informazioni.

 

A maggio i genitori hanno dichiarato a CHD.TV che la polizia li ha immediatamente trattati come sospettati.

 

La scorsa settimana, il capo della polizia di Payette, Gary Marshall, ha dichiarato a KTVB che le morti di Dallas e Tyson Shaw restano «sotto inchiesta» e che «non ci sono nuove informazioni che possono essere diffuse».

 

I funzionari hanno respinto le richieste di accesso ai documenti pubblici presentate al dipartimento di polizia di Payette e all’ufficio del medico legale della contea di Ada, citando l’indagine in corso.

 

Le autorità non hanno reso note la causa o le modalità del decesso, e non sono stati resi pubblici i risultati degli esami tossicologici o dell’autopsia. Non è ancora chiaro se gli inquirenti continuino a considerare l’asfissia come la teoria principale o se si stiano prendendo in considerazione spiegazioni alternative.

 

Gli esperti legali affermano che indagini così prolungate sono insolite. Kim Mack Rosenberg, consulente legale di Children’s Health Defense, ha affermato che la maggior parte dei casi viene risolta relativamente in fretta. Tuttavia, «non è raro… che un’indagine prosegua per oltre otto mesi senza aggiornamenti concreti», ha affermato. Ma è particolarmente difficile in casi come questo, «dove la famiglia è ancora in lutto per la morte di due bambini piccoli».

 

gemelli furono trovati morti in un letto condiviso nella roulotte della loro famiglia il 1° maggio 2025. Inizialmente la polizia aveva trattato il caso come un omicidio, che secondo le autorità è la norma quando un decesso avviene per cause sconosciute.

 

Il 7 maggio Marshall ha dichiarato che i decessi non erano stati classificati «definitivamente» come omicidi e che gli investigatori erano in attesa di ulteriori risultati, compresi i risultati degli esami tossicologici.

 

I decessi sono avvenuti una settimana dopo che i gemelli avevano ricevuto diversi vaccini durante una visita di controllo di routine per i 18 mesi. A maggio, la madre, Andrea Shaw, ha dichiarato a CHD.TV che lei e la suocera avevano espresso preoccupazione per il vaccino antinfluenzale a causa di una storia familiare di reazioni avverse. Ha affermato che il pediatra aveva assicurato loro che i bambini sarebbero stati bene.

 

Il 23 aprile 2025, gli infermieri hanno somministrato il vaccino antinfluenzale insieme alle iniezioni contro l’epatite A e il DTaP. In precedenza, i gemelli avevano ricevuto la maggior parte delle vaccinazioni infantili di routine , comprese quelle del primo anno di vita.

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I gemelli hanno avuto difficoltà a muoversi subito dopo essere stati vaccinati, ha detto la madre

Nel giro di poche ore, Andrea ha raccontato che i bambini sono diventati letargici e malati. La mattina dopo, le loro labbra erano blu e facevano fatica a muoversi. Andrea ha portato i gemelli al pronto soccorso e ha detto al medico che avevano ricevuto tre vaccini il giorno prima.

 

Secondo Andrea, il medico ha affermato che i bambini potrebbero «avere una brutta reazione alle vaccinazioni», ha detto alla direttrice del programma CHD.TV Polly Tommey.

 

Il personale ospedaliero ha dimesso i gemelli dopo che hanno mangiato ghiaccioli senza vomitare. I sintomi, tra cui diarrea, vomito e affaticamento, sono continuati per giorni.

 

Il padre, Nathaniel Shaw, ha poi dichiarato di essere rimasto sbalordito dalla rapidità con cui le condizioni dei bambini erano cambiate. Nel giro di 24 ore, i bambini erano passati dall’essere «bambini perfettamente spensierati e attivi» a «sembrare morenti», ha raccontato a Tommey.

 

La mattina del 1° maggio, Andrea trovò entrambi i bambini privi di sensi. Furono chiamati la polizia e i paramedici e gli investigatori si concentrarono immediatamente sui genitori. Andrea e Nathaniel hanno dichiarato a CHD.TV di essere stati trattati come sospetti.

 

«Hanno detto che non era una questione medica, che avevano pensato a un’asfissia, e che presumibilmente avevo avuto un blackout post-partum devastante e che l’avevo fatto ai miei figli», ha detto Andrea. La coppia non aveva altri figli.

 

La famiglia ha presentato una segnalazione al Vaccine Adverse Event Reporting System, o VAERS.

 

A fine maggio 2025, un portavoce della famiglia ha dichiarato che gli investigatori erano ancora in attesa dei referti tossicologici e non avevano escluso i genitori. La polizia non ha reso pubblici i nomi di alcun sospettato.

 

«Questi ragazzi erano la luce del mondo per tutti coloro che entravano in contatto con loro», ha detto Nathaniel.

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I ricercatori trovano DNA residuo, non rilevato dai test standard, nei vaccini mRNA contro il COVID

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Un nuovo studio parzialmente finanziato da Children’s Health Defense ha rilevato DNA residuo nei vaccini mRNA anti-COVID-19 di Pfizer e Moderna. I metodi attualmente raccomandati dalle autorità di regolamentazione e utilizzati dai produttori di vaccini sottostimano sostanzialmente la contaminazione da DNA, secondo i ricercatori, che hanno affermato che esistono metodi di test migliori e più accurati e che dovrebbero essere obbligatori.   Una nuova analisi di laboratorio sui vaccini mRNA contro il COVID-19 disponibili in commercio ha rilevato che frammenti di DNA residui, tra cui sequenze legate al gene della proteina spike, rimangono nei prodotti vaccinali finali.   Secondo i ricercatori, i frammenti di DNA si presentano in forme che i metodi standard di test normativi non riescono in genere a rilevare.   I ricercatori hanno concluso che i test di controllo qualità comunemente utilizzati possono sottostimare il DNA residuo totale di oltre 100 volte, perché non riescono a rilevare il DNA legato alle strutture ibride RNA:DNA.   Lo studio, pubblicato in una pre-stampa a cura di Kevin McKernanCharles Rixey e Jessica Rose, Ph.D., ha esaminato le fiale dei vaccini Pfizer e Moderna non aperte e «conformi alla catena del freddo» utilizzando molteplici tecniche analitiche.   Brian Hooker, Ph.D., direttore scientifico di Children’s Health Defense, che ha finanziato in parte la ricerca, ha dichiarato a The Defender che avere questo tipo di codice genetico nelle nanoparticelle lipidiche dei vaccini, che possono facilmente attraversare le membrane cellulari, è «davvero pericoloso».   Quando i vaccini furono progettati, il codice della proteina spike avrebbe dovuto esprimersi nel corpo in una posizione mirata solo per circa due settimane, ha affermato Hooker.   «Tuttavia, questo DNA esogeno può disperdersi più facilmente nell’organismo e continuare a replicarsi ed esprimersi in modo episomico, trasformando gli esseri umani in fabbriche di produzione di proteine ​​spike geneticamente modificate», ha affermato Hooker.   Hooker ha affermato che lo studio potrebbe contribuire a spiegare alcuni risultati clinici diffusi, «dato che è stato segnalato che alcuni pazienti vaccinati continuano a produrre la proteina spike per periodi fino a due anni dopo l’ultima dose di COVID. Questo senza nemmeno considerare gli effetti inserzionali che questo DNA esogeno aggiuntivo può avere, portando a molte patologie diverse, incluso il cancro».

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I produttori «devono aver saputo» che il DNA residuo era ancora presente

McKernan, direttore scientifico e fondatore di Medicinal Genomicsha sollevato per la prima volta preoccupazioni sulla contaminazione del DNA nei vaccini contro il COVID-19 nel 2023. È stato allora che il suo laboratorio ha sequenziato i vaccini contro il COVID-19 di Moderna e Pfizer e ha scoperto la presenza di DNA residuo che ha accusato Pfizer di aver eliminato dai dati forniti dall’azienda alle autorità di regolamentazione.   Il laboratorio di McKernan ha testato i vaccini e ha scoperto che, invece di contenere solo mRNA, i vaccini Pfizer contenevano anche plasmidi di DNA, piccole molecole di DNA circolari a doppio filamento, distinte dal DNA cromosomico di una cellula.   McKernan ha spiegato che per produrre i vaccini a mRNA, i laboratori utilizzano un processo chiamato «trascrizione in vitro» per produrre le molecole di RNA necessarie.   Per produrre le molecole di RNA, gli scienziati progettano uno stampo di DNA che innesca la produzione della sequenza di RNA desiderata. Un enzima che riconosce questo segnale copia quindi il DNA in RNA.   Tuttavia, per funzionare correttamente, il DNA nel modello deve essere amplificato. Per gli studi clinici, Pfizer ha amplificato il DNA utilizzando la PCR (reazione a catena della polimerasi), un metodo chiamato «Processo 1», che ha creato una versione pulita del DNA per produrre l’RNA.   Tuttavia, il Processo 1 era costoso. Quindi, per produrre in serie i vaccini per il pubblico, Pfizer ha utilizzato il «Processo 2», che utilizzava un metodo diverso per amplificare il DNA. Il Processo 2 è più economico e semplice, ma comporta il rischio di introdurre sequenze non presenti nel DNA originale.   McKernan ha definito questo passaggio dal Processo 1 al Processo 2 un «esca e cambio». In un recente video di Substack, ha affermato che il cambiamento è stato «una mossa premeditata».   «Si possono capire quali siano le loro intenzioni dai test che hanno sviluppato», ha detto. «E da quello che hanno fatto si capisce che il loro piano fin dall’inizio era quello di utilizzare sempre il Processo 2».   I produttori sono tenuti a digerire e rimuovere tali sequenze, cosa che hanno fatto in questo caso utilizzando un enzima chiamato desossiribonucleasi o DNasi.   Tuttavia, nello studio pre-stampa, i ricercatori hanno riferito che in tutti i casi esaminati, l’enzima non ha distrutto completamente le sequenze.   «In questo nuovo articolo abbiamo dimostrato una teoria sul perché e sul come il DNA sia finito nelle fiale di Moderna e Pfizer«, ha dichiarato Rose, coautore del documento, a The Defender. «C’è DNA in ogni singola fiala testata fino ad oggi. Questo è stato riprodotto in diversi laboratori in tutto il mondo utilizzando diverse tecniche. E il DNA proveniva dall’ibridazione RNA:DNA come parte del processo di upscaling del Processo 2».   Rose ha aggiunto:   «Questi ibridi non erano degradabili dall’enzima che i produttori hanno scelto di utilizzare per eliminare il DNA residuo come fase finale del processo, e devono averlo saputo perché è risaputo nel settore che l’enzima da loro selezionato non degrada gli ibridi. È scandaloso quello che hanno fatto».

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I regolatori utilizzano limiti di sicurezza sbagliati e strumenti sbagliati per cercare frammenti di DNA

Le linee guida normative generalmente limitano il DNA residuo a 10 nanogrammi per dose. Tuttavia, gli autori hanno affermato che la DNasi non digerisce tutto il DNA allo stesso modo.   Su Substack, McKernan ha spiegato che il limite di 10 nanogrammi è obsoleto perché è stato creato partendo dal presupposto che il DNA residuo sia «DNA nudo», che si degrada rapidamente. Ma il DNA nei vaccini contro il COVID-19 è incapsulato nelle nanoparticelle lipidiche, quindi non si degrada altrettanto rapidamente.   Il problema di sicurezza dei vaccini contro il COVID-19 non è legato al peso, ma al numero di frammenti di DNA: più frammenti presentano un rischio maggiore che il DNA venga integrato nelle cellule esistenti.   Alcune sequenze di DNA si ibridano con i corrispondenti trascritti di RNA, che trasportano le informazioni genetiche del DNA utilizzato per la costruzione delle proteine. Secondo gli autori, questi ibridi RNA:DNA sono significativamente più resistenti alla «digestione con DNasi I» rispetto al tipico DNA a doppio filamento.   Poiché la regione del gene spike viene trascritta in grandi quantità nell’mRNA, è particolarmente incline a formare tali ibridi.   Sebbene i produttori siano consapevoli di questo problema, i test normativi si basano in genere su una singola tecnica di laboratorio che amplifica e misura una specifica sequenza di DNA, chiamata «test qPCR». Tale metodo viene utilizzato solo per colpire il gene di resistenza alla kanamicina (KAN), una regione plasmidica che non viene trascritta ed è altamente sensibile alla digestione con DNasi.   Secondo lo studio, questo approccio crea un pregiudizio sistematico: il DNA più facile da distruggere è anche quello che viene misurato, mentre le regioni più resistenti non vengono in gran parte conteggiate.   Su Substack, McKernan ha affermato che questo è stato voluto. «I test che hanno progettato non sono stati concepiti per trovare cose».   Karl Jablonowski, ricercatore senior del CHD, ha affermato: «Le autorità di regolamentazione hanno sfruttato ‘un solo target di test per il controllo di qualità da parte dello sponsor del vaccino. Non hanno verificato la qualità, né lo ha fatto una terza parte.   Grazie a questo approccio, «coloro che avrebbero tratto profitto dai vaccini hanno progettato il test e ne hanno testato la qualità», ha affermato Jablonowski. «Hanno scelto un test che aveva meno probabilità di produrre un esito negativo. Un’alternativa perfettamente utilizzabile e validata era già a loro disposizione, ma i risultati potrebbero aver bloccato l’intera impresa».

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I livelli di DNA variano di oltre 100 volte a seconda del test utilizzato

I ricercatori hanno confrontato i test qPCR mirati a diverse regioni plasmidiche, anziché solo alla regione KAN. Hanno riscontrato discrepanze superiori a 100 volte nella concentrazione di DNA misurata nelle diverse regioni plasmidiche.   I test che hanno preso di mira la proteina spike hanno costantemente rilevato una quantità di DNA residuo molto maggiore rispetto ai test che hanno preso di mira il gene KAN o altre posizioni.   Le misurazioni fluorometriche, un diverso tipo di test che rileva le sostanze prendendole di mira con luce fluorescente, hanno mostrato livelli di DNA da 15 a 48 volte superiori al limite raccomandato dalla Food and Drug Administration statunitense in tutti i lotti di vaccini testati.   Gli autori hanno verificato se gli ibridi RNA:DNA fossero responsabili della discrepanza e hanno trovato prove del contrario.   Hanno anche chiesto a un’azienda indipendente, Oxford Nanopore Technologies, di confermare la presenza di lunghe molecole di DNA. Le molecole più lunghe hanno maggiori probabilità di essere espresse dalle cellule ospiti rispetto a quelle più piccole, hanno osservato.   I ricercatori hanno concluso che gran parte del DNA residuo rilevato nei vaccini esiste in forme ibridate che resistono proprio all’enzima specificato per l’eliminazione del DNA residuo nelle attuali linee guida di produzione e che il tipo di test utilizzato probabilmente non rileverà il DNA residuo.

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Gli autori mettono in discussione il processo normativo e chiedono cambiamenti

Gli autori concludono che l’attuale affidamento normativo su un singolo bersaglio qPCR sensibile alla DNasi non è adeguato per identificare le impurità del DNA nelle terapie a mRNA. Il suo utilizzo ha portato le autorità di regolamentazione a «sottostimare sistematicamente il carico totale di DNA plasmidico residuo».   Raccomandano invece che gli enti regolatori impongano un approccio multi-metodo che includa la fluorometria controllata da RNasi, il test di più target qPCR in regioni diverse e il sequenziamento per la caratterizzazione dei frammenti.   Hanno anche affermato che un diverso enzima ingegnerizzato per la scomposizione del DNA o dell’RNA, chiamato DNasi I-XT, funziona meglio per rimuovere il DNA residuo in tutte le posizioni.   Gli autori hanno concluso sollevando una serie di questioni che, a loro avviso, devono essere approfondite.   Hanno chiesto perché le autorità di regolamentazione non impongano altri e migliori test per la contaminazione del DNA, dato che esistono metodi più completi. Hanno chiesto una «rivalutazione completa degli attuali standard di quantificazione del DNA e dei controlli di produzione per le terapie a base di modRNA-LNP».   Hanno affermato che è preoccupante che le autorità di regolamentazione richiedano test PCR multi-target per i test COVID-19 per evitare falsi negativi. Ma accettano test a bersaglio singolo per il controllo di qualità del vaccino, un contrasto che, a loro dire, merita un esame più approfondito.   Hanno chiesto un’indagine sulla decisione di passare dal Processo 1 al Processo 2, «dato che questi prodotti biologici erano obbligatori in molte giurisdizioni – spesso esenti da responsabilità – e hanno raggiunto miliardi di persone, l’attenzione al controllo di qualità e alle GMP deve superare gli standard dei prodotti farmaceutici destinati a un sottoinsieme di persone. Questi prodotti sono stati somministrati universalmente ad anziani, infermi, donne incinte e neonati».   Brenda Baletti Ph.D.   © 12 gennaio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.   Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Vaccini

Causa di Bayer sostiene che Pfizer e Moderna hanno utilizzato la tecnologia OGM di Monsanto per i vaccini COVID

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Martedì Bayer ha intentato una causa federale, accusando Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson di aver utilizzato illegalmente la tecnologia di ottimizzazione dell’mRNA – originariamente sviluppata da Monsanto per modificare geneticamente le colture – come piattaforma per i loro vaccini contro il COVID-19, ha riportato Reuters. Bayer ha acquisito Monsanto nel 2018.

 

Bayer ha intentato causa presso un tribunale federale contro i produttori di vaccini contro il COVID-19 PfizerModerna e Johnson & Johnson (J&J).

 

Martedì il colosso chimico ha accusato le case farmaceutiche di aver utilizzato illegalmente la tecnologia di ottimizzazione dell’mRNA, originariamente sviluppata da Monsanto, come piattaforma per i loro vaccini contro il COVID-19, ha riportato Reuters.

 

Nel 2018 Bayer ha acquisito Monsanto per 63 miliardi di dollari.

 

Le cause legali sostengono che le tre aziende hanno utilizzato la tecnologia brevettata da Monsanto, vecchia di decenni, per rimuovere le «sequenze problematiche» dal codice genetico, al fine di migliorare la stabilità dell’mRNA e l’espressione proteica, ostacoli che i produttori di vaccini avevano precedentemente identificato come sfide chiave nello sviluppo dei vaccini.

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Sebbene la J&J abbia utilizzato un vettore virale, non la tecnologia mRNA, per il suo vaccino, la causa sostiene che la J&J si è affidata anche alle stesse tecniche brevettate di ingegneria genetica per stabilizzare e amplificare l’espressione proteica nei suoi vaccini.

 

«Benvenuti nel mondo dei clown», ha scritto su Substack l’epidemiologo della McCullough Foundation Nicolas Hulscher, commentando la causa.

 

«Una delle più grandi aziende agrochimiche al mondo, responsabile di danni ingenti causati dal suo erbicida altamente tossico glifosato, è ora in tribunale federale sostenendo che le piattaforme del mortale “vaccino” contro il COVID-19 sono state sviluppate utilizzando tecnologie OGM [organismi geneticamente modificati] rubate».

 

Negli atti processuali, Bayer ha dichiarato di non voler interferire con la produzione dei vaccini contro il COVID-19, né con altri vaccini a mRNA. Al contrario, intende ottenere una quota dei profitti derivanti dai prodotti farmaceutici più redditizi della storia.

 

Nella denuncia si afferma:

 

«Gli imputati hanno tratto notevoli profitti dalla vendita di vaccini illeciti in tutto il mondo. Il sistema dei brevetti fornisce un quadro importante e prevedibile per il progresso della conoscenza scientifica, consentendo alle aziende un periodo di tempo limitato per recuperare almeno una royalty ragionevole per l’uso non autorizzato delle loro invenzioni brevettate».

 

«I querelanti chiedono questo risarcimento di base concesso al titolare di un brevetto ai sensi della legge sui brevetti».

 

Pfizer e BioNTech hanno guadagnato oltre 3,3 miliardi di dollari dalle vendite globali del loro vaccino Comirnaty contro il COVID-19 solo nel 2024, mentre Moderna ha guadagnato 3,2 miliardi di dollari da Spikevax, ha riportato Reuters. I guadagni delle aziende nel 2025 derivanti dai vaccini rappresentano solo una frazione di quanto realizzato dalle case farmaceutiche al culmine della pandemia.

 

Bayer ha affermato che Pfizer e BioNTech hanno registrato vendite per oltre 93 miliardi di dollari grazie al loro vaccino.

 

J&J ha smesso di vendere i suoi vaccini contro il COVID-19 negli Stati Uniti nel 2023.

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Bayer cerca una quota dei profitti passati e futuri del vaccino COVID

Le cause legali sostengono che la pandemia ha causato più di 7 milioni di morti in tutto il mondo e 1,2 milioni negli Stati Uniti e attribuiscono all’operazione Warp Speed ​​il merito di aver salvato milioni di vite.

 

Tuttavia, sostengono, dietro questo «successo» ci sarebbe l’uso non autorizzato della tecnologia sviluppata da Monsanto negli anni ’80 e per la quale aveva depositato un brevetto nel 1989. L’ufficio brevetti e marchi degli Stati Uniti non ha rilasciato il brevetto fino al 2010.

 

Tutti e tre i casi si concentrano sulla tecnica del «brevetto ‘118» che ha permesso loro di modificare una sequenza genica strutturale riducendo le sequenze destabilizzanti e sostituendo codoni diversi.

 

I codoni sono sequenze nucleotidiche che contengono istruzioni genetiche. Vengono utilizzati per aumentare la produzione proteica e migliorarne la stabilità, un processo noto come «ottimizzazione dei codoni».

 

Bayer e Monsanto fanno risalire l’invenzione agli scienziati della Monsanto, il dott. David Fischhoff e il dott. Fred Perlak, che svilupparono la tecnologia per modificare geneticamente le colture in modo che fossero resistenti a parassiti e virus.

 

Secondo la denuncia, gli scienziati di Monsanto hanno scoperto che alcune sequenze ricorrenti nei geni potrebbero innescare instabilità e scarsa espressione. La creazione di geni in grado di codificare una proteina senza quelle sequenze ha aumentato drasticamente la produzione di proteine ​​nelle cellule vegetali e animali.

 

Il processo da loro sviluppato a tale scopo «rappresenta un’importante scoperta che può apportare benefici ad applicazioni in altri settori oltre a quello agricolo», si legge nelle denunce, «compreso quello farmaceutico».

 

Tutte e tre le denunce sostengono che ciascun imputato ha utilizzato il metodo brevettato da Monsanto per rimuovere circa 100 «sequenze problematiche» dalle istruzioni genetiche della proteina spike del SARS-CoV-2, al fine di aumentarne la stabilità e l’espressione. Il processo è stato utilizzato per migliorare l’efficacia dei vaccini.

 

Bayer ha richiesto un processo con giuria e chiede di ricevere parte dei proventi già generati dai vaccini, insieme alle royalty sulle vendite future.

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La Bayer ha subito un duro colpo finanziario per l’erbicida Roundup della Monsanto 

Da quando ha acquisito Monsanto, Bayer ha subito ingenti perdite finanziarie in un’ondata di cause legali che miravano a ritenere Bayer responsabile del cancro causato dal glifosato, un ingrediente chiave dell’erbicida Roundup di Monsanto.

 

Le cause legali hanno costretto Monsanto a rimuovere il glifosato dal Roundup venduto ai consumatori, ma non dalla formulazione commerciale utilizzata dagli agricoltori.

 

Bayer ha pagato circa 11 miliardi di dollari per chiudere quasi 100.000 cause legali. Circa 61.000 cause sono ancora pendenti.

 

L’azienda sta portando avanti iniziative legislative in diversi stati per modificare le leggi e tutelarsi da future controversie simili.

 

Bayer ha anche chiesto alla Corte Suprema degli Stati Uniti di pronunciarsi su una causa che il colosso chimico ha perso in un tribunale di grado inferiore. Il caso chiede alla Corte di stabilire che, se l’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti non richiede un’avvertenza di sicurezza sull’etichetta di un pesticida, gli stati non possono richiedere avvertenze simili e i consumatori non possono quindi citare in giudizio i produttori di pesticidi per non averli avvertiti di potenziali rischi per la salute.

 

Venerdì la corte si riunirà per decidere se esaminare il caso.

 

Monsanto produce semi geneticamente modificati Roundup Ready, progettati per coltivare mais e soia in grado di sopravvivere alla spruzzatura di glifosato, introdotta per la prima volta dall’azienda nel 1996.

 

Brenda Baletti

Ph.D.

 

© 8 gennaio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

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