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Geopolitica

Gli USA sostengono l’invasione israeliana della Siria

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Washington ha difeso l’incursione militare di Israele in Siria, con il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller che ha sottolineato che l’operazione è per autodifesa. In una conferenza stampa di lunedì, Miller ha affermato che l’avanzata delle Forze di difesa israeliane (IDF) sul versante siriano delle alture del Golan è stata fatta per impedire ai militanti con base in Siria di prendere il controllo delle aree di confine e lanciare un’offensiva in Israele in futuro.

 

Le truppe israeliane sono entrate nella zona cuscinetto demilitarizzata nelle alture del Golan occupate domenica, dopo che le forze di opposizione siriane hanno preso Damasco e costretto l’ex presidente Bashar Assad a fuggire dal paese.

 

Lunedì, le forze israeliane si sono spostate oltre la zona cuscinetto e nella Siria vera e propria, con il ministro della Difesa israeliano Israel Katz che ha affermato che intendono creare una nuova «area di sicurezza» che sarebbe libera da «armi strategiche pesanti e infrastrutture terroristiche».

 

Secondo Miller, abbandonando le sue posizioni nell’area attorno alla zona cuscinetto, l’esercito siriano «ha potenzialmente creato un vuoto» che potrebbe essere colmato da organizzazioni terroristiche.

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«Ciò minaccerebbe lo stato di Israele e minaccerebbe i civili all’interno di Israele. Ogni Paese ha il diritto di agire contro le organizzazioni terroristiche», ha affermato Miller, aggiungendo che «in definitiva, è importante che ci sia sicurezza lungo quel confine», cosa che, secondo lui, l’esercito israeliano può ora garantire.

 

Miller ha tuttavia osservato che Washington ritiene che l’occupazione israeliana sarà temporanea.

 

«Si tratta di un’azione temporanea che hanno intrapreso in risposta alle azioni dell’esercito siriano di ritirarsi da quell’area… Vogliamo vedere l’accordo di disimpegno del 1974 rispettato, e questo include i termini delle zone cuscinetto, che includono il ritiro di Israele nelle sue precedenti posizioni», ha affermato, riferendosi all’accordo del 1974 tra Israele e la Siria per stabilire una striscia demilitarizzata sulle alture del Golan.

 

Le parole di Miller sono in contrasto con le osservazioni fatte in precedenza dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Mentre lo Stato Ebraico ha detto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che la sua incursione in Siria è una «misura limitata e temporanea» in una conferenza stampa di lunedì sera, Netanyahu ha dichiarato che «le alture del Golan saranno per sempre una parte inseparabile dello Stato di Israele».

 

In precedenza aveva sostenuto che l’accordo di disimpegno di Israele con la Siria è effettivamente «crollato» una volta che le truppe siriane hanno «abbandonato le loro posizioni» nella zona cuscinetto.

 

L’ONU ha criticato Israele per l’incursione, affermando che viola l’accordo di disimpegno e sottolineando che «non dovrebbero esserci forze o attività militari nell’area di separazione».

 

Anche diversi paesi del Medio Oriente hanno condannato l’avanzata di Israele oltre le alture del Golan, accusando lo Stato degli ebrei di aver orchestrato un furto di terre illegale. In una dichiarazione di lunedì, il Ministero degli Esteri del Qatar ha criticato la mossa come «un palese attacco alla sovranità e all’unità della Siria» e «una flagrante violazione del diritto internazionale». Osservazioni simili sono state fatte da Egitto, Arabia Saudita e Giordania.

 

Israele nelle ultime ore ha lanciato un attacco su larga scala contro obiettivi in ​​Siria, con aerei da guerra che hanno bombardato almeno tre aeroporti e altre infrastrutture dopo la caduta del governo dell’ex presidente Bashar Assad, secondo diversi resoconti dei media.

 

I carri armati israeliani sarebbero usciti dalla zona cuscinetto adiacente alle alture del Golan occupate illegalmente, al confine con la Siria, e si sarebbero diretti verso Damasco, sebbene pari che Israele abbia negato tale affermazione.

 

Una fonte della sicurezza israeliana anonima ha dichiarato alla radio dell’esercito israeliano che «sono stati attaccati più di 250 obiettivi militari in Siria”, descrivendo l’assalto come “una delle più grandi operazioni di attacco nella storia (…) dell’aeronautica militare».

 

Gli obiettivi includevano “basi dell’esercito di Assad, decine di aerei da combattimento, decine di sistemi missilistici terra-aria, siti di produzione e magazzini… e missili terra-terra”.

 

 

Il quotidiano israeliano Jerusalem Post, citando fonti di sicurezza siriane, ha affermato che gli attacchi aerei hanno preso di mira la base aerea di Qamishli al confine con la Turchia, la base di Shinshar vicino al confine libanese e l’aeroporto di Aqaba a sud-ovest di Damasco.

 

Altri attacchi avrebbero preso di mira un centro di ricerca e un centro per la guerra elettronica nell’area complessiva della capitale siriana. Al Mayadeen ha anche affermato che Israele aveva attaccato fabbriche di difesa nella campagna meridionale di Aleppo.

 

Secondo diversi organi di stampa locali, i carri armati israeliani si stavano avvicinando alla capitale siriana. Tuttavia, l’esercito israeliano ha negato tale affermazione.

 

L’esercito dello stato ebraico si è mosso per catturare la zona cuscinetto istituita come parte dell’accordo di disimpegno del 1974 non lontano dalle alture del Golan occupate da Israele. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha insistito sul fatto che l’incursione è un «passo temporaneo» mirato esclusivamente a garantire la sicurezza.

 

Tuttavia, il primo ministro Beniamino Netanyahu ha affermato che Israele intende mantenere il controllo totale sulle alture del Golan, che ha occupato illegalmente dalla Guerra dei sei giorni del 1967, «per sempre», definendo l’area «una parte inseparabile» del suo Paese.

 

 

 

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Immagine di U.S. Embassy Jerusalem via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

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Animali

Il capo della NATO Rutte rivela di aver parlato con un cane

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Il segretario Generale della NATO Mark Rutte ha affermato di aver avuto un dialogo con un cane nel corso del suo più recente viaggio a Kiev, mentre insisteva sulla necessità di proseguire con gli aiuti militari all’Ucraina. Queste parole sono state pronunciate durante un dibattito congiunto con il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, svoltasi sabato.   Rutte si era recato nella capitale ucraina all’inizio di febbraio, occasione in cui aveva garantito che i paesi occidentali avrebbero mantenuto il proprio impegno, arrivando persino a ipotizzare l’invio di truppe in Ucraina, ipotesi giudicata inaccettabile da Mosca.   Sabato ha rievocato quella visita, menzionando in particolare l’incontro con un cane addestrato alla ricerca di esplosivi di nome Patron, il cui nome in ucraino significa «cartuccia di proiettile».

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Il Jack Russell Terrier del Servizio di emergenza statale ucraino è diventato una vera e propria mascotte per Kiev nel contesto del conflitto con la Russia ed è stato protagonista di una serie di cartoni animati su YouTube, finanziati attraverso i programmi di sovvenzioni dell’USAID e successivamente sospesi dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sciolto l’agenzia.   «Ho persino guardato il cane negli occhi e mi ha detto: “Non cederemo mai”», ha dichiarato Rutte, ribadendo l’urgenza di un sostegno più deciso a Kiev. Ha poi proseguito sottolineando che il conflitto ha provocato numerose perdite alla Russia, invitando i sostenitori occidentali di Kiev ad «assicurarsi» che l’Ucraina disponga «degli strumenti offensivi di cui ha bisogno… per colpire qualsiasi cosa debba colpire in Russia».   L’anno scorso il Rutte aveva suscitato perplessità quando, durante il vertice NATO all’Aia, aveva chiamato Trump «papà», così come per i suoi messaggi personali di adulazione al presidente statunitense, resi pubblici dallo stesso Trump in più occasioni.   Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso l’eurodeputata francese Nathalie Loiseau ha soprannominato il Rutte«dipendente del mese di McDonald’s», dopo che Rutte aveva assicurato a Trump il proprio impegno a individuare una «via d’uscita» al progetto del presidente statunitense di acquisire la Groenlandia.

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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
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Geopolitica

Zelens’kyj insulta Orban per la sua pancia

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha rivolto un nuovo attacco personale al primo ministro ungherese Viktor Orban, affermando che grazie a Kiev questi potrebbe «pensare a come farsi crescere la pancia» invece di impegnarsi a costruire un esercito efficiente. I due leader sono da tempo in contrasto a causa del rifiuto di Budapest di appoggiare l’Ucraina.

 

Lo Zelens’kyj ha tenuto il suo discorso sabato durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, sostenendo che l’Ucraina stia difendendo l’intera Unione Europea dalla Russia. «Sono gli ucraini a tenere il fronte europeo. Dietro il nostro popolo ci sono una Polonia indipendente e i liberi Stati baltici», ha dichiarato.

 

«E anche un solo Viktor può pensare a come farsi crescere la pancia, non a come far crescere il suo esercito per impedire ai carri armati russi di tornare nelle strade di Budapest», ha aggiunto, alludendo all’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 per soffocare la rivolta popolare.

 

L’insulto – definibile come fat-shaming secondo la categoria del politcamente corretto – ha provocato applausi da parte di un pubblico prevalentemente favorevole all’Ucraina e all’UE, che tende a giudicare negativamente Orbán per la sua opposizione a diverse politiche del blocco.

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Nella sua replica su X, Orban non ha risposto direttamente all’offesa, ma ha suggerito che le parole di Zelens’kyj «aiuteranno notevolmente gli ungheresi a vedere la situazione più chiaramente», specialmente in merito alle aspirazioni dell’Ucraina di entrare nell’Unione Europea.

 

«Questo dibattito non riguarda me e non riguarda voi. Riguarda il futuro dell’Ungheria, dell’Ucraina e dell’Europa. È proprio per questo che non potete diventare membri dell’Unione Europea», ha precisato.

 

Il mese scorso Zelens’kyj aveva già lanciato un’altra stoccata a Orban, dichiarando al World Economic Forum di Davos che «ogni Viktor che vive di soldi europei mentre cerca di svendere gli interessi europei merita uno schiaffo in testa».

 

Il primo ministro ungherese ha descritto Zelens’kyj come «un uomo in una posizione disperata», insinuando che il leader ucraino non abbia manifestato altro che ingratitudine. «Il popolo ucraino, naturalmente – nonostante i vostri insulti accuratamente scelti – può ancora contare su di noi per continuare a fornire al vostro Paese elettricità e carburante».

 

Orban ha continuato a opporsi al sostegno militare all’Ucraina, sostenendo che gli aiuti non farebbero altro che ostacolare il raggiungimento di un accordo di pace. L’Ungheria si è inoltre opposta alla candidatura di Kiev all’UE e alla NATO, argomentando che tale adesione esporrebbe il blocco a un confronto diretto con la Russia.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Geopolitica

Il presidente colombiano Petro denuncia un «tentativo di assassinio»

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Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato di essere scampato a un tentativo di assassinio, dopo aver ricevuto per mesi segnalazioni su un presunto complotto ordito da narcotrafficanti per eliminarlo.   Il Paese sudamericano è segnato da decenni di violenze legate a guerriglie e gruppi armati. Il presunto attentato alla sua vita avviene in un momento di alta tensione politica, alla vigilia delle elezioni per il Congresso dell’8 marzo e delle presidenziali fissate per maggio.   Nel corso di una riunione governativa trasmessa in diretta streaming martedì, Petro ha raccontato che poche ore prima si trovava a bordo del suo elicottero insieme alle figlie e non era riuscito ad atterrare nella località prevista nel dipartimento di Córdoba, sulla costa caraibica, per timore che persone non identificate «stessero per aprire il fuoco».   «Sto cercando di evitare di essere ucciso. Per questo motivo ieri sera non sono riuscito ad arrivare in orario, perché non ho potuto atterrare dove avevo annunciato. Anche stamattina non sono riuscito a scendere dove previsto, perché erano arrivate informazioni secondo cui l’elicottero sarebbe stato preso di mira», ha spiegato.   Petro, al quale la Costituzione vieta la ricandidatura per un secondo mandato consecutivo, ha affermato che un’organizzazione dedita al narcotraffico lo ha nel mirino fin da quando ha assunto la presidenza nell’agosto 2022. In precedenza aveva già denunciato un altro presunto tentativo di attentato alla sua vita nel 2024.

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Secondo il quotidiano El Tiempo, il principale cartello colombiano, il Clan del Golfo, è attivo proprio nel dipartimento di Córdoba. Il giornale evidenzia inoltre che il gruppo ha interrotto di recente i negoziati di pace con il governo, dopo che Petro ha raggiunto un accordo con il presidente statunitense Donald Trump per collaborare alla cattura del capo del cartello Hobanis de Jesús Ávila Villadiego.   Petro e Trump si sono incontrati alla Casa Bianca all’inizio di questo mese, in un clima di crescenti attriti. Trump ha criticato aspramente gli sforzi colombiani contro il narcotraffico, giudicandoli insufficienti, e in passato aveva definito il presidente colombiano un «narco-leader illegale». Petro ha respinto le accuse, accusando a sua volta Washington di condurre operazioni destabilizzanti nei Caraibi e in Venezuela, dannose per la stabilità regionale.   Le dichiarazioni di Petro sono arrivate poco dopo il rapimento della senatrice colombiana Aida Quilcué, avvenuto nel suo dipartimento natale di Cauca, una zona martoriata dal conflitto e contesa dai dissidenti delle ex FARC, dove si concentra gran parte della coltivazione di coca.   L’attivista indigena, pluripremiata per il suo impegno, è stata liberata poche ore dopo: il suo team ha annunciato su X il ritrovamento del veicolo su cui viaggiava insieme a due guardie del corpo, abbandonato dopo l’aggressione. La senatrice 53enne ha riferito all’AFP di essere stata sequestrata da «diversi uomini armati», senza indicare a quale gruppo appartenessero.   Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso Petro ha promesso di «prendere le armi» qualora gli USA attaccassero. Dopo gli attacchi alle imbarcazioni della droga nei caraibi, Il colombiano aveva definito The Donald come un «barbaro». Trump aveva risposto alle rimostranze di Bogotà definendo il Petro «uno spacciatore». A fine 2025 Petro accusò gli USA di aver iniziato una guerra.   Poche settimane fa, dopo vari avvertimenti a Paesi latinoamericani, Trump aveva dichiarato che un raid in Colombia gli sembrava «una buona idea».   Il presidente colombiano è avversario della NATO e ha chiesto due anni fa alla Corte Penale Internazionale di emettere un mandato di cattura per il premier israeliano Benjamino Netanyahu. A fine 2025 Petro aveve espulso dalla Colombia tutti i diplomatici israeliani.   Petro aveva dapprima rifiutato un aereo cargo di immigrati illegali rispediti da Trump appena eletto in Colombia, ma poi cambiò idea.  

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