Geopolitica
Gli Stati Uniti e l’UE cercano una tregua in Ucraina?
La CNN ha riferito che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno ponendo una rinnovata enfasi sulla necessità di un accordo negoziato per porre fine alla guerra in Ucraina mentre il conflitto giunge al suo centesimo giorno «senza una chiara vittoria in vista per nessuna delle parti».
Il canale TV, non esattamente noto per la sua imparzialità e per le sue posizioni filo-Mosca, ha affermato, sulla base delle solite fonti anonime, che nelle ultime settimane i funzionari statunitensi si sono incontrati regolarmente con le loro controparti britanniche ed europee per discutere potenziali quadri per un cessate il fuoco e per porre fine alla guerra attraverso un accordo negoziato.
Tra gli argomenti c’è stato il quadro in quattro punti proposto dall’Italia alla fine del mese scorso. Tale quadro prevede che l’Ucraina si impegni alla neutralità nei confronti della NATO in cambio di alcune garanzie di sicurezza e negoziati tra Ucraina e Russia sul futuro della Crimea e della regione del Donbass.
L’amministrazione Biden, tuttavia, non sostiene il piano italiano.
Si dice che anche l’Ucraina non sia coinvolta in quelle discussioni, nonostante la promessa degli Stati Uniti di «niente sull’Ucraina senza l’Ucraina».
Non è chiaro se queste discussioni si tradurranno in eventuali colloqui di risoluzione, secondo quanto riportato dalla CNN.
L’amministrazione Biden non vede ancora alcuna prospettiva reale per qualsiasi svolta diplomatica o cessate il fuoco in tempi brevi e due funzionari della NATO hanno affermato che l’alleanza occidentale considera con poco appetito il negoziato della parte ucraina, in parte perché sostengono che i mesi di conflitto avrebbero distrutto il sostegno pubblico per qualsiasi concessione alla Russia.
La CNN non fa menzione del fatto che l’inondazione di armi mandata in Ucraina da USA/NATO non abbia sortito alcun effetto.
I funzionari senza nome hanno affermato che anche Mosca ha mostrato scarso interesse per i colloqui seri. In questo momento, l’Ucraina rimane concentrata sull’assicurare una vittoria militare decisiva – che, secondo vari analisti, è categoricamente escluso che ottenga – a est ea sud per porsi in una posizione negoziale superiore, affermano queste fonti.
«Possiamo proporre tutti i piani che vogliamo, ma è improbabile che Kiev opti per qualsiasi cosa che ceda territorio al momento».
In realtà, il lettore di Renovatio 21 sa quello che la CNN non può dire: che essendo circondato da neonazisti che hanno promesso di impiccarlo nel caso facesse anche solo un passo indietro, Zelens’kyj non sarà mai e poi mai nella condizione di entrare in un negoziato – perché conscio, come dichiarò ad un giornale ucraino il leader di Pravij Sektor Dmytro Yarosh, ora a capo delle forze volontarie nel Ministero della Difesa di Kiev.
«Zelensky ha detto nel suo discorso inaugurale che era pronto a perdere ascolti, popolarità, posizione… No, perderà la vita. Sarà appeso a qualche albero del Khreshchatyk, se tradirà l’Ucraina e quelle persone che sono morte durante la Rivoluzione e la Guerra».
Il Khreshchatyk è uno dei principali viali di Kiev, che porta diretto alla fatale piazza Maidan, dove nel 2014 si consumò, tra rivolte e e cecchini, il golpe che defenestrò il (moderatamente) filo-russo Yanukovich e installò al potere ogni possibile forza antirussa.
Il predecessore di Zelens’kyj, Petro Poroshenko, anche lui ha avuto problemi simili: firmava gli accordi di Minsk per poi tornare in patria e, misteriosamente, rinnegarli.
Come riportato da Renovatio 21, è emerso di recente presso la stampa tedesca che la diplomazia di Berlino non avrebbe alcuna confidenza sull’affidabilità di Zelens’kyj, perché i diplomatici tedeschi sono memori di quando, al termine di un incontro a 4, Zelens’kyj appena eletto tenne un discorso in cui non rispettava in alcun modo gli accordi sui quali erano convenuti i diplomatici.
Tuttavia, un libro del Corriere della Sera lo definisce, già nel titolo, un «eroe».
Ma di cosa stiamo parlando?
Geopolitica
Il presidente colombiano Petro denuncia un «tentativo di assassinio»
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato di essere scampato a un tentativo di assassinio, dopo aver ricevuto per mesi segnalazioni su un presunto complotto ordito da narcotrafficanti per eliminarlo.
Il Paese sudamericano è segnato da decenni di violenze legate a guerriglie e gruppi armati. Il presunto attentato alla sua vita avviene in un momento di alta tensione politica, alla vigilia delle elezioni per il Congresso dell’8 marzo e delle presidenziali fissate per maggio.
Nel corso di una riunione governativa trasmessa in diretta streaming martedì, Petro ha raccontato che poche ore prima si trovava a bordo del suo elicottero insieme alle figlie e non era riuscito ad atterrare nella località prevista nel dipartimento di Córdoba, sulla costa caraibica, per timore che persone non identificate «stessero per aprire il fuoco».
«Sto cercando di evitare di essere ucciso. Per questo motivo ieri sera non sono riuscito ad arrivare in orario, perché non ho potuto atterrare dove avevo annunciato. Anche stamattina non sono riuscito a scendere dove previsto, perché erano arrivate informazioni secondo cui l’elicottero sarebbe stato preso di mira», ha spiegato.
Petro, al quale la Costituzione vieta la ricandidatura per un secondo mandato consecutivo, ha affermato che un’organizzazione dedita al narcotraffico lo ha nel mirino fin da quando ha assunto la presidenza nell’agosto 2022. In precedenza aveva già denunciato un altro presunto tentativo di attentato alla sua vita nel 2024.
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Secondo il quotidiano El Tiempo, il principale cartello colombiano, il Clan del Golfo, è attivo proprio nel dipartimento di Córdoba. Il giornale evidenzia inoltre che il gruppo ha interrotto di recente i negoziati di pace con il governo, dopo che Petro ha raggiunto un accordo con il presidente statunitense Donald Trump per collaborare alla cattura del capo del cartello Hobanis de Jesús Ávila Villadiego.
Petro e Trump si sono incontrati alla Casa Bianca all’inizio di questo mese, in un clima di crescenti attriti. Trump ha criticato aspramente gli sforzi colombiani contro il narcotraffico, giudicandoli insufficienti, e in passato aveva definito il presidente colombiano un «narco-leader illegale». Petro ha respinto le accuse, accusando a sua volta Washington di condurre operazioni destabilizzanti nei Caraibi e in Venezuela, dannose per la stabilità regionale.
Le dichiarazioni di Petro sono arrivate poco dopo il rapimento della senatrice colombiana Aida Quilcué, avvenuto nel suo dipartimento natale di Cauca, una zona martoriata dal conflitto e contesa dai dissidenti delle ex FARC, dove si concentra gran parte della coltivazione di coca.
L’attivista indigena, pluripremiata per il suo impegno, è stata liberata poche ore dopo: il suo team ha annunciato su X il ritrovamento del veicolo su cui viaggiava insieme a due guardie del corpo, abbandonato dopo l’aggressione. La senatrice 53enne ha riferito all’AFP di essere stata sequestrata da «diversi uomini armati», senza indicare a quale gruppo appartenessero.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso Petro ha promesso di «prendere le armi» qualora gli USA attaccassero. Dopo gli attacchi alle imbarcazioni della droga nei caraibi, Il colombiano aveva definito The Donald come un «barbaro». Trump aveva risposto alle rimostranze di Bogotà definendo il Petro «uno spacciatore». A fine 2025 Petro accusò gli USA di aver iniziato una guerra.
Poche settimane fa, dopo vari avvertimenti a Paesi latinoamericani, Trump aveva dichiarato che un raid in Colombia gli sembrava «una buona idea».
Il presidente colombiano è avversario della NATO e ha chiesto due anni fa alla Corte Penale Internazionale di emettere un mandato di cattura per il premier israeliano Benjamino Netanyahu. A fine 2025 Petro aveve espulso dalla Colombia tutti i diplomatici israeliani.
Petro aveva dapprima rifiutato un aereo cargo di immigrati illegali rispediti da Trump appena eletto in Colombia, ma poi cambiò idea.
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Geopolitica
Truppe britanniche attive sul terreno in Ucraina: parla l’ambasciatore russo a Londra
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Geopolitica
Gli Stati Uniti finanzieranno gli attivisti per la libertà di parola in Europa
Il Dipartimento di Stato statunitense finanzierà «think tank e organizzazioni benefiche in linea con il movimento MAGA» in Europa, mentre Washington intensifica la sua opposizione alla censura nell’Unione Europea e nel Regno Unito. Lo riporta il Financial Times.
La funzionaria del Dipartimento di Stato Sarah Rogers ha discusso il progetto con esponenti del partito Reform UK di Nigel Farage durante una visita a Londra lo scorso anno, secondo quanto riferito al quotidiano da tre fonti anonime. La Rogers, nota per le sue dure critiche alle normative europee contro i «discorsi d’odio», guida l’iniziativa e concentrerà il sostegno su organizzazioni vicine al MAGA nelle capitali di Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles, ha precisato una delle fonti.
La Rogers è in contatto con attivisti per la libertà di espressione nell’UE e nel Regno Unito e ha messo nel mirino l’Online Safety Act britannico e il Digital Services Act (DSA) europeo. I repubblicani a Washington accusano da tempo Bruxelles di utilizzare il DSA per soffocare la libertà di parola e censurare gli utenti americani delle piattaforme social.
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Il piano rappresenta una sorta di inversione rispetto alle iniziative decennali con cui gli Stati Uniti hanno finanziato in Europa organizzazioni politiche, mediatiche e della società civile di orientamento liberale. Molte di queste attività sono state interrotte lo scorso anno, quando il presidente Donald Trump ha tagliato quasi tutti i fondi all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID).
Un portavoce del dipartimento di Stato ha definito il nuovo programma di finanziamento «un uso trasparente e legittimo delle risorse per promuovere gli interessi e i valori americani all’estero». Il Financial Times, tuttavia, osserva che l’iniziativa «probabilmente susciterà sgomento» tra i governi di centro-sinistra europei, che temono un intervento attivo degli Stati Uniti per indebolire la loro influenza.
Nel 2024 si era verificato lo scenario opposto: il governo laburista britannico di centro-sinistra aveva inviato attivisti negli Stati Uniti per fare campagna contro Trump a sostegno dell’allora vicepresidente Kamala Harris.
I principali esponenti dell’amministrazione Trump hanno più volte attaccato UE e Regno Unito per le loro leggi sulla censura, come l’Online Safety Act e il DSA. Durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco dello scorso anno, il vicepresidente J.D. Vance aveva avvertito che il futuro sostegno americano all’Europa sarebbe dipeso dalla reale tutela della libertà di espressione da parte dei governi europei.
La strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump è andata ancora più avanti, sostenendo che immigrazione di massa, censura e l’ostinata volontà di finanziare il conflitto ucraino stanno portando il continente verso una «cancellazione della civiltà».
Di conseguenza, «coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle nazioni europee» è diventato uno degli obiettivi centrali della politica estera di Washington.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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