Sport e Marzialistica
Buttarsi da 11 mila metri senza respirare. Intervista alla paracadutista dei record Barbara Brighetti
Barbara Brighetti, figlia del grande musicista e compositore Bruno Brighetti — autore, tra gli altri, di Estate, uno dei suoi brani più celebri, portato al successo da Bruno Martino — non sceglie di proseguire la carriera musicale del padre. Segue invece la sua passione per il volo, diventando una delle paracadutiste più popolari in Italia e all’estero.
Barbara detiene tuttora il record di salto da 10.900 metri senza ossigeno. Amica e collega del compianto Patrick de Gayardon, con il quale ha condiviso imprese e momenti personali, ha fatto del rischio e della ricerca del limite una parte fondamentale della propria vita.
Oggi, dopo aver vissuto costantemente sul filo del rasoio, Barbara ha trovato una nuova dimensione di serenità a Fuerteventura, dove si occupa di compravendita immobiliare. In questa intervista esclusiva per Renovatio 21, ci racconta non solo le sue spettacolari imprese d’alta quota, ma anche la filosofia di vita e il mindset che l’hanno guidata dall’adrenalina dei cieli alla pace dell’isola.
Sei nata a Cremona, ma hai vissuto in Kenya per molti anni.
Mio fratello vive ancora lì. Sono nata in Italia perché, essendo la prima figlia, mia mamma voleva la vicinanza della sua famiglia. Dopo pochi giorni di vita siamo tornati in Africa e sono cresciuta lì; il legame con quella terra è sempre esistito.
Che infanzia è stata?
Meravigliosa! Stavamo sempre a piedi scalzi e ho avuto la fortuna di avere due genitori fantastici e, se vogliamo, anche due personaggi: mia mamma era un’indossatrice e mio papà un musicista. Mio babbo ha suonato nell’orchestra di Bruno Martino per quindici anni e ha scritto diverse canzoni. La canzone Estate è firmata da Bruno Brighetti e Bruno Martino.
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Un capolavoro senza tempo della nostra storia musicale.
L’ascolto spesso con piacere. È una canzone che ha lasciato il segno, è entrata nel gotha del jazz ed è stata cantata da molti big della musica internazionale. Sono cresciuta in un ambiente di artisti. I miei avevano uno stile di vita un po’ bohémien, molto romantico. Partirono all’avventura, s’innamorarono dell’Africa e lì sono rimasti. Papà ha aperto dei lodge in diversi posti del Kenya.
La mia aspirazione era quella di diventare pilota di aerei per portare i clienti da un posto all’altro, ma sono diventata invece una paracadutista.Per sbaglio o per fortuna, quando andai all’aeroporto di Cremona a iscrivermi al corso di pilotaggio, incontrai degli amici che facevano gli istruttori di paracadutismo e mi dissero: «Intanto che aspetti che inizi il corso, perché non ti fai un lancio?». Io pensai: «Perché dovrei buttarmi giù da un aeroplano che di lì a poco atterrerà in tutta sicurezza?»
Dopo il primo lancio in tandem è scoccata la scintilla. Poi ho convinto mio fratello a fare il pilota [ride]! Da lì è partita questa follia – vista dall’esterno – mentre vissuta dall’interno è una passione enorme.
Comprendo che da fuori sia di difficile lettura; i miei genitori erano disperati, poverini, e mi chiedevano: «Ma cosa vuoi fare da grande?», «Non lo so, ma voglio buttarmi dagli aeroplani». Ho fatto il mio percorso di studi, compresa l’università, ma poi ho intrapreso questa carriera che è stata intensa e fortunata.
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Quando hai compreso che il paracadutismo per te sarebbe diventato un’attività sportiva vera e propria?
Esiste un momento che credo sia di assoluta magia e alchimia, nel quale tu capisci che quello che stai facendo ti risulta super facile. Gli altri avevano più difficoltà a fare determinate cose, mentre a me riuscivano quasi naturali, lasciando stupiti anche i paracadutisti esperti. Ogni volta che atterravo mi veniva in mente una cosa nuova da provare in caduta libera.
Nell’epoca in cui io ho iniziato a saltare, tra il 1989 e il 1990, la cosa più normale del mondo era il salto in relativo (relative work) dove si salta assieme e si rimane in formazione. Invece io volevo fare piroette in aria, volevo muovermi, volevo girare e chiaramente vedevo tutti un po’ tesi e guardinghi di fronte a queste mie esternazioni.
Ci ho provato. Uscivo, mi mettevo in aria, provavo a muovermi e mi riusciva, nonostante avessi alle spalle poche decine di lanci. Tutto ciò mi si addiceva molto, avevo trovato il mio elemento. Comincio a sognare in grande e a desiderare di fare sempre di più.
Leggevo in una tua intervista di qualche anno fa che per te muoverti nell’aria è un tuo modo di stare a contatto con la natura.
Totalmente! Sei avvolto dall’elemento aria. Io sono anche subacquea e relaziono molto i due mondi, con la differenza che l’acqua è come un sogno a rallentatore, ti devi muovere lentamente per non consumare ossigeno. In aria è tutto estremamente veloce, dinamico e non hai il tempo di pensare, o meglio, pensi ma devi farlo rapidamente e devi programmare prima. Negli sport estremi è sempre meglio programmare prima. L’aria è estremamente dinamica, se metti un braccio in una determinata posizione ti fa da leva e inizi a ruotare.
Sono due mondi che ti permettono di perdere il contatto col suolo e di muoverti a trecentosessanta gradi. Tutto ciò lo trovo molto interessante, anche come approccio a tutto quello che fai nella vita; il fatto di vedere le cose da visuali e ottiche diverse ti apre la mente. Tante volte ci incanaliamo in una roba e la vediamo solo da un’angolazione, battiamo la testa sempre lì. Provare ad alzare la testa e osservare il tutto da un’altra prospettiva magari ci aiuta.
Nel paracadutismo il tempo è breve e veloce. La caduta libera, in un lancio ordinario col paracadute, dura circa un minuto. Nella vita quotidiana un minuto ci scorre via senza che ce ne accorgiamo, mentre in un minuto in aria possiamo fare veramente molte cose; la percezione del tempo, a seconda di quello che facciamo, ha una valenza diversa.
Il tempo è un qualcosa di estremamente relativo. Il significato al tempo lo diamo noi. In queste situazioni nelle quali devi ragionare con estrema velocità, succedono una serie fitta di cose in un tempo compresso e avviene quella che io chiamo la dilatazione del tempo. Tu prendi tutte queste informazioni che ti arrivano velocissime e nella tua mente le rallenti e le dilati per poterle gestire, ed è quello che succede nel paracadutismo. Spesso uno dice: «Ma come fate a reagire così in fretta?». Ti alleni a percepire, a captare e a ricevere molte informazioni.
Ti faccio l’esempio del film Matrix – ci scherzo sempre su questa cosa – quando il protagonista schiva le pallottole al rallenty; è un po’ la stessa cosa, come se tu avessi la capacità di entrare nel tempo e in qualche modo gestirlo. Non funziona sempre, disgraziatamente [ride]! È un po’ l’idea di essere capaci di entrare nel tempo e adattarlo alla tua esigenza.
Cosa cerca un atleta che fa sport estremi? Cerca un qualcosa di interiore, oltre al fatto dell’attività sportiva in sé?
Quando cominciavano a succedere degli incidenti nel team No Limits, eravamo sotto la lente d’ingrandimento e messi in discussione per quello che noi volevamo vivere, suscitando critiche e polemiche. La mia risposta è che io non cerco la morte, ma voglio vivere a pieno la vita. Se siamo qua, di qualcosa dobbiamo morire e non so se sarà banalmente mentre attraverso la strada e un cretino non mi vede e mi prende sotto o, Dio non voglia, di una malattia. Io non mi sono mai vista morire col paracadute, anche se qualche volta ci sono andata vicino.
È il desiderio di vivere a pieno, è un’attitudine, è una forma mentale, è il desiderio di abbracciare la vita e vederla e viverla in tutti i suoi aspetti. Qualche volta penso a quanta gente c’è che esce la mattina che neanche guarda il sorgere del sole, lo dà per scontato. E invece l’universo tutte le mattine ti offre uno spettacolo, ti regala tramonti mozzafiato e nonostante ci sbattano contro, non lo osservano e non ci fanno caso. Vivere con un senso di gratitudine, anziché con un senso di critica.
Se sono qui, lo sono per qualche cosa e un’impronta la dovrò pur lasciare o quantomeno fare del mio meglio. Non è solo un vivere verso l’esterno, è un vivere anche verso l’interno, interiorizzando esperienze, sensazioni, conoscenze, persone… Dall’altra parte cosa ci portiamo? Arriviamo nudi e ce ne andiamo nudi. Cosa ci possiamo portare realmente del tempo in cui viviamo qui? Ci possiamo portare queste esperienze. Questa magia dell’universo, il fatto di aver cercato di lasciare un segno.
Vivere una vita senza imposizioni dall’esterno e tentare di viverla a seconda dei nostri sogni, dei nostri desideri e delle nostre aspettative. Mi pare di comprendere che il senso sia questo, giusto?
Nel rispetto degli altri, senza mancare di rispetto alla vita stessa, che era il fulcro nei momenti più critici del Team No Limits, anzi, è tutto il contrario. È voler vivere. Io trovo triste quando vedo persone che sono incanalate, inscatolate in un modello di vita dove corrono su un binario e si lamentano continuamente di essere su quel binario, ma non fanno nulla per uscirne, si lamentano e basta.
Mi alzo tutte le mattine, vado in palestra, vado a correre, lavoro, faccio immersioni e tante altre mille cose e, se voglio cambiare qualcosa dell’equilibrio della mia vita, so che da qualche parte devo cambiare l’equazione, sennò resto lì dove sono.
È un punto di vista che condivido.
È di difficile comprensione per quelli che usano il loro binario come un’ancora di sicurezza per poi criticare chi esce dal binario. Siccome io sono stata sempre un po’ controcorrente, arrivi a un punto della vita in cui non mi va più di discutere con chi la pensa in quella maniera statica, perché ha molta più importanza la mia pace mentale che convincere uno che tanto non capirà mai [ride].
In una tua intervista quando eri in forza al No Limits Team, il giornalista ha citato uno psicoanalista ungherese che diceva – vado a memoria – che «la ricerca del brivido attraverso le proprie abilità crea uno stato di tensione che spezza la noia, ma è prova di aridità affettiva nel quotidiano». Tu cosa risponderesti a questa affermazione oggi?
Può essere una verità; il cercare sempre l’adrenalina, che di fatto è una droga potente e per questo capisco perfettamente, una volta che tu hai assaggiato la sensazione di brivido, di poter controllare certe situazioni che esulano dalla normalità, le cerchi anche nel quotidiano. Diventa una forma di lettura della vita. Vivere una vita sopra le righe, può essere una necessità e vivere una vita normale, per una persona che ha questo mindset, può risultare non facile.
La tua impresa più grande è il salto da 10.900 metri senza ossigeno. Un record tuttora imbattuto.
In questi giorni mi hanno scritto in tanti per dirmi che un paracadutista russo aveva battuto il mio record. Non lo ha battuto: aveva ossigeno in salita e ossigeno in caduta, e questa è la differenza. Io avevo ossigeno in salita quando ero all’interno dell’aeroplano; una miscela di ossigeno che io gestivo per poi respirare ossigeno puro solo negli ultimi tre minuti prima del lancio, dopo un training specifico fatto a terra per aumentare le mie capacità di apnea. Tutta una serie di fattori molto studiati.
Con lo sforzo isometrico muscolare bruci ossigeno in quantità enorme e, per mantenere la posizione di caduta a una velocità stimata superiore ai 450 km/h, hai uno sforzo muscolare per mantenere la tua traiettoria di caduta molto intenso, che devi tenere per diverso tempo senza che la tua muscolatura possa avere un cedimento. Isometria e capacità di rimanere in apnea per il tempo richiesto, che era di quaranta secondi, per poi arrivare a quota seimila metri, per cui poi si riusciva a respirare liberamente.
Tutti mi dicevano che era tecnicamente impossibile e invece, passo dopo passo, con gli allenamenti giusti, quello che poteva sembrare all’apparenza impossibile, in realtà non lo era. Questo ragazzo russo ha fatto un record bellissimo, con delle immagini intense e stupende, ma il record è ancora mio [ride]!
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Immagino che la preparazione per questo lancio sia stata meticolosa e dettagliata in ogni particolare, anche dal punto di vista fisico.
È stato un parto! Sono stati nove mesi dedicati a raggiungere questo traguardo. Ho fatto un primo record di 10.043 metri con il quale lo sponsor era già contento, ma il mio obiettivo era quello di percorrere più di 10.000 metri di caduta libera. Ho chiesto allo sponsor – chiaramente era un costo importante – di poter ripetere il lancio e andare più in alto in quota.
Adesso ti farò un discorso che nessuno ha ben compreso: i miei 10.900 erano una quota GPS, quindi erano misurati dal suolo, ossia da zero a 10.900. Quando sono saltata giù dall’aeroplano, sono scesa più vicino possibile alla retta perpendicolare nei primi metri di caduta per arrivare ai 6.000 metri più rapidamente possibile, dopodiché ho cominciato a cabrare la mia posizione di caduta, per rallentarla e aprire a 550 metri dal suolo.
Questa è stata la mia vera quota di apertura del paracadute, ma per ragioni di «non diamo il cattivo esempio», me l’hanno certificata a 750 metri, quindi 10.150 metri di caduta libera. Con la cabrata che ho fatto in volo, non essendo scesa perpendicolarmente alla terra, ma «volando» mentre scendevo, teoricamente avrei percorso più metri. Come si spiega in una pubblicità da mettere sulla doppia pagina del Corriere della Sera o su qualsiasi altro giornale che ho saltato da 10.900 e ho percorso più di 11.000 metri in caduta libera? Avrebbero tutti pensato a un errore di stampa.
Questo è un cruccio che mi porto dietro; il record è ancora imbattuto, però io in aria ho percorso ben di più di 10.150 metri, perché la mia traiettoria non è stata una retta perpendicolare verso terra, ma di fatto una curva, una sorta di ipotenusa.
Le sensazioni che avevi quel giorno, in specie negli ultimi minuti mentre eri in volo prima di raggiungere la quota, te le ricordi?
In quegli attimi ti devi concentrare su quello che stai facendo e non puoi distrarti guardando il paesaggio. Sei iperconcentrato sul leggerti internamente, sul decidere se abbandoni l’aeroplano oppure no e quello è il momento cruciale, perché se qualcosa non va, una volta che sei fuori, fine. Sei superconcentrata su di te, su quello che ti succede dentro, però immagazzini immagini.
La sensazione più grande che ho avuto e che mi accompagna sempre è quella di quanto siamo piccoli, siamo esseri minuscoli. Noi ci diamo importanza, diamo importanza ai problemi, diamo importanza a delle cose a volte assurde e la prima sensazione che hai quando ti affacci dal portellone dell’aeroplano è che tutto è veramente lontano. Non sei dentro a un grande aereo di linea, bello protetto, e guardi il panorama tranquillamente. Lì salti fuori e ti metti dentro a questo contenitore d’aria enorme che ti avvolge e la prima sensazione che hai è che siamo minuscoli.
Quando hai fatto questo salto da record, cosa ti ha detto la tua famiglia prima di affrontare quest’avventura?
Il mio grandissimo alleato e sostenitore è sempre stato mio nonno materno. I miei genitori erano in Africa in quei giorni, ma mia mamma sarebbe dovuta salire in Italia. Ovviamente sapeva che facevo paracadutismo, ma non che avevo in mente di fare quel record. Dissi a mio nonno che speravo non arrivasse a ridosso dell’impresa, ma dopo e lui mi chiese perché non la volessi accanto a me in un momento così particolare. Gli risposi che non volevo leggere nel volto di mia madre la sua paura. Non volevo percepire la paura di una madre, perché mi avrebbe un po’ frenata.
Invece mia mamma è arrivata prima e dissi al nonno: «Abbiamo un problema. Per favore aiutami tu!» [ride]. Lui rispose: «Ci penso io». Eravamo nella nostra casa nella campagna cremonese e io da fuori ho udito le urla di mia mamma che gli diceva: «Ma tu sei matto! È figlia mia!» [ride].
Mi ha chiamato a rapporto subito e mi ha detto: «Cosa ti è venuto in mente di fare?!». «Mamma, non c’è niente che tu possa fare per fermarmi». Ho visto sbiancare mia madre – poverina, gliene ho fatte passare di tutti i colori [ride] – e coraggiosamente mi ha detto: «Ok, visto che non ti posso fermare, dammi una sola ragione per comprendere se dovesse accadere il peggio». «Mamma, si può morire in tantissimi modi. Intanto questa volta non succederà, ci rivedremo a terra a fine lancio».
Ha dovuto sopportare non uno, bensì tre di quei lanci: il primo, il secondo e l’ultimo, che è quello del record. Per una madre credo sia molto difficile sopportare una cosa del genere. Al contempo non volevo che papà lo sapesse.
In quel mentre mio padre stava prendendo un volo da Nairobi a Malindi; faceva questo tipo di tratta aerea perché a Malindi c’erano i giornali italiani. Comprò il quotidiano e vide la doppia pagina con la mia fotografia dove si parlava di questa impresa. Appena atterrato in Italia ha chiamato mia madre e le ha chiesto: «Ma è nostra figlia?». A ripensarci mi viene proprio da sorridere, guarda. Mio babbo ha saputo del record leggendo sul Corriere della Sera!
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Il Sector No Limits Team per voi credo sia stato determinante al fine di poter praticare paracadutismo ad altissimi livelli. Come entri a far parte della squadra?
È una storia particolare. Quando ho cominciato a capire che realmente potevo dare quel qualcosa di più nel mondo del paracadutismo, cercavo uno sponsor a tutti i costi. In Italia, e nel mondo del paracadutismo femminile, era proprio impensabile. Saltavo con due videomaker, un ragazzo e una ragazza che si turnavano, e tutto quello che guadagnavo con i miei tre lavori, lo spendevo per saltare. Risparmiavo meticolosamente anche sul cibo, cercando sempre le offerte al supermercato!
L’idea del Team No Limits era il top e Patrick De Gayardon – tanto per farti un paragone – era il Valentino Rossi del paracadutismo. Mai avrei pensato di diventare compagna di squadra di Patrick, nonché poi amica. Avevo le idee chiare in testa, sognavo in grande e credevo tanto nelle mie possibilità.
Mi ero messa in testa di fare quel record perché, vista la mia esperienza subacquea, avevo una buona capacità di apnea. Nel frattempo usavo il freestyle come specchietto per le allodole e avevo preparato un video con la musica dei Dire Straits mentre facevo le evoluzioni in aria. Feci girare questa cassetta VHS quanto più possibile per attirare l’attenzione di qualche sponsor.
Tutti i miei amici mi prendevano in giro per questa mia fissazione, perché mentre loro il fine settimana andavano in discoteca, io andavo a letto presto perché l’indomani dovevo saltare. Un giorno mi chiamano da Nuvenia Pocket – l’assorbente femminile – perché avevano questo prodotto che aveva le «ali». Sarebbe stata una discreta sponsorizzazione, solo che pensai: «Secondo me è distante dal record sportivo, ma poi c’è il rischio che tutti mi riconoscano come la ragazza degli assorbenti!».
Ho rifiutato questa partnership subendo pure le critiche dei miei amici, perché secondo loro era un’occasione più unica che rara. Un giorno però mi arriva un messaggio nella segreteria telefonica del telefono di casa: «Salve, mi chiamo Marco Francesconi e sono team manager del Team No Limits. Ci è arrivata la tua documentazione e saremmo interessati a parlare con te».
Ascoltai questo messaggio più volte perché ero incredula e sinceramente pensavo a uno scherzo di qualche cretino amico mio [ride]. Dopo qualche giorno mi richiama: «Sono Marco Francesconi del Team No Limits, parlo con Barbara Brighetti?». «Chi sei tu? Dai, basta con questi scherzi, per favore… dimmi chi sei». Finché non sono arrivata a Milano nella loro sede e ho potuto constatare con i miei occhi, non ci credevo. Oggi con Marco siamo molto amici e ogni volta ci facciamo delle grandi risate ripensando a quei momenti.
Mi hanno fatto sedere a un tavolo e mi hanno chiesto cosa mi occorresse per fare il salto record. Mi hanno fornito di tutto e supportato in tutto. È stato un incontro molto fortunato per me. Mi hanno anche detto che se avessi fatto il record sarei rimasta nel Team, altrimenti no e amici come prima. Da lì è partita la mia avventura con il Sector No Limits.
Ricordo che lo spot della Nuvenia Pocket lo fece un’altra paracadutista.
Vedi che poi ti rimane quell’immagine [ride]?! Non volevo essere la faccia dell’assorbente!
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È più importante la forma fisica o la condizione mentale nel vostro sport?
Tutte e due e devono andare a braccetto. La magia avviene nel momento in cui le due cose si uniscono. Questa accade un po’ in tutti gli sport.
Patrick de Gayardon è stata una figura leggendaria del paracadutismo moderno, ha cambiato la storia di questo sport, un visionario e un pioniere di questa disciplina. Che persona era, che rapporto avevate e che ricordo hai di lui?
Un amico fraterno, un esempio e una grande persona. Lo descrivo sempre come una sorta di Archimede pitagorico del paracadutismo. Se ci pensi bene, nel mondo del paracadutismo – è passato del tempo da quando è morto Patrick – non è stato inventato niente di nuovo. Si è migliorato quello che lui ha inventato. Sicuramente la tuta alare ha fatto grandi passi avanti, migliorando il suo progetto, ma non è entrato niente di nuovo.
Lui ha portato tutto quanto c’era di nuovo nel mondo del paracadutismo. È una figura che manca tantissimo, ineguagliabile, insostituibile. Credo non sia possibile replicare, o meglio, neanche avvicinarsi a uno come lui.
Patrick de Gayardon muore durante un lancio di allenamento alle isole Hawaii. Era il 1998. Quando succede una tragedia del genere, il vostro rapporto con la morte e la percezione del rischio cambia?
Nel mondo degli sport estremi capita di veder morire molte persone. Mentalmente tendi sempre a giustificare e a dire che l’incidente mortale è stato causato da quello o quell’altro errore e si pensa che a te non succeda mai. Quando vengono a mancare persone del carisma di Patrick, che sono scampate alla morte non so quante volte e hanno fatto cose talmente incredibili che sarebbero dovute morire tremila volte, ti traballa tutto il tuo mondo e ti metti in discussione. Ti vedi indebolito.
Salire su un aeroplano la prima volta dopo la sua morte è stato mentalmente complicato, è stata una sfida. Ci sono due cose da valutare: è più forte il richiamo e l’amore per la tua disciplina o è più forte la remora che ti si crea mentalmente? E fidati, ti si crea. Sarebbe una bugia non ammetterlo.
Fino a quando è stato più forte il richiamo ho continuato a saltare anche perché era anche una sorta di maniera di omaggiarlo. Per me è scemata naturalmente questa cosa perché ho compreso che per me era più importante chiudere e terminare su una nota alta che non calare piano piano il livello. Quando sei a un certo livello le persone si aspettano molte cose da te e non puoi essere al mille per cento sempre.
Il giorno in cui decidi di smettere, ci vuole un certo coraggio per prendere questa decisione. Il richiamo è sempre fortissimo. Meglio lasciare con il sapore dolce e non agrodolce. Ho un sacco di cicatrici, ma ho vissuto momenti bellissimi.
Quando un paracadutista decide di smettere, come si convive con il fatto di non avere più quella sensazione di adrenalina?
All’inizio è complicatissimo, è come avere delle crisi di astinenza. L’adrenalina è una droga che la genera il tuo corpo. È come controllare delle crisi di astinenza nelle quali tu cerchi di essere sensato e nelle quali cerchi di non sbagliare. Se sei fortunato trovi la capacità di modificare questa ricerca di emozione spinta in una ricerca di obiettivi differenti.
Adesso faccio l’agente immobiliare e nel mio lavoro ci trovo quel pizzico di adrenalina quando un affare va in porto. È un’emozione decisamente più terrena, ma ci si accontenta [ride]! Ho imparato ad accontentarmi.
Vivendo a Fuerteventura, la mattina quando esco di casa faccio una passeggiata sul lungomare con i miei cagnolini a piedi scalzi per vedere sorgere il sole. Vivo in un posto dove, finito il mio orario di lavoro, posso andare a fare delle immersioni subacquee, posso fare un bagno al mare, posso andare a cavallo… per me questo oggi ha un senso e ha un valore inestimabile.
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Ci sono molti base jumper che spesso cercano sempre di alzare l’asticella del rischio, a volte anche rimettendoci la vita. Cos’è che spinge un atleta ad andare oltre sapendo che aumenta in modo esponenziale il rischio di morte?
La tuta alare ti toglie la percezione del ground rush; quando caschi verticalmente hai la sensazione del suolo che ti arriva sempre più vicino e di conseguenza anche l’intenzione di aprire il paracadute. Il base jump con la tuta alare è una disciplina dove passi vicinissimo alla cima delle montagne o dentro i canyon e ti toglie questa sensazione del suolo che ti arriva addosso. Se calcoli bene poi hai sufficiente quota per aprire il paracadute.
Ci sono diversi fattori; io credo che sicuramente ti dia un senso di onnipotenza, mescolato alla giovane età, nella quale il senso del rischio purtroppo non lo hai sviluppato al massimo, in quanto non hai avuto sufficienti incidenti o hai poche cicatrici. Poi hai l’onda degli altri che ti spingono e che rischiano sempre di più. Tutto assommato insieme, diventa difficile essere capaci di darsi un limite ed ecco che succedono le tragedie.
Fa dispiacere perché gli incidenti sono stati tantissimi e lasciano un segno negativo nel mondo del paracadutismo. Se io ti rigiro questa cosa e ti dovessi dire quanti ne muoiono per strada per lo stesso tipo di sfrontatezza, sono molti di più.
Sai, la gente comune vede il vostro sport come «incosciente e pericoloso», mentre non sa che i rischi del quotidiano sono comunque dietro l’angolo, in specie in macchina o in moto. Ricordo la morte di Pietro Taricone, che mise un po’ in cattiva luce il movimento, essendo lui un personaggio pubblico, e smosse le coscienze della gente comune, ignara di questo sport.
Pensa che a Pietro Taricone i contatti per andare al centro di paracadutismo glieli avevo passati io.
Pietro Taricone è stato un personaggio, a mio avviso, molto positivo, sempre schietto, solare e sorridente.
Lui si era appassionato al mondo dei cavalli e del rodeo con Andrea Mischianti, il compagno di Natalia Estrada. Conoscevo ambedue e Natalia aveva abbandonato la sua professione per fare la cowgirl. Andrea fu il tramite tra me e Pietro per il mondo del paracadutismo. Pietro ha iniziato a lanciarsi in due drop zone di Roma e anche la sua compagna, Kasia Smutniak, si era appassionata ai lanci. Pensa che quando ebbe l’incidente, lei era lì e vide tutto. Fece una manovra bassa vicino a terra che lo fece impattare violentemente sul terreno. In tantissimi muoiono così.
È come se questa vela molto performante avesse perso portanza facendolo precipitare al suolo, giusto?
Ci sono dei corsi apposta per imparare a governare le vele veloci. La vela rimane gonfia, perché si sposta con una dinamica di fori comunicanti, ma se fai queste manovre radicali vicino a terra di centottanta gradi, facendo un pendolo per farti capire, se calcoli male, impatti il suolo prima che la vela si recuperi. Se invece calcoli bene, fai queste manovre spettacolari arrivando vicino a terra. Se calcoli male il pendolo sotto la vela, sbatti a terra, oppure la vela collassa perché fai questa manovra in vento contrario e giocoforza vieni giù. Ribadisco, la maggior parte degli incidenti oggi succede sotto un paracadute aperto che ti avrebbe dovuto far atterrare perfettamente.
Quando la gente comune sente che c’è stato un incidente col paracadute pensa sempre che non si sia aperto, mentre invece…
Il paracadute si apre, ma a volte viene usato in maniera sconsiderata.
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Tu hai fatto diversi atterraggi in altura e uno in particolare l’hai effettuato sulla Muraglia Cinese. So che non è stato facile e hai avuto diversi problemi anche di carattere burocratico. È stata più ostica la burocrazia cinese o le condizioni meteorologiche non ottimali?
È stato un incubo avere i permessi per quel salto e un incubo trovare il punto dove effettuarlo, perché volevo atterrare nella parte della Muraglia non restaurata. Un altro incubo è che mi portavo dietro con me il camera flyer che era stato in volo con Patrick il giorno che era morto e un incubo perché il mio paracadute preparato apposta per quel lancio non era arrivato e non avevo il mio paracadute.
Mi hanno mandato da Milano un paracadute di Patrick che avevano in magazzino, il quale poteva avere le medesime caratteristiche del mio, però lui pesava molto più di me. Inoltre era una vela che io scoprivo in quel momento: aveva quattro settaggi di frenatura che mi hanno tenuta sveglia tutta la notte per cercare di comprenderne bene il funzionamento e cercavo di comunicare spiritualmente con Patrick per capire questi settaggi e lo pregavo di non farmi morire perché ancora non era ora [ride]! Non volevo morire col suo paracadute! Ti ricordo che questo lancio in Cina lo feci poco dopo la morte di Patrick.
La base cinese da cui siamo decollati era a un’ora di volo dal punto di lancio e ci andammo con quest’elicottero russo che era un miracolo che stesse in volo. Il mio camera flyer, tra l’altro, è poi morto tempo dopo perché fece un esperimento replicando il paracadute disegnato da Leonardo.
A lui – era lì con la sua compagna che era ripiegatrice – gli hanno sequestrato le telecamere perché non volevano che lui riprendesse. Non avere le telecamere in caduta libera era come togliere una parte importante dell’impresa che avrei dovuto compiere.
Di contro, cosa fece lui? Si bevve tutto il bar e la mattina dopo venne da me la sua compagna dicendomi che era sdraiato nella vasca da bagno ubriaco fradicio [ride]. Non si stava mettendo benissimo. Aveva un colore tendente al verdastro e io gli dissi: «Ma tu non vorresti mica lanciarti in queste condizioni?». «Mi lancio lo stesso».
Il cretino si nascose addosso una telecamera che ovviamente gli hanno trovato e quindi ci hanno arrestato a tutti e due. In Cina, sperduti in quel posto, non c’era tanto da scherzare e anche il nostro traduttore era preoccupato.
Finalmente ci hanno poi fatto salire sull’elicottero, che stava quasi facendo buio, e da sotto avevano acceso dei fuochi per segnalare il punto di atterraggio. Eseguito il lancio, che di fatto era un lancio di prova, il giorno appresso ci hanno concesso di fare il lancio buono. Fine.
Di solito per un’impresa del genere è prassi fare più lanci di prova. Lì no! Il giorno dopo c’era un vento molto forte e mi è salito quel pensiero che forse sarebbe stato meglio abbandonare, visto quest’ulteriore imprevisto.
Alla fine ce l’ho fatta; non sono atterrata sulla Muraglia, ma a fianco. Sono rimasta intera per miracolo perché fu un atterraggio difficilissimo e potevo rompermi tutte e due le gambe. Son quelle cose in cui poi dici: «Sto tirando troppo la corda…», ma è andata!
Sei atterrata anche sulle montagne dell’Adamello.
Sull’Adamello ho fatto una serie di prove per poi atterrare in cima al Kilimangiaro.
So che era un tuo sogno poterlo fare, ma credo sia rimasto tale.
Purtroppo è così. Non mi hanno dato i permessi ed era tutto troppo complicato. Hanno fatto tutto il possibile perché io non decollassi per poter atterrare sulla cima del Kilimangiaro, che appartiene alla Tanzania. Volevo atterrare in vetta e scendere sul lato keniota dove avevo tutti gli appoggi, ma i freni burocratici sono arrivati dal governo della Tanzania.
Non ho avuto modo di atterrare sulla cima, ho fatto il lancio sui pendii, son salita tre volte in cima a fare il sopralluogo nel giro di una settimana e anche quella è stata una bella sfida. Oramai è un sogno destinato a rimanere nel cassetto per sempre.
Tu che hai vissuto tanti anni questo sport, nel corso del tempo c’è stata un’evoluzione significativa nella ricerca dei materiali?
Noi potremmo definirci pionieri in un certo senso, perché abbiamo contribuito tantissimo a ciò, avendo avuto anche la fortuna di lavorare con le compagnie che producevano sia tute, materiali e paracadute. I performer che viaggiavano all’apice di questo sport davano dei feedback che venivano presi molto in considerazione, per cui abbiamo contribuito tantissimo a migliorare anche nella sicurezza. È stato un percorso molto bello e interessante.
A tutt’oggi, dopo il tuo ritiro, sei rimasta in contatto con quel mondo?
Sto lavorando a un progetto molto interessante: mi hanno contattata per collaborare a un docu-film su Patrick de Gayardon. Io li ho aiutati a trovare i contatti per ricostruire quello che è il backstage della sua carriera e della sua vita privata. Li ho messi in contatto con i camera flyer che hanno registrazioni e de-briefing dei suoi lanci. Al momento stiamo facendo questo grande lavoro di ricerca.
Tienici aggiornati.
Assolutamente! Il progetto è bellissimo e adesso la Sector è stata acquisita dal gruppo Morellato e da poco sono stata in Italia per questo passaggio di consegne dal vecchio Team No Limits a quello nuovo. C’ero io assieme a Pipin Ferreras [l’apneista cubano, ndr] e Manolo [pioniere dell’arrampicata libera, ndr]. Vediamo come evolve il tutto.
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Tu sei stata anche conduttrice di alcuni programmi televisivi riguardanti gli sport estremi.
È stato un gioco molto divertente.
È più genuino il mondo del paracadutismo o quello della televisione?
Senza ombra di dubbio quello del paracadutismo! Ho avuto la fortuna di viverlo da privilegiata e da protagonista. Su La7 ho condotto un programma che si chiama Extreme e poi ho fatto una serie di puntate per Sky e anche altro.
C’è un’altra Barbara Brighetti oggi capace di replicare le tue imprese?
Non credo, anche se mi piacerebbe poterti dire sì, perché sarebbe bello passare il testimone, ma al momento non vedo nessuno. Ci sono personaggi interessanti nelle classiche discipline del paracadutismo, ma null’altro.
Che consiglio daresti a coloro che vorrebbero avvicinarsi a questo sport?
Il consiglio ce l’ho qua attaccato al collo: ho il pin, che tu riconoscerai avendo fatto paracadutismo, che chiude la sacca del paracadute di quando me la sono vista peggio, poi ho un cuore che mi ricorda sempre di fare le cose con passione e amore e poi una croce che mi ricorda di credere sempre e avere fede. Qualsiasi cosa tu faccia nella vita, se ci metti passione credo e amore, in genere puoi ottenere bei risultati.
Quante volte ti è capitato di aprire il paracadute d’emergenza?
Solo tre in quasi diecimila.
Per concludere la nostra intervista, vorrei ritornare all’inizio di questa nostra chiacchierata. Hai qualche ricordo dei tanti personaggi della musica con cui ha collaborato tuo babbo?
Sono tutt’oggi in contatto con la parte di famiglia di Bruno Martino della prima moglie, ma anche con la seconda. Ho conosciuto e sono tuttora in contatto con Mina, nonostante viva una vita ritirata e lontano dai riflettori da decenni. Ci siamo incontrate tante volte, l’ho vista al pianoforte con papà a sperimentare e a cantare.
Enzo Jannacci, altro amico di papà, simpaticissimo, che è stato in vacanza in Africa da noi. Un altro grandissimo amico di papà è Riccardo Muti, che pure lui è stato in vacanza da noi tantissime volte assieme a sua moglie Cristina. Luciano Pavarotti.
Intorno a papà ruotavano questi personaggi che, quando decise di trasferirsi definitivamente in Africa, lo venivano a trovare. Visti, conosciuti e vissuti.
Hai avuto una vita intensa.
Tanto belli anche i racconti di papà quando ci parlava di Chet Baker, un genio che poi si è perso nei suoi vizi purtroppo.
Chet Baker ha avuto seri problemi di droga.
Una vita triste la sua purtroppo. Dall’altra parte babbo mi parlava di Stan Getz che si esercitava tutti i giorni con il suo strumento. Un vero professionista e un esempio di stile e disciplina.
Consentimi la battuta, a volte sono più spericolate le vite di alcuni jazzisti che quelle dei paracadutisti!
Totalmente! Sono anche sprecate, sono perse. Tant’è che io da piccolina cantavo assieme a papà e mi sarebbe piaciuto tantissimo fare la cantante, ma mi ha dissuaso. A non farmi entrare nel mondo della musica e del jazz è stato proprio mio padre. Questa dote, questa capacità l’ho sempre avuta. Andavamo a casa di amici e io cantavo per il gusto di farlo e tutti gli dicevano di farmi fare la cantante professionista e lui gli rispondeva: «Lasciatela fare dello sport che è meglio».
Non l’avesse mai detto!
Eh sì! se l’universo mi regalato papà e mamma, me li ha regalati proprio bene. Mi sono stati di grandissimo esempio. Sono stati genitori magnifici.
La famiglia è un punto fermo, un sostegno per la vita e anche per la vita di uno sportivo. Nello specifico i tuoi ti hanno appoggiato in un’attività sportiva dove non so quanti altri avrebbero fatto la stessa cosa.
Quasi nessuno! Ho avuto dei genitori con la mentalità molto aperta che hanno compreso le mie scelte e sono stati orgogliosi di me. C’è una foto di mia mamma incinta di me sott’acqua con i pescecani. Cosa voleva pretendere poi [ride]?! Sono cresciuta scalza, in mezzo alla savana con i leoni.
Francesco Rondolini
Immagine di Austin Kirk via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Sport e Marzialistica
Base Jump, tuta alare e Hollywood. Renovatio 21 intervista la stuntwoman e paracadustista Roberta Mancino
Essendo sempre più squattrinata ho dovuto lavorare ancora di più, ma sono riuscita ad andare da lei e ho iniziato a fare i lanci scuola; mi ha insegnato a fare cose molto difficili e molto tecniche per il mio livello, ma i miei tanti anni di danza da bambina mi hanno aiutata. Lei mi ha supportata e incoraggiata, e così ho iniziato a specializzarmi sempre di più nel freestyle. Dopo qualche anno ho vinto i campionati italiani, ho fatto la Coppa del Mondo e così ho cominciato a trovare qualche sponsor. Quando andai le prime volte da lei, siccome lavoravo anche come modella per varie riviste, abbiamo trovato un magazine che mi ha assunto per fare delle foto.
Per inciso, negli States pagavano molto di più che in Italia, e ciò mi ha permesso di proseguire il mio percorso di crescita con il paracadute. Non avendo ancora il visto per gli Stati Uniti, facevo avanti e indietro con l’Italia ogni tre mesi. Ho deciso poi di trasferirmi definitivamente in America perché avevo obiettivi ancor più grandi da raggiungere con il paracadutismo. Avevo già fatto un record del mondo di freefly e volevo fare la stuntwoman per i film e per le pubblicità. Avevo trovato un manager che mi ha permesso di prendere un visto di lavoro così da poter rimanere in USA.
Un amico, che aveva una casa di produzione video per sport estremi, il primo anno mi ha sponsorizzata con la sua azienda. Nel frattempo avevo iniziato anche a fare base jumping con la tuta alare, e lui utilizzava i miei video per il suo canale. Stando nel giro di un centro di paracadutismo che dista circa due ore da Los Angeles, quando c’era un film o una pubblicità che necessitasse di paracadutisti, le produzioni facevano i casting lì.
Avevo gli amici laggiù che facevano parte del team di Red Bull, e così ho iniziato a lavorare in qualche pubblicità. Dopo poco è arrivata la grande occasione di lavorare per la Marvel.
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Questo malcostume dei social si riverbera in tanti altri aspetti e in tante altre situazioni. Spesso i social vengono usati per diffondere qualcosa che poi non ha nessun sottostrato culturale importante e di ricerca, ma solo apparenza.
È arrivata anche l’Intelligenza Artificiale che ha rovinato il mondo degli stunt, perché ormai non si prendono più la responsabilità di una cosa così pericolosa. Prima invece sì, mentre adesso è tutto generato o gestito artificialmente. Se vedi l’ultimo film della Marvel, di stunt nostri non ce ne sono perché ormai non ce n’è più bisogno. Mentre prima una scena, anche se non era proprio in aria ma c’erano dei pezzi di volo — i supereroi volano tutti — si faceva fisicamente e poi con delle tecniche digitali si montava il tutto. Sembra che il supereroe stia a due metri da terra, mentre in realtà la scena è stata girata in aria, così da dare allo spettatore la sensazione di volo vero, reale. Adesso tutto ciò non si fa più, costa meno.
Ci spieghi, per sommi capi, la tecnica per volare con una tuta alare?
È difficilissimo spiegarlo [ride], ma ci proviamo. La tuta alare si pressurizza: l’aria entra nelle bocche della tuta e, pressurizzandosi, ti fa fare un glide sull’aria. Con questa tuta uno pensa che si possa andare solo in orizzontale, ma non è vero, perché si può fare anche del freefly, andare in picchiata a testa in giù e molto altro, tranne che in piedi, ovviamente, perché hai i piedi bloccati con la coda. Si possono fare un sacco di voli aerodinamici e acrobatici proprio come se fosse un aereo, e addirittura si può anche risalire di quota facendo dei flair con queste tute alari nuove, che sono potentissime.
Ci sono video in cui vedi wingsuiter andare a raso del terreno per poi risalire. Ovviamente è un flair minimo, non lo puoi fare come un aeroplano perché non abbiamo i motori. Dopo un flair precipitiamo verticalmente e siamo limitati in questo, ma per tutto il resto puoi fare qualsiasi cosa di acrobatico. A livello fisico è stancante, soprattutto all’inizio, perché devi lavorare molto di spalle e di braccia, ma con la routine ti ci abitui. Le prime volte usi anche muscoli che non servono, perché sei molto teso e non riesci a rilassarti.
Una volta acquisita la padronanza della tuta, ti rilassi e non senti la tensione. È chiaro che se per un periodo interrompo i lanci, quando riprendo, dopo tre o quattro lanci mi stanco, perché è un modo diverso di stare in aria rispetto al semplice paracadutismo, anche perché rimani in aria più tempo rispetto alla classica caduta libera. Si raggiungono distanze considerevoli e, se fai base jumping, è bellissimo perché voli in mezzo alle montagne, in un canyon, passi vicino a una cascata, sorvoli gli alberi… hai la percezione del volo che non hai con il paracadutismo.
Questo modo di intendere il volo mi piace, mi dà la sensazione di volare.
Hai una differenza di emozioni e di adrenalina tra un lancio classico col paracadute e un salto con la tuta alare?
Col paracadute sono a quasi quindicimila lanci, non avverto più niente; è come se prendessi la macchina. Se serve una tecnica precisa, devo imparare una cosa nuova, devo affrontare un record o saltare in formazione, allora ho delle vibes differenti. Nei lanci di routine con i miei allievi è come se andassi in bicicletta, però a volte capita che un allievo sia particolarmente nervoso e allora mi trasmette un po’ di tensione. Invece quando faccio base jumping con la tuta alare ogni volta ho paura, mi tremano le gambe, ho qualche brutto pensiero… [ride]. Annullo la mente, mi concentro e penso a cose positive. Ci sono tecniche di rilassamento. A me piace andare sulla montagna con poca gente. Pochi giorni fa ho fatto un lancio dopo che era morta mia nonna.
Sono salita in montagna da sola e questi sono i lanci più belli. Oltretutto sono un’amante della natura e quando sono lassù sento una bella energia, una connessione speciale. Non so se quelle vibrazioni puoi sentirle solo stando lì senza lanciarti; io le sento soprattutto se so che poi mi lancio e volo. Restare in piedi su un precipizio, sulla roccia, in silenzio prima di un lancio è bellissimo.
A me piace molto andare in Trentino dove c’è un posto che si chiama Becco dell’Aquila; sei su di una piccola roccia e sotto c’è uno strapiombo e lì avverto un’energia fortissima.
Che meraviglia sentirti raccontare e condividere queste tue emozioni…
Quando stacchi e prendi il volo è un po’ come quando vedi le aquile staccarsi dalla roccia per librarsi in aria. È bellissimo! Mentre sono in aria è come se scorgessi colori diversi della natura sottostante, mi sembra tutto più intenso. Dall’aereo non ho questa percezione, anche perché c’è un casino di rumore.
Ricordo bene quell’atmosfera nell’aereo durante la mia breve parentesi da paracadutista.
Se ti lanci da velivoli più grandi è ancora peggio. Quando sei in piedi su una roccia, immerso nella natura, è tutta un’altra cosa. Quando sei sul bordo di un grattacielo anche lì hai un’altra sensazione ancora: ti senti quasi come un supereroe dei fumetti! [ride]
C’è un lancio alquanto curioso che hai fatto diversi anni fa. Ti sei buttata nuda per la rivista Playboy.
Ah sì!
Outfit piuttosto inedito per una paracadutista.
Era nuda [ride]!
So che ti piace lanciarti anche vestita con abbigliamento eccentrico.
Il lancio nuda, ti dico la verità, l’ho fatto solo per i soldi, perché ti assicuro che non è proprio piacevole [ride]. Fa male, è freddo, il paracadute sulla pelle dà fastidio, il pettorale sul seno di una donna quando apri il paracadute non dà proprio gusto.
C’è gente che lo fa per divertimento, ma io non più. Lo feci perché mi servivano i soldi per allenarmi. Invece i lanci che ho fatto con i tacchi e con i vestiti particolari sono nati per caso perché dopo Playboy sono andata a Los Angeles e ho fatto una pubblicità dove mi richiedevano di usare un vestito e delle scarpe con il tacco.
Col mio manager abbiamo lavorato molto su questa cosa di evidenziare e mostrare l’aspetto femminile e fashion, e abbiamo proposto a diverse aziende ottenendo un bel riscontro. Il video Hi Fashion di GoPro è stata una mia idea, proprio perché volevo portare questa cosa del paracadutismo anche al base jumping, per far vedere che, nonostante sia uno sport maschile, io riesco a farlo con una certa femminilità. Pensa che GoPro non ha voluto sponsorizzare il video perché non compresero appieno il senso e il significato che volevo trasmettere; dopo averlo visionato sono stati contenti del risultato, l’hanno acquisito e messo in rete. Lo hanno spinto bene e ha avuto grande successo.
Mi faceva strano che all’inizio non l’avessero capito, ma poi ho avuto ragione. In quel frangente Eva e Roberto Cavalli ci sono venuti incontro dandoci dei loro vestiti. In più, per farlo bene dovevi avere il paracadute un po’ nascosto, sennò non è esteticamente bello da vedere. Hanno fatto dei tagli particolari ai vestiti, hanno cucito delle fessure dove passavano i cosciali del paracadute… quando andammo nel loro showroom di Milano, loro sono stati con noi ed erano incuriositi da questo mio progetto piuttosto inusuale per il mondo della moda.
Avere uno uno sponsor importante credo sia determinante per il proseguo di una carriera a certi livelli. C’è differenza tra l’Italia e gli Stati Uniti per quanto riguarda le sponsorizzazioni?
Da qualche anno è cambiato il marketing di GoPro Usa con l’avvento dei social e non sono più nel loro team perché come ti dicevo ora preferiscono avere gli influencer, anche perché tanta gente gli dà i video gratis. Prima non era così. Facevamo dei projects veri e propri. Il mio volo sul vulcano è stata una missione. Il volo fra le torri è stato un altro progetto lungamente studiato.
Adesso è cambiato tutto e l’asse è stato spostato su un qualcosa che quasi possono fare tutti, mettendoci quel tocco di eccentricità, mentre prima erano delle vere e proprie imprese speciali.
Il fatto che gli atleti gli forniscono video, per loro è un risparmio notevole.
Io sono stata fortunata perché ho collaborato con loro negli anni più intensi dei loro video. Lavorare su quei progetti mi affascinava molto. Oggi anche io ho cambiato i miei target e mi sono un po’ adattata ai cambiamenti; Instagram va per la maggiore, ma non vedo più imprese come quelle che ho fatto io e altri miei colleghi anni fa. Uno dei primi video che abbiamo fatto con GoPro, Shark Riders, dove ho nuotato con uno squalo tigre insieme a un famoso surfista.
Fu la prima volta che il pubblico vedeva una cosa del genere. Adesso trovi mille ragazze su Instagram che nuotano con gli squali. Quel video andò anche al Superbowl.
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Gender
Il campione Enes Kanter buttato fuori dalla lega di pallacanestro femminile
Enes Kanter Freedom, ex giocatore NBA diventato un acceso oppositore della partecipazione degli atleti transgender agli sport femminili, ha dichiarato di essere stato allontanato dalla State Farm Arena durante Gara 3 delle finali WNBA dopo essersi rifiutato di utilizzare la suite privata che le Atlanta Dream gli avevano assegnato per motivi di sicurezza. Lo riporta Yahoo! News.
Il Kanter ha fatto questa affermazione in un video pubblicato su X mercoledì, poche ore dopo che le Dream avevano rilasciato una dichiarazione in cui affermavano che Freedom aveva contattato le forze dell’ordine federali, statali e locali, nonché i funzionari della lega, prima della partita per esprimere preoccupazione per la sua incolumità dopo aver annunciato la sua intenzione di partecipare.
Il trasferimento in una suite era «destinato a rispondere alle sue preoccupazioni in materia di sicurezza e a contribuire a offrire un’esperienza sicura e positiva a lui e agli altri ospiti», si legge nella dichiarazione delle Dream.
Ulteriori agenti della sicurezza dell’arena sono stati assegnati alla suite e, su richiesta di Freedom, anche la polizia statale ha incaricato un agente di proteggerlo.
Tuttavia, nel video pubblicato sul suo account X, si vede Freedom che chiede di sedersi nei posti che aveva acquistato.
I just got kicked out of a @WNBA game for the second time in a row for supporting WOMEN!
Let that sink in, AMERICA! 🇺🇸 https://t.co/nNmwa9U4xn
— Enes Kanter FREEDOM (@EnesFreedom) October 22, 2026
Nel video, Freedom, affiancato da agenti di polizia, si avvicina a un ingresso della State Farm Arena e viene fermato da un membro dello staff, che gli dice: «Prima di entrare, devi accettare di andare nella suite». Freedom risponde di aver acquistato i biglietti e di voler «sedersi al suo posto».
Dopo un breve scambio di battute, il video passa a una clip in cui un agente elenca diverse zone in cui Freedom potrebbe andare, per poi dire: «Non può stare qui». Freedom lascia quindi l’arena, allarga le braccia e dice alla telecamera: «Mi hanno cacciato dalla partita per aver difeso le donne».
Un portavoce delle Dream ha dichiarato che a Freedom è stata offerta la possibilità di tornare all’arena in qualsiasi momento, a condizione che fosse disposto a rimanere nella suite, in base alle sue preoccupazioni per la sicurezza.
«Sono appena stata cacciata da una partita della @WNBA per la seconda volta di fila per aver sostenuto le DONNE!» ha scritto Freedom sul post di X che mostrava il video. «Pensateci bene, AMERICA!»
L’opposizione agli atleti transgender è diventata una causa celebre per Freedom, che ha giocato 748 partite in 11 stagioni nella NBA e ha disputato la sua ultima partita nel 2022.
Quattro giorni prima di Gara 3, Freedom ha annunciato che sarebbe stato tra il pubblico e ha menzionato la pivot delle Dream Angel Reese e l’ala delle Golden State Valkyries Gabby Williams in un post sui social media.
In precedenza, ad agosto, aveva assistito a una partita delle Chicago Sky indossando una maglietta con la scritta «WOMAN sostantivo adulto umano femmina» ed era stato allontanato dal suo posto a bordo campo dopo un acceso scambio verbale con la guardia delle Sky, Natasha Cloud. Le Sky hanno vietato a Freedom l’accesso alla loro arena dopo l’episodio, e Freedom ha intentato una causa contro la franchigia, sostenendo che i suoi diritti sanciti dal Primo Emendamento erano stati violati.
Freedom ha iniziato a pubblicare post sulle minacce ricevute dopo aver annunciato la sua intenzione di assistere alla partita di mercoledì.
Nei giorni precedenti la partita, né la WNBA né le Dream hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla presenza di Freedom, sebbene fosse previsto un significativo rafforzamento delle misure di sicurezza. Le Dream hanno diffuso il comunicato relativo alla disposizione dei posti a sedere di Freedom circa 40 minuti prima dell’inizio di Gara 3.
«La sicurezza dei nostri ospiti e dei membri del nostro team è la nostra massima priorità», si legge nella dichiarazione delle Dream.
Prima della partita, le squadre hanno evitato in gran parte di commentare la questione della libertà. «Ovviamente, i media hanno una responsabilità nella scelta degli argomenti da trattare», ha detto Williams prima del riscaldamento.
L’allenatore di Atlanta, Karl Smesko, ha dichiarato: «Tutti sono qui per assistere a una grande partita di basket tra due grandi squadre, con alcuni dei migliori giocatori al mondo. Noi siamo concentrati su questo».
Come riportato da Renovatio 21, Kanter Freedom, alto 2,08 metri e con undici stagioni alle spalle (Utah Jazz, Oklahoma City Thunder, New York Knicks, Portland Trail Blazers e Boston Celtics), aveva il mese scorso annunciato di volersi candidare al draft (l‘evento annuale in cui le squadre scelgono i nuovi giocatori giovani provenienti dai college o da altre nazioni) del campionato di pallacanestro femminile WNBA del 2027.
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Subito dopo era arrivata la dichiarazione di Royce White, altro ex NBA (pochi minuti di gioco nella sua carriera) e oggi candidato repubblicano al Senato. Lo White, che è nero, ha affermato di identificarsi «a volte come donna ai fini del basket professionistico» e di voler inseguire una carriera in WNBA.
Il Kanter Freedom aveva già nel 2023 ironizzato: «Dato che sono stato ostracizzato dalla NBA, dovrei mettermi una parrucca, identificarmi come donna e dominare la WNBA?». L’obiettivo dichiarato è evidenziare l’ambiguità delle regole.
Enes ha giocato per varie squadre NBA, tra cui gli Utah Jazz di Salt Lake City, dove il direttore di Renovatio 21 ha avuto modo di vederlo e forse pure, ma si ricorda non benissimo, stringergli la mano in un ascensore quando glielo presentò un amico comune.
L’attivismo politico non è una novità per il personaggio, che ha aggiunto legalmente il cognome Freedom (libertà in inglese) nel novembre 2021, in occasione del ottenimento della cittadinanza statunitenseper simboleggiare la sua lotta per i diritti umani e la libertà di espressione, dopo essere diventato un esiliato politico ed essere perseguito dal governo turco d’Erdogan a causa delle sue forti critiche.
Nel corso di questi anni, il cestista ha criticato apertamente le violazioni dei diritti umani in Cina, in particolare il trattamento degli uiguri e l’uso del lavoro forzato. Si è espresso anche su Turchia, Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela. Il governo di Ankara lo aveva reso apolide e oggetto di mandati di cattura internazionali: va ricordato che a partire dalla seconda elementare, Kanter ha frequentato scuole affiliate a Hizmet, parte del movimento di Fetullah Gulen, prima alleato poi acerrimo nemico di Erdogan. Anche la stella calcistica dell’Inter Hakan Sukur, gulenista che pure ebbe l’Erdogano (e il Guleno) alle sue nozze, si trova in una situazione non dissimile, e farebbe ora il tassista in Silicon Valley.
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Immagine di Erik Drost via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Lottatrice liceale chiede alla Giustizia di poter evitare di competere con ragazzi transgenderri
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