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Storia

Origini storiche del Canale di Panama

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Renovatio 21 pubblica il primo di una serie di saggi storici dello studioso Marco Dolcetta sul Canale di Panama e i progetti intorno ad esso, un tema più che mai rilevante nell’ora in cui il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump dichiara apertis verbis di volersi reimpadronire della struttura in una visione geopolitica che può sembrare nuova all’occhio dell’uomo del XXI secolo, ma che è invece di salda radice antica, profondamente connessa alla storia americana.

 

In seguito alla costruzione del Canale Erie nel 1825 fra Albany e Buffalo, New York ottenne un vantaggio ineguagliabile sulle altre città portuali nelle vecchie colonie atlantiche. Il completamento della costruzione del grande canale contribuì ad aumentare la fiducia nell’importanza di opere di quelle dimensioni.

 

Verso la metà del secolo Diciannovesimo non esisteva ancora la ferrovia attraverso il continente; la Pacific Railroad, infatti, venne ultimata solo nel 1869 e il tragitto verso la costa pacifica era ancora lungo e pericoloso. Per gli Stati Uniti, il nodo definitivo da sciogliere per riuscire a ottenere il massimo dal continente era rappresentato dalla possibilità di sfruttare le grandi vie di comunicazione fra le due coste. 

 

Alfred T. Mahan, ufficiale della marina statunitense, scrisse un testo fondamentale: The Influence of Sea Power upon History, 1660–1783. Secondo Mahan, il controllo degli stretti marittimi era la conditio sine qua non per poter esercitare il potere sui mari. Nella sua opera considerava sette punti di strozzatura o stretti («chokepoints»), ma per controllare definitivamente i mari americani, presupposto per la nascita dell’impero, consigliò la costruzione dell’ottavo in America. 

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L’apertura di un passaggio attraverso l’istmo centramericano fu sempre un argomento molto dibattuto. Le rotte utilizzate dagli spagnoli per far rientrare i tesori in patria dalle colonie pacifiche erano tre: una attraverso Panama, una per il Nicaragua e l’ultima, più lunga delle altre, per la via di Tehuantepec in Messico. Il manifestarsi della grande corsa all’oro verso la California a metà dell’Ottocento diede l’impulso finale nel cercare una via più rapida e sicura per raggiungere la grande costa pacifica.

 

La Guerra di secessione americana non era ancora in vista, e in quel momento storico gli ingenti capitali disponibili nelle sempre più importanti banche d’affari a New York cominciarono a muoversi per offrire a nuovi coloni la possibilità di raggiungere l’appena conquistata, e ancora vergine, terra dell’Ovest.

 

Nel 1846 gli Stati Uniti firmarono con lo stato di Nuova Granada il Trattato di Mallarino-Bidlack allo scopo di creare un’intesa sull’attraversamento dell’Istmo di Panama, ma anche come base di partenza per la discussione sulla realizzazione del Canale. La United States Mail Steamship Company (USMSSCo.) cominciò quindi ad utilizzare la via di Panama per raggiungere la costa ovest.

 

L’attraversamento del tratto terrestre in ogni caso comportava grande dispersione di energie e perdita di tempo prezioso. A seguito delle difficoltà di attraversamento dell’istmo di Panama, la Società delle Poste americane spinse fortemente per costruire una tratta ferroviaria che contribuisse a migliorare la qualità del servizio. L’opera venne conclusa già nel 1855 e diminuì i tempi di attraversamento da una settimana a un comodo viaggio di alcune ore.

 

Dall’inizio della decade Ottanta dell’Ottocento, la compagnia francese di Ferdinand de Lesseps, grazie al successo ottenuto con la costruzione del Canale di Suez, riuscì a raccogliere grossi fondi e a trovare un accordo con la Colombia per dare il via al progetto della nuova opera. La compagnia francese iniziò i lavori nel 1882 ma non ebbe fortuna e dopo alcuni anni dovette rinunciare in seguito a enormi perdite nelle file dei lavoratori a causa di malattie tropicali e per l’aprirsi di un vuoto finanziario incolmabile.

 

La Compagnia del Canale di Panama dichiarò bancarotta nel 1888, procedendo alla liquidazione l’anno successivo. L’occasione si rivelò troppo importante per Washington. 

 

Con la crisi economica del 1893 si fece strada l’idea della decadenza del sistema americano in seguito alla fine dell’espansionismo. Raccolse queste idee soprattutto il futuro presidente Theodore Roosevelt che accusava il benessere acquisito come causa principale di tale declino e indicava come soluzione la via del rigore primitivistico temprato dalla conquista della frontiera. La fine del secolo vide il rianimarsi della politica estera a favore dell’imperialismo americano sul suolo del continente. 

 

L’ascesa imperiale della repubblica nordamericana spinse definitivamente a riprendere in considerazione la realizzazione dell’opera del passaggio navale trans istmico. Alla fine del 1901 gli USA avevano rinegoziato il Trattato Clayton-Bulwer con l’Inghilterra firmando il Trattato Hay-Pauncefote in modo da avere finalmente libertà di costruzione del Canale. La costruzione del passaggio navale avrebbe aumentato a dismisura il volume dei traffici commerciali e allo stesso tempo dato un importante slancio al controllo statunitense sui mari caraibici, soddisfacendo le teorie di Mahan e di Roosevelt stesso.

 

In seguito alla bancarotta di Lesseps e del suo cantiere a Panama, venne creata dal congresso la commissione Walker per decidere definitivamente quale rotta potesse rappresentare il miglior investimento. La presenza di vulcani attivi in Nicaragua, unita alla maggior lunghezza degli scavi, fece da base al discorso che Bunau Varilla, nuovo rappresentante della società per la costruzione del Canale, utilizzò per convincere il congresso a scegliere la via per Panama.

 

Roosevelt non si fece sfuggire l’occasione e comprò il cantiere nel frattempo abbandonato dalla compagnia francese. Il prezzo di 40 milioni di dollari, (equivalente a 13,56 miliardi di dollari nel 2023) proposto dal rappresentante francese Bunau-Varilla per i lavori già iniziati e per tutti i macchinari, convinse il governo americano. L’obiettivo di Roosevelt era escludere a priori la possibilità che il cantiere del Canale potesse venir comprato da una potenza europea. 

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Venne cercato un accordo tra Stati Uniti e Colombia, ma al momento del rifiuto del Trattato Hay-Herrán da parte colombiana si generarono forti tensioni. Il patto avrebbe dato ampie libertà agli USA sull’istmo e avrebbe garantito la costruzione dell’opera in cambio di una relativamente modesta somma in denaro. A seguito della ricusazione del trattato il presidente Roosevelt si appellò al popolo di Panama perché si ribellasse contro questa decisione del loro governo; il blocco navale della marina militare americana ai porti panamensi sbarrò la marina militare colombiana accorsa per sedare le sommosse.

 

La tracotante operazione militare architettata da Roosevelt costrinse la Colombia ad accettare la nascita del nuovo Stato panamense come un fatto compiuto. Due settimane dopo venne firmato il Trattato Hay-Bunau Varilla tra Panama e Stati Uniti, che permise a Washington di intraprendere i lavori per la realizzazione della colossale opera mantenendo gli stessi termini contrattuali offerti inizialmente alla Colombia.

 

I lavori furono portati a termine nel 1914 poco prima dell’inizio della Grande Guerra e si rivelarono fondamentali per la logistica militare tra le due coste americane.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: mappa statunitense del Centro America nel 1850.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.

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Storia

I resti di D’Artagnano potrebbero essere stati ritrovati nei Paesi Bassi

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Secondo quanto riportato mercoledì dall’emittente regionale olandese L1, gli archeologi potrebbero aver scoperto i resti scheletrici del leggendario D’Artagnano, la figura immortalata dallo scrittore francese Alessandro Dumas ne I tre moschettieri».   I resti sono stati ritrovati nella città olandese di Maastricht. Secondo le cronache storiche, Charles de Batz de Castelmore, a cui si ispira il quarto moschettiere del romanzo, fu ucciso lì da un colpo di moschetto durante l’assedio della città da parte di re Luigi XIV nel giugno del 1673.   Gli storici ritengono che Luigi XIV abbia fatto seppellire D’Artagnan, che aveva servito come capitano dei suoi moschettieri della Guardia, nell’allora villaggio di Wolder, oggi parte di Maastricht. Ad oggi non sono stati ritrovati resti confermati.   La tomba è stata scoperta sotto una chiesa in quella che oggi è una zona rurale della città, secondo quanto riportato da L1. Gli operai addetti alla ristrutturazione si sono imbattuti nel ritrovamento durante i lavori di manutenzione, dopo che il pavimento dell’edificio era crollato il mese scorso. Si ritiene che la cappella moderna sia la seconda o la terza struttura costruita sul sito storico, risalente addirittura all’XI secolo.   «La posizione della tomba indica che si tratta di una persona importante: lo scheletro è stato trovato nel punto in cui sorgeva l’altare e all’epoca solo i reali o altre figure di rilievo venivano sepolte sotto l’altare», ha dichiarato il diacono Jos Valke, presente allo scavo iniziale, secondo quanto riportato da L1.   Secondo quanto riportato dall’emittente, tra i resti sono stati rinvenuti una moneta francese e un proiettile di moschetto. Il DNA prelevato dai denti è stato inviato a un laboratorio di Monaco per essere confrontato con quello di un discendente della famiglia de Batz.

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D’Artagnano divenne un eroe nazionale in Francia e raggiunse la fama mondiale dopo la pubblicazione del romanzo di Dumas nel 1844. L’opera ha ispirato numerosi adattamenti cinematografici.   Questa notizia, che chiaramente si inserisce nel filone della classica sbobba che viene diffusa da qualsiasi testa al mondo per fare colore, viene offerta al lettore di Renovatio 21 con il solo intento di scrivere la parola «D’Artagnano», italianizzazione di un nome che per qualche ragione non è stato italofonizzato in precedenza, se non in una commedia dello scomparso teatrante bresciano Paolo Meduri andata in scena decenni fa, D’Artagnano moschettiero falzo è ma pare vero.   La noia che ispira l’eroe dumasiano è per alcuni rotta da un ricordo d’infanzia: la visione sulla rete RAI – la peggiore, in termine di trasmissione di cartoni giapponesi, dove in vetta vi erano le TV locali – dell’anime D’Artacan (in originale Wanwan sanjushi, «i tre moschettieri bau-bau»), dove il D’Artagnano era un cane. L’anime, con ‘sti cani con la calzamaglia e lo spadino, riusciva ad essere forse ancora più noioso ed insopportabile del romanzo del Dumas.   Evvi tuttavia collegato, forse, a questo cartone, un incubo d’infanzia del direttore di Renovatio 21. Costui più di una decade fa invitato a parlare ad una conferenza tradizionalista a Civitella del Tronto si trovò a raccontare, per parlare della catastrofe religiosa dell’ora presente, detto orrido sogno:   «Avevo forse otto o nove anni quando, una notte, mi trovai a sognare di essere in un un lungo stanzone piatto, non altissimo. Il fatto che fosse buio e che vi fossero numerose file di inginocchiatoi mi faceva credere di trovarmi dentro una chiesa. Una chiesa che era vuota, e un po’ lugubre. Scorgevo in fondo, verso l’altare, una figura longilinea, vestita con paramenti importanti. «Un vescovo!» pensavo io, che ero un bimbo piuttosto religioso, e un vescovo non lo avevo veduto mai, ché la cresima era un miraggio assai lontano che si agognava con speranza».   «Il vescovo non stava oltre la balaustra, in piedi, appena davanti all’ultima fila di banchi. Mi dava le spalle, non sembrava interessato a rivolgersi a me, anche se forse era chiaro che aveva sentito la mia presenza. Forse stava pregando… Così, attraversavo questa strana chiesa buia e piatta per raggiungerlo. Arrivai dalla navata laterale di destra. Quando mi avvicinavo a lui, scattò l’orrore: il vescovo, non aveva la testa di un essere umano, aveva la testa di una volpe».   «È a quel punto che finalmente mi guardò, e scoppiò a ghignare pazzamente, una risata satanica come quella dei cattivi dei film, eppure che mi lasciava trasparire molte cose: il vescovo-mostro mi derideva, sapeva della mia presenza nella chiesa da subito, derideva la mia impotenza di bambino, e rideva soprattutto perché appagato del suo potere, fisso nella sua posizione ieratica, a parte per quel muso dai denti affilati che continuava quel riso infernale».   «Sentivo come se mi dicesse: tu stai sotto di me, io ti posso prendere in giro, perché tu, bimbetto, non hai idea della cosa in cui credi. Mi svegliai di soprassalto. Chiamai a gran voce la mamma. Mio padre si arrabbiò molto, perché gli pareva che un bambino di quell’età ha passato il periodo in cui deve piagnucolare per i brutti sogni».   «Non capii, per decadi intiere, il significato di questo incubo, che epperò mi rimase fisso nella mente. Lo comprendo ora, però: si trattava di un sogno profetico. Di un incubo profetico. Sarebbe venuta un’era in cui avrei visto i vescovi trasformarsi in mostri. Ebbene quell’epoca, annunciata da profezie e apparizioni, è arrivata».   Ebbene, tempo dopo il direttore si trovo a pensare che l’incubo, pur con il suo iperrealismo zoocefalo, forse era una derivazione della figura del nemico della serie, il cardinale Richelieu, che nel brutto cartone D’Artacane era disegnato in termini volpini o lupini. Un cattivo segaligno e calcolatore, fatto di flemma e programmatica nequizia, i cui abiti importanti non riuscivano a nascondere la natura predatoria.   Ecco abbiamo detto anche questo. Insomma di motivi per rilanciare questa notiziola ebete ve n’è più d’uno – anche se non sappiamo quante persone siano arrivate a leggerci sin qui.

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Droga

Mafia, droga, CIA e flussi finanziari coperti

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Leggendo il bollettino del 1/1/1950 dell’Ufficio sulle Droghe e sul Crimine delle Nazioni Unite si nota come vengano nominati i porti franchi italiani. In questo caso si può leggere come il governo italiano avesse ricevuto disposizione da questo comitato di cessare immediatamente l’introduzione delle sostanze incluse nella Convenzione. 

 

Nel bollettino del 01/01/1953 si può leggere come il consiglio della commissione avesse fatto formale richiesta al governo italiano di interrompere la produzione di diacetilmorfina perché avesse superato di gran lunga il limite di legge di quantità immagazzinata. Il governo italiano rispose che la produzione fosse stata sospesa già nel 1951 e che a quel momento figurava solo in quantità di 50kg, mentre negli anni precedenti avrebbe mantenuto una media di 235kg all’anno. 

 

Il consiglio dell’ufficio delle Nazioni Unite si augurava dunque che la verifica appena dichiarata aiutasse a eliminare le fughe dell’oppiaceo verso mercati illeciti, attraverso soprattutto il porto libero di Trieste. Le autorità anglo-americane, responsabili della zona speciale giuliana, dopo un attenta verifica dei passati movimenti delle merci confermarono l’esistenza dei traffici illeciti e, a conseguenza dell’indagine, la confisca dei narcotici e l’arresto dei trafficanti.

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Il bollettino del 01/01/1954 spiega come le passate sessioni dell’Ufficio sulle Droghe e sul Crimine delle Nazioni Unite avessero preso in carico il problema considerato «pericoloso» del traffico illecito di diacetilmorfina in Italia. L’ufficio dichiara che le autorità italiane, inviato il rapporto richiesto dal segretario generale dell’ufficio, avessero cooperato e messo in atto ogni possibile azione per combattere il traffico illecito di narcotici. 

 

Il caso divenne noto anche grazie al lavoro di Harry Jacob Anslinger (1892-1975) a capo della Commissione Federale sui Narcotici per 32 anni e dal suo agente più famoso, Charlie Siragusa (1913-1982) l’agente più famoso per la sua caccia trentennale a Charles «Lucky» Luciano (1897-1962). 

 

Nel 1936 Thomas E. Dewey (1902-1971), governatore di New York, aveva mandato in carcere il boss dei boss della mafia americana «Lucky» Luciano con una sentenza dai trenta ai cinquant’anni. Nel 1946, sempre Dewey, lo liberava per meriti di guerra. In cambio del proscioglimento da tutte le accuse però, Luciano, avrebbe dovuto emigrare nella sua terra d’origine, l’Italia, assieme ad un altro centinaio di suoi colleghi per assicurare il territorio dalle turbolenze post conflitto. In pochi anni, nell’immediato dopoguerra, tutto l’apparato mafioso italiano smontato negli anni del fascismo, rifiorisce supportato dagli interessi statunitensi in un Italia atlantica e anticomunista. 

 

Durante gli anni della guerra, i servizi segreti americani, avendo avuto come scopo la lotta al nazifascismo potevano disporre di fondi sterminati. Le cose cambiarono radicalmente nell’immediato dopo guerra. Con la nascita della CIA e dell’NSC nel 1947, il lavoro di organizzazione delle operazioni coperte divenne una responsabilità che doveva essere gestita all’interno di un organizzazione statale, con le sue regole, le sue gerarchie e le sue pubbliche dichiarazioni.

 

Per poter continuare a mantenere la lotta al comunismo indisturbati, i grandi reduci dell’OSS, chiamati anche «Oh So Social» per la loro appartenenza all’elite di Wall Street e alle più importanti famiglie americane, una volta confluiti nella CIA dovettero inventarsi un nuovo schema. Durante la guerra per mantenere la sicurezza nei porti americani si cercò la collaborazione delle famiglie mafiose, allo stesso modo per organizzare lo sbarco degli alleati in Sicilia vennero sfruttate le connessioni dei mafiosi italo americani con la loro terra d’origine.

 

Nel dopo guerra, grazie agli accordi presi con Luciano, la CIA costruì un sistema di controllo del territorio italiano basato su metodi mafiosi e sull’impunità che produsse una enorme libertà di azione. Ma il nodo della questione non era tanto la possibilità di poter intervenire in uno Stato estero in maniera indisturbata quanto come riuscire a procurarsi i fondi per poter portare avanti una missione così dispendiosa e senza confini. 

 

Secondo Paul L. Williams, autore di Operation Gladio, l’idea da cui tutto cominciò, venne al Chief of Special Intelligence dell’OSS in Cina, il col. Paul Lional Edward Helliwell (1915-1976), dopo aver osservato la gestione finanziaria del conflitto in Cina di Chiang Kai-shek (1887-1975) contro i Comunisti di Mao Zedong (1893-1976).

 

Il Kuomintang di Chiang Kai-shek aveva trovato il modo di recuperare pecunie attraverso la vendita di oppio ai tossicodipendenti cinesi e il Colonnello, che si trovava in Cina con il compito di supportare il KMT, si assicurò che questo schema funzionasse al meglio possibile. 

 

Helliwell propose l’idea a Willliam «Wild Bill» Donovan (1883-1959) che la condivise a James Jesus Angleton(1917-1987), Allen Dulles (1893-1969) e William Stephenson (1889-1953) a capo della British Security Coordination, la spia che maggiormente avrebbe ispirato lo scrittore Ian Fleming(1908-1964) per la creazione di James Bond. Entusiasti della proposta di Helliwell, venne affidata al colonnello l’intera gestione dei flussi dei fondi coperti per l’Asia.

 

Assieme a Everette Howard Hunt Jr. (1918-2007, poi coinvolto nello scandalo Watergate), Lucien Conein (1919-1998) un membro della Legione Straniera vicino agli ambienti mafiosi corsi, Tommy Corcoran (1869-1960) un avvocato della Strategic Service Unit e il tenente generale Claire Lee Chennault (1893–1958) il consigliere militare di Chiang Kai-shek e fondatore delle Flying Tigers, venne creata la Civil Air Transport (CAT). 

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La CAT avrebbe aviotrasportato armi a un battaglione del KMT in Birmania e una volta svuotato l’aereo dalle casse di armi lo avrebbe ricaricato di casse di oppio per il ritorno verso la Cina. Questo schema venne poi riprodotto dalla AIR America durante la guerra in Viet-Nam e con i Contras in Honduras nella guerra sporca ai Sandinisti. Grazie al loro sforzo congiunto, l’altopiano birmano dello Shan divenne ben presto l’epicentro della produzione di oppio nel mondo intero. 

 

Sempre secondo l’autore Williams, Helliwell si presentò con una seconda pensata utile a procurare i fondi neri necessari al supporto della Operazione Gladio. Esattamente come Chiang Kai-shek riforniva di oppiacei i tossicodipendenti cinesi, allo stesso modo, per ottenere fiumi di denaro occulto, avrebbero dovuto inondare di eroina i ghetti degli afro discendenti americani. 

 

La visione dell’elite americana dell’epoca, grazie alla vittoria sui nazisti e al superamento dei maestri inglesi, si ritrovava a credere ancor più, se possibile, ardentemente nel destino manifesto. Sostituito Hitler con Stalin, il Secolo Americano proseguiva escatologicamente e, fraccando ben bene l’elmetto in testa contro il nuovo impero del male, qualsiasi azione che giustificasse il fine era assolutamente ben accetta. Donovan, andando all-in, aggiunse allo schema di Helliwell «Lucky» Luciano e la Mafia siciliana. 

 

Nell’Ottobre del 1946, nell’hotel Nacional all’Havana si tenne la più importante riunione di capi mafia della storia. Il concerto di Frank Sinatra (1915-1998), nella serata di gala del lussuoso albergo venne utilizzato come scusa dai mobsters per recarsi tutti assieme a Cuba. Parteciparono oltre a Luciano presentato come boss of the bosses, Frank Costello (1891-1973), Vito Genovese (1897-1969), Albert Anastasia (1902-1957), Meyer Lansky (1902-1983) e Santo Trafficante (1886-1954) per citare i più importanti. Mentre all’inizio i mafiosi si espressero in disaccordo con la visione proposta da Luciano di continuare a lavorare con la droga, alla fine si ritrovarono tutti convinti con l’invadere di eroina i ghetti degli afro discendenti americani. 

 

Non appena venne creata da Harry S. Truman (1884-1972) la CIA, il presidente autorizzò Dulles a prendersi cura della sua evoluzione. Mantenendo vivo il protocollo dell’OSS, Dulles mantenne la traccia di reclutare solamente membri della crema della società americana. Siccome Truman non ebbe assegnato alcun fondo nel budget federale destinato alla causa della CIA, recuperare fondi diventò subito vitale per la neonata agenzia. A quel punto il piano di Helliwell divenne fondamentale. 

 

Nell’estate del 1947 lo schema venne infornato e cotto a puntino. Angleton e Frank Gardiner Wisner (1909-1965) si occuparono di chiarire i termini dei rapporti tra Mafia e la CIA, Lansky e Helliwell si sarebbero occupati degli aspetti finanziari attraverso la società di comodo a Miami, la General Development Corporation. L’avvocato newyorkeseMario Brod (1909-…) si sarebbe occupato di ogni deviazione legale.

 

Duecento chili di eroina, per far partire la ruota del criceto, sarebbero stati forniti da una rinomata azienda farmaceutica piemontese, spediti dai porti italiani controllati dalla mafia, ricevuti a Cuba da Santo Trafficante per poi essere inviati a New York dove sarebbero stati distribuiti nei Jazz Club di Harlem. In poco tempo i più famosi musicisti di Jazz dell’epoca divennero tossici senza speranza, Billie Holiday (1915- 1959), Fats Navarro (1923-1950), Charlie Parker (1920-1955) solo per nominare i più famosi.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Storia

Trump ricorda alla Takaichi la «sorpresa» di Pearl Harbor

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scherzato sull’attacco di Pearl Harbor del 1941 di fronte a una visibilmente a disagio prima ministra giapponese Sanae Takaichi, mentre difendeva la sua decisione di non avvertire gli alleati prima di colpire l’Iran.   Parlando con i giornalisti nello Studio Ovale giovedì, Trump è stato incalzato sulla mancanza di preavviso fornito ai partner di Washington prima che Stati Uniti e Israele lanciassero massicci attacchi contro l’Iran il mese scorso, una decisione che ha sconvolto i mercati energetici e ha portato a una grave escalation in Medio Oriente.   «Non ne abbiamo parlato con nessuno perché volevamo l’effetto sorpresa», ha spiegato il presidente, prima di rivolgersi a Takaichi e dire: «Chi meglio del Giappone sa come creare sorprese? Perché non mi hai parlato di Pearl Harbor?»   La Takaichi ha mantenuto la calma e non ha commentato , ma a quanto pare rimase sorpresa dalle osservazioni.

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Trump ha fatto riferimento al primo vero grande trauma nei rapporti tra USA e Giappone, poi sfociati nella Guerra nel Pacifico, cioè all’attacco giapponese alla base hawaiana di Pearl Harbor del 1941, che causò la morte di oltre 2.400 americani e portò gli Stati Uniti a entrare nella Seconda Guerra Mondiale.   Sebbene inizialmente il Giappone avesse ottenuto alcuni successi nel Pacifico, la guerra si concluse con il lancio delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki, la resa incondizionata del paese e l’occupazione americana fino al 1952.   Trump ha poi elogiato Takaichi definendola «una donna straordinaria», aggiungendo di aver discusso con lei del sostegno del Giappone agli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. «Si stanno davvero impegnando a fondo», ha aggiunto, senza però fornire ulteriori dettagli.   Secondo un articolo del Wall Street Journal pubblicato giovedì, gli alleati storici degli Stati Uniti «non sono stati informati dei piani di battaglia fino a poche ore prima del primo attacco», aggiungendo che la situazione è stata particolarmente «esasperante» per i Paesi del Golfo, che sono stati poi oggetto di rappresaglie da parte dell’Iran.   Le dichiarazioni di Trump giungono in un momento di crescente tensione tra gli Stati Uniti e i membri europei della NATO a causa del conflitto con l’Iran. Trump ha avvertito le sue controparti europee della NATO che il blocco potrebbe trovarsi ad affrontare un «futuro molto brutto» se non si impegneranno per sbloccare lo Stretto di Hormuz.   I leader europei hanno reagito con fermezza. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha dichiarato: «Questa non è la nostra guerra». L’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha osservato che non vi è «alcuna volontà» tra gli Stati membri di intervenire attivamente nel conflitto.   Trump ha replicato che la NATO sta «commettendo un errore molto sciocco», aggiungendo che la guerra con l’Iran si è rivelata una «grande prova» per capire se il blocco «sarebbe mai stato al nostro fianco».   Il commento su Pearl Harbor ha causato imbarazzo nello Studio Ovale, oramai divenuto arena di una diplomazia ineditamente schietta, come visibile nel caso di Zelens’kyj cacciato dalla Casa Bianca o del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa a cui è stato mostrato un filmato sulla persecuzione dei bianchi nel suo Paese.  

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L’attacco a sorpresa di Pearl Harbor rappresenta un tema spinoso per i giapponesi.   Tuttavia, circolano da sempre tesi secondo cui gli americani (in particolare il presidente Franklin Delano Roosevelt e alti funzionari) sapessero in anticipo dell’attacco giapponese.   Sostiene che gli USA intercettassero messaggi diplomatici giapponesi (MAGIC) e sapessero di tensioni estreme e di probabili ostilità, ma non del luogo preciso (Pearl Harbor) né del momento esatto il libro Infamy: Pearl Harbor and Its Aftermath (1982) del premio Pulitzer John Toland. Il saggio suggerisce che FDR e collaboratori avessero indizi chiari ma li ignorarono per «entrare dalla porta di servizio» nella Seconda Guerra Mondiale.   Il saggio storico Day of Deceit: The Truth About FDR and Pearl Harbor (1999) di Robert B. Stinnett è forse il più citato dai sostenitori della tesi della prescienza di Washingtone riguardo l’attacco. Basandosi su documenti declassificati via FOIA, afferma che la US Navy decifrò codici navali giapponesi, seppe del piano e lo lasciò accadere per provocare l’intervento bellico.   Altri testi revisionisti includono opere di Harry Elmer Barnes o George Morgenstern, autore di Pearl Harbor: The Story of the Secret War.   L’idea di un evento simile a Pearl Harbor fu ripresa dal PNAC (Project for the New American Century), think tank neoconservatore fondato nel 1997 da William Kristol e Robert Kagan.   Nel rapporto «Rebuilding America’s Defenses» («ricostruire le difese dell’America», settembre 2000), il PNAC sostenne che la trasformazione militare USA verso una «dominanza globale» e un aumento massiccio della spesa per la difesa sarebbe stata lenta, se fosse stato «assente un evento catastrofico e catalizzante – come una nuova Pearl Harbor».   Il documento auspicava un’accelerazione delle riforme per mantenere la preminenza USA, citando la necessità di un trauma nazionale per superare inerzie politiche e budgetarie.   Dopo l’11 settembre 2001 (esattamente un anno dopo), molti membri PNAC (Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz) entrarono nell’amministrazione Bush e usarono l’attentato per giustificare guerre in Afghanistan e Iraq, realizzando in parte la visione del rapporto PNAC.   La frase «una nuova Pearl Harbor» è diventata iconica nelle teorie per cui il mega-attentato del 9/11 fosse prodromico al decennio di guerre successive.  

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