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Morte cerebrale

Malori e predazioni degli organi: continua la strage operata dalla «Morte Cerebrale»

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Procede senza soluzione di continuità la stagione dei malori improvvisi, a tutto vantaggio della fiorente industria dei trapianti di organi vitali, com’è ormai noto ai lettori di Renovatio 21

 

L’ennesimo episodio è accaduto intorno al giorno di Natale: secondo la stampa locale, una quarantenne di Oristano, la quale non aveva apparenti problemi di salute, si sarebbe sentita male mentre si trovava in casa con il compagno, il quale ha tentato di rianimarla senza ottenere successo. Solamente l’arrivo degli operatori del 118 avrebbe consentito di strappare alla morte la giovane donna, la quale però pochi giorni dopo il trasferimento in elicottero all’ospedale di Nuoro, per l’esattezza il 31 dicembre scorso, è stata dichiarata cerebralmente morta ed espiantata degli organi. Le cronache riferiscono che l’attività cerebrale della quarantenne oristanese si sia pian piano ridotta fino ad arrivare a non darle più alcuna possibilità di ripresa. 

 

Ora, oltre alla solita velocità con cui le strutture sanitarie tendono ad attivare le procedure per la dichiarazione di Morte Cerebrale (MC), è possibile constatare come il nuovo criterio di accertamento della morte fondato sui soli parametri neurologici costituisca una grave minaccia per la vita di ciascuno di noi.

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Infatti, anche nel caso in cui il paziente in coma non rientri tra i potenziali donatori, una volta dichiarata la MC la sua sorte è segnata: egli viene trattato alla stregua di un cadavere e privato dei sostegni vitali e delle cure che lo mantengono in vita, come prescritto dalla legge.

 

Pertanto, è quanto mai opportuno e urgente interrogarsi circa la veridicità di un criterio di accertamento della morte che sembra affondare le sue radici nell’ideologia piuttosto che nella scienza, nell’artificiosità della tecnica piuttosto che nella naturalità della morte.

 

La MC è vera morte? Le diagnosi di MC sono veramente affidabili al di là di ogni ragionevole dubbio? 

 

Abbiamo già avuto modo in altre occasioni di mettere in evidenza come la pretesa di identificare in un organo, in particolare nel cervello, il principio vitale dell’essere umano non ha alcun riscontro scientifico e si fonda su una concezione della vita meramente meccanicistica.

 

La tesi secondo cui la vita umana richiede un cervello funzionante è già confutata dal fatto che a livello embrionale il cervello è l’organo che si sviluppa più tardi; è chiaro quindi che la vita è presente indipendentemente dal funzionamento cerebrale. Come può un organo che si forma relativamente tardi svolgere il ruolo di integratore centrale dell’organismo umano?

 

Non solo, se il cervello è la «centralina» che regola tutte le funzioni dell’individuo come mai i pazienti in MC mantengono inalterate le funzioni di base? Nella persona dichiarata morta, infatti, la circolazione sanguigna, il controllo della temperatura, il sistema metabolico e immunitario funzionano perfettamente, così come lo scambio gassoso nei polmoni che permette al paziente di respirare (ossia di metabolizzare l’ossigeno).

 

Addirittura, le donne che aspettano un bambino possono portare a termine la gravidanza; ciò non è la dimostrazione più lampante dell’esistenza di interazioni molto complesse tra gli organi, ossia che ci sia integrazione?

 

Evidentemente, la MC non costituisce la fine dell’unità biologica dell’organismo come un tutto. Del resto, è la stessa medicina dei trapianti a trarre vantaggio dalla mantenuta unità biologica del potenziale donatore, dal momento che per essa è di fondamentale importanza che gli organi da prelevare rimangano interconnessi e vivi.

 

Solamente la sospensione del sostegno vitale fa sopraggiungere la (vera) morte della persona e avvia il processo di decomposizione del corpo.

 

Tuttavia, ammesso e non concesso che il mancato funzionamento del cervello equivalga alla morte dell’individuo, rimarrebbe comunque da stabilire se nella MC tutte le funzioni cerebrali siano effettivamente compromesse e se lo siano in modo irreversibile. Per rispondere a questi interrogativi potrebbe tornare utile capire se le conoscenze finora acquisite dalle neuroscienze circa il funzionamento del cervello siano complete ed esaustive e se le tecniche utilizzate per stabilire l’irreversibilità delle funzioni cerebrali siano a prova di errore. 

 

Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che malgrado la ricerca scientifica abbia compiuto grandi passi in avanti nello studio del cervello essa è ben lontana dall’aver acquisito la completa conoscenza di questo meraviglioso organo. Sono gli stessi addetti ai lavori a dichiarare che benché si conosca molto a livello molecolare e cellulare si sia rimasti sostanzialmente ignoranti circa le proprietà dei circuiti che fanno funzionare l’enorme e estremamente complesso meccanismo cerebrale. Si parla infatti di milioni di cellule che formano tra loro miliardi di connessioni contemporaneamente.

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Nel 2017 la rivista Current Biology ha reso noto un esperimento scientifico condotto dalla neuroscienziata Angela Sirigu, la quale è riuscita a recuperare la coscienza di un paziente in stato vegetativo attraverso una serie protratta nel tempo di elettrostimolazioni del nervo vago. La particolarità dell’esperimento effettuato dalla ricercatrice italiana è dovuta al fatto che il paziente non aveva più alcun contatto con il mondo esterno da ben 15 anni e la sua condizione era considerata irreversibile.

 

Anche secondo la neurologa Silvia Marino, la quale è riuscita attraverso la somministrazione di stimoli di vario genere a far passare un certo numero di pazienti dallo stato cosiddetto vegetativo a quello di minima coscienza, il termine irreversibile applicato ai disturbi della coscienza non è più utilizzabile. 

 

Per quanto riguarda le procedure atte a stabilire la MC, esse sembrano, ad una attenta analisi, artificiose e prive di validità scientifica. 

 

Innanzitutto, secondo i teorizzatori della MC la presunta irreversibilità del danno cerebrale sarebbe comprovata quando una particolare serie di funzioni cerebrali rimane per qualche tempo clinicamente non individuabile. Tuttavia, è ormai noto che la funzione neurale può essere soppressa solo temporaneamente quando l’apporto di sangue al cervello diminuisce fino ad un certo livello. Questo fenomeno è noto come penombra ischemica.

 

Il riconoscimento di tale fenomeno (tra l’altro, sostanzialmente sconosciuto al tempo della stesura del rapporto di Harward) grazie alle moderne tecniche di diagnostica per immagini è la dimostrazione che lo stato di assenza di riflessi cefalici non corrisponde necessariamente alla MC. Inoltre, la valutazione clinica della diagnosi di MC richiede la sospensione temporanea del supporto respiratorio meccanico allo scopo di aumentare la concentrazione di anidride carbonica nel sangue e verificare quindi la presenza del riflesso respiratorio nel paziente.

 

Tuttavia, questa procedura diagnostica, nota come test di apnea, riduce la pressione sanguigna e aumenta la pressione intracranica e può causare alla persona in coma danni fatali. Pertanto, il fatto che il suddetto test venga utilizzato prima di dichiarare la MC e in vista di essa costituisce una chiara violazione dei diritti del malato in quanto viola le più fondamentali linee guida per la gestione delle gravi lesioni cerebrali, causando ipercapnia, ipotensione e ipossia. In pratica, il test di apnea spesso rappresenta il colpo di grazia che giustifica poi il prelievo degli organi. 

 

Altro punto critico è la sorprendente aleatorietà dei criteri atti a stabilire la MC, i quali possono variare da paese a paese: in Italia, ad esempio, la valutazione dell’encefalo tramite EEG è obbligatoria ai fini della dichiarazione di MC; diverso è il caso inglese dove tale esame non viene ritenuto necessario. In linea teorica, un paziente può essere dichiarato morto oppure no a seconda del criterio diagnostico che sceglie di seguire un determinato medico.

 

D’altra parte, le attività della corteccia cerebrale non possono essere valutate clinicamente se il paziente versa in stato di incoscienza. Per lo stesso motivo, non può essere valutata l’attività del cervelletto mediante esame clinico o elettrofisiologico. In realtà, nessun criterio diagnostico è in grado di dimostrare l’assenza di tutte le attività cerebrali e cerebellari nel paziente in coma. Com’è possibile dunque affermare con assoluta certezza che l’attività cerebrale di un soggetto in coma sia talmente ridotta da non dargli più alcuna possibilità di ripresa, come vediamo in continui casi anche recenti? 

 

Ad ogni modo, la cessazione di funzione, sia reversibile che irreversibile, non implica necessariamente la distruzione totale dell’encefalo e dunque men che mai la morte della persona. In effetti, l’irreversibilità in quanto tale non è un concetto empirico, non è una condizione osservabile. Considerare l’irreversibilità del funzionamento cerebrale come sinonimo di morte o di distruzione dell’encefalo equivale a identificare i sintomi con la loro causa.

 

Il paziente dichiarato cerebralmente morto conserva responsività agli stimoli e può anche mostrare dei movimenti spontanei come il cosiddetto fenomeno di Lazzaro, durante il quale il presunto cadavere compie dei movimenti anche ben coordinati che lasciano supporre il coinvolgimento del cervelletto e delle aree superiori dell’encefalo.

 

Inoltre, vengono spesso rilevate nel soggetto in MC delle risposte che di norma sono mediate dal tronco encefalico, come l’aumento della frequenza del battito cardiaco e della pressione sanguigna sia all’inizio che nel corso dell’intervento per la rimozione degli organi.

 

La presenza di movimenti spontanei nella persona che viene sottoposta all’espianto è tale che durante l’operazione è sempre necessario paralizzarla. Per di più, la maggior parte degli anestesisti somministra al «morto» la stessa dose di anestesia generale che viene impiegata per un paziente vivo. Eppure, per i fautori del nuovo criterio di morte i segni vitali chiaramente riscontrabili nel paziente in MC non sono altro che riflessi spinali.

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Sembra evidente che la MC sia un’invenzione, un costrutto pseudo scientifico atto a dichiarare morti i pazienti in coma, aprendo la strada alla predazione degli organi o semplicemente all’eliminazione del malato o dell’incosciente.

 

Del resto, sono gli stessi addetti ai lavori ad ammettere che la MC non ha alcuna base naturale o scientifica e che il suo vero fine è stabilire per legge chi deve essere sacrificato a Moloch.

 

Infatti, nel Manuale MSD riservato agli operatori sanitari, alla voce Morte Cerebrale, si legge: «La determinazione che la morte cerebrale/morte per criteri neurologici (ossia, la cessazione totale della funzione cerebrale integrata, in particolare quella del tronco encefalico) costituisce la morte di una persona è stata accettata legalmente e culturalmente nella maggior parte dei Paesi». 

 

«Accettata», come si accetta una convenzione. E non da tutte le nazioni e le famiglie. Sicuramente non da noi.

 

Alfredo De Matteo

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Immagine di Ericneuro via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International;immagine modificata.

Morte cerebrale

Morte cerebrale e trapianto di organi: quando il racconto commuove ma la verità scompare

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C’è una costante ormai riconoscibile nelle cronache che riguardano il trapianto degli organi: i fatti vengono avvolti in un linguaggio emotivo che commuove, consola e rassicura, ma che al tempo stesso neutralizza ogni domanda scomoda. Anche nella trama narrativa della notizia di pochi giorni fa che ha visto una giovane madre colpita da un’emorragia cerebrale poco dopo il parto, dichiarata cerebralmente morta e depredata degli organi, il copione mediatico è stato rispettato alla perfezione.   Nei resoconti giornalistici si parla di altruismo, di luce, di speranza; si insiste sull’«ultimo atto d’amore», sul «dono di vita», sulla continuità simbolica tra una nascita e una morte; si parla di «ultimo respiro», come se la donna fosse morta a causa di un evento naturale e improvviso e non a seguito della rimozione dei suoi organi vitali. Tutto è costruito per toccare le corde del sentimento, al fine di occultare la cruda verità di un omicidio legalizzato.   Il linguaggio emotivo serve a cancellare il nesso di causalità, a far sparire la sequenza reale dei fatti, a trasformare una decisione medica deliberata in un destino crudele. Non si descrive ciò che è accaduto, ma ciò che deve essere creduto.    La frase rituale «lei avrebbe voluto così», «sussurrata» dai parenti del cosiddetto donatore ai medici dell’ospedale, e rilanciata come un mantra dai pennivendoli di regime, chiude ogni spazio di riflessione. Ma cosa significa «volere» in un contesto di shock, dolore, pressione psicologica e informazione parziale? E soprattutto: può dirsi libero e consapevole un consenso ottenuto quando la morte viene ridefinita per decreto e presentata come un fatto già compiuto? 

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Il racconto si concentra sul dolore dei familiari, sulla bara che attraversa la navata, sulle parole di circostanza che, in molti casi, arrivano anche dall’altare: il parroco parla di «vita eterna che lascia luce per altri», di un sacrificio che diventa fecondo. Si tratta di frasi che non giudicano nulla e che non distinguono nulla; di omelie che consolano ma che abdicano completamente alla verità morale.    È lecito oppure no dichiarare morta una persona biologicamente viva per prelevare i suoi organi? È compatibile con la visione cristiana dell’uomo ridurre la morte a una certificazione tecnica funzionale a un sistema sanitario che considera le persone come corpi senz’anima? Su queste domande, che toccano il cuore della legge morale naturale, non arriva alcuna risposta. Solo silenzio. O peggio, adesione implicita.   Molti esponenti del clero, infatti, non si limitano a tacere: ripetono il linguaggio del sistema e assumono come neutro un criterio, quello della morte cerebrale, che è in realtà il presupposto di una nuova antropologia che considera l’uomo una risorsa biologica. È un appiattimento grave, che trasforma la parola della Chiesa in un’eco del pensiero dominante, svuotandola di ogni funzione profetica.    La retorica del dono, di cui anche i pastori si fanno promotori, serve a rendere intoccabile ciò che dovrebbe essere messo in discussione, a trasformare una pratica occisiva in una narrazione edificante, a impedire che emerga la domanda decisiva: quella giovane madre è morta perché il suo organismo ha ceduto oppure perché era necessario che fosse considerata deceduta per poter utilizzare i suoi organi?    Finché la comunicazione continuerà a sostituire la verità con l’emozione e la parola ecclesiale si limiterà a benedire senza giudicare, queste storie di morte procurata continueranno a essere raccontate come esempi di amore. Ma dire la verità sulla illiceità morale della pratica dei trapianti di organi vitali e sulla falsità scientifica e antropologica del criterio della morte cerebrale è un preciso dovere morale e un atto di giustizia.   Alfredo De Matteo

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Morte cerebrale

Le ridefinizioni della morte da parte dell’industria della donazione di organi minacciano le persone viventi

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo della dottoressa Klessig apparso su LifeSiteNews.

 

Un’altra commissione del Congresso sta indagando su ulteriori denunce di informatori riguardanti l’industria dei trapianti di organi. Il presidente della Commissione «Ways and Means» della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Jason Smith, e il presidente della Sottocommissione di Vigilanza, David Schweikert, stanno cercando risposte da Carolyn Welsh, presidente e CEO del New Jersey Organ and Tissue Sharing Network (NJTO), in merito alle molteplici accuse di violazioni legali ed etiche presentate sotto la sua supervisione.

 

Le denunce includono il caso orribile di un donatore di organi «morto per cause circolatorie» che si è rianimato prima del prelievo. Nonostante il paziente avesse ripreso i segni di vita, i dirigenti dell’NJTO hanno effettivamente ordinato al personale di prima linea di proseguire il processo di recupero degli organi. (Per fortuna, il personale ospedaliero del Virtua Our Lady of Lourdes Hospital di Camden, nel New Jersey, ha respinto questa richiesta.) L’NJTO è anche accusato di aver fatto pressione sulle famiglie di potenziali donatori, insinuando falsamente che il Dipartimento dei Veicoli a Motore del New Jersey avesse registrato un consenso alla donazione, quando non era noto. A quanto pare, l’NJTO ha continuato a insistere sul fatto che le persone fossero donatori registrati anche dopo che avevano rimosso il consenso alla donazione dalle loro patenti di guida. La denuncia ufficiale afferma inoltre che l’NJTO avrebbe cercato di cancellare le prove relative all’indagine della commissione.

 

Dal 1968, quando 13 uomini della Harvard Medical School ridefinirono le persone «disperatamente ferite» come persone abbastanza morte da poter diventare donatori di organi, il reperimento di organi ha continuato a spostare i confini della vita e della morte in una ricerca senza fine di nuovi organi. Quando il primo e unico studio prospettico multicentrico sulla morte cerebrale scoprì nel 1972 che una diagnosi di morte cerebrale non era sempre correlata a una distruzione cerebrale diffusa, il ricercatore principale, il dott. Gaetano Molinari, sottolineò che la «morte cerebrale» era una prognosi di morte, e non la morte stessa. Il dott. Molinari scrisse:

 

«Da una prognosi fatale consente al medico di dichiarare la morte? È altamente dubbio che eufemismi superficiali come “è praticamente morto”, … “non può sopravvivere”, … “non ha comunque alcuna possibilità di guarigione” possano mai essere accettati legalmente o moralmente come dichiarazione di decesso».

 

Ma nonostante i dubbi del dott. Molinari, la storia dimostra che questo è esattamente ciò che è stato accettato, e il numero crescente di persone che sono state prelevate per il prelievo di organi mentre erano ancora in vita lo conferma. Sebbene TJ Hoover III, in «morte cerebrale», si guardasse ancora intorno e piangesse visibilmente, tanto che due medici si rifiutarono di espiantargli gli organi, la Kentucky Organ Donor Affiliates ordinò al proprio staff di trovare un altro medico per eseguire la procedura. La donatrice «in morte circolatoria» Misty Hawkins scoprì un cuore pulsante quando il suo sterno fu segato per il prelievo degli organi. E Larry Black Jr. fu salvato dal tavolo operatorio pochi minuti prima dell’espianto degli organi, e si riprese completamente.

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Considerando che da quasi 60 anni stiamo esagerando la definizione di morte, c’è da stupirsi che il personale addetto al prelievo degli organi sembri pensare «è praticamente morto», «non può sopravvivere», «non ha comunque alcuna possibilità di guarigione» mentre spinge persone ancora vive verso la sala operatoria?

 

Ma non sono solo i team di prelievo degli organi a promuovere queste nuove definizioni di morte. Appena tre settimane dopo il fallimento dei tentativi di ampliare le definizioni legali di morte attraverso la revisione dell’Uniform Determination of Death Act (UDDA), l’American Academy of Neurology (AAN) ha pubblicato una nuova linea guida sulla morte cerebrale che consente esplicitamente di dichiarare la morte cerebrale in presenza di funzioni cerebrali in corso. Poiché ciò è ovviamente in contrasto con l’UDDA, che richiede «la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello, incluso il tronco encefalico», l’AAN ha cercato di aggirare la legge contattando i dipartimenti sanitari statali, gli ordini dei medici, le società mediche e le associazioni ospedaliere, chiedendo loro di riconoscere la linea guida sulla morte cerebrale dell’AAN come «standard medico accettato» per dichiarare la morte neurologica.

 

L’AAN ha anche appena pubblicato una dichiarazione di posizione contenente ulteriori linee guida sulla morte cerebrale, in cui si discute su come gestire le obiezioni alla diagnosi di morte cerebrale. Sebbene le linee guida dell’AAN sulla morte cerebrale non siano conformi alla legge statunitense e abbiano dimostrato di non essere in grado di prevedere se una lesione cerebrale sia irreversibile o meno, l’AAN desidera comunque renderne obbligatorio l’uso

 

Se l’obiezione di una famiglia a una diagnosi di morte cerebrale non può essere superata, l’AAN afferma che il supporto vitale può essere interrotto unilateralmente, nonostante le obiezioni della famiglia. L’AAN afferma inoltre che i medici sono professionalmente obbligati a effettuare una diagnosi di morte cerebrale e che dovrebbero essere qualificati per farlo secondo gli standard delle linee guida dell’AAN.

 

Ridicolamente, l’AAN raccomanda il corso sulla determinazione della morte cerebrale della Neurocritical Care Society, che consiste in un video di un’ora, seguito da tentativi illimitati di rispondere correttamente a 25 domande, al termine dei quali è possibile ottenere un certificato di completamento per soli sei dollari.

 

La Regola del Donatore Morto è una massima etica che stabilisce che le persone non devono essere né vive al momento dell’espianto degli organi, né uccise durante il processo di espianto. Ridefinire le persone con lesioni neurologiche come «morte cerebrale» e ridefinire le persone che potrebbero ancora essere rianimate come morte secondo gli standard di «morte circolatoria» ha permesso per troppo tempo ai team di prelievo degli organi di rispettare alla lettera la Regola del Donatore Morto con giochi di prestigio. È necessario porre fine a ogni manipolazione superficiale delle definizioni di morte per il bene della donazione di organi. I pazienti con una prognosi sfavorevole non devono essere considerati «abbastanza morti» per diventare donatori di organi. Le persone che si registrano come donatori di organi devono ricevere un consenso pienamente informato sui rischi connessi.

 

Persino il filosofo utilitarista Peter Singer ha definito la morte cerebrale una scelta etica mascherata da fatto medico. Imporre obblighi che costringano pazienti e medici ad accettare queste discutibili scelte etiche NON è il modo migliore per creare fiducia.

 

Dott. Heidi Klessig

 

La dottoressa Heidi Klessig è un’anestesista in pensione e specialista nella gestione del dolore. Scrive e parla di etica nella donazione e nel trapianto di organi. È autrice di The Brain Death Fallacy e i suoi lavori sono disponibili su respectforhumanlife.com.

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Morte cerebrale

Gli ospedali sfruttano la «morte circolatoria» per prelevare organi da persone viventi

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Renovatio 21 ripubblica questo scritto della dottoressa Heidi Klessig previamente apparso su LifeSiteNews.   «I nostri risultati dimostrano che gli ospedali hanno permesso che il processo di prelievo degli organi iniziasse quando i pazienti mostravano segni di vita, e questo è orribile», ha dichiarato il Segretario della Salute e dei Servizi Umani Robert F. Kennedy, Jr. in un recente comunicato stampa. «Le organizzazioni per il prelievo degli organi che coordinano l’accesso ai trapianti saranno ritenute responsabili. L’intero sistema deve essere riorganizzato per garantire che la vita di ogni potenziale donatore sia trattata con la sacralità che merita».   Questa dichiarazione segue di poco un articolo del New York Times che evidenziava diversi casi di donatori di organi non deceduti. L’articolo si concentrava su una pratica di prelievo di organi nota come «donazione dopo morte circolatoria», o DCD. I donatori DCD non sono in «morte cerebrale», ma hanno una prognosi sfavorevole e non ci si aspetta che sopravvivano o hanno deciso che la loro qualità di vita è inaccettabile. I decessi DCD sono un evento pianificato, coordinato in modo da verificarsi in un momento e in un luogo specifici per consentire il prelievo degli organi.   Ecco come funziona: prima di procedere alla donazione di organi, ai donatori DCD viene impartito un ordine di «non rianimazione» (DNR). Questo è necessario perché questi pazienti potrebbero essere rianimati, ma è stata presa la decisione di non farlo. Il loro trattamento passa da un’assistenza incentrata sul paziente a un’assistenza incentrata sugli organi, spesso includendo il posizionamento di cateteri endovenosi di grosso calibro e infusioni di farmaci a beneficio degli organi, non del paziente.

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L’ultimo giorno, i donatori DCD vengono portati in sala operatoria e staccati dal supporto vitale. Una volta che il polso è completamente assente, i medici osservano un periodo di «no-tocco» di due-cinque minuti per verificare l’eventuale ripresa spontanea della circolazione. L’espianto degli organi inizia il più rapidamente possibile, poiché gli organi caldi diventano rapidamente inadatti al trapianto in assenza di circolazione.   Ma queste persone sono davvero morte dopo soli due-cinque minuti di assenza di polso? È ampiamente documentato che le persone vengono regolarmente rianimate entro questo lasso di tempo, ma nel caso dei donatori di DCD è stata presa la decisione di non farlo.   Una revisione della letteratura medica mostra che alcune persone hanno recuperato spontaneamente il battito cardiaco dopo un arresto cardiaco durato fino a dieci minuti, e alcune di queste si sono riprese completamente. Pertanto, non è noto che i donatori DCD siano deceduti dopo soli due-cinque minuti di assenza di polso. Il motivo per cui i medici non aspettano più a lungo è che dopo dieci minuti di assenza di polso la maggior parte degli organi non sarebbe più idonea al trapianto.   Pertanto, poiché i medici si muovono più rapidamente, i pazienti si svegliano durante l’espianto degli organi.   Uno dei casi descritti nell’articolo del New York Times riguardava la donatrice di organi DCD Misty Hawkins. Dopo un soffocamento, la Hawkins ha subito una lesione cerebrale ed è entrata in coma sottoposta a ventilazione meccanica. Non era cerebralmente morta, ma i medici avevano detto ai suoi genitori che non si sarebbe mai più risvegliata. Sua madre non voleva che Misty soffrisse e, sperando che dalla loro tragedia potesse scaturire qualcosa di buono, aveva acconsentito a far diventare sua figlia una donatrice di organi DCD.   Misty fu portata in sala operatoria, dove un medico staccò il respiratore e le somministrò dei farmaci per confortarla. Il suo cuore smise di battere 103 minuti dopo. Dopo un’attesa di cinque minuti, l’intervento iniziò. Ma quando i chirurghi segarono lo sterno, scoprirono che il cuore di Misty batteva e che aveva ripreso a respirare. Il prelievo degli organi fu annullato e 12 minuti dopo Misty fu dichiarata morta per la seconda volta.   Non è chiaro se abbia ricevuto un’anestesia. A peggiorare le cose, i suoi genitori non sono mai stati informati dell’accaduto: un coordinatore del reperimento degli organi ha telefonato alla madre di Misty e le ha detto che purtroppo Misty non era riuscita a diventare donatrice di organi. Solo dopo oltre un anno, la famiglia è stata contattata dal New York Times per un commento, e ha appreso il resto della storia.   Durante una recente audizione della sottocommissione per l’energia e il commercio della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, la deputata della Florida Kat Cammack ha citato il caso di una donatrice di DCD dell’Illinois che si è auto-resuscitata sul tavolo operatorio. Questa sfortunata giovane donna stava subendo l’asportazione dei reni quando i chirurghi hanno notato che i polsi avevano ripreso a funzionare nell’aorta e nelle arterie renali e che ansimava. Le sono state somministrate forti dosi di lorazepam e fentanyl, dopodiché è morta. Il medico legale della contea ha stabilito che la causa della morte è stata un omicidio.

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Nel 2019, Larry Black Jr. era stato dichiarato donatore DCD e portato in sala operatoria solo una settimana dopo il trauma cranico. La sua famiglia aveva dichiarato di aver acconsentito alla donazione degli organi perché si sentiva pressata dal team addetto al prelievo. Durante il tragitto, Black ha cercato di sbattere le palpebre e di fare un segno per indicare di essere sveglio e cosciente, ma i suoi sforzi sono stati liquidati come «riflessi». Per fortuna il suo neurochirurgo è riuscito a interrompere il prelievo e Black si è ripreso: ora è un musicista e padre di tre figli.   Da un punto di vista legale, il protocollo DCD non rispetta la lettera della legge ai sensi dell’Uniform Determination of Death Act (UDDA). L’UDDA richiede la «cessazione irreversibile delle funzioni circolatorie e respiratorie» per una diagnosi legale di morte. Poiché i donatori DCD potevano essere rianimati (sebbene sia stata presa la decisione di non farlo), il loro cuore non ha quindi cessato di funzionare in modo irreversibile. I medici aggirano questo problema affermando che le funzioni circolatorie e respiratorie del donatore DCD sono cessate definitivamente. Nel linguaggio comune, i termini «irreversibile» e «permanente» sono spesso usati in modo intercambiabile, ma in questa applicazione sono definiti in modo diverso.   Nell’ambito della determinazione della morte, «irreversibile» significa «non reversibile». Ma il termine «permanente» è definito nel senso che non ci si aspetta che la funzione riprenda spontaneamente e non verrà ripristinata tramite intervento. Quindi, poiché i medici non tenteranno di correggere il problema del paziente, ora si parla di «permanente». Il dottor Ari Joffe spiega che «permanente» è una prognosi, non una diagnosi di morte: «un uomo che sta annegando è morto perché nessuno nuota per salvarlo? O sta semplicemente per morire?»   La sociologa Renee C. Fox ha criticato duramente il protocollo DCD, definendolo «una forma ignobile di cannibalismo razionalizzato in ambito medico» che «rasenta il macabro». Ha deplorato il morire lontano dalla famiglia in una sala operatoria, una «morte desolata, profanamente “high-tech” in cui il paziente muore sotto le luci della sala operatoria, in mezzo a sconosciuti con mascherina, camice e guanti». In tutto il mondo, molti Paesi concordano: la pratica del DCD è vietata in Finlandia, Germania, Bosnia-Erzegovina, Ungheria, Lituania e Turchia.   Esistono varianti della DCD ancora più problematiche. Il recupero degli organi mediante perfusione regionale normotermica (NRP) inizia consentendo al cuore del paziente di fermarsi secondo il protocollo DCD. Tuttavia, poiché i chirurghi intendono riavviare il cuore, il primo passo è quello di clampare i vasi sanguigni che irrorano il cervello del paziente. Successivamente, viene eseguita una rianimazione completa degli organi rimanenti in modo che il cuore riprenda a battere nel torace del paziente. Il protocollo NRP dell’Università del Nebraska afferma: «il primo passo per la legatura dei vasi sanguigni alla testa è necessario per garantire che non si verifichi un afflusso di sangue al cervello».   Naturalmente, questo dimostra che la definizione legale di morte secondo lo standard circolatorio-respiratorio dell’UDDA (che richiede la cessazione irreversibile della funzione circolatoria) non è mai stata rispettata, poiché il cuore del paziente ha ripreso a battere. Ma ora i medici sono «coperti» perché hanno deliberatamente provocato la morte cerebrale del paziente, bloccando la circolazione cerebrale. Ora la morte del paziente viene definita dalla clausola di morte cerebrale dell’UDDA: la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello, incluso il tronco encefalico. Dichiarando la morte secondo lo standard circolatorio, per poi passare a metà procedura a quello neurologico, la tecnica NRP gioca a sproposito con le definizioni legali di morte secondo l’UDDA.

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L’American College of Physicians, la più grande organizzazione medica specialistica al mondo, ha chiesto una sospensione della pratica della NRP nel 2021, poiché «l’onere della prova relativo alla correttezza etica e legale di questa pratica non è stato rispettato». La loro richiesta di sospensione è stata ignorata.   Fortunatamente, l’indagine dell’HHS sta portando all’attenzione del pubblico i problemi del prelievo di organi da DCD, ma questa informazione non è nuova. I dottori Joseph Verheijde, Mohamed Rady e Joan McGregor hanno scritto nel 2009 : «il prelievo di organi a cuore battente o non battente da pazienti con compromissione della coscienza è di fatto una pratica occulta di morte assistita e, pertanto, viola sia il diritto penale sia il principio fondamentale della medicina, ovvero non arrecare danno ai pazienti».   Nel loro libro del 2012, Death, Dying, and Organ Transplantation: Reconstructing Medical Ethics at the End of Life, i dottori Franklin Miller e Robert Truog hanno scritto: «i donatori in “morte cerebrale” rimangono vivi e i donatori dichiarati morti secondo criteri circolatori-respiratori non risultano morti al momento del prelievo degli organi».   È tempo di una totale trasparenza sulle pratiche di prelievo degli organi e di rendere obbligatorio il consenso informato quando le persone si registrano per diventare donatori di organi. Per i donatori DCD, poiché è ampiamente documentato che alcune persone si sono auto-resuscitate (senza alcun intervento medico) nonostante un arresto cardiaco durato fino a dieci minuti, l’attuale pratica di donazione DCD dopo soli due-cinque minuti di assenza di polso deve cessare.   Heidi Klessig La dottoressa Heidi Klessig è un’anestesista in pensione e specialista nella gestione del dolore. Scrive e parla di etica nella donazione e nel trapianto di organi. È autrice di The Brain Death Fallacy e i suoi lavori sono disponibili su respectforhumanlife.com.

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