Geopolitica
Israele afferma di aver colpito siti di armi chimiche in Siria
Le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno lanciato attacchi aerei contro presunti siti di armi chimiche siriane e strutture missilistiche a lungo raggio, secondo il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar.
Lo Stato Ebraico mira a impedire che le presunte scorte di armi cadano nelle mani di gruppi ostili, ha detto il ministro Saar ai giornalisti lunedì. «Il nostro unico interesse è la sicurezza di Israele e dei suoi cittadini», ha affermato.
Sebbene non siano stati resi noti i tempi e il luogo dei presunti attacchi, un giornalista dell’agenzia Associated Press ha riferito di attacchi aerei nei pressi dell’aeroporto militare di Mezzeh, situato a sud-ovest di Damasco, domenica. La struttura è stata un bersaglio frequente delle operazioni aeree israeliane, sebbene non sia ancora chiaro chi sia stato il responsabile degli ultimi attacchi.
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Israele ha effettuato centinaia di attacchi aerei in Siria negli ultimi anni, prendendo di mira quelli che definisce siti militari collegati al gruppo militante Hezbollah. Lunedì, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che ai militari era stato ordinato di stabilire il pieno controllo sulla zona cuscinetto lungo il confine siriano nelle alture del Golan occupate illegalmente.
Il Katz sottolineato i piani per impedire le rotte del contrabbando di armi dall’Iran al Libano e per continuare a colpire le «armi strategiche», come missili e sistemi di difesa aerea, per garantire che non cadano in mani ostili.
Le forze armate dell’opposizione hanno rapidamente preso il controllo di Damasco nel weekend. Nel frattempo, il ministero degli Esteri russo ha confermato che, dopo i negoziati con l’opposizione, Bashar Assad si è dimesso da presidente del Paese e si è recato a Mosca.
Fin dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011, gli Stati Uniti, il Regno Unito e altre potenze occidentali hanno accusato il governo dell’ex presidente Bashar Assad di aver utilizzato armi chimiche contro i civili e le forze di opposizione e hanno utilizzato queste accuse per giustificare l’occupazione da parte dell’esercito statunitense di aree ricche di petrolio nella Siria nordorientale a partire dal 2014.
Nel 2018, gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia hanno lanciato attacchi missilistici su siti governativi siriani in seguito alle accuse della controversa ONG dei cosiddetti «Caschi Bianchi» secondo cui le forze di Assad avrebbero utilizzato armi chimiche a Douma.
Il governo siriano ha negato il coinvolgimento, con sia Damasco che Mosca che hanno sostenuto che le prove suggerivano che l’attacco fosse stato organizzato.
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Immagine di Major Ofer, Israeli Air Force via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Geopolitica
Coloni israeliani attaccano diplomatici europei in Cisgiordania
Vehicles carrying diplomats from France, Belgium, and Poland came under attack by Israeli terrorist settlers during an inspection tour of the Christian village of Al-Taybeh in the Ramallah district in the West Bank.
Europe still funds and arms Israel. https://t.co/8XS4sGZNUa — Abubaker Abed (@AbubakerAbedW) October 17, 2026
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Geopolitica
L’Iran offre agli Stati Uniti un accordo per riaprire Ormuzzo entro una settimana
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che l’Iran potrebbe ripristinare la normale navigazione attraverso lo Stretto di Ormuzzo entro una settimana qualora Washington accettasse il piano di pace proposto da Teheran il mese scorso. I termini di tale piano erano stati in precedenza respinti dal presidente statunitense Donaldo Trump.
La Repubblica islamica «resta impegnata a garantire una navigazione sicura nello Stretto di Ormuzzo », ha dichiarato Araghchi sabato durante una riunione ministeriale dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, attribuendo le interruzioni del traffico marittimo attraverso l’importante via navigabile alle «azioni aggressive» di Stati Uniti e Israele.
«Tramite il Qatar, abbiamo presentato un piano concreto di sette giorni: se le condizioni necessarie saranno soddisfatte, lo Stretto potrà essere riaperto e il normale passaggio marittimo ripristinato entro sette giorni», ha dichiarato il ministro. «La scelta ora spetta agli Stati Uniti».
«Questo problema non si risolverà sul campo di battaglia. La pace non si costruisce con minacce di annientamento», ha aggiunto Araghchi.
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Teheran ha offerto di ripristinare la navigazione attraverso la cruciale rotta petrolifera in cambio della revoca del blocco navale da parte di Washington, dell’allentamento delle restrizioni sulle esportazioni di petrolio della Repubblica islamica e dello sblocco di alcuni beni iraniani congelati. L’Iran chiede inoltre la fine delle ostilità «su tutti i fronti», comprese le operazioni militari israeliane a Gaza e in Libano.
Il mese scorso Trump ha respinto le condizioni poste dall’Iran definendole «inaccettabili». Ha sostenuto che gli Stati Uniti mantenevano il pieno controllo dello stretto e godevano di una posizione negoziale più forte, mentre l’Iran era disperato di raggiungere un accordo perché stava «perdendo malamente».
Il presidente degli Stati Uniti ha lasciato intendere che potrebbe riprendere gli attacchi, mentre i media americani hanno riportato che funzionari del Pentagono e consiglieri per la sicurezza nazionale lo avrebbero informato su possibili opzioni, tra cui l’utilizzo di un ordigno convenzionale di enorme potenza, soprannominato «la madre di tutte le bombe». Tuttavia Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno escluso attacchi contro l’Iran prima delle elezioni di metà mandato statunitensi del 3 novembre e delle elezioni parlamentari israeliane del 27 ottobre, rispettivamente.
L’Iran ha chiuso la via navigabile, che gestisce circa un quarto del commercio globale di petrolio e GNL via mare, poco dopo l’inizio della campagna di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele il 28 febbraio. Da allora le forze iraniane hanno aperto il fuoco contro le navi che percorrono le rotte designate dalla Marina statunitense, che Teheran considera illegali.
Sabato due petroliere hanno preso fuoco dopo aver urtato delle mine mentre attraversavano lo Stretto di Ormuzzo, secondo quanto riferito dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (i pasdarani) iraniane. Anche la nave portacontainer GFS Pride, battente bandiera di Singapore, è affondata dopo aver urtato una mina all’inizio di questa settimana, mentre un’altra nave mercantile ha colpito una mina ma è riuscita a raggiungere il porto sana e salva.
La prolungata interruzione dei collegamenti marittimi attraverso lo Stretto ormusino ha fatto impennare i prezzi globali dell’energia e alimentato i timori di inflazione. Il petrolio Brent ha raggiunto venerdì il massimo degli ultimi cinque mesi, chiudendo a 109,86 dollari al barile, in rialzo del 3,7%, mentre il benchmark statunitense West Texas Intermediate ha superato i 100 dollari. Gli analisti hanno avvertito che l’incertezza sulle forniture mediorientali mantiene un significativo premio di rischio sui prezzi del petrolio, che potrebbe attenuarsi se Washington e Teheran raggiungessero un accordo per ripristinare i normali collegamenti marittimi.
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Immagine di ESA via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA IGO 3.0
Geopolitica
Gli Houthi attaccano il complesso presidenziale di Aden
The Houthis have reportedly launched multiple waves of ballistic missiles and drones targeting the Al-Maashiq Presidential Palace compound in Aden. The Prime Minister @Shaya_Zindani is safe and unharmed, but casualties have been reported. A second wave of attacks targeted the… pic.twitter.com/AGbw9rIuwP
— Basha باشا (@BashaReport) October 15, 2026
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