Persecuzioni
Cristiani di Raqqa: incontro con gli ultimi Mohicani
C’erano cinquemila cristiani a Raqqa (Siria) prima dell’arrivo dei soldati della jihad. Dieci anni dopo, ne restano solo ventisei. Cifre che parlano più forte di un lungo discorso. Tre di questi «ultimi Mohicani» testimoniano e confermano che il futuro dei cristiani orientali nella regione è più che mai punteggiato.
«Raqqa è stata presa dallo Stato Islamico (IS) nel 2013 e dichiarata capitale del califfato nel 2014», ricorda il sito Open Doors. I cristiani allora abbandonarono tutti la città, solo una manciata è ancora aggrappata a questo luogo.
Lo scorso aprile «tre chiese sono state consegnate ai cristiani di Raqqa», riferisce lo stesso sito. Ma la Chiesa dei Martiri di Raqqa è «l’unico luogo di culto cristiano» ad aver potuto risorgere dalle sue ceneri: una chiesa «robusta e fiera (che) innalza la sua croce di ferro verso un cielo di polvere» (La Croix).
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Armin Mardoian spiega all’inviato speciale di La Croix : «la chiesa è stata ricostruita identica nel 2023, ma i cristiani la gestiscono solo dallo scorso febbraio», constata questo ex fabbro che gestisce l’entità che protegge la proprietà di assiri, siriaci. Cristiani caldei e armeni.
«Sotto Daesh, le tre chiese della città sono state sequestrate, saccheggiate e quelle che non erano state demolite sono state bombardate quando la città è stata riconquistata dalla coalizione internazionale», precisa. Il tempo in cui la comunità cristiana viveva in pace si perde nelle nebbie di un passato lontano.
«Prima vivevamo qui in pace e potevamo praticare liberamente la nostra religione. Ma non appena sono arrivati i primi islamisti, prima con l’Esercito siriano libero, poi con il Fronte Al-Nusra e infine Daesh, praticamente tutti i cristiani sono fuggiti nel sud del Paese o in Europa», lamenta Armin Mardoian.
Al suo fianco, un altro cristiano che preferisce tacere il suo nome, racconta come è sopravvissuto all’inferno del jihad: ha dovuto convertirsi o pagare la «djizia», una tassa richiesta agli «infedeli» in cambio di una certa sicurezza. Il nostro uomo paga, ma dovrà accettare i codici di abbigliamento decretati dai jihadisti e chiudere la sua attività durante gli orari di preghiera.
«Non abbiamo nemmeno osato riunirci nelle nostre case. Avevamo tanta paura che abbiamo tolto dalle pareti le immagini della Beata Vergine e di Cristo. È stato un momento estremamente doloroso», sospira.
Il calvario dei cristiani durerà tre anni, un’eternità; ma anche dopo la liberazione di Raqqa, nell’ottobre 2017, e la politica di tutela delle minoranze religiose, pochissimi esuli hanno intrapreso la via del ritorno: «Ci sono cellule Daesh attive nella regione, riceviamo ancora messaggi su WhatsApp che ci minacciano e chiamano noi non credenti», sottolinea un cristiano.
Questa donna, originaria di Aleppo, confida di essere stata rapita dall’organizzazione Stato Islamico in compagnia del padre e del marito: tutti e tre erano stati denunciati da un tassista che voleva integrare i suoi fine settimana. Torturata e sottoposta a numerosi abusi, si è unita ai suoi correligionari con i quali finalmente dice di «sentirsi sicura, nonostante le minacce».
Nel febbraio 2024, «il Comitato dell’Alta Proprietà ha aperto la sua sesta filiale nazionale a Raqqa, la cui missione è proteggere i diritti delle comunità minoritarie». Ma anche «documentare le proprietà siriache (aramaiche, assire e caldee) e armene, in particolare quelle appartenenti agli assenti, nel quadro di un mandato legale», riferisce SyriacPress .
È nella speranza che i cristiani in esilio ritornino un giorno, che Armin Mardoian, funzionario amministrativo del Comitato, porta a termine il suo compito: è necessario «inventare le terre e le proprietà di coloro che sono stati espropriati nel caso in cui vogliano poter ritornare un giorno, ma è difficile, perché la maggior parte dei documenti ufficiali sono stati distrutti», spiega a La Croix.
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Case appartenenti a cristiani in esilio sono state acquisite illegalmente. «Bisogna fare un’indagine tra coloro che si trovano oggi in Europa, o in Australia, e preparare un dossier presso la Corte di giustizia locale per far riconoscere la situazione», aggiunge, non un po’ orgoglioso di aver «recuperato un po’ più della metà della terra appartiene alla comunità».
Ma non c’è da scoraggiarsi, confida addirittura uno dei tre cristiani sopravvissuti: «nel 1915, il nostro popolo fu massacrato dal regime turco. Le nostre chiese sono state trasformate in moschee, non possiamo permettere che ciò accada di nuovo». Una lotta senza il conforto dei sacramenti. Se la Chiesa dei Martiri è in piedi, non c’è ancora nessun prete a celebrare la messa.
«Dipendiamo dalla Chiesa cattolica di Aleppo, è loro responsabilità mandarci qualcuno», insiste uno dei tre cristiani intervistati. Ma, fatalista: «Anche se nessuno tornasse, vogliamo che le nostre chiese restino, almeno come simbolo a testimonianza che abbiamo vissuto qui. E sopravvissuto».
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Persecuzioni
India: nessuna tregua per i cristiani a Natale
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Persecuzioni
Un cristiano su sette è vittima di persecuzione
Il 14 gennaio 2026, la ONG Open Doors ha pubblicato la sua World Watch List sulla persecuzione dei cristiani. I risultati sono inequivocabili: con 388 milioni di persone colpite, la libertà religiosa dei cristiani si sta erodendo sotto la pressione combinata della violenza jihadista e dell’autoritarismo statale.
La cifra è impressionante: 388 milioni. È la popolazione complessiva di diversi importanti paesi europei che oggi subiscono discriminazioni o violenze a causa della loro fede cristiana. Secondo il rapporto annuale di Open Doors, la situazione continua a peggiorare, con un aumento costante dal 2014. Ora, a livello globale, un cristiano su sette è direttamente esposto a persecuzioni.
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Una spirale di violenza mortale
L’anno 2025 è stato segnato da un’estrema brutalità. Dei 4.849 cristiani uccisi per la loro fede in tutto il mondo, la Nigeria (al settimo posto) da sola conta quasi il 72% delle vittime, con 3.490 morti. Il Paese rimane l’epicentro di una crisi multiforme in cui gruppi terroristici come Boko Haram e le milizie radicali Fulani compiono incursioni mortali, prendendo di mira specificamente villaggi e chiese durante le funzioni domenicali e le festività religiose.
Anche il Medio Oriente, un tempo rifugio sicuro, sta sprofondando nell’instabilità. In Siria (al sesto posto), sotto la guida di Ahmed al-Charaa, i cristiani si trovano intrappolati in una morsa. L’attacco alla chiesa di Sant’Elia a Damasco nel giugno 2025, costato la vita a 22 fedeli, ha lasciato una comunità traumatizzata, ora convinta che nessun luogo sia più sicuro.
La morsa legislativa: la persecuzione «silenziosa»
Sebbene gli omicidi siano scioccanti, l’Indice 2026 evidenzia un’altra minaccia, più insidiosa: l’erosione delle libertà fondamentali attraverso la legislazione. In India (12° nella lista): il Rajasthan è diventato il 12° stato ad adottare una legge anti-conversione nel settembre 2025. Queste leggi vengono spesso utilizzate impropriamente per giustificare l’arresto arbitrario di pastori e leader comunitari.
In Cina (17°): Pechino sta rafforzando il controllo sociale attraverso strumenti digitali. Oltre a prendere di mira più di 1.000 chiese, il regime sta ora drasticamente limitando la libertà di espressione del clero su Internet, isolando i fedeli dal resto del mondo.
L’Africa subsahariana sotto la minaccia dei jihadisti
Infine, Open Doors sottolinea l’«effetto di diffusione» del jihadismo nell’Africa occidentale. In Mali (15° posto) e Burkina Faso (16° posto), intere fasce di territorio sono cadute sotto il controllo di gruppi affiliati ad al-Qaeda (JNIM) o allo Stato Islamico (ISGS). In queste aree, l’imposizione della Sharia trasforma la vita quotidiana dei cristiani in una corsa a ostacoli di tasse religiose forzate, molestie quotidiane ed esecuzioni sommarie.
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Immagini screenshot da YouTube
Persecuzioni
Diciassette missionari hanno pagato la vita per il loro impegno nel 2025
Una geografia del dolore: l’Africa in prima linea
Per l’ennesimo anno consecutivo, l’Africa rimane il continente più letale per i servitori della Chiesa. Delle 17 vittime registrate, 10 hanno perso la vita in terra africana. La Nigeria, in particolare, continua a sprofondare sempre più in una spirale di insicurezza, un mix di rapine in autostrada, conflitti intercomunitari, terrorismo e persecuzione dei cattolici. Il destino del giovane seminarista Emmanuel Alabi illustra questa cieca crudeltà. Rapito durante un attacco al seminario minore di Ivianokpodi, è stato costretto a una marcia forzata imposta dai suoi aguzzini. Questa tragedia ci ricorda che i rapimenti sono diventati, in alcune regioni, una vera e propria industria, che colpisce indiscriminatamente clero e civili. Oltre alla Nigeria (5 morti), anche Burkina Faso, Sierra Leone, Kenya e Sudan sono stati teatro di questi omicidi.Iscriviti al canale Telegram ![]()
America e Asia: il prezzo della lealtà
Seguono le Americhe con 4 vittime. Ad Haiti, un paese in preda al collasso statale e al dominio delle gang, suor Evanette Onezaire e Jeanne Voltaire sono state giustiziate a sangue freddo per essersi rifiutate di abbandonare i quartieri poveri immersi nel caos. La violenza ha colpito anche Messico e Stati Uniti, a riprova del fatto che l’insicurezza non conosce confini. In Asia, il bilancio delle vittime di due persone testimonia i più brutali conflitti civili. In Birmania (Myanmar), il corpo mutilato di padre Donald Martin, il primo sacerdote cattolico birmano ucciso dall’inizio dell’attuale guerra civile, è stato trovato all’interno della sua parrocchia. Il suo martirio simboleggia una Chiesa che si sforza di rimanere salda in mezzo alla feroce repressione militare.Un quarto di secolo di testimonianza silenziosa
Le statistiche dell’Agenzia Fides rivelano una tendenza di fondo agghiacciante: tra il 2000 e il 2025, sono stati uccisi 626 missionari. Questo «martirologio» contemporaneo non è composto da personaggi politici o attivisti di alto livello, ma da persone comuni. «Non cercavano la gloria, ma rendevano testimonianza a Cristo nelle occupazioni della vita quotidiana», sottolinea il rapporto. Questi missionari spesso scelgono di rimanere in aree che le ONG internazionali e il corpo diplomatico hanno abbandonato per motivi di sicurezza. Che si tratti di gestire una scuola in un’area controllata da bande o di gestire una clinica in una zona di guerra, la loro morte è quasi sempre una conseguenza diretta del loro rifiuto di fuggire. Diventano “danni collaterali” di una violenza diffusa o bersagli deliberati perché rappresentano la luce della Fede che disturba le forze delle tenebre. Mentre l’Europa ha registrato un solo decesso – un sacerdote in Polonia – la distribuzione globale mostra che l’opera missionaria è diventata un’attività ad alto rischio. Queste 17 vite donate alla Chiesa testimoniano una realtà spesso nascosta: dove l’umanità soffre di più, ci sono sempre anime pronte a dare tutto, fino alla fine. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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