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Politica

Lorenzin e brogli elettorali, in un trafiletto del giornale di Confindustria

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I brogli elettorali all’estero sono qualcosa di cui si parla da anni, è vero.

Ciò potrebbe indurre a credere che di inutile chiacchierio si tratti, condito dalla falsità dei candidati non eletti che getterebbero fango addosso a quelli, invece, eletti in modo regolare – a dire di questi ultimi. Tutte considerazioni lecite, ci mancherebbe, tuttavia ciò non toglie che dietro alla possibilità di votare all’estero via sia molta più probabilità, specie per i candidati all’estero, di ricorrere a traffici illegali con i cosiddetti «cacciatori di plichi».

Questo traffico scandaloso è stato con trasparenze presentato da un recente servizio de Le Iene, dove sono stati coinvolti i nomi dell’Onorevole Di Biagio e dell’Onorevole Caruso. Ma, prima di scendere nello specifico fatto che ci interessa, per chi non lo sapesse, spieghiamo in poche parole come funziona il voto all’estero e, dunque, perché in questo caso sia molto più facile brogliare.

In vista delle elezioni, tutti gli italiani residenti all’estero hanno diritto a votare in modo diretto dagli stati in cui risiedono. Vi è un registro ove sono iscritti tutti questi italiani con residenza estera e, a ciascuno di questi, vengono inviati a casa i plichi, le buste contenenti le schede elettorali sopra le quali apporre il proprio voto.

Questi voti sono destinati ad eleggere in Parlamento i candidati delle liste estere, anche loro italiani non più residenti in Italia. Una volta apposta la X sulla propria scheda, ogni italiano spedisce, in busta chiusa, il plico al consolato più vicino e da qui, tutti i consolati del mondo, spediscono i plichi a Castelnuovo di Porto (Roma) nella sede nazionale della Protezione Civile, adibita a grande seggio elettorale dove vengono raggruppati e poi contati tutti i voti provenienti dall’estero.

E veniamo alla facilità di brogliare con questi voti. Perché risulta così facile? Ebbene, molto spesso agli italiani che hanno scelto di andarsene dall’Italia poco interessa di votare. Ecco allora che subentrano gli interessi dei candidati i quali, con l’aiuto di questi mercanti di plichi, riescono a racimolare schede elettorali nei bar, nei locali italiani e persino dai postini che smuovono i grossi blocchi.

Come? Semplice, in cambio di soldi si acquistano i plichi dei disinteressati o dagli stessi addetti a recapitare le buste via posta. Il servizio de Le Iene, infatti, ha raccolto le testimonianze di tanti italiani a cui non è mai arrivato nessun plico, nessuna scheda elettorale sopra la quale esprimere il proprio voto. La cosa, tuttavia, non pareva interessargli molto ed ecco perché, come si è detto, è facile muovere questo traffico disgustoso.

Ma quale sarebbe il fatidico simbolo coinvolto in questo presunto scandalo di pacchetto voti comprato? Non lo diciamo noi, ma lo dice Il Sole 24ore: ‘Stando ai verbali, tutte – con la medesima calligrafia – presenterebbero la preferenza alla lista civica della Lorenzin’

Un traffico che, sempre secondo quanto rivelato dal «cacciatore di plichi», ha smosso fra i 3000 e i 4000 voti, che i rappresentanti delle liste all’estero avrebbero acquistato tracciando su ogni scheda il simbolo che li rappresenta. Qualche migliaio di euro in cambio, da spartire fra amici, postini, e trafficanti di buste.

Dal canto loro, quelli indicati come compratori di voti – ovvero Di Biagio e Caruso – negano tutto parlando delle invidie dei candidati che negli anni passati non hanno vinto. Di contro, uno degli ex-candidati, nel servizio registrato da Le Iene si dichiara pronto a dimostrare tutto, riportando documenti e testimonianze.

Rimane poi l’incognita dell’eventuale affidabilità del «cacciatore» che però, volendo rimanere nell’anonimato, fa presente che la soffiata funge come arma di vendetta dal momento che Caruso non gli avrebbe mai dato i soldi promessi per esercitare il traffico illecito e portando a lui voti.

Veniamo però ora a quanto ci interessa. Era inevitabile che il servizio trasmesso su Italia 1 in pieno spoglio elettorale, cioè domenica scorsa (4 marzo), avrebbe generato forti conseguenze.

La procura di Roma ha infatti aperto un’indagine per presunti brogli elettorali con le schede in prevalenza provenienti dal Canada, secondo quanto riportato da una segnalazione diplomatica, alla quale si aggiungono, ovvio, quelle inviate dalla Germania a cui si fa riferimento nell’intero servizio mandato in onda da Le Iene.

La Farnesina nel mentre minaccia azioni legali, evocando il rischio di essere stati oggetto di fake news, termine e accusa oggi tanto in voga. La procura lavora però su un altro fronte, ovvero a 600 presunte schede elettorali con probabilità contraffatte e partite dalla Repubblica di San Marino.

Gli inquirenti ora sono al lavoro per verificare che non ci siano state irregolarità nello svolgimento del voto per i nostri concittadini, perché se nei giorni scorsi era tacciata come bufala, ad oggi il giallo rimane aperto fino a che da Roma non ci saranno precisi chiarimenti nel merito.

La cosa strana rimane però una: la portata della notizia è grossa, eppure non ha fatto un gran giro mediatico nonostante il forte servizio di Mediaset sopracitato. Da un paio di giorni, invece, sul web circola un interessante articolo – o meglio sarebbe definirlo trafiletto – che parla di queste vicende. Il quotidiano che riporta di questa notizia è Il Sole 24 Ore, a pagina 3, in due microscopiche colonnine in basso a destra, nell’edizione di martedì 5 marzo.

La stessa segnalazione, Il Sole – che ricordiamo è l’autorevole giornale di Confindustria – l’ha data nella versione online, epperò non parlando del partito o della lista verso la quale il pacchetto di presunti voti truccati andrebbe in appoggio. Nella versione cartacea, invece, firmata «I. Cimm.», se ne parla eccome e la cosa non è piccola. Tutte le schede oggetto di verifica presenterebbero la preferenza a una lista civica della coalizione di centrosinistra. Le croci poste a matita, sembrerebbero state fatte dalla stessa mano sul medesimo simbolo.

L’accusa mossa sarebbe poi che le schede apparirebbero false per tipo di carta e colori non conformi agli standard. Ma quale sarebbe il fatidico simbolo coinvolto in questo presunto scandalo di pacchetto voti comprato? Non lo diciamo noi, ma lo dice Il Sole 24ore: «Stando ai verbali, tutte – con la medesima calligrafia – presenterebbero la preferenza alla lista civica della Lorenzin».

Ci si dovrebbe chiedere perché. E noi, senza reticenze, ce lo chiediamo. Il disarmante 0,5% ricevuto dal partito Civica Popolare, alla quale fa capo la Sig.ra Beatrice Lorenzin, sembrerebbe comunque a tal punto misero da non aver avuto nemmeno bisogno di voti contraffatti.

Questo deve pure farci riflettere sul tema vaccini e sulla annessa legge Lorenzin (119/2017) : se tali brogli elettorali si rivelassero fondati  ciò confermerebbe l’interesse sovranazionale  riguardo le vaccinazioni di massa

O meglio, se ci sono stati, la cosa è ancora più triste perché non sono nemmeno stati utili per raggiungere – quantomeno – un indegno 1%. Tuttavia la Lorenzin Beatrice, con la candidatura modenese, è riuscita a passare alle uninominali: Modena lo vedeva un porto sicuro grazie al voto feudale postcomunista e lì, presentando la sua lista praticamente in chiesa, nella Festa del Patrono San Geminiano il 31 gennaio ha pure risvegliato le ire dell’ex compagno di partito Giovanardi, anche lui scissionista PDL nel partito biodegradabile NCD ma indignato con la ex più fortunata collega per lo spot elettorale consumatosi fra le mura della chiesa di San Francesco, mura dentro alla quale Giovanardi riferisce di non aver mai visto nessun politico prima di allora, a parte lui – si è aggiudicata un probabile posto. O almeno staremo a vedere, a seconda di governo sì,  governo no.

Questo deve pure farci riflettere sul tema vaccini e sulla annessa legge Lorenzin (119/2017) : se tali brogli elettorali si rivelassero fondati  ciò confermerebbe l’interesse sovranazionale  riguardo le vaccinazioni di massa.

La Lorenzin parrebbe l’agente giusto, vista la sua ostinazione sul tema vaccinale (ha definito il suo stesso partitino «un vaccino contro i populismi»), nonché la sua capacità di evoluzione e sopravvivenza politica. Il suo talento proteiforme, che la porta dai vertici della Gioventù berlusconiana all’abbraccio di Renzi passando indenne per i rimpasti di 3 (tre) governi della scorsa legislatura, è fuori discussione. La sua parabola di potere, invero vincente, è densa e potente.

C’è da chiedersi se abbia preso nota Big Pharma. E cioè  il grande sistema farmaceutico che lucra in maniera massiva sulla salute dei popoli, e che per noi, al di fuori dei ministri e dei fatturati miliardari, è il riflesso di un attacco demoniaco alla sovranità familiare e biologica.

 

Cristiano Lugli

 

 

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Politica

Il Belgio schiera l’esercito per proteggere i siti ebraici

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Il Belgio ha schierato l’esercito per proteggere i siti ebraici nelle principali città del paese, ha dichiarato il ministro della Difesa Theo Francken.

 

La scorsa settimana le autorità belghe hanno annunciato che le forze armate inizieranno a collaborare con la polizia per la sorveglianza dei luoghi di culto ebraici e degli istituti scolastici nella capitale Bruxelles, nonché ad Anversa e Liegi. La decisione è giunta in seguito all’attacco a una sinagoga di Liegi e ad episodi simili nei Paesi Bassi, dopo l’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio.

 

Lunedì, il Francken ha confermato che i soldati avevano iniziato la loro missione, pubblicando una foto di truppe con giubbotti antiproiettile e fucili in mano ad Anversa.

 

«La città è di nuovo un po’ più sicura… e anche la comunità ebraica. Diciamo NO all’antisemitismo», ha scritto il ministro.

 

Il presidente del Comitato di coordinamento delle organizzazioni ebraiche belghe, Yves Oschinsky, ha dichiarato a Reuters che la comunità ebraica del Paese è sempre più preoccupata per la propria sicurezza dopo l’esplosione avvenuta in una sinagoga di Liegi il 9 marzo.

 

Nessuno è rimasto ferito nell’incidente, poiché l’esplosione è avvenuta nelle prime ore del mattino. L’attacco, che ha mandato in frantumi le finestre e causato altri danni all’edificio storico, è oggetto di indagine come atto terroristico.

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Parlando del dispiegamento di truppe nelle città belghe, Oschinsky ha affermato che «ne abbiamo bisogno», aggiungendo che «in qualche modo ci sentiamo rassicurati, ma non siamo mai senza preoccupazione».

 

«Abbiamo sempre bisogno di protezione, di sicurezza. Abbiamo bisogno di sicurezza per i nostri figli, per le scuole, per i movimenti giovanili», ha insistito.

 

Nel mese di marzo, anche nei Paesi Bassi alcune istituzioni ebraiche sono state oggetto di attacchi: esplosioni hanno colpito una scuola ad Amsterdam e una sinagoga a Rotterdam. Nei due episodi non si sono registrati feriti.

 

Il ministro della Giustizia olandese David van Weel ha dichiarato la scorsa settimana che «la possibilità di un coinvolgimento dell’Iran» nell’attentato di Rotterdam «è oggetto di indagine esplicita».

 

Come riportato da Renovatio 21, lunedì quattro ambulanze gestite dall’organizzazione di volontariato ebraica Hatzola sono state incendiate a Londra e le autorità stanno indagando sull’attentato come crimine d’odio.

 

Come riportato da Renovatio 21, nelle scorse settimane il rito ebraico della circoncisione ha segnato un piccolo incidente diplomatico tra il governo belga e l’ambasciatore americano a Brusselle.

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AfD vince le elezioni in Renania-Palatinato

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Il partito Alternativa per la Germania (AfD) ha raggiunto un importante traguardo elettorale al di fuori della sua tradizionale roccaforte politica, il secondo risultato di questo tipo in meno di un mese. Il partito ha ottenuto quasi il 20% dei voti alle elezioni regionali nello stato tedesco occidentale della Renania-Palatinato.   L’AfD si è classificata terza, dietro all’Unione Cristiano Democratica (CDU) del cancelliere Friedrich Merz e ai Socialdemocratici, i due partiti che tradizionalmente dominano il panorama politico dello stato sin dagli anni Cinquanta.   Ha ottenuto il miglior risultato per un terzo partito nella storia postbellica della Renania-Palatinato, dato che nessun partito, a parte i due principali partiti, aveva mai raggiunto nemmeno lontanamente il 20% dei consensi alle elezioni regionali. Ha più che raddoppiato il suo risultato rispetto alle precedenti elezioni regionali, tenutesi nel 2021.   L’AfD ha inoltre superato il suo precedente record elettorale nell’ex Germania Ovest, ottenuto solo due settimane fa alle elezioni regionali del Baden-Württemberg, dove si era assicurata quasi il 19% dei voti. Questi risultati rappresentano importanti successi per il partito al di fuori degli ex Länder della Germania Est, che sono la sua roccaforte tradizionale.  

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Il partito ha celebrato il proprio successo affermando di essere diventato particolarmente popolare tra la classe operaia e i giovani. L’AfD «è felice di essere ora il Partito dei Lavoratori», ha dichiarato Jan Bollinger, candidato del partito alla carica di capo del governo regionale. «Siamo… il partito più eletto dai lavoratori in Renania-Palatinato», ha aggiunto. L’emittente tedesca ZDF ha riferito che il partito di destra è riuscito ad attrarre molti elettori dai socialdemocratici di centrosinistra.   Negli ultimi anni, l’AfD ha guadagnato costantemente terreno in tutta la Germania, alimentata dalla crescente insoddisfazione nei confronti dei partiti tradizionali e dai dibattiti sull’immigrazione e sulle politiche dell’UE.   Come riportato da Renovatio 21, sei mesi fa AfD aveva triplicato i voti nella land della Renania Settentrionale-Vestfalia (il land del cancelliere Federico Merz) e volava in testa ai sondaggi nazionali come primo partito. Nella cittadina di Ludwigshafen era stato escluso il candidato AfD dalle elezioni, che si sono quindi tenute con la risibile affluenza del 29%.   All’inizio di quest’anno, l’AfD ha anche ottenuto quella che ha definito una «grande vittoria» contro l’agenzia di Intelligence interna tedesca (BfV), che cercava di classificarla come organizzazione «di estrema destra confermata». Un tribunale amministrativo di Colonia ha concesso un’ingiunzione provvisoria su richiesta del partito, in attesa di una sentenza definitiva, ritenendo insufficienti le motivazioni addotte dal BfV.   Come riportato da Renovatio 21, la Bassa Sassonia aveva inserito la sezione locale di AfD in una lista nera come «priorità di sorveglianza»un mese fa. Un Commissario di polizia del Budestag l’anno scorso aveva chiesto l’epurazione dei membri di AfD dai ranghi della Polizei, mentre il partito veniva escluso dai seggi della presidenza della commissione parlamentare al Bundestaggo di Berlino.   SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Berthold Werner via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported2.5 Generic2.0 Generic e1.0 Generic
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Mao e il «blocco storico» che ha vinto il referendum

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Il referendum per la riforma della magistratura è stato perduto, ma di pochi punti: 54%, un po’ poco per festeggiare con «Bella Ciao» e tric-trac in piazza – come tuttavia i fautori del No hanno fatto.

 

54%: significa che, grosso modo, il Paese è spaccato a metà. A questo punto, bisogna capire quali sono le metà.

 

Le variazioni sono non solo leggibili su scala partitica ed ideologica, ma anche territoriale. Tre regioni hanno visto la vittoria del Sì: Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia – in pratica, una grossa fetta del Nord. Da notare come ha prevalso il Sì anche nel voto all’estero, per quanto significante.

 

Il Sud – come il Piemonte, regione fortemente oggetto di emigrazione meridionale – ha votato compattamente per No, con picchi interessanti nella città di Napoli. Va detto che il No è stato trainato dalle grandi città. A Milano,il distacco è stato di ben 16 punti, un risultato che il sindaco Beppe Sala ha interpretato come il segnale di una «radicata forza progressista» che va oltre il cosiddetto «partito della ZTL». Anche a Torino il centro città ha spinto il risultato verso il No, mentre l’affluenza è crollata nelle zone periferiche.

 

Parallelamente, in diverse aree, le periferie hanno mostrato una tendenza opposta o un maggiore astensionismo. A L’Aquila, mentre in città ha vinto il No, il Sì è rimasto in vantaggio nelle frazioni e nelle aree più decentrate. In Trentino, il voto è salomonico: il No ha vinto nei centri urbani (50,38%), ma nelle valli e nei territori montani ha prevalso il Sì. In pratica: città contro periferia. Ma non solo.

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La popolazione italiana è quindi fortemente divisa. Da una parte chi, magari pensando ai disastri visti in questi anni, o peggio capitati personalmente, voleva riprogrammare la Giustizia, blindata dalla «Costituzione più bella del mondo», quella che si può buttare nel fosso in caso di epidemia, e sin dall’articolo 1 (che poteva essere riscritto come «L’Italia è un Paese fondato sul green pass»: fateci pure un referendum confermativo).

 

Dall’altra parte una schiera interessante formata dalla sinistra parlamentare e pure extraparlamentare, ma soprattutto dai dipendenti di quello che chiamiamo lo Stato-partito: l’insieme delle strutture pubbliche infiltrate e comandate dal PD, colosso inscalfabile che gestisce le nostre vite e – soprattutto – distribuisce magnifici salari garantiti ad almeno 4,7 milioni dipendenti della Pubblica Amministrazione e di enti parastatali (INPS, INAIL, ACI, Poste, Ferrovie, Municipalizzate).

 

Si tratta in realtà di un numero ancora più alto: l’indotto di Stato e para-Stato sono, secondo stime basate su flussi della spesa pubblica, almeno altri 2,5 milioni, ma si tratta di una cifra che riteniamo molto conservativa.

 

Aggiungiamoci il mondo sommerso delle cooperative, che sono, in larghissima parte, ingenerate dentro il noto mondo politico di riferimento: si tratta di altri 1,2 milioni di cittadini. Anche qui, il numero mi pare per difetto.

 

Diciamo che abbiamo una diecina di milioni di persone il cui stipendio dipende dallo Stato. Anche considerando che molti fra questi possono aver votato contro lo Stato-partito, abbiamo qui molti più voti in ballo: costoro tengono famiglia, il nonno pensionato, il figlio universitario… insomma la mangiatoia serve ben al di là del singolo.

 

Capite che l’analisi spannometrica che stiamo facendo è impietosa: com’è possibile che il Paesi cambi qualsiasi cosa per via democratica, se il popolo stesso è narcotizzato dal benessere salariale?

 

Non si tratta di un impasse casuale: è un effetto preciso, programmatico del sistema. Più stipendi, più voti. Più mangiatoia, più palude. La Nazione diventa immobile, per disegno del potere che lo comanda nel profondo. Ecco che quindi il Paese diviene conservatore: e ricordo ancora come 25 anni fa l’etichetta fu appioppata bonariamente dai giornali al segretario del sindacato CGIL Sergio Cofferati, che più di tanto non sembrava nemmeno dispiacersone.

 

Il sistema si conserva perché ha costruito pian piano, anche molto sotto la percezione pubblica, microsistemi che lo sostengono e ne impediscono il cambiamento. Di qui un tema completamente sottotraccia che è quello della cooperativizzazione dei servizi, con le cooperativa che stanno entrando di prepotenza – con leggine, regolette, pressioni continue – nel mondo della Sanità: rimpiazzi il lavoratore ospedaliero con uno che viene da una cooperativata, e quello che ottiene è un’omogeneizzazione politica maggiore, un tentacolo sistemico più forte dentro la società.

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Scrivo queste parole memore dell’esperienza delle elezioni regionali in Emilia nel 2020, quelle che si tennero a poche settimane dal disastro di Wuhano, le elezioni che parevano essere quelle della «liberazione» dell’Emilia-Romagna. Possiamo dire che Renovatio 21 aveva un «suo» candidato: una signora stupenda, che ancora oggi ci legge, che aiutammo – tra conferenze, articoli, post – il più possibile in quella campagna elettorale, dove tra i temi, ricordiamo, c’era quello del caso degli affidi.

 

Negli ultimi giorni prima del voto l’atmosfera era elettrizzante. Circolava un audio interno della Lega, dove la voce di un signore (il classico nerd statistico-politico) parlava di uno scarto di 10 punti del candidato presidente regionale leghista. Era fatta: un altro nostro lettore, al termine di una conferenza a ridosso della domenica fatale, cominciò ad organizzare i festeggiamenti – ci troviamo lunedì mattina davanti al palazzo della regione in via Stalingrado. Confesso che avevo pianificato di portare il bambino all’asilo e poi partire alla volta Bologna, dove programmavo di salire sopra il tetto dell’auto e magari cantare un canto nuovo: «in via Stalingrado passano».

 

Maddeché. Il risveglio fu brutale. La destra aveva perso di netto. Il PD, che aveva fatto una campagna talmente insulsa che perfino nei bar si vedevano contestazioni del candidato, aveva vinto, come se non fosse accaduto nulla. Qualche giornalista se lo chiese: questa storia dei sondaggi che sbagliano di dieci punti non si era mai vista. Cosa era successo?

 

Anche lì, potevi capirlo guardando la mappa del voto: in pratica, il PD aveva vinto solo nel continuum urbano tra Bologna-Modena-Reggio nell’Emilia. Tutt’intorno, aveva vinto la Lega. Il rosso era letteralmente circondato dal verde: la costa, le montagna, la pianura erano verdissime. Le città, dove si concentra il lavoro delle PA e soprattutto l’indotto delle cooperative, erano rossissime.

 

Avevo immaginato che ad un certo punto, vista la possibilità concreta di perdere la regione, doveva essere scattato un ordine di scuderia: andate a votare sennò perdete il lavoro, e portate anche la nonna centenaria. È una mia fantasia: nessun giornalista o sociologo ha fatto un’analisi post-voto.

 

Quello che importa è notare, tuttavia, la natura della divisione politica: centro contro periferia, città contro campagna – davvero, la dottrina di Mao resa visibile da elezioni locali. Lo Zedongo sosteneva che la Cina con i Paesi della «campagna del mondo» fatta dei lavoratori unificati nel socialismo dovesse combattere il centro, la metropoli occidentale del Grande Capitale mondiale.

 

La situazione, ora che la sinistra è sposa del megacapitalismo (qualcuno ricorda Soros socio COOP? Io sì) e madre degli apparati di Stato, non è cambiata: il paradigma campagna contro città è ancora validissimo. I mandarini del centro contro i contadini della periferia. i boiardi della ZTL e i loro camerieri contro il popolo delle Partite IVA. Insomma, siamo alle solite: c’è un potere oppressore, e ci sono gli oppressi.

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È a questo punto che vale la pena di ritirare fuori il pensiero di un altro idolo della sinistra mondiale, Antonio Gramsci, in merito a quello che chiamava «blocco storico». Per lo scapigliato pensatore sardo, il blocco storico è l’unità dialettica tra struttura (base economica) e sovrastruttura (ideologia, cultura, politica), attraverso cui una classe dirigente esercita l’egemonia. Non è una semplice alleanza politica, ma un complesso sistema che unifica le masse attraverso il consenso, legittimando il dominio.

 

Il blocco storico, secondo Gramsci, rappresenta la saldatura tra la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica in una data epoca. Di più: il blocco storico dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come «senso comune».

 

Ecco, quindi, chi ha vinto davvero il referendum: l’ha vinto il blocco storico dello Stato-partito. L’ha vinto il tappo non solo di ogni possibile rivoluzione gramsciana, ma banalmente di qualsiasi riforma politica importante.

 

Se c’era bisogno di un’ulteriore prova dello stato terminale della democrazia italiana, l’abbiamo avuta.

 

Qualsiasi forza politica che intende avanzare senza colpire i gangli del blocco storico non ha nessuna speranza, perde solo il suo tempo, fa perdere il vostro, o ancora peggio cerca di diventare parte del sistema ed arricchirsene.

 

Il cambiamento del Paese passa attraverso il malcontento di decine di milioni di salariati garantiti, il cui stipendio serve sempre più ad assicurarsi che non muovano un dito anche quando lo Stato – contro la sua stessa Carta, contro i suoi stessi principi – censura, esclude, droga, uccide.

 

Lo Stato moderno, lo ripetiamo, è una macchina di morte: è un dispositivo della Necrocultura, che non è più solo una sovrastruttura etico-politica, fa parte della struttura stessa. Gli ospedali statali uccidono (con aborti, predazioni degli organi), gli apparati dello Stato finanziano e fomentano guerre contrarie agli interessi e all’esistenza stessa dei suoi cittadini (come avviene armando una guerra contro la maggiore superpotenza atomica planetaria).

 

Un blocco di milioni di persone è mantenuto per generare il consenso attorno ad sistema sempre più votato alla morte – della loro stessa morte, dello sterminio dei cittadini. Realizzarne una radicale riforma non è cosa facile. Ma diverrà, anno dopo anno, sempre più necessaria.

 

Roberto Dal Bosco

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