Economia
Il debito globale raggiunge il livello record di 307 trilioni di dollari
Un nuovo studio dell’Institute of International Finance (IIF) riporta che il debito globale ha raggiunto un nuovo massimo di 307 trilioni dollari, secondo un articolo del Financial Times.
L’aumento dei tassi di interesse, guidato dalla Federal Reserve degli Stati Uniti, ha molto a che fare con la recente corsa al rialzo, ammette il rapporto dell’IIF.
Secondo il Financial Times: «il debito totale – che comprende sovrani, aziende e famiglie – è aumentato di 10.000 miliardi di dollari fino a circa 307.000 miliardi di dollari nei sei mesi fino a giugno, ha affermato l’IIF nel suo rapporto sul monitoraggio del debito globale pubblicato martedì».
«Il precedente picco del debito globale si è verificato all’inizio del 2022, prima che le banche centrali iniziassero ad aumentare in modo aggressivo i tassi di interesse» continua la rivista britannica.
«La nostra preoccupazione è che i paesi dovranno stanziare sempre di più per le spese per interessi», ha affermato Emre Tiftik, l’autore principale del rapporto dell’IIF. «Avrà implicazioni a lungo termine sui costi di finanziamento dei paesi e sulle dinamiche del debito».
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«L’aumento dei tassi di interesse rappresenta un rischio chiave per le finanze pubbliche e i rating sovrani, in particolare nei mercati sviluppati», ha affermato Edward Parker, amministratore delegato di Fitch Ratings, l’agenzia di rating del credito che ha declassato gli Stati Uniti all’inizio di quest’anno.
Quando i tassi di interesse erano molto bassi durante il Quantitative Easing, i pagamenti per il servizio del debito non aumentavano: «quel pranzo gratis è finito e i pagamenti degli interessi stanno ora aumentando più velocemente del debito o delle entrate», ha detto Parker a FT.
«Secondo il rapporto ci si aspetta che i costi degli interessi sul debito continuino ad aumentare poiché sempre più debito viene rifinanziato e i tassi di interesse rimangono più alti per combattere l’inflazione» scrive la rivista. «Il rapporto fa seguito all’avvertimento lanciato la settimana scorsa dal FMI secondo cui i governi “dovrebbero adottare misure urgenti per contribuire a ridurre le vulnerabilità del debito e invertire le tendenze del debito a lungo termine nei prossimi anni”, ha detto il Fondo Monetario Internazionale».
Questi calcoli escludono i derivati finanziari, che sono stimabili cinque volte tanto, portando il totale degli aggregati finanziari in circolazione a quasi 2 quadrilioni di dollari, secondo le stime che fa EIRN.
Come riportato da Renovatio 21, a fine dicembre 2022 statistiche ufficiali sui derivati pubblicate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali ha mostrato un aumento del 7% per la prima metà del 2022.
Negli ultimi sei anni, il totale delle scommesse sui derivati è cresciuto da circa 1,110 quadrilioni di dollari nel 2016 a 1,454 quadrilioni oggi. Aggiungete a ciò circa 308 trilioni di debito mondiale totale di tutti i tipi a partire dal 2022, e altri 105 di dollari trilioni di valutazioni del mercato azionario, e si può stimare che gli aggregati finanziari mondiali totali abbiano raggiunto 1,867 quadrilioni a giugno 2022, un aumento del 34% rispetto ai 1,395 quadrilioni in totale nel 2016.
Se è vero che i derivati costituiscono circa l’80% di tutta l’aggregazione finanziaria globale, siamo davvero dinanzi a un debito di quadrilioni di dollari.
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Cina
I mercati esagerano la possibilità di conflitto per Taiwano
Secondo un alto diplomatico statunitense, gli investitori stanno esagerando la probabilità di uno scontro militare su Taiwano.
Michael DeSombre, sottosegretario di Stato americano per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha dichiarato giovedì alla CNBC che gli investitori stavano «sopravvalutando il rischio che accadesse qualcosa nello Stretto di Taiwan».
«Sia la Cina che gli Stati Uniti non vogliono il conflitto, e noi siamo in grado di scoraggiarlo», ha affermato.
Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio sovrano e dichiara di perseguire la riunificazione pacifica, pur non escludendo l’uso della forza. L’isola autogovernata rimane una fonte di attrito tra la Cina e gli Stati Uniti, che mantengono una politica di «una sola Cina» ma continuano a fornire armi a Taipei.
Gli esperti, tuttavia, avvertono che i mercati finanziari potrebbero non essere preparati alle ripercussioni economiche di una crisi.
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Taiwan domina la produzione globale di semiconduttori avanzati, fornendo chip essenziali per smartphone, veicoli e sistemi di intelligenza artificiale. Un blocco o un’escalation militare potrebbero interrompere la produzione e le principali rotte di spedizione, provocando ripercussioni a catena nel commercio globale e nelle catene di approvvigionamento tecnologiche.
Uno scontro potrebbe anche compromettere le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, innescando nuove tariffe, restrizioni alle esportazioni e controlli sugli investimenti. I mercati asiatici e le aziende tecnologiche americane sarebbero particolarmente vulnerabili. Secondo MarketWatch, gli investitori hanno già incorporato i rischi geopolitici nei prezzi delle azioni legate a Taiwan, tra cui quelle del colosso dei semiconduttori TSMC.
Secondo le stime di Bloomberg Economics risalenti a febbraio, una guerra tra Stati Uniti e Cina per Taiwan potrebbe causare una perdita di 10.600 miliardi di dollari, pari al 9,6% del PIL globale, nel suo primo anno. L’Unione Europea sarebbe tra le regioni più colpite, secondo il think tank britannico Chatham House.
Hal Brands, professore alla Johns Hopkins University, ha avvertito che Pechino potrebbe optare per un blocco o una quarantena doganale piuttosto che per un’invasione su vasta scala.
«Nessuno ha una buona idea di come quantificare il rischio di un conflitto militare tra Stati Uniti e Cina per Taiwan», ha dichiarato a una conferenza sugli investimenti a settembre, secondo quanto riportato da Business Today.
Nel frattempo, Pechino ha ripetutamente denunciato la vendita di armi statunitensi a Taiwan come un’ingerenza nei suoi affari interni, chiedendo a Washington di interrompere le spedizioni.
Sinora, lo status quo nella questione tra Pechino e Taipei è stato assicurato dal cosiddetto «scudo dei microchip» di cui gode Taiwano, ossia la deterrenza di questa produzione industriale rispetto agli appetiti cinesi, che ancora non hanno capito come replicare le capacità tecnologiche di Taipei. Aziende europee hanno dichiarato di poter spengere da remoto gli impianti di produzione a Taiwan in caso di invasione da parte dell’Esercito di Liberazione del Popolo.
La Cina, tuttavia, sta da tempo accelerando per arrivare all’autonomia tecnologica sui semiconduttori, così da dissolvere una volta per tutte lo scudo dei microchip taiwanese. La collaborazione tra Taiwan e UE riguardo ai microchip, nonostante la volontà espressa da Bruxelles, non è mai davvero decollata.
Come riportato da Renovatio 21, il colosso del microchip TSMC ha dichiarato due anni fa che la produzione dei microchip si arresterebbe in caso di invasione cinese di Formosa.
I microchip taiwanesi sono un argomento centrale nella tensione tra Washington e Pechino continuata da Trump a Biden, che qualcuno ha definito come una vera guerra economica mossa dall’amministrazione USA contro il Dragone.
Come riportato da Renovatio 21 la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno consegnato i primi due dei 66 nuovi caccia F-16 ordinati da Taipei nell’ambito di un accordo da 8 miliardi di dollari. La consegna è avvenuta dopo i colloqui tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, durante i quali Xi ha esortato Washington a opporsi all’«indipendenza di Taiwan» e a «gestire la questione di Taiwan con cautela».
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Lo scorso dicembre Washington ha approvato un pacchetto record di armi da 11 miliardi di dollari per Taiwan. Secondo alcune fonti, Trump avrebbe ritardato l’approvazione di un altro accordo da 14 miliardi di dollari, definendo la potenziale vendita una «ottima carta da giocare» nei colloqui con Pechino.
Funzionari statunitensi hanno affermato che Xi avrebbe ordinato all’esercito cinese di tenersi pronto per una potenziale operazione contro Taiwan entro il 2027, sebbene Pechino non abbia confermato tale affermazione.
DeSombre, tuttavia, ha descritto il leader cinese come «un attore molto razionale» che avrebbe valutato attentamente le conseguenze di un’azione militare.
Come riportato da Renovatio 21, all’inizio del mese, in un’intervista al programma CBS 60 Minutes, Trump aveva riferito che i dialoghi con Xi, tenutisi a fine ottobre in Corea del Sud, si sono concentrati sul commercio, mentre la questione taiwanese «non è stata toccata».
Lo scorso mese la neopremier nipponica Sanae Takaichi aveva suscitato le ire di Pechino parlando di un impegno delle Forze di Autodifesa di Tokyo in caso di invasione di Taiwano.
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Immagine di xiangyang17 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Economia
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