Geopolitica
429° giorno di guerra
– L’Ucraina sarebbe pronta per una controffensiva: le truppe stanno aspettando la decisione del comando, ha detto il ministro della Difesa ucraino Alexej Reznikov.
– Zelens’kyj: libereremo sicuramente la Crimea, quando avvicineremo i russi scapperanno.
– L’Ucraina ha chiesto alla Polonia e alla UE di riprendere le importazioni agricole e il transito di prodotti agricoli. Il rappresentante del ministero degli Esteri ucraino Oleg Nikolenko ha affermato di aver presentato note all’ambasciata polacca e alla delegazione della UE in Ucraina sull’inaccettabilità della situazione relativa alle restrizioni commerciali all’importazione di prodotti agricoli ucraini.
– Eni avvia la produzione di GNL in Congo. Martedì Eni e il governo della Repubblica del Congo hanno lanciato un progetto di liquefazione del gas da 5 miliardi di dollari che dovrebbe raggiungere una capacità produttiva di 3 milioni di tonnellate all’anno nel 2025. Il progetto rientra nella strategia italiana per ridurre la dipendenza dalla Russia. Ad agosto, Eni ha acquisito un impianto di liquefazione galleggiante per produrre ed esportare GNL dal Congo e ha dichiarato di voler rendere operativo l’impianto nella seconda metà del 2023.
– Sui canali russi sono apparsi video di semoventi M109 che transitano dalla stazione di Verona. I russi suggeriscono che siano diretti in Ucraina. La circostanza è impossibile da verificare.
– Vladimir Putin non potrà entrare in Moldavia, ha detto il primo ministro Dorin Recean. Secondo lui, esiste un elenco di persone a cui è vietato l’ingresso in Moldavia, ma è ancora segretato. Il vice presidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha risposto al divieto di ingresso in Moldavia ai funzionari russi, affermando che nessuno vuole andarci, e che non esiste più questo Paese.
– Le rilevazioni di aprile indicano che in Russia l’inflazione si attesta stabilmente sotto il 3%. Ricordiamo che i tassi di sconto della Banca Centrale sono ancora fermi al 7,5%.
– Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’ufficio del presidente dell’Ucraina, dice che la guerra è scoppiata a causa della politica dei paesi occidentali che hanno indotto l’Ucraina a rinunciare alle armi nucleari.
– Un centro culturale russo è stato incendiato a Cipro. Secondo quanto riferito, persone non identificate hanno lanciato bottiglie molotov contro l’edificio del centro di cultura e scienza nella città di Nicosia.
– La Gran Bretagna non è obbligata a partecipare all’eliminazione delle conseguenze dell’uso di proiettili con uranio impoverito, che Londra fornisce a Kiev, ha detto il vice ministro della Difesa britannico James Heappey. Ha detto che ora le munizioni sono controllate dalle forze armate ucraine e il ministero della Difesa britannico non controlla i luoghi in cui vengono utilizzate le munizioni all’uranio impoverito.
– La controffensiva che tarda – Perché la controffensiva ucraina tarda? Ecco le ragioni principali secondo CNN.
1) la linea di difesa russa. «I russi hanno avuto quasi 6 mesi per costruire un complesso di difesa. Sfondarlo sarà un’enorme impresa». La difesa russa è costituita da «fossati anticarro, barriere, campi minati e trincee che si estendono per centinaia di miglia lungo il tortuoso fronte meridionale». Le immagini satellitari confermano i timori dei giornalisti occidentali, mostrano «migliaia di posizioni difensive su un vasto territorio» nella parte Sud-Est della regione di Zaporozhye. 2) La seconda ragione è la mancanza dell’elemento sorpresa. «Le autorità ucraine hanno riconosciuto che, a differenza della riconquista di parte della regione di Kharkiv nello scorso settembre, potrebbero non avere l’elemento sorpresa in una controffensiva più ampia». 3) La terza ragione è il vantaggio dell’esercito russo nell’aria. «Questo potrebbe essere fondamentale per rallentare l’avanzata dell’Ucraina».
– Il comandante in capo delle Forze Armate alleate della NATO in Europa, il generale americano Christopher Cavoli, ha affermato che oltre il 98% di attrezzature militari promesse è già stato consegnato a Kiev. A sua volta, il consigliere del capo dell’ufficio del presidente ucraino Mikhail Podolyak ha affermato che «Kiev dubita della valutazione del Pentagono che l’Ucraina abbia ricevuto oltre il 98% delle attrezzature militari promesse dall’Occidente».
– Il deposito petroliero di Sebastopoli in fiamme. Nell’attacco sono state danneggiate quattro petroliere. Le operazioni di spegnimento si prolungheranno almeno fino a sera.
– Accordo fra la commissione UE e 5 paesi dell’est Europa. Questi revocheranno i divieti all’importazione del grano ucraino in cambio di 100 milioni di sussidi comunitari ai loro agricoltori.
– Ministro degli Esteri cinese: per quanto sia complicata la crisi ucraina, deve essere risolta attraverso negoziati. Il colloquio tra Xi Jinping e Zelensky è un passo importante verso la risoluzione politica del conflitto.
– È di 23 morti, compresi 6 bambini, il bilancio finale della distruzione di un condominio nella città da Uman’ (Ucraina centrale) provocata dall’attacco missilistico russo di venerdì sera.
– Soldati russi al fronte
– A Nikolaev è mancata la corrente elettrica e gas dopo l’attacco notturno dei missili Kalibr.
– Stoltenberg: I paesi della NATO hanno completato l’addestramento e hanno armato oltre 9 brigate delle forze armate dell’Ucraina. Inoltre i paesi della NATO hanno fornito il 98% dell’assistenza promessa all’Ucraina, inclusi 1.550 veicoli corazzati, 230 carri armati e enormi quantità di munizioni.
– Bloomberg: le UE valuta di concedere deroghe alla disciplina di bilancio ai paesi membri che faranno investimenti straordinari nella produzione di munizioni.
– La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che obbliga le autorità a rivelare i dati sul numero di militari statunitensi in Ucraina.
– Erdogan e Putin hanno avuto una conversazione telefonica, ha riferito il canale televisivo turco TRT. I media turchi pubblicano le foto di Erdogan, che, secondo loro, sono state scattate durante la conversazione con Putin.
– Erdogan e Putin partecipano online alla cerimonia di consegna del combustibile nucleare alla centrale nucleare di Akkuyu.
– Washington Post: l’Intelligence americana nota che alcuni stati, tra cui Brasile, Egitto, India e Pakistan, non sono inclini a sostenere Washington nel confronto con Mosca e Pechino. Questa informazione sarebbe tratta da leak di documenti super segreti.
– Il Brasile ha rifiutato di inviare munizioni alla Germania per il loro successivo trasferimento all’Ucraina, per non diventare parte del conflitto militare, ha affermato il presidente brasiliano Luis Inácio Lula da Silva.
– Missili Kalibr in partenza dal Mar Nero.
– Le autorità polacche hanno sfrattato con esecuzione forzata la scuola dell’ambasciata russa a Varsavia. La Russia protesta denunciando una violazione della Convenzione di Vienna.
– Una modifica legislativa consente all’esercito russo di impiegare i coscritti nelle missioni estere di mantenimento della pace (tale non è la guerra in Ucraina).
– L’Unione europea ha investito sia nell’invio di armi a Kiev sia nel sostegno ai rifugiati «miliardi in più del previsto», secondo Bloomberg. Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia stanno gradualmente riducendo gli aiuti economici e invitano gli ucraini ad andare a lavorare.
– L’Ucraina ha rispettato tutte e sette le raccomandazioni della Commissione Europea per il paese candidato all’Unione Europea e si aspetta un rapporto dalle autorità europee entro la fine della primavera, ha detto il primo ministro ucraino Denis Shmygal.
– L’orrore di Bakhmut continua
– La Merkel dice da avere usato «ogni mezzo a sua disposizione» per cercare di prevenire l’attuale conflitto in Ucraina. Fra l’altro afferma di aver «parlato molto» con Poroshenko e Zelensky per indurli ad attuare i protocolli di Minsk, ma senza successo.
– Ucraina e Pakistan stringono la loro partnership militare. In cambio della fornitura di proiettili a Kiev, l’Ucraina fornirà a Islamabad motori e pezzi di ricambio per elicotteri Mi-17. Secondo the Economic Times, è stato firmato un contratto per un valore di 1,5 milioni di dollari. Ucraina e Pakistan hanno stretti legami militari e industriali. Tra il 1991 e il 2020, i paesi hanno stipulato contratti di armi per un valore di quasi 1,6 miliardi di dollari.
– Secondo il New York Times gli USA hanno fornito all’Ucraina rilevatori di radiazioni che dovrebbero servire a rilevare l’uso, da parte dei Russi, di armi nucleari.
– «Questa è Bakhmut. Questa è Bakhmut. Ecco»
– Il vice primo ministro russo Marat Khusnullin ha visitato Artiomovsk e ha dichiarato che in futuro la città sarà ricostruita.
– Decreto di Putin: i residenti dei «nuovi territori» che non hanno preso la cittadinanza russa possono essere espulsi se vengono considerati una minaccia per la sicurezza nazionale.
– Secondo il canale russo di opposizione Brief in Russia, dopo un anno di sostanziale stabilità, potrebbero crescere i prezzi della benzina causa la pressione del fisco sulle aziende energetiche che vedono ridursi anche i profitti dell’export.
– L’ Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha votato una risoluzione che definisce «genocidio» la «deportazione in Russia di bambini» ucraini.
– Missile russo colpisce Nikolaev.
– Finché la Crimea fa parte della Russia, il sistema politico russo non vacillerà, ha dichiarato il leader dell’opposizione russa Garry Kasparov. «Sono illusioni che in Russia ci siano alcune possibilità per una divisione nelle élite, che il regime può in qualche modo vacillare, che ci sarà una sorta di resistenza, indignazione della gente: finché Putin controlla la Crimea, niente di tutto ciò accadrà».
– L’inviato speciale dell’UE per le sanzioni David O’Sullivan dopo aver incontrato il presidente uzbeko Mirziyoev, dice di aver ricevuto la promessa che l’Uzbekistan non aiuterà la Russia ad aggirare le sanzioni.
– La Russia ha sostenuto il prolungamento della vita operativa della Stazione Spaziale Internazionale fino al 2028. L’anno scorso il capo di Roskosmos aveva comunicato il ritiro dal progetto nel 2024.
– Zelens’kyj in un’intervista ha dichiarato che porta sempre una pistola e sa come usarla, nel caso in cui l’esercito russo voglia farlo prigioniero.
– I ministri della Difesa russo e cinese hanno discusso questioni di reciproco interesse a margine della riunione dei ministri della difesa degli stati membri della SCO a New Delhi.
– Giovedì un tribunale del Kirghizistan, ha ordinato la chiusura della filiale locale di Radio Free Europe/Radio Liberty, finanziata dagli Stati Uniti, i cui rappresentanti hanno criticato la sentenza definendola «oltraggiosa».
– Alcuni mezzi corazzati russi, fra cui un T90 ed un BMP-3, sono stati avvistati negli Stati Uniti, a cui sono stati forniti presumibilmente per motivo di studio dalle forze ucraine che li hanno catturati.
– Il Presidente russo Vladimir Putin ha visitato ieri il nuovo parco industriale Rudnevo, che fa parte della zona economica speciale Technopolis a Mosca.
Accompagnato dal sindaco della capitale, Sergej Sobjanin, il presidente ha preso conoscenza della costruzione della zona industriale, ha visitato l’officina di produzione dei droni ed esaminato il modello del parco industriale assieme a una mostra di produttori e operatori di sistemi aerei senza pilota. Nel nuovo parco industriale Rudnevo, la cui costruzione è stata avviata alla fine del 2020, oggi è in corso la formazione di un cluster di velivoli senza pilota: il Centro federale per i sistemi aerei senza pilota. Sono già stati costruiti 18 edifici di produzione con una superficie totale di 120.000 metri quadrati, compresa la produzione pilota e un ufficio di progettazione. 17 aziende dispiegheranno le loro strutture nel sito industriale, la maggior parte delle quali produrrà droni di varie classi.
– Putin firma la legge che limita la vendita dei vaporizzatori in Russia. Vietati ai minorenni, limitata la pubblicità, prezzo minimo fissato per decreto e divieto di aggiunta di aromi che possano aumentare la dipendenza.
– ANSA: archiviata l’inchiesta sul caso Metropol, cioè la presunta trattativa tenutasi al prestigioso hotel di Mosca in un meeting dell’ottobre 2018, tra Gianluca Savoini (il presidente dell’associazione Lombardia-Russia), altri due italiani e tre presunti intermediari russi riguardo un commercio di petrolio che, stando alle accuse lette sui giornali, avrebbe dovuto essere finalizzato ad alimentare con 65 milioni di dollari le casse della Lega. Il GIP di Milano che ha accolto la richiesta dei PM archiviando le posizioni dei tre italiani, che erano indagati per corruzione internazionale.
Rassegna tratta dal canale Telegram La mia Russia e Intel Slava Z.
Immagine da Telegram
Economia
Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.
Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».
Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».
«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.
Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.
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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».
Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.
All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».
Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.
Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione
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Geopolitica
Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese
Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.
Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.
«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.
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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».
Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.
La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.
Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.
Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.
La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.
Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.
Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.
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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.
Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.
Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.
In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.
Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.
Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.
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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.
Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.
In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.
Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».
Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.
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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.
Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.
La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.
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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International
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