Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Yemen, al via lo scambio di 900 prigionieri fra sauditi e Houthi. Previsti nuovi negoziati

Pubblicato

il

Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Le due delegazioni parlano di conclusione «positiva» degli incontri di questi giorni nella capitale yemenita. A mezzogiorno atterrati a Sana’a e Aden i primi aerei della Croce rossa con i detenuti. Inviato Onu: momento «di speranza» per il Paese e un «promemoria» sull’importanza di un «dialogo costruttivo».

 

 

 

Proseguono su un doppio binario i tentativi di alimentare gli spiragli di pace emersi nelle ultime settimane nello Yemen, grazie anche alla ripresa dei rapporti diplomatici fra Riyadh e Teheran frutto della mediazione cinese.

 

Questa mattina, infatti, il Comitato internazionale della Croce rossa (CICR) riferisce che sono iniziate le operazioni fra Arabia Saudita e ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, finalizzate allo scambio di circa 900 prigionieri detenuti su entrambi i fronti. A questo si aggiunge la conclusione «positiva» del nuovo round di colloqui tenuto in questi giorni a Sana’a, con la promessa delle parti di ulteriori incontri a breve.

 

I primi due voli di scambio simultanei sono atterrati verso mezzogiorno ora locale uno nella città di Aden, sotto il controllo governativo filo-saudita, trasportando 35 persone, e l’altro a Sana’a, la capitale nelle mani degli Houthi, con a bordo 125 prigionieri. Il CICR, che sta gestendo le fasi del processo di scambio, ha inoltre aggiunto che i propri velivoli saranno usati per il trasporto dei detenuti rilasciati in questi giorni, che verranno distribuiti in sei città dello Yemen e dell’Arabia Saudita entro i prossimi giorni.

 

«Questa operazione di rilascio arriva in un momento di speranza per lo Yemen» sottolinea l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen Hans Grundberg. Esso rappresenta, aggiunge l’alto funzionario Onu, un «promemoria» sull’importanza di un «dialogo costruttivo e compromessi reciproci» che costituiscono «strumenti potenti» in grado di ottenere «grandi risultati».

 

Il mese scorso, durante i negoziati in Svizzera, le parti hanno concordato la liberazione di 887 detenuti e nuovi incontri a maggio, per discutere di ulteriori scambi di prigionieri.

 

I colloqui sono stati gli ultimi di una serie di incontri che hanno portato al rilascio dei prigionieri nel 2022 e nel 2020 nell‘ambito di un patto mediato dalle Nazioni Unite e noto come «Accordo di Stoccolma». Il direttore regionale CICR Fabrizio Carboni parla di “profondo desiderio” che questi rilasci «forniscano slancio per una soluzione politica più ampia».

 

Una delegazione saudita ha concluso ieri un nuovo round di colloqui di pace a Sanaa con il movimento Houthi, parlando di «progressi» nelle trattative sebbene siano ancora necessarie «ulteriori discussioni» per appianare le «rimanenti differenze».

 

Mohammed al-Bukhaiti, autorevole rappresentante del politburo Houthi parla di negoziati «andati bene». Un altro esponente Houthi, Abdulmalik Alejri, su Twitter scrive che «con determinazione e intenzioni oneste le difficoltà rimanenti possono essere risolte».

 

I colloqui fra le parti, mediati dall’Oman, erano incentrati sul cessate il fuoco, la riapertura dei porti controllati dagli Houthi e dall’aeroporto di Sanaa, gli sforzi di ricostruzione e il ritiro delle forze straniere.

 

Sul piatto restano però nodi irrisolti, fra cui il pagamento dei funzionari statali, che per gli Houthi comprendono le forze armate, e lo sfruttamento dei proventi derivanti dal petrolio.

 

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Ibrahem Qasim via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Gli Emirati potrebbero unirsi alla lotta contro l’Iran

Pubblicato

il

Da

Gli Emirati Arabi Uniti si starebbero preparando a diventare la prima nazione del Golfo a impegnare le proprie forze armate nella guerra israelo-americana contro l’Iran. Lo riportato il Wall Street Journal, che cita funzionari arabi.

 

Dall’inizio del conflitto, un mese fa, gli Emirati Arabi Uniti sono stati colpiti da circa 2.500 missili e droni iraniani, più di qualsiasi altro Paese della regione, Israele compreso. Con lo Stretto di Ormuzzo di fatto chiuso a causa dei combattimenti, la produzione petrolifera del Paese si è ridotta di oltre la metà, mentre le borse di Dubai e Abu Dhabi hanno perso circa 120 miliardi di dollari di valore.

 

Secondo un articolo pubblicato martedì dal Wall Street Journal, gli Emirati Arabi Uniti desiderano così ardentemente lo sblocco dello Stretto di Hormuz per consentire il commercio di petrolio da essere pronti a fornire assistenza militare agli Stati Uniti per raggiungere tale obiettivo.

 

Secondo le fonti, i diplomatici del Paese avrebbero esortato in via riservata Washington a formare una coalizione militare con Paesi europei e asiatici per assumere il controllo della via navigabile.

 

Secondo quanto riferito dai funzionari, gli Emirati Arabi Uniti stanno esercitando pressioni affinché il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotti una risoluzione che autorizzi l’uso della forza nello Stretto di Ormuzzo.

Sostieni Renovatio 21

Secondo quanto riferito, la leadership di Abu Dhabi sta attualmente valutando «attivamente» le modalità con cui il Paese potrebbe contribuire militarmente alla sicurezza della via navigabile, anche attraverso lo sminamento e altre attività di supporto.

 

Lo stato del Golfo desidera inoltre che gli Stati Uniti occupino le isole dello stretto, tra cui Abu Musa, che sono sotto il controllo dell’Iran da mezzo secolo, ma che sono rivendicate dagli Emirati Arabi Uniti, hanno aggiunto i funzionari arabi.

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato martedì che Washington potrebbe ritirarsi dal conflitto entro due o tre settimane e che «non avrà più nulla a che fare» con ciò che accadrà nello Stretto di Ormuzzo dopo tale data. Sbloccare la via navigabile, attraverso la quale transita il 20% del commercio marittimo di petrolio, sarà compito di «chiunque utilizzi lo stretto», ha insistito.

 

L’Iran sostiene che lo Stretto di Ormuzzo sia chiuso solo agli Stati Uniti e ai loro alleati, mentre le navi di altri Paesi sono libere di attraversarlo. Teheran ha inoltre avvertito che distruggerà le infrastrutture energetiche degli stati del Golfo qualora si tentasse di conquistare le sue isole o le sue zone costiere.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

Continua a leggere

Cina

Cina e Pakistan presentano una proposta in cinque punti per porre fine alla guerra con l’Iran

Pubblicato

il

Da

Cina e Pakistan hanno presentato una proposta in cinque punti per garantire la pace e la stabilità in Iran e nella regione del Golfo. Dopo un incontro quadrilaterale con i suoi omologhi di Arabia Saudita, Egitto e Turchia, il ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar si è recato direttamente a Pechino per incontrare il ministro degli Esteri cinese Wang Yi martedì 31 marzo, a seguito del quale la proposta è stata resa pubblica.   Riconoscendo il ruolo positivo svolto dal Pakistan nel tentativo di porre fine al conflitto, Wang Yi ha affermato: «Gli sforzi del Pakistan per mediare tra le parti al fine di promuovere la pace e porre fine ai combattimenti dimostrano il suo fermo impegno a salvaguardare la pace regionale e globale. La tempestiva comunicazione strategica tra Cina e Pakistan sulle principali questioni internazionali e regionali e l’approfondimento del coordinamento strategico incarnano l’essenza della comunità sino-pakistana con un futuro condiviso. La Cina sostiene e auspica che il Pakistan svolga un ruolo unico e importante nella de-escalation delle tensioni e nel ripristino dei colloqui di pace. Questo processo non sarà facile, ma gli sforzi di mediazione del Pakistan sono in linea con gli interessi comuni di tutte le parti».

Sostieni Renovatio 21

I cinque punti, come delineati dall’agenzia Xinhua, sono i seguenti:   I. Cessazione immediata delle ostilità: Cina e Pakistan chiedono la cessazione immediata delle ostilità e il massimo impegno per impedire che il conflitto si propaghi. L’assistenza umanitaria deve essere consentita a tutte le aree colpite dalla guerra.   II. Avvio di colloqui di pace il prima possibile. La sovranità, l’integrità territoriale, l’indipendenza nazionale e la sicurezza dell’Iran e degli Stati del Golfo devono essere salvaguardate. Il dialogo e la diplomazia sono l’unica opzione praticabile per risolvere i conflitti. Cina e Pakistan sostengono le parti interessate nell’avvio di colloqui, con l’impegno di tutte le parti a una risoluzione pacifica delle controversie e ad astenersi dall’uso o dalla minaccia dell’uso della forza durante i colloqui di pace.   III. Sicurezza degli obiettivi non militari. Il principio di protezione dei civili nei conflitti militari deve essere rispettato. Cina e Pakistan esortano le parti in conflitto a cessare immediatamente gli attacchi contro i civili e gli obiettivi non militari, ad aderire pienamente al diritto internazionale umanitario e a interrompere gli attacchi contro infrastrutture critiche, tra cui impianti energetici, di desalinizzazione e di produzione di energia, nonché infrastrutture nucleari a fini pacifici, come le centrali nucleari.   IV. Sicurezza delle rotte marittime. Lo Stretto di Ormuzzo, insieme alle acque adiacenti, rappresenta un’importante rotta marittima globale per merci ed energia. Cina e Pakistan esortano le parti a proteggere la sicurezza delle navi e dei membri degli equipaggi bloccati nello Stretto di Ormuzzo, a consentire il passaggio rapido e sicuro delle navi civili e commerciali e a ripristinare al più presto la normale navigazione attraverso lo Stretto.   V. Primato della Carta delle Nazioni Unite. Cina e Pakistan sollecitano sforzi per praticare un vero multilateralismo, per rafforzare congiuntamente il primato delle Nazioni Unite e per sostenere la conclusione di un accordo volto a stabilire un quadro di pace globale e a realizzare una pace duratura basata sui principi e gli scopi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Continua a leggere

Geopolitica

Il Cremlino lancia l’allarme: Kiev utilizza lo spazio aereo dei Paesi NATO per attacchi con droni contro le infrastrutture energetiche russe

Pubblicato

il

Da

Il porto strategico russo di Ust-Luga, sul Mar Baltico, è stato nuovamente colpito da una nuova ondata di attacchi di droni ucraini, il quinto in 10 giorni, che ha interessato i depositi di petrolio e altre infrastrutture del porto, provocando vasti incendi. Anche l’altro grande porto russo sul Baltico, quello di Primorsk, è stato colpito da droni nello stesso periodo.

 

I sospetti russi che i droni abbiano seguito una rotta tortuosa attraverso lo spazio aereo europeo per evitare di essere individuati e abbattuti sono stati rafforzati dagli incidenti che hanno coinvolto droni ucraini in tutti e tre gli Stati baltici e in Finlandia durante la scorsa settimana.

 

Insieme, Ust-Luga e Primorsk gestiscono il 35-40% delle esportazioni di petrolio russe. Ust-Luga, inaugurato dal presidente Putin nel 2001, è un enorme complesso che comprende terminal separati per gas naturale, carbone e navi portacontainer, oltre a impianti di lavorazione. Gestisce il 70% delle esportazioni russe di fertilizzanti.

 

Entrambi i porti hanno sospeso le operazioni per gran parte della scorsa settimana, mentre attualmente si segnala una parziale riapertura.

Sostieni Renovatio 21

Dopo giorni di scarsi commenti ufficiali sugli attacchi nel Golfo di Finlandia, il portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, ha risposto oggi con cautela a una domanda sulle implicazioni di un apparente coinvolgimento diretto dell’Europa negli attacchi con droni contro la Russia: «Senza dubbio, riteniamo che se ciò sta accadendo», ha affermato, «fornendo spazio aereo per condurre attività ostili e terroristiche contro la Federazione Russa, allora questo ci obbligherà a trarre le dovute conclusioni e ad adottare le misure appropriate. La cosa principale, tuttavia, non è ciò che pensa il Cremlino, ma come la situazione viene analizzata dai nostri militari. Stanno indagando a fondo, analizzando la situazione e formulando le raccomandazioni appropriate, che saranno poi prese in considerazione».

 

Il suo linguaggio misurato contrastava con gli articoli di noti corrispondenti di guerra russi, i quali hanno scritto che «tali azioni potrebbero servire da pretesto legittimo per impadronirsi degli Stati baltici nell’interesse della sicurezza delle frontiere» e che «a rigor di termini, ciò costituisce un “casus belli”».

 

In concomitanza con gli attacchi ai porti, si sono verificati anche attacchi con droni contro raffinerie e impianti chimici in profondità nel territorio russo. Insieme alla politica dei paesi NATO (Stati Uniti inclusi) di intercettare a piacimento navi e petroliere russe, queste azioni rappresentano una campagna sistematica per tagliare il commercio estero della Russia, a partire dalle esportazioni di petrolio e gas.

 

Oleg Tsarjov, ex parlamentare ucraino ora residente in Russia, ha titolato oggi il suo commento: «L’Occidente cerca di provocare il collasso economico in Russia».

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di «Kompanija Notrotrans» via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

Continua a leggere

Più popolari