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Epidemie

Coronavirus e influenza stagionale: basta scempiaggini

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Prima di accingermi a scrivere queste poche righe ho riflettuto a lungo. Sono un illuso, perché penso che le gravidanze delle mamme degli imbecilli a volte lascino tregua, quantomeno nei periodi di quarantena serrata. Pensavo che la stupidaggine de «il COVID-19 è una banale influenza! Ci vogliono manipolare! Prove di totalitarismo!» conoscessero una fine, un limite collegato alla decenza personale.

 

E invece no, vi è ancora chi va ripetendo queste sciocchezze nonostante l’allucinante situazione negli ospedali e nonostante ciò che i dati riportano.

 

Smettetela con la cazzata del paragone fra coronavirus ed influenza

Sono costretto a premettere, per chi non lo sapesse, che sono un operatore sanitario e ho quindi quotidianamente informazioni di prima mano che mi pervengono dall’ospedale piazzato al decimo posto in Italia nella classifica «Best hospitals 2020» della rivista Newsweek. La situazione è tutto fuorché rosea, tutto fuorché leggera. I reparti sono imballati, i pazienti intubati sono anche giovani e la gente muore. Male, da sola, in un contesto a cui nessuno vorrebbe avvicinarsi nemmeno solo per sbirciare ciò che succede.

 

Coronavirus e influenza non sono la stessa cosa, e lo dimostra il fatto che il Sistema Sanitario Nazionale – soprattutto nelle regioni del nord dove i casi di contagio sono maggiori ma dove teoricamente è situata l’eccellenza della sanità italiana – è letteralmente al collasso come mai lo era stato prima.

I reparti sono imballati, i pazienti intubati sono anche giovani e la gente muore

 

Il sistema per ora regge proprio per il semplice fatto che l’epidemia ha colpito maggiormente le tre regioni in cui l’apparato sanitario, nonostante i danni provocati dai tagli degli ultimi dieci anni e dalla mala gestione del governo (e dei governi passati) continua a resistere, con grande fatica e con uno sforzo encomiabile di tutti gli operatori sanitari. Ma per quanto ancora? Sicuramente per poco, visto che le chiese chiuse diventano obitori aperti e i parcheggi per gli arrivi delle ambulanze in emergenza negli ospedali diventano reparti con tanto di posti letto.

 

Ma per qualcuno anche questa è fuffa, perché a dimostrarlo sarebbe un articolo del Corriere della Sera risalente al 2018, dove si tratta il tema del collasso dei reparti di rianimazione a causa dell’influenza stagionale. 

 

Il sistema per ora regge proprio per il semplice fatto che l’epidemia ha colpito maggiormente le tre regioni in cui l’apparato sanitario continua a resistere

Andiamo per grado.

 

I due virus sono certamente parenti stretti: il Covid-19, infatti, fa parte della famiglia dei coronavirus, la stessa della meglio conosciuta come «influenza stagionale». Tuttavia le differenze tra i due agenti patogeni sono enormi. Lo dimostra un grafico elaborato dall’Associazione nazionale biotecnologi italiani, che si basa sui dati pubblicati dalla’Iss e della Protezione Civile sfacciatamente chiari.

 

 

Il confronto tra Covid-19 e influenza è semplicementeimpietoso. Nell’elaborazione si nota infatti come solo nella seconda settimana dalla comparsa dell’epidemia di nuovo coronavirus in Italia, la quota dei morti avesse già raggiunto quota 131 contro i soli 29 decessi fatti registrare dall’influenza del 2019 (perlopiù nel suo picco massimo).

Il Covid-19 fa parte della famiglia dei coronavirus, la stessa della meglio conosciuta come «influenza stagionale». Tuttavia le differenze tra i due agenti patogeni sono enormi

 

Il nuovo coronavirus è poi decisamente più virulento e contagioso rispetto all’influenza che siamo abituati a conoscere e per la quale – altro aspetto che nessuno dei grandi statisti della «banale influenza» si applica mai a menzionare  – il nostro organismo ha già gli anticorpi, avendola passata più volte. Il contagio del nuovo coronavirus va invece incontro ad un aumento esponenziale al quale stiamo assistendo ancora in questi giorni, mentre quello dell’ultima influenza del 2019 segue un decorso assai più graduale.

 

Il picco massimo dell’influenza, sempre nel 2019, è arrivato alla quinta settimana dalla sua comparsa. Nell’arco di quei giorni i pazienti morti furono 29, con 93 casi di soggetti ricoverati in terapia intensiva. Il coronavirus, invece, aveva già superato questi valori in appena due settimane: le morti si attestavano già intorno alle 131 unità mentre i pazienti in terapia intensiva erano già arrivati a 351. I numeri oggi parlano chiaro: 21.157 contagi (contando anche quelli guariti), 1441 morti e 1518 persone ricoverate in terapia intensiva. E i numeri rischiano di aumentare sempre di più ogni giorno che passa.

Nella seconda settimana dalla comparsa dell’epidemia di nuovo coronavirus in Italia, la quota dei morti avesse già raggiunto quota 131 contro i soli 29 decessi fatti registrare dall’influenza del 2019

 

Ed è proprio partendo dai casi di ricovero in terapia intensiva e della carenza di posti letto in Lombardia che qualcuno ha issato le assurde polemiche nei termini di paragone fra Covid-19 ed influenza stagionale.

 

In particolare molte persone – parecchi anche fra i nostri lettori – ha cercato di dimostrare, facendo riferimento all’articolo apparso sul Corriere della Sera summenzionato, che il problema della carenza dei posti letto in rianimazione esisteva già da prima della comparsa di questa epidemia, e che le persone finivano lì ricoverati anche a causa di complicanze provocate da influenza stagionale.

 

Questa posizione  risulta ora più che mai sconnessa dalla realtà, ovverosia da quei dati reali che ci guardano in faccia. I numeri riportati da questo articolo sventolato a mo’ di oracolo, infatti, parlavano di 48 (quarantotto) malati gravi ricoverati in terapia intensiva in Lombardia a causa del contagio da influenza stagionale. Oggi, in epoca di coronavirus non ancora giunto al picco massimo, i pazienti ricoverati in terapia intensiva in Lombardia sono ben 732 – e fra poche ore saranno già molti di più.

 

48 (quarantotto) malati gravi ricoverati in terapia intensiva in Lombardia a causa del contagio da influenza stagionale nel 2018. Oggi, in epoca di coronavirus non ancora giunto al picco massimo, i pazienti ricoverati in terapia intensiva in Lombardia sono ben 732

La domanda allora sorge spontanea: ma di cosa stiamo parlando? 

 

Se si vogliono criticare i tagli alla sanità che hanno portato a questo grave problema della mancanza dei posti letto in alcuni dei reparti più importanti per la sanità pubblica, i cosiddetti reparti-salvavita, basta lasciare la parola a medici ed istituzioni, che di certo non risparmiano le critiche all’ex ministro alla salute Beatrice Lorenzin, la quale ben pensò di non stanziare più fondi per la rete italiana dell’ECMO (ExtraCorporeal Membrane Oxygenation, una tecnica di circolazione extracorporea utilizzata in ambito di rianimazione per trattare pazienti con insufficienza cardiaca e/o respiratoria acuta grave potenzialmente reversibile ma refrattaria al trattamento farmacologico e medico convenzionale massimale), una volta finiti i 20 milioni di euro finanziati nel 2009 dall’allora ministro Ferruccio Fazio. Senza ECMO, ventilatori polmonari e respiratori non si salvano vite. 

 

Giorgio Antonio Iotti, a capo della Medicina intensiva del San Matteo di Pavia, allargava le braccia già nel 2018: «I pazienti con polmonite grave e complicazioni importanti determinate dal virus dell’influenza stanno occupando ben un quarto dei nostri 21 posti letto».

 

Si parlava di un quarto dei 21 posti letto, cioè circa 5 posti letto. Rendetevi conto: oggi, in piena epidemia da Covid-19, parlare di 5 posti letto in rianimazione con aggiornamenti quotidiani che solo in Lombardia riferiscono di almeno 50 persone in più al giorno, farebbe decisamente ridere se non ci fosse decisamente da piangere.

 

L’ex ministro Lorenzin ha deciso di stanziare milioni di euro per un piano nazionale di vaccinazioni obbligatorie rivelatosi oggi più che mai inutile giacché, davanti ad una epidemia di un virus sconosciuto  i vaccini non sono serviti a nulla

Alberto Zangrillo, direttore del dipartimento di Emergenza Urgenza del San Raffaele, diceva invece: «La verità è che il ministro Lorenzin non si è preoccupata a livello nazionale di rifinanziare il progetto, mettendo in difficoltà soprattutto la Lombardia, regione sulla quale per l’alto livello dei centri si scarica il lavoro anche delle altre regioni».

 

Come metterlo in dubbio: d’altronde l’ex ministro ha deciso di stanziare milioni di euro per un piano nazionale di vaccinazioni obbligatorie rivelatosi oggi più che mai inutile giacché, davanti ad una epidemia di un virus sconosciuto (i virus sono infiniti ed imprevedibili ma soprattutto – qualcuno lo ricordi alla Lorenzin – non saltano) i vaccini non sono serviti a nulla.

 

Forse sarebbe stato meglio investire quei soldi per irrobustire la Sanità, permettendole di affrontare un’emergenza imprevista e mettendola nelle condizioni di fronteggiare un nemico sconosciuto ed invisibile, più che il morbillo conosciuto, affrontato e passato da intere generazioni di italiani ancora qui a raccontarcelo e invece ora probabilmente sul punto di morte o in rianimazione per Covid-19.

 

Di questi problemi tecnici e politici parliamone finché vogliamo, però fateci un sacrosanto favore: smettetela con la cazzata del paragone fra coronavirus ed influenza.

 

Cristiano Lugli 

 

 

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Epidemie

L’FBI di Biden ha bloccato l’interrogatorio di Daszak nella ricerca sulle origini del COVID-19

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L’FBI sotto l’amministrazione Biden è intervenuta per impedire che il presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak, venisse interrogato sulle origini del COVID-19 e sui suoi 15 anni di attività presso il laboratorio cinese da cui probabilmente è fuoriuscito il virus, secondo documenti resi pubblici dal senatore Rand Paul.

 

Il Paul, presidente della Commissione del Senato per la Sicurezza Interna e gli Affari Governativi, ha reso noto che i documenti descrivono in dettaglio come il National Targeting Center della US Customs and Border Protection (CBP) avesse identificato Daszak come «persona di estremo interesse» e intendesse interrogarlo nel febbraio 2021 sulle sue «attività in Cina, i suoi contatti presso il WIV [Istituto di Virologia di Wuhan, ndr] e se avesse raccolto o trasportato campioni biologici», vista la sua partecipazione alla controversa ricerca «gain-of-function», che prevede il potenziamento intenzionale dei virus per studiarne i potenziali effetti.

 

Tuttavia, tre giorni prima dell’arrivo previsto di Daszak all’aeroporto internazionale John F. Kennedy per il suo rientro negli Stati Uniti, «il CBP ha ricevuto una richiesta dall’ufficio dell’FBI di Nuova York: non fermare il soggetto», si legge nel comunicato. «L’ispezione non ha mai avuto luogo».

 

Il Daszak, che negli ultimi tempi ha annunciato anche di avere origini ucraine, è una figura fondamentale nella storia, ancora non scritta, della pandemia. Secondo il libro di Andrew Huff, ex vicepresidente Adell’organizzazione del Daszak, EcoHealth Alliance avrebbe avuto, legami con la CIA.

 

«Queste discussioni hanno portato a pubblicazioni che indicano che il dottor Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance, stava lavorando con la CIA e che l’agente biologico comunemente noto come COVID-19 (SARS-CoV-2) era in fase di sviluppo presso EcoHealth Alliance da allora 2012 e altre prove suggeriscono che la SARS-CoV-2 sia iniziata prima del 2012» si legge nel libro di Huff The Truth about Wuhan.

 

Dopo che il SARS-CoV-2 è scoppiato nella stessa città in cui Daszak stava finanziando manipolazioni il coronavirus da pipistrello, la (un tempo) prestigiosissima rivista scientifica The Lancet aveva pubblicato un documento firmato dallo stesso Daszak con oltre due dozzine di scienziati, in cui insisteva che il virus avrebbe potuto provenire solo da un evento di spillover naturale, probabilmente da un mercato di animali vivi e che gli scienziati «stanno uniti per condannare fermamente le teorie del complotto che suggeriscono che il COVID-19 non ha un’origine naturale».

 

Solo più tardi Lancet avrebbe notato gli evidentissimi conflitti di interessi di Daszak, che fu grottescamente immesso poi – su pressione anche cinese, si disse – nel gruppo di ispettori che a pandemia dilagante fece una visita-farsa al laboratorio virologico wuhaniano.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’organizzazione del Daszak EcoHealth Alliance aveva ricevuto ancora incredibilmente tre milioni di dollari dal ministero della Difesa dell’amministrazione Biden pure dopo la pandemia.

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«Questa non è tutta la storia. È solo l’inizio», ha anticipato il senatore Paul su X.

 


Le origini del COVID rappresentano uno dei numerosi scandali ancora ufficialmente irrisolti che persistono a cinque anni dalla pandemia. Pubblicamente, la teoria secondo cui il COVID sarebbe sfuggito dal laboratorio di Wuhano, anziché essersi evoluto in natura, è stata ampiamente derisa e respinta sin da quando il senatore statunitense Tom Cotton l’ha avanzata nel febbraio 2020, e per mesi qualsiasi accenno a tale ipotesi è stato condannato come disinformazione. Solo a metà del 2021, ben dopo che i Democratici avevano riconquistato la Casa Bianca, i principali media hanno iniziato a considerarla una possibilità.

 

Come riportato da Renovatio 21, la svolta fu probabilmente quando nel 2021 uscì un articolo sul Bulletin of Atomic Scientists del noto e rispettato divulgatore scientifico Nicholas Wade.

 

Nel 2024, la Sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus del Comitato di supervisione e responsabilità della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha pubblicato la sua tanto attesa analisi post-evento sul COVID-19 e sulla risposta del governo.

 

Lo studio ha concluso che il COVID è molto probabilmente «emerso a seguito di un incidente di laboratorio o legato alla ricerca», che il governo federale ha sostenuto la ricerca «gain-of-function» presso il WIV senza adeguata trasparenza o supervisione e che l’ex consigliere della Casa Bianca per il COVID e direttore del National Institute of Allergy & Infectious Diseases (NIAID), il dottor Anthony Fauci, «ha giocato con la semantica della definizione di ricerca “gain-of-function”» per negarla, oltre ad aver promosso la creazione del controverso paper «Proximal Origins» nel tentativo di screditare la teoria della fuga di laboratorio, rilevando inoltre che i funzionari del NIAID hanno attivamente cercato di eludere le richieste di accesso agli atti FOIA (Freedom of Information Act) relative alla questione, ad esempio scrivendo intenzionalmente in modo errato vari nomi e termini per renderli più difficili da trovare nelle ricerche per parole chiave.

 

Due anni fa alcuni scienziati chiesero alla rivista che pubblicò «Proximal Origins», cioè Nature Medicine, di ritrattare l’articolo. A maggio 2025 era emerso che l’amministrazione Trump indaga sull’editore del documento sulle origini del COVID per corruzione, citando l’influenza di Fauci.

 

Come riportato da Renovatio 21, sulle responsabilità di Fauci nel finanziamento del gain-of-function a Wuhano disse di non aver alcun dubbio l’ex direttore del CDC Robert Redfield. Nel corso dello scorso anno è emerso che Fauci aveva detto ai colleghi di cancellare le prime comunicazioni relative al COVID; a ciò si aggiunge la notizia per cui un assistente di Fauci avrebbe distrutto e-mail sensibili ed utilizzato un account privato per nascondere ilegami con il laboratorio wuhaniano. Secondo documenti emersi nelle inchieste, il Fauci sapeva dell’origine laboratoriale del virus e sapeva pure che i vaccini mRNA non avrebbero funzionato.

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Il senatore Paul ha sostenuto che il Dipartimento di Giustizia dovrebbe perseguire Fauci per aver mentito al Congresso su questa e altre questioni relative al COVID, sebbene il presidente Joe Biden abbia concesso a Fauci un’amnistia generale prima di lasciare l’incarico, rendendo altamente improbabile qualsiasi futura azione penale e ancor meno probabile che venga confermata.

 

Il Paul, che lavora da mesi e mesi a richieste di documenti di Intelligence su Fauci, il dottor Ralph Baric e il COVID, sostiene che il tentativo dovrebbe comunque essere fatto, in modo che i tribunali possano decidere se confermare o meno l’amnistia alla luce dei dubbi sulla capacità mentale e decisionale di Biden nei suoi ultimi giorni di mandato. Già un lustro fa, il senatore aveva dichiarato pubblicamente che «Fauci potrebbe essere il responsabile dell’intera pandemia».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’FBI era a conoscenza della possibile fuga da laboratorio già nel marzo 2020. Si discute oramai da anni anche del fatto che militari di tutto il mondo potrebbero aver contratto il coronavirus durante i Giochi sportivi militari di Wuhano nell’ottobre 2019, contribuendo quindi alla diffusione mondiale del COVID. L’Intelligence americana ancora nel 2021 aveva confermato che lavoratori del laboratorio di Wuhano erano già malati a novembre 2019.

 

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Alimentazione

Epidemia di diarrea negli USA, la lattuga sotto accusa

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Le autorità sanitarie statunitensi hanno identificato la lattuga iceberg tritata servita nella più grande catena di fast food di ispirazione messicana del Paese come la fonte di un’epidemia di ciclosporiasi, una malattia parassitaria che causa diarrea grave ed esplosiva.   Dall’inizio di maggio, a livello nazionale sono stati segnalati oltre 1.600 casi di ciclosporiasi confermati in laboratorio, con 94 persone ricoverate in ospedale. Non sono stati segnalati decessi, sebbene i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) abbiano avvertito che il numero effettivo di infezioni è probabilmente molto più elevato, poiché molti casi non vengono diagnosticati.   Venerdì scorso il CDC ha identificato la catena come Taco Bell e ha affermato che un’indagine di tracciabilità ha collegato i prodotti contaminati a un unico fornitore nel Messico centrale. L’ente epidemico ha esortato le persone a non consumare la lattuga iceberg tritata servita nei ristoranti Taco Bell in Indiana, Kentucky, Michigan, Ohio e West Virginia.   L’agenzia ha dichiarato che il fornitore coinvolto, Taylor Farms de Mexico, ha ritirato volontariamente tutta la lattuga iceberg dal mercato statunitense. Le autorità stanno continuando a indagare per accertare se i prodotti contaminati siano stati distribuiti ad altri ristoranti o rivenditori.

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La ciclosporiasi è causata dal parassita microscopico Cyclospora cayetanensis. La malattia si manifesta tipicamente con diarrea acquosa esplosiva, accompagnata da gonfiore, flatulenza, crampi addominali, nausea e vomito. Alcune persone presentano anche affaticamento e febbre, mentre altre non sviluppano alcun sintomo.   Secondo il CDC, l’infezione si contrae solitamente consumando cibo o acqua contaminati da feci, e i sintomi compaiono in genere circa una settimana dopo l’esposizione.   Sebbene la malattia possa essere curata con antibiotici, non viene rilevata dalla maggior parte degli esami di laboratorio di routine, il che rende difficile la diagnosi. Se non trattata, l’infezione può durare più di un mese, con episodi ricorrenti di diarrea come sintomo più caratteristico.   Il parassita è endemico nei Paesi tropicali e subtropicali. Non vi sono prove che sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo.   Precedenti focolai di ciclosporiasi negli Stati Uniti sono stati collegati a coriandolo, lamponi, piselli, lattuga e basilico importati dal Messico.   La crescente popolarità del cibo messicano presso la popolazione americana, che con Trump ha di fatto espresso la volontà di tenere i messicani fuori dagli USA, rimane un mistero.   La catena Taco Bell gode di un successo straordinario  che supera l’andamento generale del settore dei ristoranti a servizio rapido (QSR). La catena domina capillarmente il mercato statunitense della cucina di ispirazione messicana, controllando oltre il 26% dei ristoranti di categoria organizzati in catene.   La sua rete commerciale sul suolo americano conta oltre 7.600 pricipali punti vendita distribuiti in tutti gli stati, con una concentrazione record in California che supera gli 880 ristoranti, seguita dal Texas con più di 650. Questa massiccia presenza fisica consente al marchio di servire oltre due miliardi di clienti ogni anno a livello globale, la stragrande maggioranza dei quali concentrata proprio nel mercato domestico.

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I dati finanziari più recenti evidenziano una crescita straordinariamente solida e costante: nel primo trimestre del 2026, Taco Bell ha registrato un aumento dell’8% delle vendite a parità di negozi negli Stati Uniti, segnando l’ottavo trimestre consecutivo di crescita comparabile positiva. Questo incremento segue i già eccellenti risultati dell’ultimo trimestre del 2025, che si era chiuso con un +7% nelle vendite domestiche a parità di posizioni.   A livello di vendite complessive di sistema, il marchio ha registrato un balzo del 10% nello stesso trimestre del 2026, accompagnato da un incremento del 3% nelle transazioni totali e da una crescita dei profitti operativi pari al 39%. L’applicazione mobile di Taco Bell ha superato i 17 milioni di visitatori unici mensili negli Stati Uniti, scalzando giganti storici della ristorazione veloce e posizionandosi come la seconda app di fast food più utilizzata nel Paese.   I fattori chiave di questo successo poggiano sulla capacità di attrarre fasce demografiche trasversali, intercettando sia i consumatori a basso reddito sia le famiglie e i giovani della Generazione Z tra i 18 e i 24 anni.   Ora tutti costoro rischiano di dover correre alla toilette e starvi per lungo tempo – se va bene. Non è dato capire cosa accadrà alla finanze di Taco Bell e del suo gruppo di controllo Yum Brands, tuttavia è difficile pensare che gli americani invertano il loro crescente amore verso il cibo dello spesso diprezzato Paese limitrofo.

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Epidemie

Ebola, gli Stati Uniti impediscono ai cittadini americani residenti nella Repubblica Democratica del Congo di rientrare in patria

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Gli Stati Uniti hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese, a causa del peggioramento dell’epidemia di Ebola.

 

Le restrizioni, annunciate lunedì dall’amministrazione Trump, prevedono l’inserimento dei cittadini statunitensi attualmente nella Repubblica Democratica del Congo o che hanno recentemente lasciato il Paese in una lista di persone a cui è vietato l’imbarco, avvalendosi dei poteri federali in materia di trasporti, ha riferito Reuters, citando un funzionario della Casa Bianca.

 

Secondo quanto riferito dal funzionario, circa una ventina di americani si stavano preparando a volare negli Stati Uniti martedì, e il Dipartimento di Stato avrebbe fornito assistenza alle persone interessate durante il periodo di attesa.

 

Il provvedimento giunge nel contesto di una rapida diffusione dell’epidemia del ceppo Bundibugyo di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, dove, all’11 luglio, le autorità sanitarie hanno segnalato 1.926 casi confermati e 702 decessi.

 

Venerdì, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno annunciato che un cittadino americano che lavora per un’organizzazione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo è risultato positivo al virus Ebola. Un altro cittadino statunitense, contagiato mentre lavorava nel Paese centroafricano, è stato ricoverato all’Ospedale Universitario di Francoforte, in Germania, come ha comunicato lunedì il suo datore di lavoro, l’organizzazione cristiana evangelica Samaritan’s Purse. Anche Peter Stafford, chirurgo e leader del gruppo missionario cristiano Serge, che aveva contratto il virus all’inizio dell’epidemia, è stato trasferito in Germania per ricevere cure.

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L’Uganda ha segnalato 20 casi confermati e due decessi. Un caso legato a un viaggio nella Repubblica Democratica del Congo è stato inoltre rilevato in Francia e riguarda un medico rientrato alla fine del mese scorso da una missione umanitaria.

 

Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che, sebbene l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo continui a progredire più rapidamente della risposta all’emergenza, il rischio di una più ampia diffusione internazionale rimane basso.

 

Washington aveva già inasprito le regole di viaggio in risposta all’epidemia. A maggio, il CDC ha innalzato il livello di allerta per i viaggi in alcune zone della Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda, mentre il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha disposto che i viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Uganda e dal Sud Sudan si sottoponessero a controlli più rigorosi negli aeroporti statunitensi designati.

 

Lunedì, il CDC ha annunciato di aver prorogato di altri 30 giorni la precedente sospensione dell’ingresso di alcuni cittadini non statunitensi che si erano trovati nella Repubblica Democratica del Congo, in Uganda o nel Sud Sudan nei 21 giorni precedenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Kenya ha già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.

 

Secondo un Rapporto OMS, entro settembre vi sarebbe il rischio di oltre 8.000 casi di Ebola in Congo.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.

 

Nelle scorse settimane manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.

 

Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.

 

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